nelle penombre del troppo tardi

scalini ripidi da risalire
quegli occhi,
se pur difficili gioia sarebbe
incontrarvi gioventù
padrona ben disposta
a strappare il cuore al ladro,
vuotarlo fino all’asciutto,
farne aceto rosso
per lucidare gioie presenti
ma nascoste in casa
nelle penombre
del troppo tardi
che le definisce,
contorno di ogni cosa
a venire
dopo le foglie autunnali

*

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ascolti amArgine: Modugno canta Pasolini – Avion Travel interpretano Modugno

Cosa Sono Le Nuvole

Che io possa esser dannato
Se non ti amo
E se così non fosse
Non capirei più niente
Tutto il mio folle amore
Lo soffia il cielo
Lo soffia il cielo
Così

Ahh ma l’erba soavemente delicata
Di un profumo che da gli spasimi
Ahh tu non fossi mai nata
Tutto il mio folle amore
Lo soffia il cielo
Lo soffia il cielo
Così

Il derubato che sorride
Ruba qualcosa al ladro
Ma il derubato che piange
Ruba qualcosa a se stesso
Perciò io vi dico
Finché sorriderò
Tu non sarai perduta

Ma queste son parole
E non ho mai sentito
Che un cuore, un cuore affranto
Si cura
L’unico e tutto il mio folle amore
Lo soffia il cielo
Lo soffia il cielo
Così

letture amArgine: Pasquale Panella POEMA BIANCO frammenti

« Pasquale Panella è uno degli dei principali nel mio pantheon. » (Flavio Almerighi, da sempre)

« Mi dicono che sono orfico, ermetico, dadaista, ma storicamente non posso esserlo, se lo volessi dovrei andare a cena con Tzara. Mi chiamano così perché non hanno una parola di nuovo conio. »

(Pasquale Panella, settembre 1994)


*
La verità per te:
“Come mi sento?”
Dovrei rispondere
Ma aspetto
Anzi non voglio sapere
come mi sento
Anzi, sentirmi
è per dispetto
fatto a me, passando per te,
o, passando per me, fatto a te
E, tra l’uno e l’altro
attraversamento,
l’impatto è con me stessa
È in me che sbatto

Quindi non mi sento,
non mi vorrei sentire
*

Devo dirlo a chi legge
E non sto parlando di te
Tu sei ‘a chi scrivo’
Scrivo? Che complicazione
Che rischio di poemetto
Ma sai cosa si scrive veramente?
L’interpunzione, ecco:
questi due punti precedenti,
le virgole,
l’interrogativo poco fa
Il punto fermo, no
Quello, alla fine
Sai, sono segni
Ecco, appunto, devo confessare,
devo togliermi il peso
di un apostrofo (anzi due)
che lasciai nell’edizione precedente
Sì, hai ragione (tu, chi?):
è imperdonabile parlare
di parola scritta, qui
Perché virai la voce dal maschile
al femminile (come adesso)
e rimase un apostrofo
dopo l’indeterminativo
(l’indeterminativo!) davanti
alla parola che non sei:
tu non sei un altro
E lo lasciai, l’apostrofo
(anzi due)
Capisci? Ricordai la scuola
elementare: l’elisione ossia
che cade la vocale femminile
e resta la lacrima
per la vocale persa
(la spiegavano così,
con cognizione latina:
che fosse una ferita, l’elisione)
Capisci a cosa arriva
la sperimentazione?
*

Fa’ finta ossia fammi il poeta
(fallo tu)
Diventa marinista
(sennò che poeta sei):
“Orrore non è il timore che le cose
si possano animare come mostri,
orrore è il timore
che una tua cosa senza te
(rossetto, fermacapelli,
occhiali da sole),
muovendo da essa stessa,
partendo da un capello o da un’impronta,
non possa dimostrarti,
– come si dimostra un teorema –
tutta intera e animata,
anche, se vuoi, mostruosa,
mostruosamente amata”
Ecco fatto, fatta,
la rima sciagurata
*

Piangendo (con le lacrime da sole)
ti dissi che avevo temuto tutto il peggio
Io ero la tua vita nella mia vita
che era la tua vita
Ero quella parola che ti volevo dire
Ero il mio amore
E tu eri l’amore mio
Insomma tu eri io
(la confusione del soggetto)
nella tua segreteria

***
(frammenti tratti da Poema Bianco di Pasquale Panella – SPedizioni)

PASQUALE PANELLA è nato a Roma nel 1950, iniziò nel teatro per poi legarsi professionalmente a Enzo Carella per le canzoni dei cui primi album scrisse i testi, come Fosse vero, Malamore, Sfinge e soprattutto Barbara, che giunse seconda al Festival di Sanremo 1979.

Nel 1983, con lo pseudonimo di Vanera, iniziò il sodalizio artistico con Lucio Battisti con cui produsse l’album di Adriano Pappalardo Oh! Era ora; tre anni dopo, nel 1986, scrisse i testi del primo degli ultimi cinque album dell’artista reatino, Don Giovanni, visto come lavoro di rottura di Battisti con il suo passato mogoliano degli anni settanta che lo aveva consacrato come uno dei massimi artisti italiani; i successivi due album, L’apparenza (1988) e La sposa occidentale (1990), furono visti come la prosecuzione naturale dell’opera del duo Battisti-Panella, iniziata con Don Giovanni, di voler dare un taglio netto con gli stilemi del passato e ridefinire un nuovo linguaggio della musica italiana. Parimenti destrutturante del pregresso musicale nazionale fu giudicato Cosa succederà alla ragazza (1992), con costruzioni lessicali mai tentate in precedenza in quanto ritenute inadatte alla metrica e al respiro di una canzone; l’ultimo lavoro insieme prima della morte di Battisti, Hegel (1994), causò un dibattito a latere tra gli intellettuali circa il significato della figura del filosofo tedesco nella società attuale e circa la sua pertinenza nel richiamo in un album di canzoni commerciali; Lucio Colletti sottolineò l’oscurità del richiamo a Hegel, poco noto ai giovani, Stefano Zecchi inferì che il nome Hegel fosse stato utilizzato per richiamare concetti esotici a chi lo conosceva poco, mentre Tullio Gregory ipotizzò al contrario che Panella e Battisti avessero voluto filtrare la loro narrazione attraverso una figura nota. Più drastico Antimo Negri che lesse altresì l’operazione discografica come un ennesimo «maltrattamento della cultura».

Battisti a parte, è autore dei testi di numerosi altri artisti: Amedeo Minghi, tra i quali il celeberrimo Vattene amore («trottolino amoroso, dududù dadada») in coppia con Mietta; la stessa Mietta per Canzoni, Dubbi No, Fare l’amore, e Baciami adesso, le ultime due presentate a Sanremo rispettivamente nel 2000 e 2008; ancora, Mango, Zucchero, Anna Oxa (Processo a me stessa, Sanremo 2006), Mina (Amornero in Ti conosco mascherina, 1990), Marcella Bella, Angelo Branduardi (Fou de Love, 1994), Marco Armani, Sergio Cammariere, Grazia Di Michele (Tutto passa in Naturale, 2001), Mino Reitano (La mia canzone), Valeria Rossi e, di nuovo, Enzo Carella (Se non cantassi sarei Nessuno, 1995, Odissea e Ah! Oh! Ye! Na na!, 2007).

Performer oltre che autore, da anni propone spettacoli-recital in cui legge (e interpreta) scritti di Raymond Carver, Chet Baker, Louis-Ferdinand Céline. Per “minimum fax” ha pubblicato il romanzo La corazzata (1997) e la raccolta di microracconti Oggetto d’amore (1998). “Coniglio editore” ha inoltre pubblicato 88 “lanci poetici” per la trasmissione televisiva Tg2-Mistrà (2005) realizzata da Michele Bovi. Nel 1999 e nel 2011 ha collaborato con il regista teatrale Claudio Jankowski scrivendo i testi “Tragico amoroso” e la ouverture “Don Giovanni, uno e tanti”.

Tra i lavori più importanti di Pasquale Panella spicca nell’anno 2001 la versione italiana del libretto dello spettacolo di Riccardo Cocciante Notre Dame de Paris, (una “riscrittura” vera e propria più che una traduzione dall’originale francese). A tal proposito dichiara: “Per me il romanzesco è reale e le musiche di Cocciante che ho ascoltato sono partiture di un musicista scatenato nei sensi, nei gesti e nell’ispirazione che travalica i territori delle canzoni e diventa romanzesco”. Una nuova collaborazione con Riccardo Cocciante è nel 2007 con Giulietta e Romeo, opera popolare musicata da Cocciante con i testi tesi tra momenti profondamente metafisici, assonanze e martellanti ripetizioni.

Panella vive dividendosi tra Roma e il beneventano, conducendo esistenza riservata.

Achensee

Tutti sanno dov’erano
il giorno in cui caddero le torri
non se il convitato di pietra fosse là,
salvo chi è nato dopo.

Ho un figlio immobile, chi lo reggerà
quando il cuore non mi potrà sostenere?
Ricordo, sono stato qui c’era rumore
alcuni giocavano passandosi la palla.

Trascorso un certo tempo
dimenticano amore, orrore
riflettendo l’empiria del lago
tra le lenzuola del suo letto.

Quel giorno, figlio
saremo ancora qui
non pensarci, bevi

*

letture amArgine: Memoria, inediti di Luigina Bigon, Adeodato Piazza Nicolai, Giovanni Sato, Lucia Gaddo Zanovello

Questo post è bellissimo, gli autori hanno spontaneamente messo a disposizione i loro testi per indicare che Memoria non è formalità e retorica, ma è diritto e dovere. Ringrazio quindi Adeodato Piazza Nicolai, Lucia Gaddo Zanovello, Giovanni Sato e Luigina Bigon. Non era mai accaduto che poeti mettessero a disposizione del blog, così generosamente, alcuni loro lavori. Li corredo con la foto di un sasso trovato per caso a Dachau nell’estate 2016, non so se lavorato intenzionalmente o dovuto a rimbalzi e intemperie, ma a mio avviso però mostra il bene e il male che è in ogni persona. Grazie

I FIORI DI AUSCHWITZ di Adeodato Piazza Nicolai

Affaticati spuntano ancora
i fiori di Auschwitz,
troppe ceneri
sulle quelle lande polacche
ingrassate dalle morti
di tanti sotterrati.
Sorelle, fratelli venite
di nuovo
in questo mondo impazzito
da tenebre, pogrom
gulag e guerre, femminicidi
emigrazioni infinite/sfinite
Questa
non è poesia ma l’urlo
di chi
più non crede nell’uomo.

© 2018 Adeodato Piazza Nicolai

*
THE FLOWERS OF AUSCHWITZ

Exhausted, again blossom
the flowers of Auschwitz
too many ashes
in these Polack fields
made fertile by death.
of so many buried bodies.
Come again
you sisters & brothers
in this crazy world
of darkness, of pogroms,
of gulags & wars, of femminicides
of tired, endless migrations.
This isn’t a poem but the howl
of one
who cannot
any longer believe in man.

© 2018, English translation of the poem I FIORI DI AUSCHWITZ
by the author. All Rights Reserved.

*
CAMPI DELLA MEMORIA di Adeodato Piazza Nicolai

1.
Li chiamavano campi di accoglienza.
Possibile cancellare dalla mente, dal corpo
manganellate soprusi scosse elettriche
sete fame, ovunque pulci scarafaggi: il male
assoluto, la soluzione finale? Morire, ecco
l’unica fine per diseredati, ammalati
alienati da leggi nazi-fasciste! Scappare era,
sempre, l’unica risposta. Braccati assediati
da can-lupi e soldati. Zingari, Ebrei, omosessuali;
i non-ariani trattati peggio di tutte le bestie:
gli inutili alimentano forni, gli altri a massacranti
lavori. Bambini, specialmente gemelli, nelle grinfie
del pazzo dottor Mengele… Maledette le S.S.
senza onore, senza coscienza. Vigliacchi crudeli.
La Storia per cosa conta? Chi la racconta?
Urlano ancor i negazionisti, i neofascisti. Casa Pound
perché esiste chi e che cosa nasconde?

2.
Heil Hitler.In Germania, chi ascoltava i Rabbini?
Evviva Mussolini. Chi ha ucciso Nello e Carlo Rosselli,
imprigionato Antonio Gramsci, martoriato esiliato
e poi ucciso migliaia di dissidenti? Quanti milioni
gassati e poi sepolti nei lager di concentramento?
Evviva voi muti-ciech-sordi: voi menefreghisti che ancora
negata la Shoàh– Buchenwald, Mathausen Auschwitz.
Alla riscossa voi lestofanti, leccaculisti, arrivisti fascisti
e popolo bue. Volevate colonie: Abissinia Somalia Eritrea
tutte italiane Meglio essere ultimi che derisi dalle grandi
pre-potenze d’Europa. O deficienti, illusi. Soldati con carri
armati di latta, mitragliatrici inceppate, vecchi fucili

voi ubbidienti, imbambolati poi immolati per nulla.
Sconfitti, tornerete a casa con un pugno di mosche. Cosa
insegna e racconta la solita Storia? Credo un bel niente …

© Adeodato Piazza Nicolai

*

DALLA CORNICE di Lucia Gaddo Zanovello

Avrei voluto
che questo sole ci scaldasse il cuore insieme
invece picchia, secco sasso, nel ricordo
e l’incantato albore dei giorni trascorre lontano
dalle nostre pallide mense
abitate dalla tua ombra chiusa in una foto,
oracolo velato di baci mai posati.

Ci furono compagni arbitrio oscuro e il male
e il destino nostro reciso rovina
nella miseria amara dell’arroganza
nell’empia indifferenza di chi vede
i nostri passi stenti di passero nero
affondare offesi nel fango
gravi di ingiurie.

Non ai confini ora, ma tra i fratelli
perdurano protervi giorni
e consumano gelidi la fiamma che è data
fra la candida neve della vana speranza.

Ma tu abbi luce anche per noi, amore,
e guardaci da questa nuvola bianca
che sfila alta nel cielo
guardami, nel luogo che volesti per noi,
libero e puro
e inventami, che tra i vivi vive
l’anima mia
che ti appartiene.

©Lucia Gaddo Zanovello

Dalla cornice è la poesia scritta per il nonno Attilio, morto di stenti e di consunzione a soli 49 anni, nel novembre del ’44, in Campo di prigionia ad Hammerstein e stampata nel libretto ricordo a lui dedicato Buona parte del giorno.
*

Lasciami urlare! di Giovanni Sato

Ho toccato il ferro che ti ha portato:
ora non va per vie ferrate
e nel buio chiuso dal filo
non ci sono pianti
che cercano di uscire.

Lasciami urlare!

Non può
essere che domani
tutto svanisca nell’aria
e l’indifferente riso
torni così come niente
fosse mai stato.

E chi passa fotografa per gioco,
chi cammina distratto non si accorge.

Chi Sa fa vinta di nulla,
e di voi
che avete tremato nudi nel freddo,
voi che siete passati per la porta del non ritorno,
di voi rimane un profondo solco

che ci separa dal vostro paradiso.

©Giovanni Sato

*

GLI ORTI DELL’OLOCAUSTO di Luigina Bigon
Auschwitz

Angeli e demoni ad Auschwitz.
Dalle oscene ciminiere sale il rosso
delle ceneri, si consuma nell’aria
va ovunque sui campi sulle strade,
sulle case di campagna a profanare
gli orti dell’olocausto. Un silenzio
gravido come un mantello nero
chiude ogni bocca, spegne ogni mente
mentre giovani vecchi madri e bambini
muoiono nei forni crematoi.
Qui nei campi di sterminio
ci tengono alla pulizia:
niente cappelli lunghi per i pidocchi,
niente vesti: ci devono lavare
disinfettare… Nella misera nudità
nascondiamo con le mani
il pudore dissacrato,
ma crediamo ancora. Il respiro
ci addormenta lentamente, persi
per sempre in un lager senza fine.

©Luigina Bigon
28 GENNAIO 2018

*

ERO SOLO UN BAMBINO di Luigina Bigon

Ero solo un bambino
non dovevo morire,

non volevo morire.

Guardavo altri bambini
scheletriti, io risucchiato
non avevo più parole,
solo sguardi denutriti.

Dov’era mia madre,
dov’era!? Straziata,
sparita dentro una strada
nera. Mio padre …

mio padre insultato,
preso a calci, fucilato.

Non avevo più lacrime,
non avevo più cuore,

ero inzuppato d’orrore,
la mani fredde il viso
unto d’innocenza,
abbandonato nel covo
della morte.

Ero solo
un bambino che voleva
cambiare il mondo …

Sono diventato incenso
per gridare al mondo

non lasciarti perire.

Ero solo un bambino
non volevo morire,

non dovevo morire …

©Luigina Bigon

I WAS ONLY A CHILD

I was only a child
I should not have died.

did not want to die.

Looking at other children
skeletons, I wasted away
without any words,
my stares wasting way.

Where was my mother,
where was she? Destroyed,
vanished in some black
street. My father …

my father insulted,
kicked around, then killed.

I had no more tears,
I had no more heart,

I was soaked in fear,
cold hands, my face
dirty with innocence,
thrown into the teeth
of death.

I was only
a child who wanted
to change the world …

I only turned into incense
howling to the world …

do not let me perish.

I was only a child
not wanting to die,

I did not have to die …

© Luigina Bigon, English translation
by Adeodato Piazza Nicolai
*

*

*

27 Gennaio 1945

NON ESSERE UN COLPEVOLE.
NON ESSERE UNA VITTIMA.
NON ESSERE UNO SPETTATORE,
ma nemmeno far finta di non vedere

Ventisette Gennaio 1945,

una sopra l’altra, anime ossute protese verso un dio qualsiasi, siamo
più innocenti del latte nell’effimera planimetria del cielo. Fotografie da
un’interminata tregua. Liquidata la buna, i camini non fumano più.
La sirena suonava alle cinque, finito il lavoro c’incontravamo ai cancelli.
Dalla mia cuccia vedo strati di cenere grassa addosso ai volti di
un tempo, e sugli amori consumati dietro un portone. Vedo la notte
scendere su ogni possibile presente. Il campo evacua come i miei visceri.
O le silfidi in menopausa alla divisione della gioia. Fosse ancora
ieri mi mangerei le labbra, i denti, per sedare un po’ di male. Mangerei
le strisce del mio carcere che indosso insieme al sangue secco, ma non
la fame. Rimane poco di me oltre la febbre, orgoglioso souvenir di chi
ero. Visto dalla tua parte del foglio, sono poco più di carta sporca, ma
senza odore né prurito. Sid Vicious rifarà My way, i cinesi rifaranno Sid
Vicious. Non ho più dolore adesso. Sono l’altare gonfio di luce a cui
non chiedere memoria.

(da “durante il dopocristo” Tempo al libro Faenza, 2007)

*

Non prendete prigionieri

Non prendete prigionieri
il mondo è già completo,
pieno di stazioni vuote
e gente chiusa dentro
sempre pronta a preferire
chi è lontano.

Binari fioriti di noncuranza,
cosa sono Piacenza, Ancona,
estremità cui legare
l’elastico della fionda
puntato contro quei gattini
venuti al mondo in fretta ciechi

I prigionieri vengono vagliati
consegnati all’oblio
Divisione del Lavoro
Divisione della Gioia.
Capolinea si riparte.

°

cittadino del nulla

Nemmeno una compagnia di vermi
per l’ultima rappresentazione
cittadino del nulla
apolide della libertà
privato del proprio essere umano
forte e fiero.

Sua madre sognava di lui
un avvenire discreto con pochi bassi
ma poi venne imbarcato.
Inosservato attraversò tanto mare
e foreste e Pomerania e Polonia.
Auschwitz era scritto a prora.

In breve non lo riconobbero più
non seppe ritrovarsi
proseguì passeggiando
su camminamenti tra nuvole grasse
dove nemmeno un dio
riconoscerebbe il Figlio.

Dove andò? Non è chiaro
i monumenti al cittadino del nulla
sul basamento non riportano nomi
sì, tutti finiti

*