Ascolti amArgine: La costruzione di un amore – Ivano Fossati (1976)

“La Costruzione di un Amore” è stata scritta nel 1978 da Ivano Fossati per la cantante Mia Martini che ne registrò la prima versione. L’ispirazione per la canzone venne proprio dalla complicata relazione sentimentale tra i due artisti. Successivamente Fossati incise una sua versione inserita nell’album “Panama e dintorni”

La costruzione di un amore
spezza le vene delle mani
mescola il sangue col sudore
se te ne rimane

La costruzione di un amore
non ripaga del dolore
è come un’altare di sabbia
in riva al mare

La costruzione del mio amore
mi piace guardarla salire
come un grattacielo di cento piani
o come un girasole

Ed io ci metto l’esperienza
come su un albero di Natale
come un regalo ad una sposa
un qualcosa che sta lì
e che non fa male

E ad ogni piano c’è un sorriso
per ogni inverno da passare
ad ogni piano un Paradiso
da consumare

Dietro una porta un po’ d’amore
per quando non ci sarà tempo di fare l’amore
per quando vorrai buttare via
la mia sola fotografia

E intanto guardo questo amore
che si fa più vicino al cielo
come se dopo tanto amore
bastasse ancora il cielo

E sono qui
e mi meraviglia
tanto da mordermi le braccia,
ma no, son proprio io
lo specchio ha la mia faccia

Sono io che guardo questo amore
che si fa più vicino al cielo
come se dopo l’orizzonte
ci fosse ancora cielo

E tutto ciò mi meraviglia
tanto che se finisse adesso
lo so io chiederei
che mi crollasse addosso

E la fortuna di un amore
come lo so che può cambiare
dopo si dice l’ho fatto per fare
ma era per non morire

Si dice che bello tornare alla vita
che mi era sembrata finita
che bello tornare a vedere
e quel che è peggio è che è tutto vero
perché

La costruzione di un amore
spezza le vene delle mani
mescola il sangue col sudore
se te ne rimane

La costruzione di un amore
non ripaga del dolore
è come un’altare di sabbia
in riva al mare

E intanto guardo questo amore
che si fa più vicino al cielo
come se dopo tanto amore
bastasse ancora il cielo

E sono qui
e mi meraviglia
tanto da mordermi le braccia,
ma no, son proprio io
lo specchio ha la mia faccia

Sono io che guardo questo amore
che si fa grande come il cielo
come se dopo l’orizzonte
ci fosse ancora cielo

E tutto ciò mi meraviglia
tanto che se finisse adesso
lo so io chiederei
che mi crollasse addosso

ce la siamo fatta 33

Quella del porno è un’industria che tira sempre. Anche la patatina tira. E tira più un pelapatate di una pariglia di buoi. Quanto meno prima di questi tempi di depilazione da far west.
Tutto questo solo per chiarire quanto accaduto ieri al Manipolo di Eroi. Scomparsi a bordo di una Prinz, e tornati solo Vargas e Adrianone, nel corso di una notte insonne ho saputo del destino di Agone, Cobra e Monnezza. Dopo essere stati circuiti tutti e tre da una sedicente monaca, tale Suor Imene dell’ordine delle Incatenate al Pirellone, i tre valorosi si sono risvegliati in una cella buia di notte e semibuia di giorno. Quando Agone ha chiesto cibo, figuriamoci se non lo faceva, è apparso il crudele carceriere / rapitore. Proprio lui! Rocco Siffredi in persona! Dopo lunghe circonlocuzioni, partendo dai trilobiti del Siluriano, il Siffredi li ha convinti a firmare un contratto principesco in qualità di attori protagonisti del film Corna Vissute in Lockdown. Le riprese inizieranno domani e dureranno per tutto il week end. I tre non si lasciati sfuggire l’occasione, hanno firmato subito, e Agone sta già studiando la parte. Attendiamo sviluppi.

Ascolta & Leggi: Agostino Rossi cinque poesie (feat. The Doors)

Seconda puntata delle poesie di Agostino Rossi, questa volta scelte dall’autore.

SORRISO DOLCE

Perché sorgi?

Il fiore si schiude
un passero canta

Le ore rincorrono
il giorno

Bambini gridano
nel parco
madri affacciate
chiamano:
la cena è pronta!

La notte
è attesa del risveglio
di un istante senza buio
senza vita

Speranza

Perché sorgi?

Dopo la pioggia
il sereno

il sorriso

forse

*

FINIRA’ L’INVERNO

Finirà
questo inverno
questa finta
primavera

Sarà solo storia
quando
ci troveremo
a contare
i petali
di una margherita
sfiorita

*

A MIO PADRE

stringi i denti guerriero
devi essere forte
cavaliere senz’armi
soggiogato alla sorte
per quest’ultimo viaggio
con timore si parte

sta ammiccando l’estate
e già bussa alle porte
ma conduce per mano
la promessa di morte
il destino spietato
ha girato le carte

il tuo lento cammino
sta seguendo il sentiero
ed in ogni tuo passo
greve resta un pensiero
ora devi inghiottire
il boccone più amaro

e ripeti pregando
sempre quelle parole

non lo voglio il dolore
dammi solo il coraggio

nei profumi di Maggio
s’appassiscono i fiori
un sudario pulito
di siringhe e dottori

dilavati i colori
e la luce fa male
incessante supplizio
la paura ti assale

e nell’ultimo grido
la tua voce risale

madre cara ti prego
prendi queste mie mani
non lasciarmi cadere
non lasciarmi più andare

oh padre
padre mio
ovunque ora tu sei
per sempre in me sarai

*

GUERRIERO

Non girerò le pagine
del mio quaderno
perché il tuo nome
scivoli
nell’oblio

Non getterò le foto
delle tue stagioni
per imbiancare
pareti

Non salirò la cima
della montagna
per toccare
la luna
quando posso nutrirmi
del sole
e dei tuoi occhi

Resterò immobile
guerriero
di argilla
sepolto
di sabbia
e di tempo

*

CAREZZE

Vorrei dirti
Parole che accarezzano
Quando le mani
Non possono

************************************************

Agostino Rossi, classe 1964, nato e cresciuto a Castel Bolognese, dove tutt’ora risiede, sposato e padre di due figli, spinto dalla passione per il canto, la musica, la fotografia e la lettura, fin dall’adolescenza si cimenta nel componimento di opere musicali (che ama definire “musiche per immagini”) e scritti di prosa e di poesia anche
se, a causa della maniacale ricerca della perfezione, che lo “costringe” a riprendere in mano le proprie opere, non è autore prolifico. Le poesie, come le musiche, sono intrise di nostalgica malinconia, “condizione ideale”
ripete spesso “per alimentare il terreno della creatività”.

lettera del trafficante

ogni giorno posti schifosi,
nuovi per ululare al perduto bene,
qui, ovunque siano non si sta bene

soltanto noi sappiamo di ginocchia consumate
e mal di schiena, scarpe
gettate in acqua durante il cammino

diciamo degli astri la lontananza,
delle ferite l’afflizione, di citazioni:
il vocabolario italiano/islandese è pieno

vi dite poeti, sareste poeti voi?
che non avete nemmeno l’accento, frequentate
nei limiti qualche convitto di gente giusta?
i vinti amano la vita,
sanno vivere di niente e non praticano commerci,
sono i primi che muoiono, vinti,
api, rondini e farfalle

non date fiducia alle segreterie,
ma confidate nel contante e nella roba buona,
che soltanto io posso offrire

ce la siamo fatta 32


Non smette di preoccupare la diffusione del vairus nel mondo. E’ che siamo cretini, come prevedibile, siamo passati dal patriottico “io me ne sto a casa, stacci anche tu!” a un più inquietante “io non te la do, fai come quelli di Faenza, che stanno senza” al definitivo “io mi faccio i cazzi miei, e tu?”. Insomma il mondo è tornato alla solita carogna, com’era nelle più facili previsioni. Quindi è normale che si discuta sul perché e sul percome non affidare ai Benetton il nuovo ponte di Genova, appena ricostruito, quando invece bastava indirizzare a cotanti magliai una buona dose di sputi corretti.
Non ho notizie certe di cosa stia succedendo in moschea. Cobra ha deciso che i locali vanno risistemati e ristrutturati, dopo qualche timida protesta da parte dell’imam subito rintuzzata con un Kalashinkov, ha assunto una squadra di pittori, arredatori, e tappezzieri, e ha deciso di trasformare l’ormai ex moschea in un bellissimo pied a terre. Intanto se ne è andato in crociera con la first lady. Pare che tra i due, da un po’ di tempo, ci sia del tenerone. Gli altri se ne stanno tranquilli, anzi hanno optato per una botta di vita, oggi se ne vanno a fare un pic nic in campagna con la Prinz, guida Agone. […]

Ascolti amArgine: Writing – Elton John (1975)

L’Elton John del mio periodo adolescenziale, perso nella notte dei tempi, sapeva sfornare album delizioni come Captain Fantastic and the brown dirt cow boy; che facevo nel Settantacinque? Adolescevo, frequentavo la seconda ragioneria al Paolini di Imola e mi imbarcai di una di Castel Del Rio, tanto da riuscire a rendermi alquanto ridicolo. Buon ascolto.

Scrivendo

E’ rimasto qualcosa?
Forse bistecca e uova.
Alzarsi per lavare i panni,
Fare il letto.
Giornate pigre, la lama del rasoio
Potrei scegliere una lama migliore.
Questo basta a farti ridere
Mi rilasso in uno stupendo bagno fresco.
Aspirazione alla navigazione
Dell’ultima nostra barchetta scoperta.
Io conosco te e tu conosci me
Facciamo sempre a metà.

E tu non eri certo
il tipo da prendere in giro, lo sai,
Ma le cose che scriviamo oggi
Andranno bene anche domani?
E noi scriveremo ancora
Nei prossimi anni,
Soffocanti sbadigli domenicali
Sul finire del fine settimana.

Potremmo sgranchirci
se solo ne avessimo una mezza intenzione
Ma non disturbateci
se sentite che stiamo provando,
Ad investigare la struttura di un altro paio di versi.
Perché scrivere è una illuminazione,
E io amo la vita abbastanza per capirla.

TESTO ORIGINALE

Is there anything left
Maybe steak and eggs
Waking up to washing up
Making up your bed
Lazy days my razor blade
Could use a better edge
It’s enough to make you laugh
Relax in a nice cool bath
Inspiration for navigation
Of our new found craft
I know you and you know me
It’s always half and half

And we were oh oh, so you know
Not the kind to dawdle
Will the things we wrote today
Sound as good tomorrow
We will still be writing
In approaching years
Stifling yawns on Sundays
As the weekends disappear

We could stretch our legs
if we’d half a mind
But don’t disturb us
if you hear us trying
To instigate the structure of another line or two
Cause writing’s lighting up
And I like life enough to see it through

Il tempo

Il tempo.
Appeso ad alberi oscillanti,
piegati alla ferocia
che stanca ogni cosa, alle mosche
pronte a divorare l’incosciente,
il solitario, il ratto

mascherati da individui,
impossibile lasciare tracce
nella gravità della situazione,
coi loro para pioggia illustri
ma inadatti a trattenere diluvi

Il tempo.
Anche un chiodo feroce arrugginisce
e cade,
sempre pronti gli aguzzini
nella genesi di nuova tempesta

ce la siamo fatta 31

Decreto Semplificazioni! Vengono sbloccate opere pubbliche per i prossimi quindici anni, al bar stamani Tanino Lofoti già si fregava le mani. Noi invece pensiamo soprattutto e con affetto a quelle signorine e a quei poveri transoni che, finalmente, avranno un posto di lavoro sicuro e confortevole sulla Salaria nei pressi di Roma. Noi, Manipolo di Eroi, non possiamo non essere contenti della salvaguardia e della dignità degli ambienti e dei posti di lavoro, un’idea di civiltà che, finalmente, torna a farsi strada dopo decenni di oscurantismo. Sono oramai lontanissimi gli anni del pacchetto Treu, della legge “carcinoma che le pijasse” Fornero e del nefasto Jobs Act di renziana memoria. Oggi si va verso la semplificazione, verso il lavoro per tutti. Chi se ne fotte della burocrazia? Ma vogliamo ancora perder tempo a mettere in regola gli operai? Vogliamo ancora fare la busta paga e soprattutto pagare un equo salario? Ma vààà, finiamola con tutta questa burocrazia piena di complicazioni, con le piccine da dare all’onorevole bicchiere e, per farlo stare buono, all’onorevole bottiglia. Signori! Qui da oggi si sdruma, si suda, si fa l’Italia o si muore! E, mentre al bancone del bar, il Cav. Ambrogio Pistolazzi faceva questa filippica a un popolo distratto, bue e sordomuto, l’unico ad ascoltarlo, attento e sogghignante, era quel siculo piccolo e nero, Tanino Lofoti, che si dice abbia una fabbrichetta di botti dalle parti di dove non si sa.

Numero minimo quattordici di Irene Rapelli (nuovo e book scaricabile gratuitamente)

Irene Rapelli, la leggo minimo da un paio d’anni, ha saputo svecchiare e arricchire di contenuti un genere poetico, il sonetto, altrimenti ridotto a mero, sterile esercizio di stile.

Qui trovate il suo nuovo e book

Numero minimo quattordici

oppure qui:

Numero-minimo-quattordici_Irene-Rapelli_ebook-2

ne raccomando caldamente la lettura.

scosse strumentali

ora il vento tira a tardi
sull’onda mite di passi, tanti,
da sembrare terremoto:
in realtà solo impronte,
scosse strumentali

e beato chi le percorre tutte,
senza paura di indietreggiare
calpestando di nuovo orme
lasciate a terra, timbri di vita
smossa da rinnovare

pasti coscienti e nudi,
ovulazione in cerca di:
qualcosa digradante verso il mare

questo è il sale della Terra
perenne movimento, affaticato,
eppure negli occhi luce
abituata a rientrare in grembo:
di là
veniamo tutti, partendo
per tornare

alla madre dimenticata, presente
dov’è rassicurante asciutto,
mentre indomato il vento
ancora tira a tardi