Il Vaccinone 99

La parola “inculata” in politichese ha due sinonimi “riforme” e “flessibilità” e zac ti aprono come una mela! Sia mai detto che l’ignoranza non è forza, la guerra non è pace e la fica non esiste. Informatevi piuttosto come ottenere il cash back di stato quando mettete di soppiatto due centesini nella calza del chierichetto. E la Rivoluzione? Russa!

Ascolta & Leggi: Francis Poulenc con poesie di Marina Ivanovna Cvetaeva

INCANTESIMO

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Ti ho versato nel bicchiere
una manciata di capelli bruciati,
perché tu non mangi, non canti,
non beva, non dorma.
Perché la giovinezza non ti sia gioia,
perché lo zucchero non ti sia dolce.
Perché tu non te la intenda nel buio della notte
con la giovane moglie.
Come i capelli tuoi d’oro
sono divenuti cenere grigia,
così gli anni miei giovani
diventeranno bianco inverno.
Perché tu diventi cieco-sordo,
perché ti dissecchi come il muschio,
perché ti dilegui come un sospiro.

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SORELLE

A noi, fervide sorelle,
Toccherà andare all’inferno,
Bere l’infernale pece,
Noi, che in ogni nostra vena
Al Signore lodi alzammo!
Noi su culla e filatoio
Mai ricurve nella notte,
Trascinate sulla barca
Con indosso l’ampio burka.
Noi, fasciate in fini sete
Della Cina fin dall’alba,
Che cantammo inni celesti
Sotto il rogo del brigante.
Casalinghe neghittose
— Cuci e scuci, e tutto a sfascio! —
Danzatrici e flautiste,
Tutto il mondo ─ ai nostri piedi!
Ora indosso pochi stracci,
Ora appese fra le stelle.
Per fortezze e per taverne
Marinando i sette cieli.
A passeggio nelle notti
Nel giardino che fu d’Eva…
– A noi, care sorelline,
Ragazzine mie cortesi,
Toccherà andare all’inferno!

*

ORA IO SONO UN OSPITE CELESTE

Ora io sono un ospite celeste
nel tuo paese.
Ho visto l’insonnia del bosco
e dei campi il sonno.
Da qualche parte nella notte
gli zoccoli
strappano l’erba.
Pesante è il sospiro di una mucca
nella stalla assonnata.
Io ti dirò con tutta
la tenerezza e la malinconia
dell’oca guardiana
e delle oche che dormono.
Le mani affogate nel pelo del cane,
il cane canuto,
Poi, verso le sei,
l’alba è arrivata.

*

UN BIANCO SOLE

Un bianco sole e basse, basse nubi,
lungo gli orti – dietro il muro bianco – un cimitero.
E sulla sabbia file di spauracchi di paglia
sotto le traverse a statura d’uomo.

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Marina Ivanovna Cvetaeva nasce a Mosca il 26 settembre 1892. «Se si mette la Cvetaeva a lavare i piatti, perché non far lavare i pavimenti ad Anna Achmatova e assumere come fuochista Blok, se fosse ancora vivo? Allora sì che sarebbe una vera mensa per scrittori».
Muore il 31 agosto 1941. Avrebbe desiderato essere sepolta a Tarusa, sotto un cespuglio di sambuco, «dove crescono le fragole più rosse e più grosse», ma viene sepolta in una fossa comune.
 

Conoscenze

Poi scurisce, la conoscenza
nasce chiara, penetra varchi
e luci da tagliare per occhi
sempre vigili e capaci
di cogliere la minima sfumatura.
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Indovina e accarezza con amore
le geografie impresse
sul palmo di ogni mano,
questa è un’alba perbene
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rincorre le nubi disperse
col primo sole e non si dà pace
fintanto che
riordina il tramonto.

Il Vaccinone 98

Oggi è stata per un’importante giornata di transazioni finanziarie. No, non ho comprato azioni FCA o Generali, e nemmeno giocato al ribasso sul prezzo del petrolio o al rialzo su quello di oro e diamanti. E piantatela di leccare il culo al governo Grisù, altrimenti non imparerà mai a pulirselo da solo! Sì, ho investito! Ma nooo, non una scolaresca! Ho investito sul mercato del venerdì. Ho comperato un cestino di ciliegie piccino picciò. Il verduraio albanese mi ha guardato, mi ha chiesto referenze finanziarie, e l’ho messo in contatto con la banca, poi ha consultato il Sole 24 ore, ha dato una botta di conti, insomma 4 cipollacce, cinque pesche primizia, tre limoni e le famigerate ciliegie, quindici euro e cinquanta centesimi. Un affarone!

Ascolta & Leggi: Franco Cerri con poesie di Alberto Bertoni.

COSE
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Le cose dal vero mi fanno paura
mi stanano in crepe o appigli di memoria
Le cose che guardo
scoprendone i nervi
e quelle che sfioro coi denti
come case catturano la luce
per meglio scomporre la grana perlacea
l’ordito di polvere e foglie
Così mi annienti, se provo
a deliziarti di cronache minute
a dirti come sei viva
in questa mezzanotte di vento
in cui non ammetti nemmeno
la mia ombra alla tua bocca
alle parole che assediano il respiro
Sì e no una voglia
domenicale accende il finale
forse una nuvola resiste
dei pollini allo spigolo del viso
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DOMENICA SPORTIVA
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Sul balcone un rametto di pino
piovuto chissà da dove
non ramoscello d’ulivo
perché oggi non c’è pace
e ai piccioni non serve per il nido
ma è l’unico detrito ancora vivo
di questo mattino domenicale
e se tu lo speravi diverso
bastava un qualunque gesto, non dico
l’aperitivo di coppia al tavolino
io nel giubbotto sportivo
e tu un qualche trussardi
per accorgerci che è tardi
le famiglie ci aspettano a pranzo
prima di un altro pomeriggio
per me di cavalli e di calcio
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FORSE
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Forse sono io quell’uomo
rannicchiato in un’auto uguale
che scruta il mio stesso giornale
di programmi e risultati
senza un ricordo di cui essere geloso
Lo scatto di trotto sbilenco
questo cuore a riposo
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LA CHIMERA
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per un ricordo di Antonio Delfini
Corri e taci e pensa alla Speranza,
solo alla Speranza,
la Chimera non è, non sarà…
Sei tu, eppure non sei tu
molto più grande, più grosso
sembri una statua scolpita nell’osso
di questo profondissimo muro
però senza dubbio sei tu
il perduto di oggi
che vaghi nel tuo ippodromo
Sotto la pelle un lievissimo alone
blu, come il resto della luce
perché tutto il resto
quest’anno è venuto troppo presto
la neve in ottobre sul Cimone
e il primo sottozero
ma dopo più niente
solo forse un colore, un odore di ruggine
attorno
E in te, come sempre
troppo presto è venuta
quest’ansia implacabile di corsa
in mezzo agli altri
che ti spingono ti premono
ti vogliono sempre più veloce
sempre più ladrone di te stesso
Ma tu vorresti invece un atrio vuoto,
un qualunque corridoio
dove fare sosta e tacere,
osservare e ancora tacere
impietrito nel foro del cunicolo,
accucciato, impotente, bloccato di botto
Poca roba, come sempre
la casa di notte
una bolla d’arancione nello scuro
a tenerti ancorato
al tuo pavimento mezzo sporco
al tran tran del mal di fegato nascosto
e negato lì nel cuore dell’andito
con tutte le conseguenti assenze, lentezze, voglie
di volo fino al sole
la sicurezza della morte
nel guscio di lenzuola scomposte
come pozze di fango
e la lingua della gatta
a caccia di una cimice
sulle persiane vuote
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Alberto Bertoni, nato a Modena nel 1955, è – dal 1 ° novembre 2002 – professore associato di Letteratura italiana contemporanea (Laurea triennale) e di Prosa e generi narrativi del Novecento (Laurea Magistrale) presso il Dipartimento di Filologia classica e di Italianistica dell’Università di Bologna.

Comincerei domani

Una bella giornata di sole
distratta dalla luce elettrica,
nella voglia di uscire
per accodarsi
alla porta del gelataio,
rivedere il mondo
così com’era.
Linci di vista profonda,
cani dagli occhi dolci,
parole al vento, vite brevi
volate via smarrite
vere, false e di plastica,
la lista delle cose da fare.
Scavare pozzi,
dare acqua alla vita,
non fosse per amore
comincerei domani.

Il Vaccinone 97

Meglio evitare il più possibile di uscire di casa, i rischi sono enormi, magari vieni investito da un gazebo randagio portato da vento, vedi la tabella dei necrologi e da un po’ di tempo c’è sempre qualcuno conosciuto. Incontri qualcuno, ma ti da cattive notizie. Insomma gli anni passano, siamo alla 142ma ondata e la variante plutoniana non perdona. Ho fatto il 43mo richiamo col vaccinone Jesus Christ Superstar, che ha solo un effetto indesiderato: improvvisamente viene una voglia malsana di camminare sulle acque, e tutto quello che si tocca diventa cagnina di Faenza. Cari Posteri (meglio chiamarvi Posters, visto che non parlate più italiano, ma uno slang di inglese e cinese) qualcuno ha conservato qualche numero di Corna Vissute? La piccola Greta se la fila ancora qualcuno? Come sta andando la transizione ecologica? Notizie di Agone?