negli occhi di Natale

tutta una dioteca d’imbecilli
sempre pronti a non fare caso
al loro peggiore aspetto,
che non sanno nemmeno
quando una sigaretta tira l’altra,
ed è pulita,
non fa peggio di un conto in rosso
un lavoro nero
la verde età

tutti in paese
hanno perduto qualcuno in guerra,
durante la pace i più,
il buon cinema non li seppellirà,
o un mandare a memoria
tutti i numeri di scontrino
per la lotteria prossima ventura,
scarnirsi il petto
per le ossa prima del cuore

e gli assassini, perfetti
nei loro completi blu avveniristico,
unici dotati di buona memoria
seguitano a suicidare artisti,
perché il profitto
passa per le banane
e mai, giammai!, per il talento
e meglio passarci sopra, investire,
col risultato che cambia ancora

le luci brillano
negli occhi di Natale

Grazie a tutti

L’anno più faticoso della mia vita terminerà tra poche settimane. Di questo tempo ricorderò gli sfregi, le ferite, le illusioni puntualmente deluse: nella speranza che esista ancora un luogo, anche per me. Quanto ho camminato, letto, scritto, fumato, non so nemmeno io, ma il solo fatto di trovarmi qui a scriverne mi da la forza di tendermi verso il non vedibile del prossimo tempo. Perché c’è sempre un prossimo tempo dopo i titoli di coda.
Grazie a tutti, cari lettori e lettrici.

Ascolti amArgine: No More Heroes – Stranglers (1977)

La voce omicida di Hugh Cornwell, il basso crudele di Jean Jacques Burnel, la monotonia vitale di Dave Greenfield, il beating discreto mai invadente di Jet Black. Quei vecchi bastardi ci sapevano talmente fare, da raggiungere l’apice ai loro esordi e bruciarsi nel giro di un lustro.

Niente più eroi

Qualunque cosa sia successa
Leon Trotsky?
Ha preso un rompighiaccio
Questo gli incendiò le orecchie

Qualunque cosa sia successa
Caro vecchio Lenin?
La grande Elmyra
E Sancho Panza?
Cosa è successo agli eroi?

Qualunque cosa sia successa
Tutti gli eroi?
Tutti gli eroi di Shakespeare?
Hanno visto bruciare la loro Roma
Cosa è successo agli eroi?

Niente più eroi

Qualunque cosa sia successa
Tutti gli eroi?
Cosa è successo agli eroi?

Niente più eroi

TESTO ORIGINALE

Whatever happened to
Leon Trotsky?
He got an ice pick
That made his ears burn

Whatever happened to
Dear old Lenin?
The great Elmyra
And Sancho Panza?
Whatever happened to the heroes?
Whatever happened to the heroes?

Whatever happened to
All of the heroes?
All the Shakespearoes?
They watched their Rome burn
Whatever happened to the heroes?
Whatever happened to the heroes?

No more heroes any more
No more heroes any more

Whatever happened to
All of the heroes?
All the Shakespearoes?
They watched their Rome burn
Whatever happened to the heroes?
Whatever happened to the heroes?

No more heroes any more
No more heroes any more
No more heroes any more
No more heroes any more

le cose proseguono

misericordia è carota
da rincorrere sulle montagne russe
per riguadagnare la stima
dell’intero essere in corpo

per esempio, tornerà Natale
potremo sciare sulle ferite bianche,
subite o inflitte
non ne vediamo le profondità,
che non si sa mai
quale acqua prediliga il nuotatore

le cose proseguono
sui soliti due filari, cortesia
e finzione che
i più applaudono convinti.
cada la carne, peggiori la vista,
muoiano i denti durante bei discorsi

ognuno fatica la sua dote in silenzi,
non c’è scelta, i bar chiudono presto,
abbassano serrande deluse per gli incassi.
tutti a casa
anche i baristi hanno una vita

Ascolta & Leggi: John Coltrane e Lucia Lascialfari (Saudade)

Trovo molto interessante questo poemetto in tre parti di Lucia Lascialfari. Saudade è quel senso tutto brasiliano di nostalgia/lontananza/incompiutezza provata dalle anime solari, inquiete, che non si sentono mai nel posto giusto, nel momento giusto. Poesia forte, senza risparmio, ragguardevole e, a mio avviso, intrisa di un raffinato erotismo a tratti emergente. Un talento, quello di Lucia Lascialfari, capace di abbinare versificazione potente ed elegante, ma sena autocompiacimenti, ai sensi e alla capacità di saper condividere con una certa naturalezza con il lettore. Buona lettura dunque.

SAUDADE

1.
Aggiungo solo che dei dolori
se ne porta anche la nostalgia.
Se ne porta quell’impalpabile rimpianto
di bellezza fina
di forma rotonda come di donna ebbra
se ne porta il colore greve
e un sapore avido
di saliva della bocca amata.

Dei dolori improvvisi , eterni,
non siamo noi padroni
ma di quelli liquidi che sanno sciogliersi
in un solo pianto
o in richieste
ne siamo artefici come stelle feroci.

E li rincorriamo nei loro abiti più giovani
grazie ad una musica o ad una finestra
e ci posseggono come demoni
amanti dissoluti
e ci chiedono sempre con gentilezza
battaglie.

Pattugliano fieri quelle che chiamiamo sponde
per attraccarvi e gettarvi l’ancora.
Un graffiti su di un palazzo inagibile
con le finestre murate
apre gli occhi su quei supplizi
come difronte al mare o al lupo:
impotente.

2.
Quando da piccola
scrivevo di nascosto
seduta per terra
dei miagolii dalle dita
correvano giù.
Correvano
dalle labbra serrate
passando tra le mani sudate
ad un foglio stropicciato
e vi gocciolava dentro inchiostro stella.
Poesia elettrica di shock e corto circuito.

Le malinconie mi vestivano tutta.
Sempre
Per un giorno di pioggia
per le foglie del viale
per un padre che fumava il suo sorriso.

Dolce notte scendeva
accompagnata dai poeti benedetti
che hanno dettato dell’abbandono e del disincanto.
Quelli dell’estasi quelli stupefacenti
gli epici traduttori
della condizione terrena
in metafisico oblio

3.
Dallo skyline del mio confine
svetta poderosa la sagoma
dell’indulgenza.
A me stessa, al mio primo mito
io Gea tu Urano.

Silenziosa ombrosa abbandonata
la torre sovrasta la mia valle
e non si arrende mai.

Si è tappezzata di rampicanti
a suggerle il cemento
adornata di finestre murate
un balcone crollato
un graffiti tacito
di bombolette acetate
a colori traslucidi
raffigurante una sirena
come forse al porto di Lisbona
l’ho visto.

E’ un martello pneumatico
una svista nell’equazione
una figura di dressage
è quello che mi fa infuruiare
quello che mi sa placare.
La mia gioia d’esser triste
di trine e di verde vestita
accompagnata da Tennessee Wiliams
quello dello Zoo di vetro
e sempre sempre sempre
da Victor Hugo.
Mia mia mia
soltanto mia
di un possesso benedetto
quello del lucido assassino seriale
che colleziona i s uoi feticci-

Grata anche solo della forma bella
del nulla-

Un relitto industriale
un banco di pesci d’argento
un movimento di fianchi
come acqua fluttuante.

Questo mi simula

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Lucia Lascialfari, è nata a Firenze nel 1960. Inizia a scrivere poesie in adolescenza intorno ai 12/13 anni.
Il richiamo forte che la ispira è inizialmente la natura nei suoi elementi così simili ai sentimenti umani.
Fa studi scientifici, si laurea Infermiera, pur successivamente iscrivendosi anche a Lettere Moderne senza però terminare il secondo percorso accademico per motivi di lavoro.
Si appassiona sempre in giovane età anche al teatro frequenta la scuola di recitazione Bottega Teatrale del M° V. Gassman e la scuola di recitazione del M° Orazio Costa comparendo in alcune produzioni, ma sopratutto si impegna a livello amatoriale con il regista R. Massai nella rappresentazione di alcune opere in lingua italiana.
Nel 2014 pubblica la silloge Sandali Azzurri con Giuliano Ladolfi editore.
Segue le attività dell’Associazione Sguardo e Sogno di Firenze che si occupa principalmente di poesia nella persona della sua Presidente Paola Lucarini.
Sta lavorando ad una seconda raccolta in fase di pubblicazione.
Appassionata di canto corale, ha frequentato alcuni cori amatoriali della sua città.
Ama l’uncinetto il punto in croce il giardinaggio i viaggi il cinema la musica che sono i suoi spazi ricreativi per i momenti di relax.

Il lago

Il lago non parla
non commenta, scava,
riposa fanghi sul fondo.
L’intorno, altrettanto silenzioso,
si scopre una brina fredda
in attesa che il sole la rifugi
dentro curiosi disegni in ombre.
Poco più in là passi d’uomini
hanno sognato riscatto
non ancora trovato.
Chiusi nei boschi, poco lontano,
animali di ogni specie proseguono
estemporanei dialoghi con la vita.
I predoni in paziente attesa
di sopravvivere a chi
si affaccerà sul lago.

Ascolta & Leggi: Leonard Cohen e poesie di Francesco Balsamo

Queste poesie sono tratte dal libro Cresce a Mazzetti il Quadrifoglio (Il Ponte del Sale, 2015), buona lettura.

scrivere è come segare uno specchio a metà,
come fischiare dentro un bicchiere
anche se invece servirebbe bere –
stare zitto con un pesce in bocca
e far passare a testa bassa una nave da sotto una porta,
facile solo se si potesse fare –
stare di qua, ma sentirsi di là dal muro
ma niente, devi tenerti di qua lo stesso –
come stare al bordo della pioggia
e arrotolarsi e srotolarsi la voce appena sopra la nuca –
un crollo in salita –
tenersi al caldo, perché qualunque cosa si scriva
lentamente la gela la carta,
posarsi allora una mano tutta intera sulla nuca di vetro,
o fare spazio alle foglie di un albero
tenendolo per mano –
scucire boschi per toccare solo il polso di un ramo –
scrivere è scendere lungo i pomeriggi
con un braccio solo
e coprirsi con l’altro, quello che manca –
spalancare le braccia ai giorni con una penna –
tenersi sul fuoco una penna,
quell’unica foglia secca,
perché qualunque cosa lentamente gela –
scrivere allora è cuocere un sasso poco alla volta,
o starci dentro con un brusio
(un brusio di sasso) –
poi voler pagare tutto con quel sasso nero
o, magari, stare come un sasso nella cesta di una faccia –
voler scrivere è come vivere ogni mattina con il palmo
nella tasca di domani,
prendere forse così alla sprovvista la morte di oggi –
scrivere è stare al buio per assomigliare a tutti
ma sembrando lo stesso nessuno
o assomigliare fra i tanti proprio a quello che fischietta
per ritrovarsi il cuore in viso –
scrivere è raccogliere quello che manca e passare di corsa ad altro

*

passeggiamo
visti dall’alto rimpiccioliamo
chiariamo una pace già chiarita
ma scuriamo sempre in tempo per la sera
tutta l’estate in un batter d’occhio di lancetta
passeggiamo
tutta l’estate in un solo viso

*

l’ombra
è il mio lato di gravità

io scomparso di trenta grammi

è la mia mezzanotte di lavagna
il mio riflesso d’eternità
che calza la terra a grandi passi

l’ombra sono io solitario
e al sicuro, sotterraneo,

settantuno chili di riparo

*

prego come un angolo
accovacciato dentro un muro
dove la punta di un angolo tocca
la punta di un altro

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http://www.francescobalsamo.it/site.php?pag=francesco&tip=page

Francesco Balsamo è nato a Catania, dove vive e lavora. Ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Brera e Catania e alla facoltà di Lettere dell’Università di Catania. Sin dai suoi esordi si muove nell’ambito di una creatività composita, dove si intrecciano molte passioni: il disegno, la pittura e la scrittura in versi. Nel 2001 è tra i vincitori del premio Eugenio Montale – sezione inediti – con Appendere l’ombra a un chiodo, poesie pubblicate nell’antologia dei premiati edita da Crocetti nel 2002; nello stesso anno riceve il premio Sandro Penna, per l’inedito, con Discorso dell’albero alle sue foglie, edito da Stamperia dell’Arancio nel 2003. Recentemente (2010) pubblica con Incerti Editori la raccolta Ortografia della neve. Alcune sue poesie sono state pubblicate su riviste («Hortus», «I racconti di Luvi», «Poeti e Poesia», «Ore piccole») e su antologie (Centro Montale – Vent’anni di poesia, Ci sono ancora le lucciole, Poeti e Poesia – Poeti nati negli anni sessanta, dieci poesie tradotte in polacco in La comunità dei vulcani). Una sua raccolta é stata tradotta in finlandese e pubblicata a Helsinki nel 2004. Dal 2003 numerose le sue partecipazioni a mostra personali e collettive in Italia ed est Europa.