luoghi in ombra

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luoghi in ombra sensazioni
il cuore esce dal petto
va a viversi in pace
un’autobiografia languida
bocche di pesca dove fuggire,
restare indolente
fino alla morte solitaria del cacciatore,

il desiderio più che tiepido
ondeggia tranquillo in mare,
dov’è libertà dov’è il caso
non a caso a Sud,
dove il mondo si apre
in due come una melagrana
e la luna è dello stesso colore

sui gradini della canonica

Dopo sole e pioggia
le cicale si confrontavano
con una risonanza magnetica
meno insistente al confronto.

Le donne si nascondono
dietro gli alibi del freddo.
Qualcuno parla da solo,
specialmente se c’è vento.

Più convesso, imbiancato
spesso perso, chi attraversa viali
coperti di foglie, prende buche
e ogni altra cosa.

Tutti trepidanti, osservano
il proprio creatore di sogni,
ognuno ha il suo, nessuno offre,
mio padre non torna.

Resto sempre lo stesso,
sessanta autunni seduti
sui gradini della canonica.
gradini

cantato

we are all in a market square (cantato)
we are all… (cantato)

lo scarno inizio non inganni.
Dio separerà
anzitutto chi ha capelli in ordine
dagli ex comunisti.
Io sarò diviso da ‘labbra al silicone’
mentre mi adocchia con desiderio.

La mendicante nera, grassa, indecente
dai suoi foglietti partorirà
una suora scarna senza carità,
mentre una tizia volutamente glabra
si alzerà per non lasciare posto.

Un giovane anziano
donerà la camicia a un autunno
dalla stessa circonferenza.
Finiti nomi e soprannomi,
una ridotta di uomini elevati
è già in paradiso.

Gli altri, aggrappati ai finestrini,
chi per un posto
chi per sentirsi vibrare il cervello,
avranno occhi solo per mangiare.
E si divertiranno.

We are all in a market square (cantato)

poseidon

ovunque sia

fingi sudore l’acqua di mare
serpeggiante sulla fronte,
avviso di nuova vita
non brutale somma d’urti
la nausea che ti monta.
Difficile spiarti
il passo sotto i piedi,
quando cade un temporale
fingi agosto non l’autunno.
La meta, ovunque sia
grazia, uovo con due tuorli
attrice sempre pronta
a dar corpo a un altro.
Cambia numero, dimentica
se qualcuno t’innamora

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Stefanie Golisch Intervista senza domande a cura di Flavio Almerighi, citazioni tratte dal libro Ferite – Storie di Berlino Ensemble, 2015 con Quattro poesie inedite

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Originally posted on L'Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internazionale:
Stefanie Golisch, scrittrice e traduttrice è nata nel 1961 in Germania e vive dal 1988 in Italia. Ultime pubblicazioni in Italia: Luoghi incerti, 2010. Terrence Des Pres: Il sopravvivente. Anatomia…

nell’area dei codici verdi

Il mare, non l’Adriatico però,
prendeva cantonate d’azzurro
lasciandosi andare senza perifrasi
alla deriva, cantando
conteneva i drammi
dei pesci e della procellaria.
Ognuno voleva la pancia piena,
far notte e fare mattina
perché c’è somiglianza
tra tempo e vita.
Più avanti l’uomo saltò le acque
vuotò il mare, riempiendolo
delle proprie imprese,
fini che all’ultima ora
Rosetta si spense su una cometa
dirigendo l’orchestrina del Titanic
con le luci ancora accese.
Chi ha dato tutto non rammenta,
divorato dai ricordi
della vita non si occupa più,
nell’area dei codici verdi
lo chiamano già predestinato,
nemmeno troppo sottovoce.
Quando ha coscienza,
guarda suo figlio e dice
– Torna a casa
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Con affetto

Gesù Cristo, mi piacerebbe
essere di nuovo felice!
Caricarmi su un autobus
e, dopo la colletta, tornare a casa.

Non è più lo stesso senza te.
Preferisco non sentire
gli anni sbagliarmi addosso,
vorrei ascoltare altra musica.

Qui il più legale è un bandito.
Spiana la canna sotto il mento,
alzi le mani d’istinto
mentre ti vuota le tasche.
Sorride prima di spezzarti i denti.

In ogni epoca tutti sono amici,
fino a quando cominciano i soldi.
La scena si consuma,
l’avarizia divora, strappa ogni piuma
d’inutili orpelli ai vivi.

Con affetto.
dozza

Hurbinek è qui, oggi

Hurbinek era un nulla, un figlio della morte, un figlio di Auschwitz. Dimostrava tre anni circa, nessuno sapeva niente di lui, non sapeva parlare e non aveva nome: quel curioso nome, Hurbinek, gli era stato assegnato da noi, forse da una delle donne, che aveva interpretato
con quelle sillabe una delle voci inarticolate che il piccolo ogni tanto emetteva.
Era paralizzato dalle reni in giù, ed aveva le gambe atrofiche, sottili come stecchi; ma i suoi occhi, persi nel viso triangolare e smunto, saettavano terribilmente vivi, pieni di richiesta, di asserzione, della volontà di scatenarsi, di rompere la tomba del mutismo. La parola che gli mancava, che nessuno si era curato di insegnargli, il bisogno della parola, premeva nel suo sguardo con urgenza esplosiva: era uno sguardo selvaggio e umano ad un tempo, anzi maturo e giudice, che nessuno fra noi sapeva sostenere, tanto era carico di forza e di pena.
…..

Hurbinek, che aveva tre anni e forse era nato in Auschwitz e non aveva mai visto un albero; Hurbinek, che aveva combattuto come un uomo, fino all’ultimo respiro, per conquistarsi l’entrata nel mondo degli uomini, da cui una potenza bestiale lo aveva bandito;
Hurbinek, il senza-nome, il cui minuscolo avambraccio era pure stato segnato col tatuaggio di Auschwitz; Hurbinek morì ai primi giorni del marzo 1945, libero ma non redento.
Nulla resta di lui: egli testimonia attraverso queste mie parole.

(P. Levi, La tregua, Einaudi, Torino 1992)

bambino