erotica semi acustica


labbra che ascoltano
il più soave dei sospiri,
gambe che schiudono
e gli occhi si abbassano.

Nel freddo più denso
qualcuno cerca
qualcuno che dà le spalle
perché cerca un bacio.

Ucciso un poeta
un poeta in meno,
capisco il maltempo da cui
non si può gridare.

Infine scoppia la chiusa
dell’emissario nascosto,
il vincitore viene
a reclamare il pegno.

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letture amArgine: Beppe Salvia letto da Claudio Borghi

I begli occhi del ladro

E’ presa la vena, carezzala, fa
arco col braccio, appanna il lume, luce
celeste brilla una febbre sul braccio;
scalda l’anima copri lo specchio, fa
che una coltre allontani le voci, la
lamina d’argento s’è scaldata, è
la bianca fiamma che adesso mescola
a una gocciola che tersa traspare
la bianca bianca eroina, la vena
è radice il laccio stringe l’ago
riluce brilla buca il braccio, brina
scioglie che sulle ciglia brillava, va
in vena, è il momento del mantice, la
misura di sidro che versa dal calice,
son chiusi i begli occhi del ladro.


La poesia di Beppe Salvia (Potenza 1954 – Roma 1985) nasce nell’arco temporale successivo a Satura di Montale (1971), a cui alcuni critici fanno risalire l’origine, se non la causa scatenante di un’involuzione progressiva, formale e sostanziale, all’insegna di un minimalismo elegiaco e autoreferenziale, della scrittura in versi nell’ambito della letteratura italiana. Per quanto i testi più intensi di Salvia, legati a vicissitudini stilistiche a cui non sono estranee le influenze dello sperimentalismo della neoavanguardia, siano pienamente riconducibili a una matrice lirico-elegiaca, è indiscutibile il valore estetico ed espressivo della sua opera più rappresentativa, Cuore (cieli celesti), a riprova del fatto che gli stilemi critici precostituiti sono spesso inefficaci laddove pretendano ricondurre la storia della poesia a linee guida schematiche e rigide e il giudizio sulle singole opere a categorie sterili e classificatorie.

Giunto dalla nativa Lucania a Roma nel 1971, Beppe pubblica testi poetici a partire dal 1976 su varie riviste, tra cui Nuovi Argomenti. Nel 1980 fonda la rivista Braci con Claudio Damiani, Arnaldo Colasanti, Gino Scartaghiande e Giuseppe Salvatori, su cui negli anni seguenti pubblica suoi versi e prose. Negli stessi anni collabora a Prato Pagano, prima almanacco e poi rivista, la cui redazione si riunisce nella casa di Gabriella Sica: sulla rivista escono testi di Beppe, che fornirà un contributo anche alla veste grafica. I libri di Salvia escono tutti, a cura degli amici, dopo la tragica morte a Roma: Elisa Sansovino, Estate (Quaderni di Prato pagano, Il Melograno-Abete Edizioni, 1985); Cuore (cieli celesti) (Rotundo,1988); Elemosine Eleusine, a cura di Arnaldo Colasanti (Edizioni della Cometa, 1989).

La scrittura di Salvia è densa, formalmente compatta, profonda. La sua breve vicenda creativa si risolve, nei libri editi, in poco più di un centinaio di testi, tra versi e prose (in prevalenza versi), in cui traspare una filigrana emotiva fitta quanto fragile, sorvegliata da un’intelligenza che sembra voler stringere la presa sull’opera come fosse il riflesso immediato, contingente e precario, dell’esistenza. Ogni poesia di Beppe è un resoconto esistenziale, anche quando scrive un breve editoriale introduttivo per il primo numero di Braci, uscito nel 1980:

Il lume accanto allo scrittoio

Noi proviamo in questa notte a scrivere della vita e della morte. La letteratura ufficiale ancora adombra con grave e dimessa incuria la volontà di lenire (sorridere è uno stile come tacere) e ispira, subìto pentita, nuove rinnovate schiere di verseggiatori sentimentali e scolari giustamente beffardi. In queste nostre pagine dunque noi proviamo a far vivere ogni nostro dolore o limite o sofferenza o gioia poiché vogliamo ridare allo scritto, un pensiero vergato perché rimanga, il suo più immediato valore che è quello di partecipare esso stesso del vivere, e far vivere anche noi che fuggiamo altrimenti, nel suo duplice calore di ricordo e d’attesa. Poiché del presente il pensare è fuggiasco.
E noi, noi moderni, costretti a sperare o dimenticare, riviviamo ogni giorno un giorno troppo uguale. Si perde così ogni passione. Anche perché le passioni non più scritte o coltivate in una scrittura interiore son tutte eguali. E il piacere è gioia e la gioia è dolore. E il ricordo felicità e la felicità dimenticanza.
Allora non più i nostri versi si ingannano se appaiono confusi, ma ben più grato è il nostro amore per essi se un disteso piacere li rende aggraziati e al contempo un rigore di pensiero li provi al diffuso dolore.
Per non rischiare di contemplare i nostri volti abbiano scritto di essi. Poiché un volto pur bello, e se bello ancor più, ha la virtù di sparire rimediarsi allontanare il suo più profondo rilievo.
Altrimenti in quelle parole a fatica tratte a descrivere passioni e orrori la bellezza è seconda. Il favore che ad esse parole scrivendo chiediamo è di rifletterci il volto mille volte lo stesso le mille volte che esso, è mutevole il tempo, s’acciglia e si trasforma. Non è semplice chiedere questo; è come sedurre il destino, ma nell’opera è l’opera. Il merito e il valore ce ne disinteressiamo.

Il ritmo di questa scrittura è stranamente sincopato, quasi trapelasse un’indecisione circa quello che l’autore sta per fare, quasi non sapesse bene cosa scrivere, eppure da questa riservatezza nasce un ibrido unico, un impasto tra verso e prosa di grande originalità espressiva. Involontaria? Cosa importa? Qui c’è una sensibilità che entra per osmosi nel lettore rendendolo partecipe di ogni passaggio emotivo, quasi la mente di chi legge fosse rischiarata dallo stesso breve lume da cui sono fasciate le mani dello scrittore.
Come paradigmatico della ricerca poetica di Salvia vogliamo considerare il libro Cuore (cieli celesti), senz’altro il suo testo più significativo e inventivo. Si sentono tanti influssi potenziali, di diversissima matrice, da Petrarca a Leopardi a Zanzotto, in particolare si osserva con evidenza il tentativo di trovare una forma personale, senza tralasciare indecisioni ed approssimazioni, a testimonianza di un cammino accidentato, necessario a trovare un’identità, a tracciare un itinerario di verità e bellezza. Per quanto ogni singola composizione sia formalmente risolta al suo interno, si ha spesso la sensazione di una conquista temporanea e precaria se non di una sfida personale con una materia espressiva stilisticamente da dominare, anche a discapito dell’impianto e dell’equilibrio complessivo. La cosa è fisiologica, vien da dire, trattandosi di opere riscostruite da altri laddove l’autore non le aveva predisposte per la pubblicazione, tranne Estate, uscito, per suo volere, curiosamente a nome di una presunta autrice femminile, Elisa Sansovino, indice di una giocosa indole pessoana come di una radicata costitutiva insicurezza circa la propria identità autoriale. In effetti il passo indeciso, per quanto si tratti di testi formalmente molto compatti ed espressivamente efficaci, rispecchia una fragilità che lo stesso autore sembra percepire come irreversibile. Ha talento e fascino (lo testimoniano gli amici, tra cui Claudio Damiani), ma sembra disinteressarsene: sente che quello che cerca e vuole appartiene al regno dell’ineffabile, dell’emozione che sfugge, del centro inattingibile sul piano dell’esperienza sensibile. Alcuni testi, in Cuore (cieli celesti), sono sperimentazioni stilistiche, tentativi quasi formalistici che ricordano lo Zanzotto degli anni settanta e ottanta, in particolare quello di Galateo in Bosco che ritorna al sonetto, in una sorta di volontaria clausura che sa di involuzione manieristica, una barriera interiore a difesa della purezza del centro profondo dalla materia impura del mondo. Beppe padroneggia la forma, scrive sonetti metricamente perfetti ma spesso senza rime, sente di poter dominare lo strumento stilistico, ma gli effetti non possono bastargli, sa di essere su un crinale, sa che la poesia, giunta a perfezione, si chiude nella dissoluzione della forma fine a se stessa. E qui sta il punto di svolta: la poesia di Salvia diventa, di colpo, nudamente lirica ed elegiaca, limpido riflesso dell’io che disegna le trame dell’esistenza, la quotidianità, l’amicizia, l’amore, come precipitando all’indietro di centinaia di anni trova se stessa in un alveo originario, petrarchesco se si vuole, o leopardiano, in apparente aperta dissonanza con lo sperimentalismo perseguito fino a poc’anzi, e in una sorta di terra senza tempo, di pura distillata emozione, conquista la sua naturale grandezza.

Adesso io ho una nuova casa, bella
anche adesso che non v’ho messo mano
ancora. Tutta grigia e malandata,
con tutte le finestre rotte, i vetri
infranti, il legno fradicio. Ma bella
per il sole che prende ed il terrazzo
ch’è ancora tutto ingombro di ferraglia,
e perché da qui si può vedere quasi
tutta la città. E la sera al tramonto
sembra una battaglia lontana la città.
Io amo la mia casa perché è bella
e silenziosa e forte. Sembra d’aver
qui nella casa un’altra casa, d’ombra,
e nella vita un’altra vita, eterna.

*

A scrivere ho imparato dagli amici,
ma senza di loro. Tu m’hai insegnato
a amare, ma senza di te. La vita
con il suo dolore m’insegna a vivere,
ma quasi senza vita, e a lavorare,
ma sempre senza lavoro. Allora,
allora io ho imparato a piangere,
ma senza lacrime, a sognare, ma
non vedo in sogno che figure inumane.
Non ha più limite la mia pazienza.
Non ho pazienza più per niente, niente
più rimane della nostra fortuna.
Anche a odiare ho dovuto imparare
e dagli amici e da te e dalla vita intera.

*

C’è chi, al contrario di me, non dispera,
che con salute e forza e virtù e buona
fortuna, si arrivi a morire dopo
tanti bei giorni, pieni di tantissime
cose di questo mondo o di un altro mondo;
o dopo tanti giorni e quella gioia soltanto
povera dei giorni. Io son felice,
a questo mondo, solo di questo e spero
che a me il destino procuri con le sue
pesti e le pietà e i suoi dolori
un solo giorno più bello di tutti questi
miei dolorosi giorni; o di questo mio
dolore si dimentichi per un solo
giorno.

*

il mare è vasto e azzurro come il cielo,
e di questa ritmica melodia
vibrano foglie e fiori e le chiome
ampie dei pini. La malinconia
un tempo m’afferrava quando, vecchio
calligrafo di grigi fogli, ferro
e fuoco sono i versi, della casa
mia infinita, le persiane verdi
e il rosa scialbo e l’edera già grigia,
io sognavo inutilmente. Adesso
io amo questa nostra vita mite
e quei colori e quei versi, e tutta
infinita grandezza e la pazienza
del nulla attorno a queste sillabe.

*

Abbiamo nel cuore un solitario
amore, nostra vita infinita,
e negli occhi il cielo per nostro vario
cammino. Le spiagge i cieli, la riva
su cui sassi e rovi e il solitario
equisèto, e colli erbosi grassi
rioni, città dispiegate come
belle bandiere, e nude prigioni.
Questa è la nostra vita. Questi nostri
volti vagabondi come musi
di cani ci somigliano. Il vento
il sole le corolle rosse e blu,
i sogni mai sognati i nostri sogni.
Questa è la nostra vita e nulla più.

*

I miei malanni si sono acquietati,
e ho trovato un lavoro. Sono meno
ansioso e più bello, e ho fortuna.
E’ primavera ormai e passo il tempo
libero a girare per strada. Guardo
chi non conobbe il dolore e ricordo
i giorni perduti. Perdo il mio tempo
con gli amici e soffro ancora un poco
per la mia solitudine.
Ora ho tempo per leggere per scrivere
e forse faccio un viaggio, e forse no.
Sono felice e triste. Sono distratto
e vagando m’accorgo di che è perduto.

*

M’innamoro di cose lontane e vicine,
lavoro e sono rispettato, infine
anch’io ho trovato un leggero confine,
a questo mondo che non si può fuggire.
Forse scopriranno una nuova legge
universale, e altre cose e uomini
impareremo ad amare. Ma io ho nostalgia
delle cose impossibili, voglio tornare
indietro. Domani mi licenzio, e bevo
e vedo chimere e sento scomparire
lontane cose e vicine.

*

Ma oltre queste verità e dentro queste
vuote parole ho perso la misura.
Ora io so soltanto che son seduto
a questo tavolo e che per tanto buone
ragioni ho tempo e odio da spendere.
E mi basta così senza nemmeno
maledire. Non è perdere al gioco,
e poi fa bene vivere. Un’arte
marziale voglio imparare, di che sempre
si possa indugiare di far male.
Un teatro astratto di colpi e pensieri
per i giorni neri. E poi le gioie e insieme
con gli amici far niente.

*

È quasi primavera, io dipingo
già fuori sul terrazzo, tra odori
di mari lontani e queste vicine
piante di odori. La salvia la menta
il basilico e i sedani dipingo
su tele bianche con pochi colori.
Il verde perché son verdi le piante,
e bianco il bianco nulla della tela,
e il rosso dei tramonti su la vela
del cielo che apre un teatro vero
e questi miei pensieri. Io dipingo
la sera quando i tormenti più vivi
accendono il cielo e bruciano il cuore,
e all’alba quando già nulla è la vita.

*

Lettera
Viene la sera, è vero, silenziosa
piove una luce d’ombra e come
fossero i nostri sensi inevitabili
improvvisi, noi lamentiamo
una più vasta scienza.
Aver di quella il frutto
appariscente, la bella brama,
e l’ombra perfino, di sussurri
e di giochi, come bimbi.
Ma io lo so Serena io non posso,
in questi tempi segnati dal segreto
di cui s’invade
la nostra intimità,
vivere adesso se non con tale affanno
e così lieve.
Di questo amaro stento già si fa più vero
un sentimento pago di letizia, al modo
che alla sera insieme
andando per le strade
chiare, l’ho visto, d’ombra
e di segreto,
noi siamo tra i perduti lumi
esseri più miti di chi
venuto prima di noi
ebbe solo a soffrire
salvi quasi per caso, e in questo prodighi.
I baci sono bellissimi doni.

Un commento a questi testi mi pare superfluo: illuminano direttamente il cuore, senza filtri intellettuali, come fa la poesia quando raggiunge il centro a cui naturalmente tende. E questo esito, alto quanto imprendibile, nitido quanto anacronistico, è una sorta di dichiarazione di resa dell’anima alla poesia, in equilibro precario tra semplicità e profondità, al dono unico e raro dell’ispirazione. Si pensi, come utile parallelo, alla contemporanea vicenda creativa di Cesare Viviani, che nella sua prima produzione, dagli anni sessanta alla metà degli anni ottanta, risente di istanze palesemente neoavanguardistiche, per trasformarsi in breve tempo, a partire da L’opera lasciata sola (1987), in una esplorazione interiore spiritualistica e metafisica che si è, più recentemente, trasfigurata nel resoconto di un’esperienza palesemente mistica. Viene da interrogarsi sul senso del progresso, stilistico e contenutistico, in tanti autori, inclusi i cosiddetti maggiori, che spesso hanno trovato la propria identità superando d’un balzo la finzione della ricerca che per decenni ne ha ammantato le opere, come la strada maestra fosse quella da sempre scritta nei testi immortali, non in una vetusta sterile statica tradizione, ma in un eterno presente, il presente dell’emozione che balbetta l’inadeguatezza di ogni io alla vita che deve portare con sé, nel corpo che respira e pulsa e si accende nei sensi.

Questa breva nota vuole essere solo in parte un contributo critico. E’ in sostanza un atto d’amore, a cui si riduce l’esperienza della poesia quando si rivela nella sua nudità, espressiva e primitiva, come la vita intera, in cui si accumulano immagini e concetti e teorie che ci rendono falsamente familiare e accessibile il mondo. La poesia è l’origine, il centro, precede le tante parole con cui ci illudiamo di afferrarla: tra il principio e la fine c’è una corsa senza estensione, che chiamiamo tempo della vita. La spoglia di ogni esistenza è in sé poetica, trascende ogni ricerca formale. Questo dice la poesia di Beppe, questo, al fondo di ogni esistenza, è il senso del contatto con il mistero del mondo e dell’anima, quel fascio di idee sensazioni percezioni emozioni che in un istante diventa cenere, la cenere di ogni opera, testimonianza e sintesi intellettuale-emozionale di vita vissuta.

muoriti stella! (trad. Adeodato Piazza Nicolai)

Muoriti stella sfondata,
diceva spingendola oltre un muro,
oltre il balcone
oltre il nulla:
quello che è una nebbia
in cui si smette di sentire
di pensare, molto molto buia
soltanto più nessun tormento.

Il nero è troppo erotico
per essere nulla senza accatti,
muoriti stella! Il mio stellicidio
verrà dopo il tuo, crepa tu
che io son Dio!

La spinse oltre i gerani,
oltre la pioggia che non cadeva
dentro un pomeriggio oppresso
di sole fondente e aria ferma.
Lei sparì in fretta, oltre gerani
sole fuso e aria ferma,
oltre la pioggia che non veniva,
ma lei non cadde, volò.

DIE STAR!

Die banged up star,
he said pushing it over the wall,
over the balcony
over nothingness:
that which is the fog
where nothing is heard
or thought of, very very dark
only no suffering left.

The dark is too sexy
to be nothing with no hooks,
die star! My star-drippings
will fall after your own, you die
since I am God!

He pushed it beyond the geraniums,
beyond the rain that wasn’t falling
on an oppressive afternoon
of melting sun and air stillness,
beyond rain that wasn’t coming,
but she didn’t fall, she flew.

© 2017 American translation by A. P. Nicolai of the poem MUORITI STELLA! of Flavio Almerighi. All Rights Reserved.

sono così (trad. di Adeodato Piazza Nicolai)

sono così, amo le ossa le scale
causa/effetto, sono contento
molti si addossano alle pareti
per osservare principio e fine
o un mio sputo in traiettoria
ai loro occhi vuoti,
taluni vorrebbero riempirli
come il bulimico lo stomaco
per poi vuotarlo e tenerlo così
com’è con le pietre antiche

non c’è dignità
in tutto questo,
qualche brutta figura
goffa di chi cammina
con le scarpe strette,
prova improbabili accoppiamenti
con la costellazione di orione,
prima di finire al buio
come tutti, anche i finanzieri

e gettano con gioia
i loro ditali vuoti nel fuoco,
orgogliosi di un’acquavite
pessima come l’oscurità
e la mancanza di fama,
la conversazione prosegue
senza voglie poi sparisce,
l’acqua intorno a Ustica
li accoglie tutti senza amore

I AM THUS

I am thus, I love bones, stairways
cause/effect, I am happy
many stay glued to the walls
to watch beginning and end
or my spit in a trajectory
towards their empty eyes,
others would like to fill them up
like a bulimic his belly
then throwing up and keep it thus
as it is like ancient stones

there is no dignity
in all of this,
some crooked figure
of someone walking
with tight shoes,
trying an improbable match
with the Orion constellation,
before ending in the dark
like all, money-makers included

happily throwing
their empty thimbles in the flames,
proud of worthless
fire water like darkness
or the absence of fame,
the conversation goes on
without will then disappears,
the waves oround Ustica
enfold them all without love.

© 2017 American translation by A. P. Nicolai of the poem of
Flavio Almerighi, SONO COSI’. All Rights Reserved.

Sei rara direi

Solitaria, unica
riferente di me stesso.
Tette piccole, occhiali grossi
a rivestire lo sguardo fermo
da ritenere solitudine un’arte
di una cinquantina d’anni fa.
Sei rara direi
dopo essermi spinto oltre
luci passeggere
dietro ginocchia palladiane,
poi basta.
C’è il momento in cui
tutto è stato inventato
dal nulla al dimenticatoio.

un tè con Hirohito

Oh, se Hitler avesse espugnato Mosca
aveva già progetti pronti
per India e Afghanistan, magari a Tokio
si sarebbe fermato per un po’ di relax,
e a prendere un tè con Hirohito.
Avrebbe scavallato, pattinando
lo stretto di Bering e giù di là
tutta l’America in un sol boccone
e poi centro e sud fino ai pinguini
che, a seconda della livrea
si sarebbero distinti in ebrei e ariani
in musulmani ed ebrei, in ebrei
e pinguini.
Hitler non sarebbe stato soddisfatto,
mancava l’Africa e per curarsi il male
avrebbe fatto tappa a Capetown
e di là su, su
per due sabbiature nel deserto, e
dimentico la Cina, conquistata
prima di fermarsi a Tokio.
Il mare Nostrum, che non era suo,
lo sarebbe diventato, e che ci vuole
basta far guerra anche ai satelliti,
quindi alla luna, poi alle stelle.
Sbarcato a Lampedusa, fosse vero
si sarebbe riscoperto acquarellista,
e a sua volta conquistato dal Sud
non sarebbe andato oltre,
fosse stato inverno non si sa.

dialettiche amArgine: Edith Stein una figura gigantesca

Edith Stein (1891/1942) è stata una monaca, filosofa e mistica tedesca dell’Ordine delle Carmelitane Scalze. Di origine ebraica, si convertì al cattolicesimo dopo un periodo di ateismo che durava dall’adolescenza, venne arrestata nei Paesi Bassi dai nazisti e rinchiusa nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau dove, insieme alla sorella Rosa trovò la morte. Nel 1998 papa Giovanni Paolo II l’ha proclamata santa e l’anno successivo l’ha dichiarata co patrona d’Europa.

Lettera di Edith Stein a Pio XI

Padre Santo! Come figlia del popolo ebraico, che per grazia di Dio è da 11 anni figlia della Chiesa cattolica, ardisco esprimere al padre della cristianità ciò che preoccupa milioni di tedeschi.
Da settimane siamo spettatori, in Germania, di avvenimenti che comportano un totale disprezzo della giustizia e dell’umanità, per non parlare dell’amore del prossimo. Per anni i capi del nazionalsocialismo hanno predicato l’odio contro gli ebrei. Ora che hanno ottenuto il potere e hanno armato i loro seguaci – tra i quali ci sono dei noti elementi criminali – il seme dell’odio si schiude.
Che fossero commesse violenze, fino a poco tempo fa era ammesso dal regime. In quale misura, non possiamo averne idea, perché l’opinione pubblica è imbavagliata. Da ciò che posso giudicare, sulla base dei miei rapporti personali, non si tratta di casi isolati. Sotto la pressione di voci provenienti dall’estero sono passati a metodi più “blandi” e ha ordinato che “a nessun ebreo sia torto un capello”. Ma essi conducono molti alla disperazione con un boicottaggio che priva le persone dello svolgimento di attività economiche, della dignità di cittadini e della patria: attraverso notizie private sono venuta a conoscenza di cinque casi di suicidio nelle ultime settimane a causa di questo atteggiamento ostile. Sono convinta che si tratti di un fenomeno generale, che provocherà molte altre vittime. Si può ritenere che gli sventurati non avessero abbastanza forza morale per sopportare il loro destino. Ma se la responsabilità cade in gran parte su coloro che li hanno spinti a tale gesto, cade anche su coloro che tacciono su questi avvenimenti.
Tutto ciò che è accaduto e che sta accadendo quotidianamente proviene da un governo che si definisce “cristiano”. Da settimane non solo gli ebrei, ma anche migliaia di fedeli cattolici aspettano e sperano, in Germania e, credo, in tutto il mondo, che la Chiesa alzi la voce per arrestare questo abuso del nome di Cristo. Non è un’aperta eresia questa idolatria della razza e del potere dello Stato che martella le masse attraverso la radio? Non è questa guerra di sterminio contro il sangue ebraico un oltraggio della santissima umanità del nostro Salvatore, della beatissima Vergine e degli Apostoli? Non è tutto ciò in contrasto con il comportamento del nostro Signore e Redentore, che anche sulla croce pregò per i suoi persecutori? Non è questa una macchia nera nella cronaca di quest’Anno santo che dovrebbe essere l’anno della pace e della riconciliazione?
Noi tutti, che siamo figli fedeli della Chiesa e che osserviamo con attenzione la situazione in Germania, temiamo il peggio per la Chiesa, se il silenzio si prolunga. Siamo convinti che tale silenzio non sia in grado, alla lunga, di ottenere la pace dall’attuale regime in Germania. La guerra contro il Cattolicesimo si svolge in sordina e in forme meno brutali di quelle usate contro gli ebrei, ma non meno sistematiche. Non passerà molto tempo che nessun cattolico potrà avere più un impiego, a meno che non si sottometta senza riserve al nuovo corso.
Ai piedi di Vostra Santità, chiedendo l’apostolica benedizione.

Dott. Edith Stein. Docente presso l’Istituto tedesco di Pedagogia scientifica, Collegium Marianum di Münster

In Germania, vennero prima per i comunisti,
e io non dissi nulla
perché non ero comunista;
E poi vennero per i sindacalisti,
e io non dissi nulla
perché non ero sindacalista;
E poi vennero per gli ebrei,
e io non dissi nulla
perché non ero ebreo;
E poi … vennero per me,
e non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa (Martin Niemöller)

Gli Ebrei non sono uomini, ora sono tutti angeli.