9 agosto 1945 – 9 agosto 2019: Nagasaki, musica di Ultravox!, poesia di Gregory Corso

La mattina del 9 agosto 1945 l’equipaggio del Boeing B-29 Superfortress, il bombardiere designato per la missione, si alzò in volo con a bordo la bomba atomica soprannominata “Fat Man”, alla volta di Kokura, l’obiettivo iniziale della missione. Tuttavia le nubi non permisero di individuare esattamente l’obiettivo e dopo tre passaggi sopra la città, ormai a corto del carburante necessario per il viaggio di ritorno, l’aereo venne dirottato sull’obiettivo secondario, Nagasaki.
Poco dopo, alle 11:00, l’osservatore del bombardiere, creduto aereo di ricognizione, sganciò degli strumenti attaccati a tre paracadute: questi strumenti contenevano dei messaggi diretti al professore Ryokichi Sagane, fisico nucleare dell’Università Imperiale di Tokyo che aveva studiato all’Università di Berkeley assieme a tre degli scienziati responsabili della bomba atomica, perché informasse la popolazione dell’immane pericolo che stavano per correre. I messaggi vennero ritrovati dalle autorità militari, ma non furono consegnati al destinatario.

Effetti della bomba atomica su Nagasaki.
Alle 11:02, alcuni minuti dopo aver incominciato a sorvolare Nagasaki, il capitano avvistò visivamente, così come era stato ordinato, il nuovo obiettivo, che era ancora una volta nascosto dalle nubi. Dato che non era pensabile tornare indietro e rischiare un ammaraggio dovuto alla mancanza di carburante con un’arma atomica a bordo, il comandante decise, in contrasto con gli ordini, di accendere il radar in modo da individuare l’obiettivo anche attraverso le nubi: così “Fat Man”, che conteneva circa 6,4 kg di plutonio-239, venne sganciata sulla zona industriale della città. La bomba esplose a circa 470 m d’altezza vicino a fabbriche d’armi; a quasi 4 km a nord-ovest da dove previsto: questo “sbaglio” salvò gran parte della città, protetta dalle colline circostanti, dato che la bomba cadde nella valle di Urakami.
Tuttavia il computo delle vittime rimase drammaticamente elevato. Le stime sul numero dei morti all’istante variano da 22.000 a 75.000 persone. Secondo la maggior parte delle valutazioni, almeno 35000-40 000 dei 240 000 residenti a Nagasaki vennero uccisi all’istante e oltre 55 000 rimasero feriti. Il numero totale degli abitanti uccisi viene comunque valutato intorno alle 80 000 persone, incluse quelle esposte alle radiazioni nei mesi seguenti. Nei mesi successivi alle esplosioni, il numero complessivo di vittime nelle città di Hiroshima e Nagasaki superò le 200 000 persone.

BOMBA

INCALZATRICE DELLA STORIA FRENO DEL TEMPO TU BOMBA
GIOCATTOLO DELL’UNIVERSO MASSIMA RAPINATRICE DI CIELI NON POSSO ODIARTI
FORSE CHE L’ODIO IL FULMINE SCALTRO LA MASCELLA DI UN ASINO
LA MAZZA NODOSA DI UN MILIONE DI A.C. LA CLAVA IL FLAGELLO L’ASCIA
CATAPULTA DA VINCI TOMAHAWK COCHISE ACCIARINO KIDD PUGNALE RATHBONE
AH E LA TRISTE DISPERATA PISTOLA VERLAINE PUSKIN DILLINGER BOGART
E NON HA S. MICHELE UNA SPADA INFUOCATA S. GIORGIO UNA LANCIA DAVIDE UNA FIONDA
BOMBA SEI CRUDELE COME L’UOMO TI FA E NON SEI PIÙ CRUDELE DEL CANCRO
OGNI UOMO TI ODIA PREFERIREBBE MORIRE IN UN INCIDENTE D’AUTO PER UN FULMINE ANNEGATO
CADENDO DAL TETTO SULLA SEDIA ELETTRICA DI INFARTO DI VECCHIAIA DI VECCHIAIA O BOMBA
PREFERIREBBE MORIRE DI QUALSIASI COSA PIUTTOSTO CHE PER TE IL DITO DELLA MORTE È INDIPENDENTE
NON STA ALL’UOMO CHE TU BUM O NO LA MORTE HA DISTRUTTO DA UN PEZZO
IL SUO AZZURRO INFLESSIBILE IO TI CANTO BOMBA PRODIGALITÀ DELLA MORTE GIUBILEO DELLA MORTE
GEMMA DELL’AZZURRO SUPREMO DELLA MORTE CHI VOLA SI SCHIANTERÀ AL SUOLO LA SUA MORTE SARÀ DIVERSA
DA QUELLA DELLO SCALATORE CHE CADRÀ MORIRE PER UN COBRA NON È MORIRE PER DEL MAIALE GUASTO
SI PUÒ MORIRE IN UNA PALUDE IN MARE E NELLA NOTTE PER L’UOMO NERO
OH CI SONO MORTI COME LE STREGHE D’ARCO AGGHIACCIANTI MORTI ALLA BORIS KARLOFF
MORTI INSENSIBILI COME UN ABORTO MORTI SENZA TRISTEZZA COME VECCHIO DOLORE BOWERY
MORTI NELL’ABBANDONO COME LA PENA CAPITALE MORTI SOLENNI COME I SENATORI
E MORTI IMPENSABILI COME HARPO MARX LE RAGAZZE SULLA COPERTINA DI VOGUE LA MIA
PROPRIO NON SO QUANTO SIA TERRIBILE LA MORTEPERBOMBA POSSO SOLO IMMAGINARLO
EPPURE NESSUNA MORTE DI CUI IO SAPPIA HA UN’ANTEPRIMA COSÌ BUFFA PANORAMO
UNA CITTÀ LA CITTÀ NEW YORK CHE STRARIPA A OCCHI DESOLATI RIFUGIO NEL SUBWAY
CENTINAIA E CENTINAIA UN PRECIPITARE DI UMANITÀ TACCHI ALTI PIEGATI
CAPELLI SPINTI INDIETRO GIOVANI CHE DIMENTICANO I PETTINI
SIGNORE CHE NON SANNO COSA FARE DELLE BORSE DELLA SPESA
IMPASSIBILI DISTRIBUTORI AUTOMATICI DI GOMMA MA 3° ROTAIA PERICOLOSA LO STESSO
RITZ BROTHERS DEL BRONX SORPRESI SUL TRENO A
LA SORRIDENTE RÉCLAME DEL SCHENLEY SORRIDERÀ SEMPRE
MORTE FOLLETTO BOMBA SATIRO BOMBAMORTE
TARTARUGHE CHE ESPLODONO SOPRA ISTANBUL
LA ZAMPA DEL GIAGUARO CHE BALZA
PER AFFONDARE PRESTO NELLA NEVE ARTICA
PINGUINI PIOMBATI CONTRO LA SFINGE
LA CIMA DELL’EMPIRE STATE
SFRECCIATA IN UN CAMPO DI BROCCOLI IN SICILIA
EIFFEL A FORMA DI C NEI MAGNOLIA GARDENS
S. SOFIA ATLETICA BOMBA SPORTIVA
I TEMPLI DELL’ANTICHITÀ
FINITE LE LORO GRANDIOSE ROVINE
ELETTRONI PROTONI NEUTRONI
CHE RACCOLGONO CAPELLI ESPERIDI
CHE PERCORRONO IL DOLENTE GOLF DELL’ARCADIA
CHE RAGGIUNGONO TIMONIERI DI MARMO
CHE ENTRANO NELL’ANFITEATRO FINALE
CON UN SENSO DI IMNODIA DI TUTTE LE ILIO
ANNUNCIANDO TORCE DI CIPRESSI
CORRENDO CON PENNACCHI E STENDARDI
E TUTTAVIA CONOSCENDO OMERO CON PASSO AGGRAZIATO
ECCO LA SQUADRA DEL PRESENTE IN VISITA
LA SQUADRA DEL PASSATO IN CASA
LIRA E TUBA INSIEME CONGIUNTE
ODI E WURSTEL SODA OLIVA UVA
GALASSIA DI GALA USCIERE TOGATO
E IN ALTA UNIFORME O FELICI POSTI A SEDERE
APPLAUSI E GRIDA E FISCHI ETEREI
LA PRESENZA BILIONE DEL PIÙ GRANDE PUBBLICO
IL PANDEMONIO DI ZEUS
HERMES CHE CORRE CON OWENS
LA PALLA LANCIATA DA BUDDHA
CRISTO CHE PICCHIA LA PALLA
LUTERO CHE CORRE ALLA TERZA BASE
MORTE PLANETARIA OSANNA BOMBA
FA SBOCCIARE LA ROSA FINALE O BOMBA DI PRIMAVERA
VIENI CON LA TUA VESTE DI VERDE DINAMITE
LIBERA DALLA MACCHINA L’OCCHIO INVIOLATO DELLA NATURA
DAVANTI A TE. LI PASSATO RAGGRINZITO
DIETRO DL TE IL FUTURO CHE CI SALUTA O BOMBA
RIMBALZA NELL’ERBOSA ARIA DA TROMBA
COME LA VOLPE NELL’ULTIMA TANA
TUO CAMPO L’UNIVERSO TUA SIEPE LA TERRA
SALTA BOMBA RIMBALZA BOMBA SCHERZA A ZIG ZAG
LE STELLE UNO SCIAME D’API NELLA TUA BORSA TINTINNANTE
ANGELI ATTACCATI AI TUOI PIEDI GIUBILEO
RUOTE DI PIOGGIALUCE SUL TUO SCANNO
SEI ATTESA E GUARDA SEI ATTESA
E I CIELI SONO CON TE
OSANNA INCALESCENTE GLORIOSA LIAISON
BOMBA O STRAGE ANTIFONIA FUSIONE SPACCO BUM
BOMBA FA L’INFINITO UNA IMPROVVISA FORNACE
DISTENDI IL. TUO SPAZZARE CHE ABBRACCI MOLTITUDINI
AVVIATI ORRIBILE AGENDA
STELLE DEL CARRO PIANETI CARNAIO ELEMENTI DI CARCASSA
FA’ CADERE L’UNIVERSO SALTA CIUCCIANTE COI DITO IN BOCCA
SUI SUO DA TANTO DA TANTO MORTO NEANCHE
DAL TUO MINUSCOLO PELOSO OCCHIO SPASTICO
ESPELLI DILUVI DL CELESTIALI VAMPIRI
DAL TUO GREMBO INVOCANTE
VOMITA TURBINI DI GRANDI VERMI
SQUARCIA IL TUO VENTRE O BOMBA
DAL TUO VENTRE FA’ SCIAMARE SALUTI DI AVVOLTOLO
INCALZA COL TUOI MONCHERINI STELLATI DL IENA
LUNGO IL MARGINE DEL PARADISO
BOMBA O FINALE PIED PIPER
SOLE E LUCCIOLA VALZEGGIANO DIETRO LA TUA SORPRESA
DIO ABBANDONATO ZIMBELLO
SONO LA SUA RADA FALSO-NARRATA APOCALISSE
LUI NON PUÒ SENTIRE LE UN-BEL-GIORNO
PROFANAZIONI DEL TUO FLAUTO
LUI È ROVESCIATO SORDO NELL’ORECCHIO PUSTOLOSO DEL SILENZIATORE
IL SUO REGNO UN’ETERNITÀ DI CERA VERGINE
TROMBE TAPPATE NON LO ANNUNCIANO
ANGELI SIGILLATI NON LO CANTANO
UN DIO SENZA TUONI UN DIO MORTO
BOMBA IL TUO BUM LA SUA TOMBA,
CHE IO MI CHINI SU UN TAVOLO DI SCIENZA
ASTROLOGO CHE GUAZZA IN PROSA DI DRAGHI
QUASI ESPERTO DL GUERRE BOMBE SOPRATTUTTO BOMBE
CHE IO SIA INCAPACE DI ODIARE CIÒ CHE È NECESSARIO AMARE
CHE IO NON POSSA ESISTERE IN UN MONDO CHE CONSENTE
UN BIMBO ABBANDONATO IN UN PARCO UN UOMO MORTO SULLA SEDIA ELETTRICA
CHE IO SIA CAPACE DI RIDERE DI TUTTE LE COSE
DL TUTTE QUELLE CHE SO E QUELLE CHE NON SO PER NASCONDERE IL MIO DOLORE
CHE DICA DI ESSERE UN POETA E PERCIÒ AMO OGNI UOMO
SAPENDO CHE LE MIE PAROLE SONO LA RICONOSCIUTA PROFEZIA DI OGNI UOMO
E LE MIE NON PAROLE UN NON MINORE RICONOSCIMENTO,
CHE IO SIA MULTIFORME
UOMO CHE INSEGUE LE GRANDI BUGIE DELL’ORO
POETA CHE VAGA TRA CENERI LUMINOSE
COME MI IMMAGINO
UN SONNO CON DENTI DI SQUALO UN MANGIA-UOMINI DI SOGNI
ALLORA NON HO BISOGNO DI ESSER DAVVERO ESPERTO DI BOMBE
PER FORTUNA PERCHÉ SE LE BOMBE ML SEMBRASSERO LARVE
NON DUBITEREI CHE DIVENTEREBBERO FARFALLE
C’È UN INFERNO PER LE BOMBE
SONO LAGGIÙ LE VEDO LAGGIÙ
STAN LI E CANTANO CANTI
SOPRATTUTTO CANTI TEDESCHI
E DUE LUNGHISSIMI CANTI AMERICANI
E VORREBBERO CHE CI FOSSERO ALTRI CANTI
SPECIALMENTE CANTI RUSSI E CINESI
E QUALCHE ALTRO LUNGHISSIMO CANTO AMERICANO
POVERA PICCOLA BOMBA CHE NON SARAI MAL
UN CANTO ESCHIMESE IO TI AMO
VOGLIO METTERE UNA CARAMELLA
NELLA TUA BOCCA FORCUTA
UNA PARRUCCA DI GOLDILOCKS SULLA TUA ZUCCA PELATA
E FARTI SALTELLARE CON ME COME HANSEL E GRETEL
SULLO SCHERMO DI HOLLYWOOD
O BOMBA IN CUI TUTTE LE COSE BELLE
MORALI E FISICHE RIENTRANO ANSIOSE
FIOCCO DI FATA COLTO DAL
PIÙ GRANDE ALBERO DELL’UNIVERSO
LEMBO DI PARADISO CHE DÀ
UN SOLE ALLA MONTAGNA E AL FORMICAIO
STO IN PIEDI DAVANTI ALLA TUA FANTASTICA PORTA GIGLIALE
TI PORTO ROSE MIDGARDIAN MUSCHIO D’ARCADIA
RINOMATI COSMETICI DELLE RAGAZZE DEL PARADISO
DAMMI IL BENVENUTO NON TEMERE, LA TUA PORTA APERTA
NÉ IL GRIGIO RICORDO DEL TUO FREDDO FANTASMA
NÈ I RUFFIANI DEL TUO TEMPO INCERTO
IL LORO CRUDELE SCIOGLIERSI TERRENO
OPPENHEIMER È SEDUTO
NELLA BUIA TASCA DI LUCE
FERMI È DISSECCATO NEI MOZAMBICO DELLA MORTE
EINSTEIN LA SUA BOCCAMITO
UNA GHIRLANDA DI PATELLE SULLA TESTA DI CALAMARI LUNARI
FAMMI ENTRARE BOMBA SORGI DA QUELL’ANGOLO DA TOPO GRAVIDO
NON TEMERE LE NAZIONI DEL MONDO CON LE SCOPE ALZATE
O BOMBA TI AMO
VOGLIO BACIARE IL TUO CLANK MANGIARE IL TUO BUM
SEI UN PEANA UN ACMÉ DL URLI
UN CAPPELLO LIRICO DEL SIGNOR TUONO
FAI RISUONARE LE TUE GINOCCHIA DI METALLO
BUM BUM BUM BUM BUM
BUM TU CIELI E BUM TU SOLI
BUM BUM TU LUNE TU STELLE BUM
NOTTI TU BUM TU GIORNI TU BUM
BUM BUM TU VENU TU NUBI TU NEMBI
FATE BANG VOI LAGHI VOI OCEANI BING
BARRACUDA BUM E COGUARI BUM
UBANGHI BANG ORANGUTANG
BING BANG BONG BUM APE ORSO SCIMMION
TU BANG TU BONG TU BING
LA ZANNA LA PINNA LA SPANNA
SI SI IN MEZZO A NOI CADRÀ UNA BOMBA
FIORI BALZERANNO DI GIOIA CON LE RADICI DOLORANTI
CAMPI SI INGINOCCHIERANNO ORGOGLIOSI SOTTO GLI HALLELUIA DEL VENTO
BOMBE-GAROFANO SBOCCERANNO BOMBE-ALCE RIZZERANNO LE ORECCHIE
AH MOLTE BOMBE QUEL GIORNO INTIMIDIRANNO GLI UCCELLI IN ASPETTO GENTILE
EPPURE NON BASTA DIRE CHE UNA BOMBA CADRÀ
SIA PURE SOSTENERE CHE IL FUOCO CELESTE USCIRÀ
SAPPIATE CHE LA TERRA MADONNERÀ IN GREMBO LA BOMBA
CHE NEL CUORE DEGLI UOMINI A VENIRE ALTRE BOMBE. NASCERANNO
BOMBE DA MAGISTRATURA AVVOLTE IN ERMELLINO TUTTO BELLO
E SI PIANTERANNO SEDUTE SUI RINGHIOSI IMPERI DELLA TERRA
FEROCI CON BAFFI D’ORO.

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Ascolta & Leggi: David Bowie & Platone.

Atene 370 A.C.

Quando la città retta a democrazia si ubriaca di libertà confondendola con la licenza, con l’aiuto di cattivi coppieri costretti a comprarsi l’immunità con dosi sempre massicce d’indulgenza verso ogni sorta di illegalità e di soperchieria; quando questa città si copre di fango accettando di farsi serva di uomini di fango per potere continuare a vivere e ad ingrassare nel fango; quando il padre si abbassa al livello del figlio e si mette, bamboleggiando, a copiarlo perché ha paura del figlio; quando il figlio si mette alla pari del padre e, lungi da rispettarlo, impara a disprezzarlo per la sua pavidità; quando il cittadino accetta che, di dovunque venga, chiunque gli capiti in casa, possa acquistarvi gli stessi diritti di chi l’ha costruita e ci è nato; quando i capi tollerano tutto questo per guadagnare voti e consensi in nome di una libertà che divora e corrompe ogni regola ed ordine; c’è da meravigliarsi che l’arbitrio si estenda a tutto e che dappertutto nasca l’anarchia e penetri nelle dimore private e perfino nelle stalle?

In un ambiente siffatto, in cui il maestro teme ed adula gli scolari e gli scolari non tengono in alcun conto i maestri; in cui tutto si mescola e si confonde; in cui chi comanda finge, per comandare sempre di più, di mettersi al servizio di chi è comandato e ne lusinga, per sfruttarli, tutti i vizi; in cui i rapporti tra gli uni e gli altri sono regolati soltanto dalle reciproche convenienze nelle reciproche tolleranze; in cui la demagogia dell’uguaglianza rende impraticabile qualsiasi selezione, ed anzi costringe tutti a misurare il passo delle gambe su chi le ha più corte; in cui l’unico rimedio contro il favoritismo consiste nella molteplicità e moltiplicazione dei favori; in cui tutto è concesso a tutti in modo che tutti ne diventino complici; in un ambiente siffatto, quando raggiunge il culmine dell’anarchia e nessuno è più sicuro di nulla e nessuno è più padrone di qualcosa perché tutti lo sono, anche del suo letto e della sua madia a parità di diritti con lui e i rifiuti si ammonticchiano per le strade perché nessuno può comandare a nessuno di sgombrarli; in un ambiente siffatto, dico, pensi tu che il cittadino accorrerebbe a difendere la libertà, quella libertà, dal pericolo dell’autoritarismo?

Ecco, secondo me, come nascono le dittature.
Esse hanno due madri.
Una è l’oligarchia quando degenera, per le sue lotte interne, in satrapia.
L’altra è la democrazia quando, per sete di libertà e per l’inettitudine dei suoi capi,
precipita nella corruzione e nella paralisi.
Allora la gente si separa da coloro cui fa la colpa di averla condotta a tale disastro e si prepara a rinnegarla prima coi sarcasmi, poi con la violenza che della dittatura è
pronuba e levatrice.
Così la democrazia muore: per abuso di se stessa.
E prima che nel sangue, nel ridicolo .

Tratto da: Platone, La Repubblica – Cap. VIII.

Ascolta & Leggi: Il volo americano di Claudio Borghi, musiche di Balmorhea

Sono legato da un sincero vincolo di stima a Claudio Borghi, insigne studioso di fisica e poeta, la cui figura avvicino allo splendido ricordo di Ubaldo de Robertis. Ecco alcuni estratti dal suo libro “americano” uscito poco tempo fa The Still Flight per Chelsea Editions, reperibile qui:

http://www.chelseaeditionsbooks.org/Borghi.htm

La musica è stata scelta dietro indicazione dell’autore. Buon ascolto e buona lettura.

Selezione da The still flight (Il volo fermo)
Chelsea Editions, New York 2018

Traduzione di Vittoria Armanini

Nota dell’autore (traduzione delle Author’s Note)

Molti testi che ho scritto sondano il corpo di una visione. Fisica o metafisica non so dire, né credo abbia senso saperlo o capirlo.
Ho sempre sentito la poesia (in versi o in prosa, lirica o filosofica, impressionistica o narrativa non importa, se la sostanza è poetica) come un movimento musicale o un quadro senza tempo, in cui l’io, o l’anima – non so che nome dare all’essere nel mondo –, cerca la strada di una possibile ripartenza, come il tempo potesse azzerarsi, la storia ricominciare dal principio.
Esistono un divenire cosmico e un divenire individuale, una Storia e tante storie che si scrivono insieme. Nel flusso del tempo, che per ogni storia significa trasformazione verso una fine, la poesia intona il verbo del rinascere, come se il pensiero, e con esso la musica che si disegna nell’inanellarsi dei versi, potesse inventare una strada diversa da quella già scritta, pur nella cangiante meraviglia di cui la mente sonda forme e strutture, nel mondo.
La poesia cerca il centro da cui sgorga la sua e ogni emanazione, a cui l’essere desidera abbandonarsi senza più pulsare – né pensare. In questo abbandono, in questo farsi spontaneo come un dono proveniente da un altrove che non ci è dato conoscere, credo consista l’autenticità della parola poetica che, ricongiungendosi con un cuore elementare, conquista il corpo della visione e ne respira, intero e definitivo, il senso.

*

Il volo fermo

La verità attraversa la mente come una colomba imbianca la notte.
Il tempo flusso calmo dell’anima – sostanza del corpo eterno che ogni vita contiene.
La mente, ferito andare, tesa nell’ideare fino all’intenebrarsi dei sensi, nella terra senza nome.
Nel vento dell’oblio un volo fermo, senza stagione, luce consapevole di rasserenare il paesaggio, coincidenza, nell’io, di atomo e mondo.

The still flight

Truth crosses the mind like a dove whitens the night.
Time calm flow of the soul – substance of the eternal body containing every life.
Mind, wounded walking, engrossed in thinking until the senses become dark, in the land without name.
In the wind of oblivion a still flight, without season, light aware of reassuring the landscape, coincidence, in the self, between atom and world.

*

Senza lingua di parole una speranza
di forma nei sensi si risveglia,
prende vita e respira lungamente
e al ritmo delle stagioni lentamente
si addormenta. Un volo si accende,
alta la luce sbianca la distanza.
E la corda del tempo vibrando
si tende, nell’apertura cosciente
della mente che nomina ed esplora
il luogo e lo trattiene, nel plurimo
viaggio di innumeri creature
che lo spazio hanno infestato di fusioni
e dissoluzioni e distruzioni, e l’attimo
vissuto frana e si disgrega nel mentre
che in musica distesa si rapprende.

Without a language of words a hope
of shape in the senses awakens,
it comes to life and at length it breathes
and by the rhythm of the seasons slowly
it falls asleep. A flight lights up,
high a light whitens the distance.
And the string of time vibrates
and tightens, in the conscious opening
of the mind that nominates and explores
the place and retains it, in the plural
journey of innumerable creatures
that have infested the space with mergers
and dissolutions and destructions, and the lived
instant landslides and disintegrates while
clotting in quiet music.

*

Anima, che strofa ti credi
di chiusa canzone, lascia sottile
il suono della memoria spargersi
mentre il corpo si consuma, la traccia
involontaria che nel respiro e nel ritmo
sopravvive, non è materia, lo sai,
che possa consistere, eppure speri
che al lume dell’idea tutto il buio
si possa diradare. Nulla si intravede
che sappia tracciare una via
al culmine o all’approdo, tutto
senza mappa si svolge, né al fondo
un luogo è dato su cui planare.
Sarà un moltiplicarsi come
di polvere di fuoco, del tempo
l’ultima favilla persa. Nel punto
in cui un altrove accendersi vuole
ultimo si appanna, si incupisce il mondo.

Soul, you believe to be a verse
of a closed song, you let the sound
of memory thinly spread
while the body fades, the involuntary
trace that survives in the breath and in the rhythm,
it’s not a substance, you know,
that can consist, and yet you hope
that at the light of the idea all the darkness
will dissolve. Nothing is in sight
that knows how to draw a path
to the peak or to the landing, everything
unfolds without a map, and the bottom
isn’t given a place to glide on.
It will be a growing
of a dust of fire, of time
lost the last spark. In the point
where an elsewhere wishes to flare up
last is tarnished, is darkened, the world.

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Claudio Borghi è nato a Mantova nel 1960. Laureato in fisica all’Università di Bologna, insegna matematica e fisica in un liceo mantovano. Ha pubblicato diversi articoli scientifici su riviste specializzate nazionali e internazionali, in particolare sul concetto di tempo e la misura delle durate secondo la teoria della relatività di Einstein. Presso l’editore Mimesis sono usciti, nel 2018, i due saggi Dagli orologi al tempo e Il tempo generato dagli orologi. Ha pubblicato le raccolte di versi e prose Dentro la sfera (Effigie, 2014), La trama vivente (Effigie, 2016) e L’anima sinfonica (Negretto, 2017). Di recente pubblicazione (dicembre 2018) l’antologia bilingue di versi e prose The still flight, tratta dai tre volumi editi, con alcuni inediti, presso l’editore newyorkese Chelsea Editions.

Ascolta & Leggi: Marte ai Marziani!

E’ solo la capacità di persuasione e diffusione dei media a rendere una notizia credibile e interessante. Oggi non la si scava più: è bella o brutta, buona o cattiva, ma del tutto inservibile a formare un’opinione. L’importante è che viaggi sulla bocca di tutti, possibilmente a cervello scollegato. Ultimamente qual è la questione “messa” più a cuore nell’inesistente opinione pubblica in Italia? E’ il nemico. Alimenta la sindrome da assedio, quindi puoi e devi rinunciare a un po’ di democrazia nel nome della sicurezza collettiva. In genere lo sfiatatoio, il nemico più additato, è il diverso, specie se straniero, specie se naufrago. Perché la realtà è questa, abbiamo a che fare coi naufraghi, dei più non sappiamo nemmeno. Tanti marciscono e muoiono nell’attraversare il Sahara, nelle galere nordafricane. I più fortunati, se non finiscono in pancia ai pesci, diventano carne da cannone per la criminalità organizzata o dell’odio razziale. Questa immonda tragedia ricorda molto quella delle fosse di Katyn, Polonia. Oramai forma molto di più quello che non si conosce. Il Bossi, il Salvini, l’Almirante di turno (l’elenco non è esaustivo), politici carichi di omissioni e finta credibilità, sanno bene come si fa a solleticare le pance al pubblico rancore. L’opinione pubblica è pubblico rancore, pubblica indignazione. Serve più che altro conoscenza, ma questa è negata. Occhi, orecchie, cervello, vengono stipati con la retorica della segatura, cui seguono gare di solidarietà, in nome dell’azzeramento di memoria e coscienza collettiva.
Dopo quarant’anni ho smesso di leggere quotidiani e seguire notiziari, salvo quelli lapidari delle emittenti commerciali e d’evasione. La fine della Storia è stata dopo il 1989, ecco la fine della Cronaca e soprattutto del Cronista.

Ars Poetica o Ars Cra?? Discorsetto di fine anno.

Tendenzialmente ogni poeta che si rispetti è imprigionato nel corpo sbagliato.
Ermafrodita? No, semplice sfigato.
Qualcosa che cerca riscatto nelle parole e, quando si prende troppo sul serio, ha un solo muscolo sviluppato. Adoro le multiformi immagini da Dopolavoro poetico che hanno costellato l’intera mia vita fin qui. Adoro il lettore che si ferma al primo rigo e ha già la propria idea sulle afflizioni di chi le ha scritte. Ogni poeta che voglia farsi rispettare si crea attorno un nugolo di mosche, se uomo vorrà essere la fica che non è; se è donna si ossessionerà del peso dei due pendagli di cui mamma l’ha sfornita. E ci scriveranno attorno tutta la vita, e continueranno a prendersi sul serio, a prendere posizione su tutto, tanto il potere logora chi non ce l’ha (vero Rondoni?). Chi potrà si cucirà su misura una definizione, o se la lascerà cucire ai piedi, pur di riuscire a darlo via per un pochino di celebrità.
Capiterà che una Dacia Maraini il cui concetto di poesia è piuttosto vago e, ne sono convinto, Chiara Marinoni scrive molto meglio: troverà modo e maniera di sponsorizzare una giovine poetessa, che poi così poetessa non è. Sai quanti pezzi si vendono con questo giochino, specie se un coglione osa dire la sua al proposito?
Tanti.
Eppure quanto sono belli quei lettori che dopo averti letto ti dicono: Non ci ho capito niente. E ti sbattono in faccia il tuo fallimento: non hai saputo dire, imbecille!
Partiamo quindi dal presupposto che il 99% della poesia che viene “prodotta” (cagata?) in questo paese, è sfogo ormonale che nemmeno dovrebbe uscire dal cassetto o dal taccuino (su cui apporre una bandiera gialla) di chi l’ha scritto.
Continuino i critici a tracciare percorsi, a scrivere decaloghi, e continuino i volenterosi, privi per automutilazione di ogni senso e basta, a cercare di adeguarsi a percorsi che non gli appartengono, i pessimi risultati non valgono nemmeno la pena di essere citati. E con questo un altro 0,99% ce lo stiamo giocati: resta uno 0,001% forse degno di una qualche considerazione.
Tu lettore, scrittore, poeta o cosa credi di essere, sganciati dal personale, ma non dal tuo sentire. Se non hai sentire, o è già troppo tardi o devi fartene uno. Cercati, cerca, non smettere. Il dinamismo non esibito è l’essenza della vita vera. Il tuo sentire probabilmente saprà indicarti quello 0,001% per cui vale la pena sbattersi.
Fregatene del giudizio di chiunque, chi critica caste e cerchie in genere, lo fa perché ne è stato escluso. Più che criticarne, basta non farne parte.
Soprattutto proviamo a stare tutti dentro il corpo giusto, quello che ci è stato assegnato.
Fallo anche tu, sventurato lettore, e parti dai fondamentali. Se scrivo male, vienimelo a dire.

Scocca l’ora del proibito: poesia erotica, vera gloria, noia o vanagloria?

LA TOPA
Sottobosco di pelo
caverna oscura
che in grembo femminil natura ha posto
ove dannato all’amorosa arsura
il membro peccator si cuoce arrosto.
Bolle mai sempre
in quella tana impura
di liquefatta pece un fier composto.
Gorgogliano là dentro in rea mistura
fetida bava e sanguinonso mosto.
L’orlo dell’ampia grotta è un taglio immondo
che quanto grande sia non si decide
né Archimede trovò quant’è profondo.
Amor vi gettò l’arco e più nol vide.
L’ancora Tifi e non trovo vi ‘l fondo.
Gettò la clava e la perdette Alcide
Oh va a ripiglialla.

(Roberto Benigni da uno dei suoi spettacoli live negli anni ’80)

«La differenza tra erotismo e pornografia è la differenza tra il sesso celebrativo e quello masturbatorio»
(Herbert Marcuse, da Eros e civiltà)

Estremamente difficoltoso è il distinguo tra erotismo, pornografia e banalità, ma una distinzione, in poesia e nella letteratura in genere, può essere azzardata definendo l’erotismo un percorso di conoscenza, la pornografia la ripetizione stereotipata di una meccanica. Un’altra differenza è che nell’erotismo non è obbligatoria la descrizione dell’atto sessuale in sé, ma ci si può limitare anche alla tensione all’atmosfera ai rimandi. Considerare comunque la banalità imperante che rende inservibile e del tutto sciocco il tempo gettato in minchiate come questa:

Lo cinsi con le braccia e con le gambe, aggrappandomi a lui mentre mi perforava, raggiungendo posti dentro di me che non sapevo nemmeno di avere. Suscitava sensazioni così intense che mi misi a urlare e lo strinsi forte mentre il primo orgasmo mi esplodeva dentro.
«Sì, Mia, dài. Mi stringi così bene. Ancora, tesoro.» Wes mi cavalcò per tutta la durata del mio orgasmo, ma ancora non aveva raggiunto il suo. Merda, quell’uomo era uno stallone.
Prima che potessi protestare, mi fece girare e mi sollevò i fianchi. «Hai un culo perfetto.» Mi schiaffeggiò una natica, poi affondò nel calore tra le mie gambe, prima ancora che il bruciore dello schiaffo svanisse. «Oddio, tu sì che ci sai fare» ansimai, lasciandomi cadere sugli avambracci.
Mi prese per la vita e iniziò a pompare a un ritmo incalzante. Sentivo il rumore dei nostri corpi nudi che sbattevano l’uno contro l’altro.

E questa roba vende bene. Volete una banalità d’autore? Eccola:

Vieni, entra e coglimi

Vieni, entra e coglimi, saggiami provami…
comprimimi discioglimi tormentami…
infiammami programmami rinnovami.
Accelera… rallenta… disorientami.

Cuocimi bollimi addentami… covami.
Poi fondimi e confondimi… spaventami…
nuocimi, perdimi e trovami, giovami.
Scovami… ardimi bruciami arroventami.

Stringimi e allentami, calami e aumentami.
Domami, sgominami poi sgomentami…
dissociami divorami… comprovami.

Legami annegami e infine annientami.
Addormentami e ancora entra… riprovami.
Incoronami. Eternami. Inargentami. (Patrizia Valduga, ha dimenticato di inserire “manomettimi”)

In definitiva, la distinzione tra erotismo, pornografia e banale noia (tra ciò che può urtare o meno la sensibilità di chi legge, o provocare un buon sonno profondo) sta tutta nella mente d’ogni lettore.

Invitatemi a trascorrere la notte nella vostra bocca
Raccontatemi la giovinezza dei fiumi
Premete la mia lingua contro il vostro occhio di vetro
Datemi a balia la vostra gamba
E poi dormiamo, fratello di mio fratello,
ché i nostri baci muoiono più veloci della notte. (Joyce Mansour)
*
Il suo alito è aroma di miele ai chiodi di garofano,
La sua bocca, deliziosa come un mango maturo.
Baciare la sua pelle è assaggiare il loto
L’incavo del suo ombelico è un ricettacolo di spezie.
Quali altri piaceri vi si adagino, lo sa la lingua,
Ma non può dirlo. (Srngarakarika, Kumaradadatta, XII secolo d.C.)
*
Le tirai giù le mutande
ma avevo anche una mezza idea
di ritirargliele su
quella tristezza
che ti assale all’improvviso
con quelle persone che dicono
adoro Van Gogh
stavamo con la porta chiusa
nella sua camera cattolica
e lei mugolava
senza che avessi ancora fatto nulla (Alberto Calligaris)
*
Lui le assegna tutte le conformazioni
dell’Europa.
Lei gli offre un’esplosione di pappagalli.
Lui le regala lisci capelli biondi
e una bianca frenesia.
Lei gli dà lana nera. L’oscurità dei suoi frutti gemelli.
Lui le dona uranio, platino, alluminio
e concordia.
Lei le sue “natiche Bantu”.
Lui celebra la spina dorsale sotto la pelle di lei.
Lei canta il suo alabastro e glielo accarezza.
Lui fa come Colombo
Che cade sulle rive intricate del suo frutteto riccio.
Lei gli consegna di nuovo le Indie tutte
ma questa volta chiude le lunghe gambe
piano piano
facendo della testa di lui il trono d’oro del suo impero. (Grace Nichols “Conformazioni”)
*
Separare il tatto dalle mani
verso un repertorio differente
di esercizi di sottrazione

Toccare solo la tua voce
Poi: solo il tuo odore
Poi: solo la tua luce

Poi:
l’incompiuto in tua presenza
non conoscere

E calzare di nuovo il tatto
per toccare il tuo corpo
per toccare nella tua nudità
là nudità stessa della nudità (Ulalume González De León “Corpo Intero)
*
Celebrazione

Quando ti inginocchi sotto di me
e nelle tue mani
tieni la mia virilità come uno scettro,

Quando avvolgi la lingua
sul gioiello d’ambra
e solleciti la mia benedizione,
Capisco quelle ragazze romane
che danzavano attorno a una verga di pietra
e la baciavano finchè la pietra non era calda.

Inginocchiati, amore, mille metri sotto di me,
che a malapena possa vederti la bocca e le mani
che celebrano il rito,

Inginocchiati finchè non mi rovescio sulle tue spalle
con un rantolo, come quegli dei sul tetto
che Sansone fece crollare. (Leonard Cohen)
*
Il cervo

mi sveglio con la calda lingua di un cervo tra le gambe.
attraverso la porta aperta penetra la piana luce della sera.
il cervo mi punzecchia lievemente i seni leccandoli. lascio
che con la ruvida lingua mi lambisca il sesso,
il petto e il viso, m’inebria il suo profumo,
profumo di terra, di muschio, di fradicio e di paura.
odore d’istinto.
poi mi si sdraia accanto, accanto al mio ventre, da poter
accarezzare i suoi peli setolosi, ha la testa vigile sollevata
e lo sguardo fisso lateralmente, nel bosco.

nell’oscurità risalta il suo nudo pene rosso.
quando il tempo si addensa e tendo il braccio nel buio, sfioro
un corpo maschile. la mia smania d’amore è cocente.
mi ama con naturalezza e da vicino.
nelle mani ha i venti del nord e del sud.
attraverso il suo corpo scorrono i fiumi e si muovono gli oceani.
la bocca è calda e piena come la pioggia estiva,
la stanza è colma di voci terrestri ed extraterrestri.
a volte qualche raggio smarrito della luna gli scopre il volto.
non mi guarda negli occhi come se volesse difendermi da se stesso.

talvolta mi ama con trasporto da non farmi sentire più la gravità.
talvolta la voluttà sgorga dal suo ombelico come una piccola
sorgente limpida, talvolta dal suo interno vomita la lava,
ma non mi ferisce mai.
sempre con immensa attenzione mi posa con il ventre sulla terra,
e quando mi morde il collo e fiuto il suo caldo alito, lo so
che verrò inevitabilmente risparmiata.

ai primi albori nei suoi capelli tasto due cornetti
le setole dalla testa si allargano sulla schiena, fino al coccige.
sul ventre gli spunta la soffice erba animale.
all’alba mi scruta una testa di cervo con occhi ormai appena umani,
con occhi di là del confine.
le sempre più coriacee mani mi accarezzano assenti.
gli cresce una corona.

nel capanno si fa strada la fragranza del mattino e il cervo si alza.
quando esco davanti alla porta, mi guarda in maniera
da spaccarmi in due pezzi sull’istante e bruciarmi.
e mentre ascolto frusciare l’eco dei suoi veloci passi animaleschi,
sento che dalle mie due riarse metà crescono fiori
selvatici. Voglio parlare di te notte. Monologhi, a cura di Jolka Millič (Multimedia Edizioni, 2013)
*
Mi poserò sul tuo ventre
come una salamandra al sole
che dalla bocca effonde
lieve svaporio di rugiada

Mi poserò sul tuo pube
come una fata morgana
e tutto il fiammato delle stelle
dentro di me carezze a fuoco (Assunta Finiguerra)
***
Insomma, a parere mio, comporre poesia erotica non è per nulla in discesa, il rischio di scadere nell’ovvio, nella pornografia da trivella petrolifera, di pestare una merda, è sempre in agguato. Il mio vuole essere un semplice punto di vista, spunto di riflessione, e poi nemmeno così esaustivo.

ascolti amArgine: This Land Is Your Land – Woody Guthrie (1940 – 1945)

Mala tempora currunt si sarebbe detto verso la metà del V Secolo. Si può dire anche oggi: recupero un brano di oltre settanta anni fa. Woody Guthrie è stato l’archetipo del cantautore di protesta, tutti gli debbono qualcosa, primo tra tutti Bob Dylan. Recuperiamo il bene della terra, perché la terra è nostra, mettiamoci insieme per far sì che i beni di tutti rimangano tali. L’esortazione contenuta in questo brano, è chiara e forte, basta leccarsi ferite e coglioni, inveire, mettiamoci insieme per fare qualcosa di buono e che sia “nostro”. Canzone ripresa da moltissimi altri cantautori americani, da Pete Seeger a Bruce Springsteen.

QUESTA TERRA È LA TUA TERRA

Questa terra è la tua terra questa terra è la mia terra
dalla California all’isola di New York
dalle foreste di sequoie alle acque del Golfo del Messico
questa terra è fatta per te e per me

Mentre percorrevo quel nastro di asfalto
vidi sopra di me il cielo infinito
vidi sotto di me la valle dorata
questa terra è fatta per te e per me

Ho girato e vagato e inseguito i miei passi
attraverso le sabbie scintillanti dei deserti
e tutto intorno a me una voce risuonava
questa terra è stata creata per te e per me

Il sole sorgeva splendente e io camminavo
nei campi ondeggianti di grano e la nube di polvere si alzava
mentre la nebbia saliva una voce cantava
questa terra è stata fatta per te e per me

Mentre camminavo vidi un cartello
e sul cartello c’era scritto “Non oltrepassare”
ma dall’altra parte non c’era scritto niente
questa parte è stata fatta per te e per me

All’ombra del campanile ho visto la mia gente
in coda per l’Ufficio Assistenza ho visto la mia gente
loro stavano lì affamati ed io stavo lì a chiedermi
questa terra è stata fatta per te e per me?

Nessuno potrà mai fermarmi
mentre percorro quella grande strada della libertà
nessuno potrà mai farmi tornare indietro
questa terra è stata fatta per te e per me

TESTO ORIGINALE

This land is your land This land is my land
From California to the New York island;
From the red wood forest to the Gulf Stream waters
This land was made for you and me.

As I was walking that ribbon of highway,
I saw above me that endless skyway:
I saw below me that golden valley:
This land was made for you and me.

I’ve roamed and rambled and I followed my footsteps
To the sparkling sands of her diamond deserts;
And all around me a voice was sounding:
This land was made for you and me.

When the sun came shining, and I was strolling,
And the wheat fields waving and the dust clouds rolling,
As the fog was lifting a voice was chanting:
This land was made for you and me.

As I went walking I saw a sign there
And on the sign it said “No Trespassing.”
But on the other side it didn’t say nothing,
That side was made for you and me.

In the shadow of the steeple I saw my people,
By the relief office I seen my people;
As they stood there hungry, I stood there asking
Is this land made for you and me?

Nobody living can ever stop me,
As I go walking that freedom highway;
Nobody living can ever make me turn back
This land was made for you and me.

Woodrow Wilson Guthrie, noto come Woody Guthrie (Okemah, 14 luglio 1912 – New York, 3 ottobre 1967), è stato un musicista, cantautore, scrittore e folklorista americano.
Considerato tra i folk singer più importanti della storia della musica americana, ebbe molta influenza su una miriade di artisti.
È stato autore di numerosi blues parlati, derivazione del blues e stile precursore della successiva canzone di protesta (il talkin’, ripreso in italia da Guccini). Il suo repertorio include canzoni a sfondo politico, ballate tradizionali, canzoni per bambini e brani improvvisati. Molte delle sue registrazioni sono conservate alla Libreria del Congresso.
La sua canzone più conosciuta è This Land Is Your Land (Questa terra è la tua terra), che ha ispirato l’monimo film, tratto dalla sua autobiografia, Bound for Glory. Altre due delle sue composizioni (Don’t Kill My Baby and My Son del 1966 e High Balladree sono dedicate alla memoria del linciaggio di Laura e Lawrence Nelson, madre e figlio di colore linciati alla fine dell’Ottocento.
Sebbene musicalmente attingesse da generi consolidati quali il blues di tradizione nera o il folk di matrice bianca, i suoi testi furono, per l’epoca, una grossa novità, introducendo temi di denuncia e protesta tese a informare sulle condizioni dello stato americano, spesso puntando il dito contro delinquenti o dittatori.
Di idee socialiste e per un certo periodo militante comunista, attenzionato dall’FBI e dalla Commissione per le attività antiamericane durante il maccartismo, a lungo bandito dalle radio, era solito esibirsi con lo slogan “This Machine Kills Fascists” impresso sulla chitarra, divenuto vero e proprio “marchio di fabbrica” dell’artista.
Da lui discende la figura del cantautore di protesta; divenne un mito durante l’epoca del folk revival anni Sessanta, ispirando una schiera di nuovi musicisti folk.