ferie amArgine: Dio Muore di Frances Farmer

Nessuno venne mai a dirmi: “Sei scema. Non esiste Dio. Ti hanno presa in giro”. Non si trattò di un delitto. Penso che Dio morì di vecchiaia. E quando mi accorsi che non c’era più, non ne fui scioccata. Mi sembrò giusto e naturale.
Forse perché non ero mai stata veramente entusiasta di una o un’altra religione. Andavo al catechismo e mi piacevano le storie su Cristo e la stella di Natale. Erano bellissime. Quando ci si rifletteva, rendevano felici e scaldavano il cuore. Ma non le credevo. L’insegnante del catechismo parlava troppo alla stessa maniera del maestro delle elementari quando ci raccontava di George Washington. Storie carine, piacevoli, ma non vere.
La religione era troppo vaga. Dio era diverso. Lui sì che era reale, qualcosa che riuscivo a percepire. Ma c’erano solo alcuni momenti in cui potevo sentirLo. Rimanevo sdraiata in mezzo a fresche, lenzuola pulite la notte, dopo aver fatto il bagno, dopo esseri lavata i capelli e strofinata nocchie, unghie e denti. Allora riuscivo a restare sdraiata, completamente ferma al buio, con il viso verso la finestra che dava sugli alberi e a parlare con Dio. “Sono pulita adesso. Non sono mai stata più pulita. Mai sarò più pulita di così”. E, in qualche modo, era Dio. Non ero sicura che lo fosse… solo qualcosa di fresco e scuro e pulito.
Non si trattava di religione però. Aveva troppo di fisico. Non riuscivo a provare la stessa sensazione durante il giorno, con le mani nella risciacquatura dei piatti e il sole che picchiava sui tetti delle case, mettendone in risalto la sporcizia. E dopo un po’ di tempo, perfino di notte, quella sensazione di Dio non durò. Cominciai a domandarmi che cosa intendesse il reverendo quando diceva: “Dio nostro padre vede cadere anche il più piccolo dei passeri. Estende lo sguardo su tutti i Suoi figli”. Quell’affermazione mi confondeva del tutto. Però ero certa di una cosa: se Dio era un padre, con figli, quella pulizia che avevo provato non era Dio. Così la notte, quando andavo a letto, pensavo: “Sono pulita, ho sonno” e andavo a dormire. Questo non mi impediva di sentirmi bene quando ero pulita. Semplicemente sapevo che Dio non c’era. Era un uomo su un trono, facile quindi da dimenticare.
In qualche occasione scoprii che era utile ricordarsene: specialmente quando perdevo cose importanti. Dopo aver messo sottosopra la casa, ansiosa e senza fiato dalla ricerca, potevo fermarmi nel centro di una stanza e chiudere gli occhi: “Ti prego Dio, fa’ che trovi il cappello rosso con i fiocchi azzurri”. Normalmente funzionava. Dio era diventato un super-padre che non poteva sculacciarmi. Ma se volevo una cosa abbastanza intensamente, allora poteva procurarmela.
Mi accontentai di quella spiegazione fino a che non cominciai a rendermi conto che se Dio amava tutti i suoi figli allo stesso modo, perché si disturbava per il mio cappello rosso, mentre permetteva che altri bambini perdessero i loro padri e le loro madri per sempre? Iniziai a capire che Lui non aveva granché a vedere con cappelli, gente moribonda o chissà che. Queste cose succedevano che Lui lo volesse o no, mentre se ne rimaneva in cielo, facendo finta di non notare. Per un po’ mi domandai perché Dio fosse una cosa così inutile. Mi sembrava una perdita di tempo averLo, dopodiché si ridusse ogni volta un po’ di più, fino a diventare nulla.
Mi sentii piuttosto orgogliosa a pensare di aver scoperto la verità da sola, senza aiuto da nessuno. Mi sbalordiva che non l’avessero scoperta anche le altre persone. Dio se n’era andato. Eravamo stati giovani. Adesso però eravamo cresciuti e l’avevamo superato. Perché non erano in grado di vedere questa cosa? Mi sbalordisce tuttora. (Frances Farmer)
*

La prima volta che finì sui giornali aveva 18 anni, e non fu perché era bellissima. Era una ragazza provinciale: oggi Seattle è una città importante ma nel 1913, quando lei vi nacque, era il capo di Finisterre del North-West americano. Finì sui giornali per aver pubblicato, come saggio scolastico, un tema intitolato God Dies. Vinse 100 dollari e un viaggio premio in Russia, e cominciò a crearsi la fama di indomabile, di indocile, di scriteriata. Non aveva le idee molto chiare: le piacevano il teatro, i circoli progressisti, scriveva lunghissime pagine di diario, era diversa e voleva essere diversa, a costo di dare la testa nel muro. Ci riuscì. E’ stata forse l’attrice più diversa del Novecento, più di Louise Brooks. Sicuramente è stata quella dalla vita più tragica.
Ebbe un grande successo sugli schermi, dove portava un volto estremamente moderno, complesso, tormentato ma anche capace di un sorriso ravissant, in un’epoca in cui andavano di moda le fatalone. Era una donna di una bellezza radiosa che giorno dopo giorno scendeva all’inferno. Non l’inferno di qualche vodka in più come nel cliché di Hollywood, ma l’inferno dell’autolesionismo (andarsene dalle produzioni nel momento sbagliato, arrivare alle feste e offendere tutti, non tenere a freno l’autocommiserazione o l’irrisione, non rispettare i contratti, e naturalmente scegliere sempre gli uomini più mascalzoni) e della violenza inferta (mandò all’ospedale la sarta del camerino, aggredì un poliziotto che l’aveva fermata perché guidava ubriaca e coi fari accesi in periodo di coprifuoco, si scagliò contro la madre e contro i medici che l’avevano in cura). I giornali non risparmiarono un solo istante del suo calvario: la seguirono nelle aule giudiziarie, nelle stazioni di polizia (dove una volta, richiestale l’occupazione, rispose indimenticabilmente: “cocksucker”), in prigione, in manicomio. Le prigioni non erano quelle dove finiscono le divette di oggi in cerca di pubblicità, erano nere cloache dove non sapevi se fosse peggio l’isolamento o la compagnia forzosa di altri reietti. Il manicomio era un luogo abbandonato da Dio, dove il peggio non era nemmeno subire l’elettrochoc o i bagni ghiacciati o la terapia insulinica che la lasciava prostrata: era subire lo stupro dei militari che allungavano venti dollari all’infermiere, di notte, per scaricarsi dentro il corpo di quella che, poche stagioni prima, era l’irraggiungibile diva del cinema (nell’autobiografia lei stessa racconta questi episodi).
Frances Farmer scappò diverse volte, finì vagabonda per non tornare sotto le grinfie della madre, venne riacciuffata e riportata in cella, rinchiusa nella camicia di forza o legata sui letti di ferro dove la notte la morsicavano i ratti. Ogni volta uscivano articoli di giornale, fotografie scandalistiche: l’America era affezionata alla propria bad girl, non poteva perdersi una puntata del serial. Non le fu risparmiato nulla.
Dopo il 1945 tutti la videro cambiata: era docile, remissiva, poco più di una bambina, beveva ancora molto ma non era più violenta. Una delle tesi discusse dai biografi, e che il film con Jessica Lange accredita forse scivolando oltre il rigore biografico, è che la Farmer avesse subito la lobotomia che in quegli anni il dottor Freeman aveva trasformato in una sorta di macabro show (“dieci pazienti in un’ora”, “con la mano sinistra”…). La sua vita cambiò, sposò un operaio, fece la contabile, la lavandaia, ebbe un quarto d’ora di celebrità tardiva quando provarono, con scarsi risultati, a farla recitare ancora. Si ridusse a condurre un talkshow su una tv di provincia, a Indianapolis, prima di venire licenziata anche di lì, perché sempre ubriaca. Morì in povertà nel 1970, a 56 anni, di cancro all’esofago, sola com’era vissuta sempre.

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ferie amArgine: buongiorno

Guardo la collina a destra,
prima di entrare in galleria
vedo mura.

Diroccate a volte,
tirate a nuovo:
una bella villa palladiana
altre volte.

In genere a seconda
di come andrà la giornata
con o senza buongiorno.

ferie amArgine: entriamo nel nulla più assoluto

ci fermiamo per entrare nel nulla più assoluto
il che, non è detto sia un male:
è solo un po’ di stand by
voglia di fare altro, magari scottare
più di quanto sia lecito e permesso

nel frattempo l’invito a partecipare al premio nazionale di Poesia “La Staffetta”
è sempre buono e valido (qui sotto di nuovo il Bando)

ciao Lettori, a presto (o al più tardi)

BANDO-LA-STAFFETTA-premio-nazionale-di-poesia

ascolti amArgine: Zoo Station – U2 (1991)

Dopo la trilogia di debutto Boy, October, War (1980) gli U2 cessarono di essere un gruppo rock alternativo, trasformandosi in quel fenomeno di massa che tutti conosciamo e con tutti i pregi e difetti del caso. Confesso che il periodo dal dopo War (1983) fino ad Achtung Baby (1991) non è sulle mie corde. Molti dissentiranno. Achtung Baby, disco del 1991, rappresenta a parer mio il loro momentaneo rinascimento artistico. È stato inserito dalla rivista Rolling Stone al 62º posto tra i 500 migliori album di tutti i tempi. E’ senz’altro il migliore dopo i primi tre. Un pezzo tratto da quel disco.
Bono ebbe l’ispirazione per la canzone dopo aver sentito una storia sullo zoo di Berlino, ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale. Dopo uno dei tanti bombardamenti aerei che colpirono la capitale tedesca, la struttura del giardino zoologico venne danneggiata, il che rese possibile la fuga degli animali, che iniziarono a vagabondare per la città in macerie. Il cantante pensò che l’immagine di animali che escono dalle proprie gabbie e iniziano a girare, finalmente liberi, per la città era un’ottima metafora di quello che erano gli U2 nel 1991, ovvero una band che voleva scappare dall’immagine seriosa e impegnata che l’aveva caratterizzata nel decennio precedente, per reinventarsi in un nuovo linguaggio ideologico, musicale ed estetico che li facesse sentire più liberi e a loro agio. Il brano inizia con un effetto che rimanda al rumore bianco del televisore, a darci l’impressione di qualcosa che si è rotto o interrotto. Il sound della canzone è un misto di rock alternativo e musica industriale, e per la prima volta nella storia degli U2 la voce di Bono è filtrata.

Sono pronto per il gas esilarante
Sono pronto per quello prossimo
Sono pronto a schivare

Sono pronto per tuffarmi
Sono pronto a dire
Sono contento di essere vivo
sono pronto
Sono pronto per la spinta

Nel fresco della notte
Nella brama della brezza
Andrò a gattonare
Su mani e ginocchia

In fondo alla linea – Zoo Station
Devo arrivare in tempo – oh, Zoo Station

sono pronto
Sono pronto per l’ingorgo
Sono pronto a portarlo in strada
Sono pronto per il rimescolamento
Pronto per l’affare
Pronto a lasciar andare il volante
Pronto per la cotta

(È appena in coda) … Zoo Station
(Devo farlo in orario) … Zoo Station

Tutto a posto
Va bene, va tutto bene
Va bene, puoi alzarlo!

Il tempo è un treno
Rende il futuro passato
Ti lascia in piedi alla stazione
La tua faccia premuta contro il vetro

Sono solo in linea con il tuo amore … (Zoo Station)
Sai che sono sotto il segno … (Zoo Station)
Devo farlo in tempo
Fai in tempo … (Zoo Station)
Ci sarò … (Zoo Station)
Va bene … (Zoo Station)
Solo due fermate in fondo al tuo amore … (Zoo Station)
Solo una fermata lungo la linea

Testo originale Zoo Station

I’m ready
I’m ready for the laughing gas
I’m ready
I’m ready for what’s next
I’m ready to duck

I’m ready to dive
I’m ready to say
I’m glad to be alive
I’m ready
I’m ready for the push

In the cool of the night
In the wartmth of the breeze
I’ll be crawling ‘round
On my hands and knees

Just down the line – Zoo Station
Gotta make it on time – oh, Zoo Station

I’m ready
I’m ready for the gridlock
I’m ready to take it to the street
I’m ready for the shuffle
Ready for the deal
Ready to let go of the steering wheel
I’m ready
Ready for the crush

(She’s just down the line)…Zoo Station
(Got to make it on time)…Zoo Station

Alright
Alright, alright, alright, alright
It’s alright, it’s alright, it’s alright, it’s alright
Hey baby, hey baby, hey baby
Hey baby
It’s alright, it’s alright

Alright, you can turn it up!

Time is a train
Makes the future the past
Leaves you standing in the station
Your face pressed up against the glass

I’m just down the line from your love…(Zoo Station)
You know I’m under the sign…(Zoo Station)
I’ve gotta make it on time
Make it on time…(Zoo Station)
I’m gonna be there…(Zoo Station)
That’s alright…(Zoo Station)
Just two stops down the line from your love…(Zoo Station)
Just a stop down the line

i bambini non sanno

case senza numero civico,
una dietro l’altra,
uguali, stesse vite,
solite impossibilità,
i giorni proseguono

la sensazione, ogni mese
è la stessa:
nemmeno i pesci si accorgono
di nuotare per aria
se c’è nebbia

i bambini non sanno
della santità di mamma e papà,
tutto è più grande
amare è un gemito sommesso.
mi sono svegliata, tu non c’eri

tempi senza domani,
ai posteri lasceranno
la sensazione di vite gettate,
nemmeno gli uccelli si accorgono
di volare sott’acqua

ascolti amArgine: I’m not in love – 10CC (1975)

Ultimamente mi sento tanto Radio Capital, agisco di conseguenza. I’m Not in Love, per la cronaca uno dei più grandi successi commerciali dei Seventies, fu pubblicato nel 1975 ed estratto dal loro terzo album in studio The Original Soundtrack (che però era la colonna sonora originale di nessun film). Numerosissime le cover del brano da parte di molti artisti dal 1975 a oggi.

NON SONO INNAMORATO

Non sono innamorato
quindi non dimenticarlo
è solo una stupida fase che sto attraversando
e solo perchè
ti chiamo,
non devi fraintendermi, non pensare di avercela fatta
non sono innamorato, perché…

Mi piace vederti
ma poi, di nuovo,
questo non significa che tu significhi tanto per me
quindi se ti chiamo,
non agitarti troppo
non dire ai tuoi amici di noi
non sono innamorato.

Ho la tua foto
appesa al muro
nasconde una macchia orribile
quindi non chiedermi
di ridartela
so che tu sai che non significa molto per me
non sono innamorato.

Tu aspetterai tanto tempo per me

Non sono innamorato
quindi non dimenticarlo
è solo una stupida fase che sto attraversando
e solo perchè ti chiamo,
non devi fraintendermi, non pensare di avercela fatta
non sono innamorato.

I’m not in love
So don’t forget it
It’s just a silly phase I’m going through
And just because
I call you up
Don’t get me wrong, don’t think you’ve got it made
I’m not in love, no no, it’s because

I like to see you
But then again
That doesn’t mean you mean that much to me
So if I call you
Don’t make a fuss
Don’t tell your friends about the two of us
I’m not in love, no no, it’s because

I keep your picture
Upon the wall
It hides a nasty stain that’s lying there
So don’t you ask me
To give it back
I know you know it doesn’t mean that much to me
I’m not in love, no no, it’s because

Ooh you’ll wait a long time for me
Ooh you’ll wait a long time
Ooh you’ll wait a long time for me
Ooh you’ll wait a long time

I’m not in love
So don’t forget it
It’s just a silly phase I’m going through
And just because I call you up
Don’t get me wrong, don’t think you’ve got it made
I’m not in love
I’m not in love

alla folla

Il mio bavero, accusato
di avere sempre freddo,
consuma gambe, ginocchia
nell’infinito trattare
e trattenere la vita:
il suo cavallo di legno
ha gli zoccoli rotti,
sciupa gente,
spesso si rovescia
e mette alla porta.
Non ricorda cognome e nome
della poetessa, maritata
o da ragazza, ricorda
il male che la rapì,
certe malignità della luna
sorte dal multiverso
di Donnie Darko.
Per sua esplicita natura
non muove passi
non tenta abbracci.
Traghetta, è scrupoloso,
il suo impegno non prova
il diritto alla felicità,
ma la semplice richiesta
di voler rientrare in cella
dopo un intero giorno
di acida follia.
Lasciamo alla folla
il desiderio mai represso
di ondeggiare indignata,
domani è un’altra storia,
la stessa