Nino Rota con tre poesie di Silvia De Angelis

Arcano silenzio
.
Sull’incipit della sera
nel mormorato di vortici lontani
s’assiepano vibranti schiume d’oceano
mosse da lumi di cose già narrate.
Pesanti tocchi di neve
impalmano tacite astrazioni
scivolate su anse di buio….
Gelide ne quietano l’ardire
nell’assenza di pochezza
approdata su un pallore d’abbandono.
Un arcano silenzio nel viola del pensiero
è interrotto da un suono di campana
scivolato su perfetti sgarbi
naufragati su lingua prosciugata…

*

Controllo delle emozioni
.
Incisioni sulla pelle
nella linea che s’incurva
lasciando un fremito dolente
su ventre ceduto alla fiamma.
Mozioni tenute a bada
nella matrice che scandisce passi
sul tempo affusolato d’un narciso.
Abbaglia voci antagoniste
nell’inganno senza licenza
scivolato su trucchi non riusciti…

*

La destinazione
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Nelle pulsazioni d’aria metallica
spulcio il tuo dire silenzioso
inteso come una sberla alla vita che accade.
Affilo gli occhi in caduta libera
sul tuo ego riciclato
da una quasi ibernazione voluta.
Gazzelle si muovono velocemente
fuori del muto dogma
senza raggiungere la traversa
che ti attraversa …
proseguono imperterrite la corsa
mutando destinazione …

*

@Silvia De Angelis 2022

*

Silvia De Angelis è nata a Roma, sempre invogliata dal contatto con la gente per il suo carattere estroverso e comunicativo. Dopo un inizio poetico rivolto a elaborati dai toni “scarniti”, cresce notevolmente, modificando lo stile e delineandone il fascino, con scritti più congrui e completati da una struttura più armoniosa.Gioisce al contatto con la natura, in tutte le sue manifestazioni, dedicandole svariati elaborati poetici, in particolare, un volume, completamente riservato agli animali “CONOSCIAMOLI MEGLIO”. Ne pubblica poi un secondo, “CORALLI DI PAROLE INTAGLIATE COL FIATO”, in cui si sofferma volutamente su tratti d’inconscio. Ancora un terzo libro, stavolta in vernacolo, dedicato alla tradizione della sua città nativa, Roma, dal titolo “’N’ANTICCHIA DE’ ROMA MIA”. Segue un libro di poesie del profondo “INGANNI TRAVESTITI D’INCANTO” e infine un’ultima pubblicazione, di emozioni poetiche, dal titolo “SCREZI NEL VENTO”

 

Mai na gioia 51

la ahahahah poetessa Giorgia Soleri

Macchiè ‘sta Giorgia Soleri? Ah sì, è quella che fa da fidanzata a quello dei maneskini, ma sì dai come si chiama? Daaiiii quello che sembra Robert Plant con la rinite allergica… oooh non mi viene. Lei discreta topina, non vado oltre perché ha la stessa età di mia figlia, ma me sembra figlia de Ambra, e ha scritto le povesieeeeee! E l’hanno paragonata ad Alda Merini, dopo che per un osso di prosciutto è stata sdoganata dalla Calandrona in personaaaa! Ecco, non ci resta che leggere i versi immortali di costei:

“Non voglio essere difesa, non voglio essere salvata/ rifuggo la protezione”. E poi: “nessuna torre m’imprigiona/ voglio buttarmi nel mondo/ farmi graffiare la carne/ sanguinare di vita/non trattarmi come la principessa che non sono/ solo perché non puoi reggere/ la combattente che è in me”

‘azzo, ne voglio ancora!

 “Per tutte quelle volte in cui mi avete/ detto che un uomo non mi avrebbe voluta/ perché dopo una foto nuda/ non ci sarebbe stato più niente da scoprire/per tutte quelle volte in cui mi/avete detto – e mi avete convinta – che/ non ci fosse più niente da scoprire/ in me se non la mia nudità”. Un altro dei testi piaciuti a Calandrone recita: “Ho visto il sole sorgere/ ottomilatrecentoquarantaquattro volte/ anche quando non lo credevo/ possibile. La cenere della fenice/ che fui/ mi sporca ancora le dita”.  

Roba forrrteeee!

 “Nella lunga notte /con la lingua / raccolgo i segreti / che dai tuoi occhi sgorgano/ dissetano/ la mia gola/ secca della tua assenza”.  Soleri scrive: “Scorre il tuo seme/ gravida di te/ in ogni sterile atomo/ che mi compone”. E ancora: “Voglio stupirmi di te/imparare nuove traiettorie per/portarti al piacere/ scoprire nuove isole fa i tuoi/ nei, cancellare i confini tra la fine del mio orgasmo e l’inizio del tuo”.  

Raga facciamo come i dodo, estinguiamociiiiiii!

Alan Silvestri con poesie di Angela Botta

MADRE DI LUCERICORDO
IRRECUPERABILI
.
Procedo al recupero
di ogni immagine
tutti gli steli
tutti i tramonti
tutte le grida
le risate
.
Mamma di vento
non trovo
più i tuoi occhi
Uccisi dal male
.
Possono gli occhi
Vedere troppo?
.
Forse i tuoi l’hanno fatto
nel viola che amavi
so ancora piangere
l’impossibilità del respiro
di un volto negato
.
In eterna luce ricordo
Liberami dal male
E dal tormento
Tu che mi hai trasformata
In carne della tua carne
.
Possano i miei occhi
accendersi del tuo amore
Infinito
nell’ infinita fine
che attende le tue mani
coi guanti di plastica rosa
.
2011

*

Oltre ogni materia creata
dio non basta a definire la madre
oltre il sangue congiunta
Corpo tessuto nel vuoto
tracima gravido e quieto
.
Mutevole il volto solcato
Muto s’affaccia al giorno
e dove s’accosta il figlio rimane
e la vive dove il nulla sa nascere
e la tocca dove nessun uomo sa giungere
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2020

*

Non la conoscevo, tratteggiavo a volte,
la sua straziante calma
fermando la contrazione che toglie il respiro.
Il cibo risaliva fino alla testa bianca,
apnea infinita, così idiota da non soccorrersi,
tossiva figure di carta, lutti da ceramica sporca.
Bicchieri riversi da specialisti del “dovresti essere”
le cantavano in bocca nel suono strozzato dai vetrai.
Il pianeta nano è abituato ai “satelliti del non è abbastanza”
La soddisfazione anoressica dai troppi caffè,
(in)nata ogni giorno, pur di non mangiare scatti a vuoto.
Foto troppo mosse impauriscono gli autori del perfezionismo cosmico,
ed è così che vede il mondo elettrico del “non vali abbastanza”
Ed è così che vede la bellezza delle tribù mangiate dai morti,
trascinate nel letamaio ingombro delle nuove malattie dei secondini.
La sua galera sussurra tra le dita una generosità da dolore conclamato.
Non la conoscevo, tratteggiavo a volte, solo, la sua straziante calma.
.
2020

*

Sorella mia dagli occhi di giada,
fuori qualcosa ha scavato il mio sorriso.
Dentro la terra tu hai vita
e io non so più sorriderti ora.
Dio mi ha dimenticata
dentro la guerra più semplice,
nell’unica battaglia che nessuno conosce.
Di questo io vivo e solo tu ora
ne conosci il segreto.
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2022

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Angela Botta nasce nel 1962 a Roma, dove ha studiato pittura all’Accademia di Belle Arti e canto jazz alla Scuola Popolare di Musica di Testaccio. In questi ultimi anni ha intrapreso, al Cineteatro di Roma, con i maestri Alessia D’Errigo e Antonio Bilo Canella, un percorso teatrale e performativo basato sull’improvvisazione e l’atto poetico. Ha partecipato insieme ad altri artisti, alla presentazione e al progetto del film “La Fine del Mondo” di Demis Sobrini. Molti i suoi testi poetici, tra questi ricordiamo: “Le Parole Ascoltano” finalista nel 2012 al Premio della critica – Festival di poesia di Genova, “L’Amore è un’Apocalisse degli Sguardi”, “Teatro di Carne”, “The Negative Dark Book” scritto con Toni Contiero, e il romanzo fantapoetico, “Il mio nome è Emily, come Emily Dickinson”. Angela scrive tuttora sulla rivista Nova di Antonio Limoncelli e ha collaborato a lungo con il poeta Giovanni Caria. L’ultimo suo lavoro, “La Prospettiva Invisibile” è stato vincitore assoluto per il tema della musica nel concorso di poesia de “ilmiolibro. it”, legato al Festival di Poesia di Genova: Parole Spalancate. Nell’ottobre del 2018, insieme agli artisti Mauro Magni e Pier Maurizio Greco, nella settimana di Rome Art Week, ha contribuito, in qualità di performer, a “Come Isole”, progetto espositivo curato da Maria Arcidiacono, con la collaborazione di Roberta Melasecca, e presentato a Roma presso l’Associazione TraleVolte. Sempre con Maria Arcidiacono e con la pittrice Renata Maccaro, è nata la bellissima esperienza pittorica e performativa “Corpi narranti” al MagmaLabSpace di Roma.

 

 

 

 

Tra primo e secondo tempo

Foto Gisella Canzian
Dio soffierà via
le minacce di pioggia di un giorno
che si farà notte
in attesa del successivo,
sempre lo stesso
mai disposto ad arrivare;
col tempo, non te ne accorgi,
ogni piccola cosa si fa sabbia
per le onde che la portano via
scivolare inavvertito,
tutto non termina rapido
è concerto suonato in ombra
dove gli astanti non fanno che pregare
incapaci,
impoveriti come uranio
dentro il deserto soffice
dove l’ascolto è inibito
tra primo e secondo tempo.

*