Artisti

Falena misteriosamente
attratta dal luccichio
di ogni luce, anche fredda.
Il desiderio apra le braccia.
Frattanto è nessuno e nulla.

L’Artista vero pensava
bastassero carte in regola.
Prima di sparire giocò e perse,
aprì le finestre, chiuse le quinte,
nascose il telefono in frigo.

La memoria prospera veloce,
non per egoismo, ma
ogni ricordo è fuori luogo.
Potesse staccare con baci e denti
ogni timore.

Oggi inutili artisti sorridenti
se la cavano fissati a un muro
sotto un divieto di affissione.
La mia fiaba è apparire,
il mio desco proseguire.

Sembrano dire
ma non in mio nome.

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ma senza pubblico

L’andamento esteriormente anarchico
rende l’idea di un moto casuale in ogni cosa,
così le soldatesse si vestiranno al buio.

Il privato sarà pubblico ma senza pubblico.

Cosa dirà di più il moto inquieto
dello scrivere erratico, insignificante ai più,
inutile sfogo sulla pelle?

Ascolta e leggi: … a proposito di culo (con Diaframma, Carlos Drummond De Andrade, Franz Krauspenhaar)

IL CULO, CHE MERAVIGLIA

Il culo, che meraviglia.
E’ tutto un sorriso, non é mai tragico.

Non gli importa cosa c’é
sul davanti del corpo. Il culo si basta.
Esiste dell’altro? Chissà, forse i seni.
Mah! – sussurra il culo – quei marmocchi
ne hanno ancora di cose da imparare.

Il culo sono due lune gemelle
in tondo dondolio. Va da solo
con cadenza elegante, nel miracolo
d’essere due in uno, pienamente.

Il culo si diverte
per conto suo. E ama.
A letto si agita. Montagne
s’innalzano, scendono. Onde che battono
su una spiaggia infinita.

Eccolo che sorride il culo. E’ felice
nella carezza di essere e ondeggiare.
Sfere armoniose sul caos.

Il culo é il culo,
fuori misura.

di Carlos Drummond De Andrade

*

LA POESIA E’ UN CULO

La poesia è un culo.
Un semicerchio attorno alla cravatta del signore
giovedi, al centro, che ha finito di scavarsi i vermi
dal culo.

La poesia è un culo. I vermi si staccano, arbitrari
pensieri che prevendono parole silenziose,
alberi dove soffrire mentre la nostra morte
attira i vermi. Nel culo. Anche nel culo depositano
i vermi le ali delle loro fatiche, la bellezza strana
del definirsi per un povero privo, avio, avioprivo,
come fosse saltato su una mina, al vecchio formicaio.

E la poesia, soprattutto negl’istanti cucinati,
e la ventola spaccata e l’odore delle mense
degli ospedali che spiccano voli derratici:
ebbene, lì la poesia è un culo. Che fa rumore
sul cesso e che si bagna in un bidet stanco
ma levigato, prima di salire il nostro culo su,
alla vestizione della nostra giornata.

E la poesia è sempre più un culo, sempre più
essa viene coperta dai vestiti, dalle fodere
che ci fanno civili, timorati, cittadini onorati.
E’ come un morbo, perversione rattusa;
e più il culo è coperto da pantaloni e gonne
e jeans e tute ginnastiche, più è poetico.

Il viaggio del culo da una quasi prosa alla poesia
è compiuto soprattutto sui tram. Nelle nostre
malsane voglie di misurare tutto, stabiliamo
metri e misure con la strettezza del tessuto,
l’aderenza sul culo. La poesia più alta si rileva
in un culo femminile pieno di tonda grazia
preso a sé, come in abbraccio, da stoffa di seta.

di Franz Krauspenhaar

*

siamo già morti

Torna il già visto,
l’accompagna forte un senso freddo.
Cosa sappiamo di guerre,
carestie, morti accatastati, schiavitù
donne irredente?
Cosa sanno i nasini fini degli astratti
di tanto lezzo?

Eppure scriviamo tutti per supponenza,
disprezzo, dannazione!
E non sappiamo un’acca.
L’infinito non è più qui.
Molti di noi
nemmeno hanno mai sudato nei container;
non una volta i deodoranti, i rossetti decisi,
li hanno traditi.

Su, mettiamo una bella greca,
giusto così, per confondere le acque,
sodomizzare l’ignoto lettore.
Andremo tutti assolti per insufficienza
di indizi, in realtà
siamo già morti.

I più furbi si lasceranno evirare
in nome di presunte identità
e per vendere qualcosa.
Spremiamo un’arancia
continuando a girare.

molti

molti, sereni e tranquilli,
si sbattezzarono
pensando di essere liberi,
fu divertente, un esperimento sociale.
essere liberi migliorava l’aderenza.
a ogni terreno. pieni d’aria
indiscussi i fondamentali:
nasci, cresci, rapina, vattene a casa

Fiandre, Calvinisti, Ugonotti;
vegani, mistici indiani, danaro:
faranno lume ogni anno,
in pugno l’invitta fiaccola
della democrazia.
Marzo non verrà, maggio li troverà
incompiuti specie al mattino

liberi di cadere, essere pioggia,
l’ombrello non ancora inventato,
disumani, falliti, troppi.
ascari di qualsiasi banderuola,
ai morti anzitempo non furono
liquidate pensioni d’oro,
tutti gli altri non meritano assoluzione

(a tutti quelli col cuore a sinistra e il portafogli a destra)

Morlacco

Un tempo al bar o dal prete
si parlava volentieri di fica,
si parlava molto, ma non si praticava.
Qualche volta erano calci al pallone
in sfide epiche con gambette
rosse di freddo e botte fresche.

C’era chi esagerava, finiva dritto
nel mastello dell’acqua piovana
già piena di bucato.
Durante i lunghi silenzi in chiesa,
meditabondo e inginocchiato
tra severe navate oscure e sante,
il pensiero scivolava da biscia
dentro il solito buco.

Oggi si parla solo di pensioni,
quando andare, come andare,
a quale biglietteria rivolgersi.
Qualche ardito ha pensieri di rivolta.
Tutti lo amano, nessuno lo segue.

Resta poco, anche le scritte
tra non molto saranno bilingui,
ma non farà male. Resta poco.
Il tempo accelera doppio, e noi giovani,
malgrado tutto resta poco.

Qualche tributo a Pindaro,
il sonno con le serie preferite.
Senza Poesia non avrei mai
incontrato il Morlacco:
dei vecchi castellani
si è persa pure l’ombra.

Spesso ci si conosce poco,
e non basta trattenere uno sputo
la mattina davanti allo specchio,
basta così.

Ascolta & Leggi: una poesia di Kurt Tucholsky una canzone di kuTso

Guerra alla guerra di Kurt Tucholsky
(trad. Riccardo Venturi)

Siete stati quattro anni nelle trincee.
Tanto, tanto tempo!
Gelando fra i pidocchi, e avete,
a casa, una moglie e due bambini.
Via, via!

E nessuno che vi dica la verità.
Nessuno che osi ribellarsi.
Mese dopo mese, anno dopo anno…

E quando una volta uno era in licenza
vedeva, in patria, tutte quelle pance grasse
mangiare a strippapelle, ballare
e ostentare lusso, i trafficanti d’armi.
E l’orda dei pennivendoli pantedeschi strepita:
„Guerra! Guerra!
Grande vittoria!
Vittoria in Albania e vittoria nelle Fiandre!”
Tanto morivano gli altri, gli altri, gli altri…

Vedevano cadere i compagni.
Di quasi tutti era la sorte:
Ferite, penare come bestie e morte.
Una piccola macchia rossa sporca,
lo si portava via e lo si sotterrava.
Chi sarà il prossimo?

E il grido di milioni di persone saliva alle stelle.
Gli uomini non impareranno mai?
Esiste qualcosa per cui ne valga la pena?
E chi è quello che troneggia lassù
infarcito di decorazioni dalla testa ai piedi,
e che comanda sempre: Uccidere! Ammazzare! –
Sangue, ossa stritolate e merda…
Poi all’improvviso si disse che la nave faceva acqua.
Il capitano ha fatto i saluti
e poi se l’è filata a nuoto alla chetichella.
E i grigioverdi non seppero più che fare.
Per chi è stato tutto questo? Per la patria?

Fratelli! Fratelli! Serrate le fila!
Fratelli! Non deve accadere mai più!
Ci danno la pace dell’annientamento,
e lo stesso destino è deciso
per i nostri figli e per i vostri nipoti.
E ancora dovranno innaffiare di rosso sangue
i fossati dei campi e l’erba verde?

Fratelli! Dite qualcosa ai ragazzi!
Non deve, non può andare ancora così.
Lo abbiamo visto tutti, tutti quanti
dove porta una simile follia.

Ardeva il fuoco che vi incenerisce.
Spegnetelo! Gli imperialisti,
quelli che nidificano lassù in cima,
ci mandano ancora nazionalisti.
E ancora una volta, dopo vent’anni
eccoli tornare con nuovi cannoni.
Non sarebbe pace,
sarebbe una pazzia.
La vecchia danza sul vecchio vulcano.
Non uccidere!, ha detto uno.
E l’umanità lo ha sentito, l’umanità piange.
Non vorrà mai essere altrimenti?
Guerra alla guerra!
E pace sulla terra.