Premio Nazionale di Poesia La Staffetta: cerimonia di premiazione. Poesie vincitrici.

Sabato 27 aprile si è tenuta nella sala Consiliare di Palazzo Mengoni a Castelbolognese la cerimonia di premiazione della Prima Edizione del Premio Nazionale di Poesia La Staffetta. Presenti tra gli altri due membri della Giuria, Leonardo Altieri e Annalisa Rodeghiero. Qui sotto la classifica finale e le due poesie vincitrici.

Classifica finale Premio:

Sezione A Dialoghi di resistenze:

1) Pietro Catalano
2) Enzo Bacca
3) Mariangela Ruggiu
4) Maria Grazia Liriti
5) parimerito: Roberto Ragazzi – Filippo Fenara

Sezione B Tema Libero

1) Serenella Menichetti
2) Roberto Ragazzi
3) parimerito Enzo bacca – Veronica Agnoletti
5) Rosario Bocchino
6) Pietro Catalano

Sezione A. “DIALOGHI DI RESISTENZE”

Prima classificata: L’ARIA BLU DI PIETRO CATALANO, ROMA

Regina Coeli, Roma

C’è una zona chiamata aria blu
in questo spazio ristretto, dove
ritrovo il colore del mare e del cielo
e il dondolare lieve di mia madre.
Adesso ho una finestra chiusa davanti
e guardo le stelle riflesse nello specchio
rotto dai sassi lanciati per fare rumore
in questo silenzio che soffoca
la memoria, perduta nei giorni uguali
a ubbidire alla conta della sera.
Nell’aria blu respiro ancora l’odore
di zagara e gelsomino, sento il frinire dei grilli
e danzo a piedi nudi
nell’erba bagnata dalla brina del mattino.
Passi cadenzati e tintinnio di chiavi
annunciano la fine del viaggio,
il fischio del treno è un ricordo lontano,
il rumore secco della porta di ferro
chiude il giorno delle notti a venire.

Sezione B. “TEMA LIBERO”

Prima classificata: ASSENZE DI SERENELLA MENICHETTI, PISA

Ci sono giorni in cui gli spazi vuoti
Ferocemente gridano le assenze.
Ed altri in cui le incongrue assenze
simili a lance forano le vene.

Seguono giorni duri di rimpianto
Ricordi che riscaldano e poi gelano.
Sono momenti che non puoi rivivere.
E stanno appisolati dentro all’animo.

Son gialle foglie dall’albero cadute.
Humus dove s’impianta la tua vita.
Attimi già vissuti che ti seguono.
Legati a cari volti che rimangono.

Sono marchio indelebile che segna.
E scorre nel tuo sangue con la linfa.
Amate assenze. Vuoti che ti scavano.
Il dolore zampilla e poi t’inonda.

E tu lo porti come una reliquia.

Di prossima realizzazione un elegante e-book antologia del premio, che sarà recapitato gratuitamente a tutti i concorrenti.

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Caterina

Caterina, forse, non ha avuto
i bulloni ben stretti, ha gridato un giorno
senza pianto il suo perdono al mondo
che non l’interessava e non l’ha mai voluta.
Caterina è stata poesia difettosa,
se la non si capisce
non è mai compiuta.
Com’era bella quando un tonfo d’acqua,
un’onda più alta di marea
le marcavano le sopracciglia
a sembrarla più mediterranea
del mare che l’ha concepita.
Caterina sapeva esistere non vivendo.
Le parole affaticate, curve,
così timide e preparate alla solitudine,
non desideravano uscire.
Caterina, Giuliana,
le ricordo entrambe, irriconoscibili
e pronte a lanciarsi da una porta chiusa
in braccio all’infinito, dov’è più luce.
Molti hanno confuso il nome
pensando fosse mia figlia,
la porto in cuore
fin dove sono finiti i suoi capelli.

Ascolti amArgine: Toiler on the sea – Stranglers (1978)

Gli Stranglers nei loro anni migliori, nel loro disco più bello.

LAVORATORE SUL MARE

Avevo una nave donna
L’ho portata in mare aperto
Ha lasciato la stiva spalancata
Ho dovuto trovare un approdo
Ero un lavoratore sul mare

Non abbiamo usato parole crudeli
Per navigare in mari cattivi
Il vento mordeva forte
A volte ho dovuto urlare
Ero un lavoratore sul mare

E quando abbiamo raggiunto terra
Ci siamo arenati sugli scogli
Divenne un relitto insabbiato
Divenne un ovile

Ci siamo avventurati via terra
Combattuti gli alieni
I giovani usavano le mani
Indicavano la strada a un gregge

Un gregge di gabbiani

Poi abbiamo ripercorso i nostri passi
Ricostruito la nave donna
L’ho riportata al nord
L’ho persa nella nebbia
Ero un lavoratore sul mare

TESTO ORIGINALE

I had a woman ship
I took her overseas
She left her hold unlocked
I had to find a dock
I was a toiler on the sea
I was a toiler on the sea

We didn’t use cruel words
To navigate cruel seas
The wind was biting hard
At times I had to scream
I was a toiler on the sea
I was a toiler on the sea

And when we reached the land
We went aground on the rocks
Became a wreck in the sand
Became a home for a flock

We ventured overland
Fought with the aliens
The young ones used their hands
Pointed the way to a flock

A flock of seagulls
A flock of seagulls
A flock of seagulls

Then we retraced our steps
Rebuilt the woman ship
I took her back up north
I lost her in the fog
I was a toiler on the sea
I was a toiler on the sea

Amore silenzioso

Amore coniugato oltre le declinazioni.
Calante, colto, cotto, mangiato, marinato, gettato,
ritrovato poi rubato, ma pur sempre amore.
Che l’amore non campa di rendite di posizione,
a volte, soltanto a volte, si vende un po’, business as usual.

L’amore non spegne mai la luce, ama i cecchini,
piuttosto si lascia tagliare bolletta e gola.
Il dolore in chi ama è assai più sopportabile.
Amore silenzioso, avuto, riavuto, arso sperso, ripreso,
a pochi palmi non lontano dal cuore.

Amore, che l’amore poi ha un’ampia gamma di competenze,
esercizi, esperienze, seguono smentite e ritorsioni;
allora non era amore, bensì una volta di teatro infradiciata
d’anni e maltempo. Allora l’amore dov’è, dov’era?
Se è fiore prezioso avvizzisce, vuole sera a coprirsi.

Gioielli Rubati 37: Anna Leone – Paolo Beretta – Loredana Semantica – Erospea – Giovanni Baldaccini – Matt Taggart – Marco G. Maggi – Anna Maria Curci.

Pesah (Passaggio)

Sicuro oro il triduo raggio,
grigio pesah di nubi meste, santifica giorni parimenti bestemmiati.

Brunito il bronzo, muto dal postremo rintocco.
Rosso anemico il labbro al bacio dei giuda, già dopo colazione.

Verde ulivo, più bandiera, la mano, tesa al giubilo, per l’ultimo venuto senza mulo.

Rosa frammisto all’avorio le bocche aperte nell’osanna .
Chiaro scuro d’ala spiegata al presagio di morte.

Pellucido l’ocra punteggiato di rosso vivo, combinato alla polvere, man mano, suppurando, per tanto blu precipitato, rapprendersi; crosta d’obbedienza su ginocchi pesti.

Ebano di lignea corona allo scherno proclama.
Certo , violaverde la pelle abrasa
nel breve grido di orgasmo animale.

Grigio opalescente che irrora, non irida e irride innocenza.
Vero nera la fame, alabastrino il freddo, diamantina la sete, più buia del buio la notte sola.

Ditelo, almeno, ai poveri cristi,
che sarà un graduale liquefarsi nel fiato di fiele, giallo di bile la fine.
Trasmutazione lenta, lenta, fino al bianco dell’osso, mentre ancora e ancora si acclamerà il risorto.

di Anna Leone, qui:
https://vocisottili.wordpress.com/2019/04/15/pesah-passaggio/

*

UN BRAVO SCRITTORE

un bravo scrittore
non è un filosofo
né un curatore.
ha in mano
bisturi da chirurgo
cosmetici da visagista.
gli dicono: falla più bella.
se ci si mette, però
la cosa gli prende la mano.
allora apre, scava
disseziona.
infine richiude, cuce
ricompone ciò che ha fatto a pezzi con cura.
e conclude: non c’è più niente da fare.
un bravo scrittore
va fino in fondo
dopo tanto imbrogliare
cincischiare invano
lui gira le carte
e vede
il disfacimento
l’annullamento
che mette tutti in fila per uno
sopra lo zero.
perché è solo da lì
che si vede
anche il più esile stelo.

di Paolo Beretta, qui:
https://uncielovispodistelle.wordpress.com/2019/04/12/un-bravo-scrittore/

*

In questo giorno santo

In questo giorno santo
della Madonna nera
a cono coperta
da un manto tutto d’oro
invoco la benedizione celeste
sugli amici passati e presenti
falsi virtuali veri promettenti
sul futuro di questi mondi
invasi dall’inumano sui mori
palestinesi e persiani
sulla fratellanza smarrita
acché presto sia ritrovata
ingrottata nella mangiatoia
sotto il fiato d’ asino e bovino
davanti a uno stuolo di pecore
belanti il gloria dei cristiani
sulle carovane seguaci di correnti
curiose fastidiose scodinzolanti
che accorrono agli eventi
con scorci tragici o dementi
sulle nature eremitiche che coltivano
l’autentico sempre più fragili
ignote ignorate ignoranti
vacillanti di tosse isolate e infine
sui miei polmoni fracassati
e il mio torace in forse.

di Loredana Semantica, qui:
https://lunacentrale.wordpress.com/2018/12/10/in-questo-giorno-santo/

*

16/07/2019

Ci si relega in una camera oscura. vederci da fuori
dovrebbero, incastrati nelle mezze di stesse
parole. […] smettere a scrivere,
dovrei, e un modo a ripetere
l’irripetibile. Riproducimi
produsse finora l’enigma dei
buchi neri, ed io sola
camera scura nelle parole.

di Erospea, qui:
https://erospea.wordpress.com/2019/04/17/16-7-2019-2/

*

Nessuno

Il legno doveva essere tenero
altrimenti ci sarebbe voluto
troppo tempo.
Non ne volevo.
Me lo dissero quasi subito
ma lo avevo già capito
in qualche luogo oscuro della mente.
La mente è come un lago
ma non ne trovi il fondo
come il tempo
che non ha modo d’essere se stesso
senza il tuo.
Per questo non rappresenta un’alternativa.
Quando manca è niente
come il niente.
Ci andavo a pesca in quel lago
ma non ho mai camminato sulle acque
e nemmeno sul fondo.
Lì, non cammina nessuno
perché questo è il modo in cui
nessuno può camminare.

di Giovanni Baldaccini, qui:
https://scrivereperimmagini.wordpress.com/2019/04/13/nessuno/

*

Sto guardando le mie foto
Non sono belle
Sono state scattate durante il
matrimonio di mio fratello
Un ciccione si è tolto i vestiti
e si è buttato nel fiume
Era alla festa di nozze
Prima che mi accompagnassero
al negozio di liquori

al negozio
La morte era dietro di me.
Voleva che io guardassi di
nuovo

di Matt Taggart, qui:
https://mtaggartwriter.wordpress.com/2019/04/11/poem-185/

*

CECITA’

La malattia si posava già
sugli auguri scritti da tua madre
gli occhi sconfitti dalla macula:
righe storte, lettere snodate,
a volte aperte, altre schiacciate,
come le movenze del mantice
d’una fisarmonica.

Padre, oggi che anche tu mi guardi
con questa eredità inalienabile, **
adesso che lo stesso disordine
si palesa nei biglietti di Natale
che hai donato ai miei figli

allora l’astio in me scompare
e vorrei esserti guida
offrirti qualcosa di prezioso
un tempo insostituibile
che metta in pausa il dolore
riducendo a una sintesi minima
qualsiasi rancore del passato.

Solo schivando il male
il nostro cuore
vede.

di Marco G. Maggi, qui:
https://mandolinom.wordpress.com/2019/04/07/cecita/

*

Del padre

Mio padre coltivava le tagete
nell’orticello lungo il litorale.
Non la capivo, allora, devozione,
mutevole com’ero e come sono.

Da queste scaturigini negate
riparto, padre, da lotte e silenzi.
Lembo di lutto circonda le spalle.
Compianto, paradosso dello sprone.

Fu quando ritoccasti quella foto
che compresi lo strazio a noi occultato.
Gorgogliava lo squarcio senza fondo
la maculata trasfigurazione.

Sorride quella foto già placata
per il combattimento perso e vinto.
Partivi con la strazio nella carne
e un segreto di trionfo e abbandono.

Che ne sapevi tu, dei Procol Harum,
quando lasciavi andare “Senza luce”
sul piccolo vinile a squarciagola?
Canto da allora e forse tu mi senti.

Non solo i grandi divi, pure gli altri
tutti li conoscevi e disquisivi:
era meglio Glenn Ford o Joseph Cotten?
Li hai poi incontrati ai “cancelli del cielo”?

All’indomani della candelora
c’era la festa del tuo nome, padre.
Con la benedizione della gola
nutrivamo speranza e il suo conforto.

di Anna maria Curci, qui:
https://ws081amcu.wordpress.com/2019/04/01/del-padre/

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ci detesteremo a vita

ci detesteremo a vita
insonni e distratti,
canidi assetati di sangue
tra mille mila spie
rosso pulsante accese
a premonire, e non si sa,
sortilegio o miracolo,
fino a quando un affluente
ci prenderà per mano
oltre il mare
scavalcando ogni marea:
la commedia non finirà
a uso di un loggione
fatto di pesce non pagante,
colorito come un tempo,
da fare invidia

Roma Antica: musica dell’antica Roma, epigrammi e poesie di Marziale.

“Ti depili il petto, le gambe e le braccia,
e hai rasato i peli che ti cingono la minchia.
Fai ciò, oh Labieno -chi non lo sa?-
per la tua amante. Per chi, oh Labieno,
ti depili il culo?” (II, 62)
*
“Oh Basso, le vecchie ti eccitano,
le ragazze non ti interessano,
ti piace una vecchia vicina alla tomba
e non una bella donna. Non è questa,
di grazia, una follia, non è pazzo il tuo pene,
dal momento che con Ecuba
puoi godere e con Andromaca no?” (III,76)
*
“Oh Galla, mi chiedi perché non ti voglio sposare?
Sei troppo colta: il mio membro fa spesso errori di grammatica.” (XI,19)
*
“Un mattino si presentarono a Fillide
due uomini per fotterla, e ciascuno
desiderava possederla nuda per primo.
Fillide promise di concedersi ad entrambi
nello stesso tempo e lo fece:
uno le alzò il piede e l’altro la tunica.” (X,81)
*
“Oh Ligeia, perchè ti depili la vecchia fica?
Perchè tormenti le ceneri del tuo cadavere?
Tali raffinatezze si addicono alle fanciulle;
ma tu ormai non puoi pensare
neppure di essere una vecchia.
Questo, oh Ligeia, credimi, non si addice
alla madre di Ettore, ma alla sposa.
Ti sbagli se pensi che questa tua sia una fica,
per cui nessun pene sente più interesse.
Perciò, oh Ligeia, se hai un po’ di pudore,
non strappare la barba a un leone morto.” (X,90)
*
“All’ingresso della Suburra, là dove pendono
le sferze insanguinate dei carnefici,
e molte botteghe di calzolai si affacciano
sull’Argileto, sta seduta una barbiera.
Questa barbiera però, oh Ammiano,
non fa la barba, ti dico che non fa la barba.
Allora cosa fa? Rade!” (II,17)
*
“Con te son passati trecento Consoli, Vetustilla,
e ti accompagnano tre capelli e quattro denti,
il petto di una cicala, le zampe ed il colore d’una formica;
mostri una fronte piena di grinze più della stola (d’una matrona)
e le tette assomigliano alle reti dei ragni;
un coccodrillo del Nilo ha la bocca
angusta se comparata al tuo mascellone,
e le rane del ravennate borbottano più piacevolmente,
e le zanzare sibilano nell'(ampio) atrio più dolcemente,
e vedi quanto i vecchi gufi riescono a vedere alla mattina,
e puzzi come quel marito delle capre,
ed hai le chiappe di un’anatra macilenta,
e la tua fica smunta supera il vecchio Cinico;
il guardiano dei bagni ti ammette insieme alle puttane
che alloggiano nelle tombe sol quando la lucerna è spenta;
per te Agosto è un mese d’inverno
e neanche la febbre pestilenziale può scongelarti:
ed ancora dopo la morte di duecento mariti hai il coraggio di andare a nozze
e come una pazza cerchi un uomo che si ecciti
per le tue reliquie. Chi desidera il sasso (tombale) di Sattia?
Chi mai si unirà a te, chi ti chiamerà moglie,
quando Filomelo non tanto tempo fa’ già ti chiamava nonna?
Se pretendi che qualcuno scavi fuori il tuo cadavere,
che si prepari il letto del triclinio infernale
il solo adeguato al tuo talamo nuziale,
e il crematore porti dinnanzi alla nuova sposa la torcia:
solo la fiamma ardente può penetrare codesta fica”. (III,93)
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Marco Valerio Marziale (in latino: Marcus Valerius Martialis; Augusta Bilbilis, 1º marzo 38 o 41 – Augusta Bilbilis, 104) è stato un poeta romano, comunemente ritenuto il più importante epigrammista in lingua latina. Dappertutto, nella sua opera, l’autore è presente in prima persona ed è sempre possibile scorgere la sua personalità. Ciò che risalta spesso è la sua insofferenza verso la vita da cliente, che vive come una vera e propria mortificazione, che contrasta fortemente con le aspirazioni e i sogni della sua vita.
Ciò che prevale, comunque, è l’aspetto comico-satirico, spesso reso dal fulmen in clausula, o in cauda venenum (in italiano stoccata finale), ovvero la tendenza a concentrare gli elementi comici e pungenti nella chiusa dei componimenti, terminati con una battuta inaspettata, chiamata aprosdoketon. Gli epigrammi sono brevissimi (come voleva la tradizione): l’elemento comico è concentrato nella seconda parte del componimento. Si tratta di una struttura bipartita. Tale tecnica è lo strumento privilegiato della sua poesia: il senso stesso e lo spirito di moltissimi componimenti sono da ricercare nel finale dell’epigramma, «che a volte riassume i termini di una situazione in una formulazione estremamente incisiva e pregnante, altre volte li porta ad una comica iperbole, altre volte li costringe a un esito assurdo o a un paradosso, altre volte li pone all’improvviso sotto una luce diversa e rivelatrice» (Mario Citroni). Marziale dimostra di riuscire sempre a cogliere la comicità che si annida nelle situazioni reali, specie nei vizi e nei difetti umani. È così che si delineano nei suoi versi molti tipi umani: dal pervertito al finto ricco, dalla lussuriosa all’ubriacona e così via. I componimenti di Marziale rivelano l’influenza della filosofia epicurea della sua epoca, con la ricerca di una vita semplice e il disimpegno politico, con la metafora esemplare della lode alla tranquillità e al calore del focolare, mentre fuori dalle mura domestiche infuria la tempesta.
Non mancano però esempi di elevata delicatezza e lirismo: è il caso della poesia funebre (non molto frequente) che ci permette di scoprire un Marziale insolitamente delicato e raffinato: è il caso dell’epigramma dedicato a Erotion (V 34), una fanciulla morta sei giorni prima del suo sesto anno, per la quale il poeta chiede alla terra di non gravare sul suo piccolo corpo, giacché lei non l’ha fatto su di essa. Di grande originalità si rivelano i componimenti caratterizzati dalla commistione di elementi di comicità a motivi funebri.
Con Marziale si ha l’affermazione dell’epigramma come strumento letterario: prima di lui l’epigramma, risalente all’età greca arcaica, aveva una funzione essenzialmente commemorativa e veniva usato per ricordare positivamente una cosa o una persona (ed infatti la parola “epigramma” deriva dal greco e significa “iscrizione”); grazie alla sua opera invece esso, pur conservando la sua brevità, si occupa di nuovi temi quali la parodia, la satira, la politica e l’erotismo.
Dal punto di vista stilistico egli contrappone la mobilità dell’epigramma sia al genere epico, sia alla tragedia greca, che con i loro temi illustri e “pesanti” si tenevano lontani dalla realtà quotidiana. Costante è infatti nei suoi versi la polemica letteraria, spesso usata per difendersi da chi considerava il genere epigrammatico di scarso valore artistico, ma anche da coloro che gli rimproveravano di essere aggressivo o osceno.
La lingua da lui usata risulta colloquiale e quotidiana. Il suo costante realismo gli permette però di sviluppare un linguaggio ricco facendo passare nella letteratura molti termini e locuzioni che non avevano mai trovato posto prima. Riesce, infine, a dimostrare grande duttilità nell’alternare frasi eleganti e ricercate a frasi sconce e spesso vernacolari. La novità di Marziale consiste nell’eliminazione della mitologia, considerata falsa e inverosimile. Il fine poetico sta nel rifarsi totalmente alla realtà.