e la bambina attonita

una madre ha partorito un’estranea
nella notte di Santa Coletta,
quando gli aerei arrivano
e senza presentarsi scaricano
tragedie addosso a tutti i convenuti
per tornare nel nulla sicuro
che li ha generati,
gli aerei partoriscono
ma non depongono uova,
e la bambina attonita
pensa si tratti di un sogno
i cui mostri nessun gattino saprebbe
fermare, allora alza una manina
per metterla sugli occhi
alla sua bambola che non sa,
almeno lei non veda

ascolti amArgine: Billy Bragg Greetings to the new brunette

Shirley,
È molto eccitante dormire qui in questa nuova stanza
Shirley,
Sei la mia ragione per alzarmi da letto prima di mezzogiorno
Shirley,
Sai quando siamo usciti a parlare sulla scala antincendio
Shirley,
Hai detto di correre prima di camminare
A volte quando siamo così vicini
È come se fossimo in un sogno
Come puoi sdraiarti e pensare all’Inghilterra
Quando non sai nemmeno chi c’è al governo
Shirley,
La tua politica sessuale mi ha ridotto un disastro
Shirley,
Ci uniamo nella coccola ideologica
Sto celebrando il mio amore per te
Con una pinta di birra e un nuovo tatuaggio
E se non l’hai ancora notato
Sono più impressionabile quando il mio cemento è bagnato
Politica e gravidanza
Sono dibattuti mentre vuotiamo i bicchieri
E quanto amo quei corsi serali
Shirley,
Sai davvero come far arrabbiare un ragazzo
Shirley,
Possiamo passare la notte senza menzionare la famiglia,
Le persone della tua chiesa sono d’accordo
Non è certo far carriera
Cercare le maniglie delle auto parcheggiate
Whoops, ci passa un altro anno
Whoops, ci passa un’altra pinta di birra
Eccoci nei nostri anni estivi
Vivere di gelato e baci di cioccolato
Le foglie cadranno dagli alberi
Se fossi il tuo vecchio e tu fossi la mia signora
Shirley,
Porta i miei saluti alla nuova brunetta

Shirley,
It’s quite exciting to be sleeping here in this new room
Shirley,
You’re my reason to get out of bed before noon
Shirley,
You know when we sat out on the fire escape talking
Shirley,
What did you say about running before we were walking
Sometimes when we’re as close as this
It’s like we’re in a dream
How can you lie there and think of england
When you don’t even know who’s in the team
Shirley,
Your sexual politics have left me all of a muddle
Shirley,
We are joined in the ideological cuddle
I’m celebrating my love for you
With a pint of beer and a new tattoo
And if you haven’t noticed yet
I’m more impressionable when my cement is wet
Politics and pregnancy
Are debated as we empty our glasses
And how I love those evening classes
Shirley,
You really know how to make a young man angry
Shirley,
Can we get through the night without mentioning family
The people from your church agree
It’s not much of a career
Trying the handles of parked cars
Whoops, there goes another year
Whoops, there goes another pint of beer
Here we are in our summer years
Living on icecream and chocolate kisses
Would the leaves fall from the trees
If I was your old man and you were my missus
Shirley,
Give my greetings to the new brunette

San Francesco mattina presto (trad. Adeodato Piazza Nicolai)

San Francesco mattina presto
sparlo di emozioni, sono – mi dico
fratello di mio fratello che
sembra mi stia venendo incontro.

Ho un clacson al posto del cuore
è festa sempre il giorno sbagliato,
per grazia ricevuta
la navata è vuota

e, mio dio sono figlio unico
alveare di parole e cerini vuoti
fermo davanti al Sacro Cuore
dov’è più freddo.

*

San Francis early morning

San Francis early morning
I babble emotions, I am –I say to myself
brother of my brother who
seems to want to meet me.

I have a clacson in place of the heart
it’s always a feast on the wrong day
due to grace received
the church pews are empty

and, my God, I am the only son
beehive of words and empty marches
motionless in front of the Sacred Heart
where it is the coldest.

© 2018 English Translation by Adeodato Piazza Nicolai of the poem San Francesco mattina presto
by Flvio Almerighi. All Rights Reserved.

dialoghi amArgine: Davide Inchierchia In Trasparenza con una poesia di Claudio Borghi

Questo articolo nasce da una serie di colloqui e riflessioni tra l’autore e il fisico, poeta “ladro di fuoco” Claudio Borghi. Il risultato è a parer mio spunto interessante.

SCIENZA, METAFISICA E PENSIERO DELLA TRASCENDENZA

La nuova scienza e il fondamento qualitativo

Stando alle più recenti acquisizioni in ambito scientifico, dalle indagini nelle profondità sub-atomiche della materia alle esplorazioni nello spazio-tempo delle galassie più remote, dalla fisica quantistica post-einsteiniana alla biologia trans-genetica, passando per le inedite frontiere cognitive delle neuroscienze, la nuova conoscenza della natura – e della natura umana – in poco più di un secolo ha senz’altro oltrepassato il paradigma moderno classico, galileiano-cartesiano. Quest’ultimo non è stato semplicemente cancellato con un colpo di spugna, ma si è trattato piuttosto di ri-comprenderlo entro una prospettiva epistemologica più ampia e complessa: non esiste una realtà propriamente ‘esterna’, dotata di leggi obiettive e determinabili in modo assertorio; la realtà che si offre alla esperienza e agli strumenti della scienza è invece già ‘interna’ all’atto conoscitivo dell’osservatore, che del mondo reale definisce dunque fisionomia e contorni, essendo del mondo l’inoltrepassabile condizione di possibilità (si consideri il noto “principio di in-determinazione” di Heisenberg).
Tutto questo ha una conseguenza di decisiva importanza dal punto di vista del sapere in generale, a prescindere dalle specifiche implicazioni teoriche e tecnico-sperimentali: alla categoria della “quantità”, un tempo il criterio assoluto di verificabilità della scienza, oggi è subentrata la categoria della “qualità”. Nella nuova impostazione contemporanea il fenomeno naturale, tanto più è dotato di ‘senso’, quanto più esso diverrà ‘sensibile’ alle sollecitazioni della procedura empirica che è in grado di rappresentarlo: ciò che del fenomeno è quantitativamente esprimibile (in relazioni e funzioni matematiche) si fonda allora sulla variabilità qualitativa (probabilistica) del campo esperienziale e concettuale – soggettivo – in cui l’oggettività fenomenica prende forma e significato.

Una secolare diatriba

Nonostante tale consapevolezza scientifica oggi pienamente certificata sulla costitutiva prospetticità di ogni conoscenza, che rende non più praticabile la via del naturalismo immediato – non esiste ‘dato’ naturale che non sia già ‘mediato’ dal rapporto simbolico soggetto/oggetto – una secolare diatriba più o meno palese, protrattasi fino ai nostri giorni, vede la scienza contrapposta agli altri saperi (in primis alla filosofia) nella ricerca di ciò che le cose ‘sono’ in se stesse: è il problema della “essenza” ultima della realtà.
Tale contrapposizione ha prodotto e tuttora produce una sequela di fraintendimenti ed equivocità, riassumibili in due estremi esemplari solo apparentemente contraddittori. Da una parte si trova il razionalismo di chi ritiene del tutto obsoleta nell’era moderna la questione dell’essenza: essa altro non sarebbe che il retaggio di una visione mitica del mondo, il frutto di un’ancestrale – e pre-scientifica – illusione umana, che oggi troverebbe spiegazione nelle ‘energie’ invisibili ma strutturali dell’universo materiale (si pensi al nebuloso dibattito seguito alla scoperta del bosone di Higgs, ribattezzato dai media “particella di Dio”). Dall’altra parte si assiste al dilagare nella stessa modernità di un diffuso esoterismo: l’essenza delle cose non riguarderebbe in alcun modo la scienza, laddove soltanto un sapere di tipo iniziatico consentirebbe l’accesso a luoghi ‘occulti’ dell’esistenza (è il caso della persistente credenza nel “paranormale”, che associa generiche istanze mistico-religiose a presunte facoltà extra-sensoriali o, in versioni postmoderne più aggiornate, a fantomatiche attività extra-terrestri).
Ora, la domanda sull’essenza ultima – sia essa quella della ragione ‘illuministica’ o di un’intuizione ‘illuminata’ – è davvero riducibile a ciò che resterebbe ‘nascosto’ all’esperienza delle cose, in una misteriosa ‘alterità’ estranea alla nostra percezione e alla nostra vita di esseri pensanti?

Verso l’ “in sé” delle cose: riscoperta di un pensiero ‘trascendente’

Se l’infaticabile lavoro della scienza autentica consente di fugare fantasmi vecchi e nuovi, la filosofia dal canto suo può contribuire con pari rigore a fare chiarezza su un senso del nostro “esserci” troppo spesso mal compreso o stultificato da una certa ideologia scientista (falsamente scientifica) ancora dilagante. In effetti, ben prima che fosse annunciata in ambito epistemologico l’esigenza critica dei ‘limiti’ della conoscenza (Kant), la grande tradizione metafisica dell’Occidente (greco e cristiano) già mostrò di intendere il rapporto scienza/coscienza con una radicalità di visione che è forse necessario riscoprire.
Siamo perlopiù abituati a pensare in un contesto fortemente improntato alla cultura ‘nichilista’ che, dal tardo romanticismo di Nietzsche e passando per l’esistenzialismo dominante di Heidegger, ha segnato tanta parte del Novecento filosofico. Eppure, nonostante le diagnosi ‘faustiane’ del nichilismo – inconsapevole controfigura storica dello scientismo anzidetto, che ravvisa nella metafisica una paradossale scienza dell’ ’inverificabile’ destinata al tramonto (Russell) – la responsabilità ermeneutica impone in filosofia una maggiore onestà intellettuale nei confronti del passato.
L’antica domanda sull’essere o, nei termini sopra accennati, sull’essenza delle cose mai è stata confusa nelle antiche riflessioni speculative con una (pseudo) ricerca di ‘entità’ che risiederebbero al di fuori di ciò che possiamo scientificamente descrivere. Nessuna imperscrutabile ‘ulteriorità’ segretamente celata alla contingenza empirica della ragione: l’autentica metafisica si volge invece alla ‘interiorità’ dell’essere che trascende lo stesso soggetto e che, di conseguenza, trascende ogni possibile empiria.
Ma in che modo intendere tale ‘trascendenza’ ontologica, senza cadere in fuorvianti irrazionalismi o in una qualche nuova forma di oscurantismo? Ritornando all’idea “chiara e distinta” dell’intrinseca razionalità, essa stessa già metafisica, del soggetto conoscente.
Se infatti la conoscenza nasce, come si diceva, nella tensione prospettica verso le cose, il “concetto” che ne deriva – e che sta a fondamento del progredire indefinito delle scienze – non può sussistere semplicemente ‘là fuori’ tra le cose, non è un fenomeno tra gli altri innumerevoli fenomeni: esso è piuttosto ‘evento’ originario, la ‘soglia’ attraverso cui l’esistenza tutta ‘entra’ nella dimensione qualitativa della verità. Per ipotesi assurda, quand’anche non conoscessimo nulla della materia inorganica ed organica, quand’anche non conoscessimo nulla delle forze che compongono l’universo, ogni soggetto in quanto pensante ‘sa’ se stesso, poiché già da sempre è ‘manifesto’ a se stesso (Pascal). Scorgiamo così una suggestiva dinamica di senso, in cui la scienza – anziché funzione ‘tecno-logica’ soltanto – appare prima ancora espressione ‘ana-logica’ della natura universale, dell’unico essere nella sua essenziale ‘riflessività’: ogni Io, pensando, si costituisce quale essente che ha ‘centro’ in se stesso a sé e domanda per questo, a sua volta, quale sia il ‘centro’ proprio di ciascun altro essente.

In trasparenza

L’esistenza nel mondo fisico consiste – può dirsi ‘una’ – in ragione della gravitazione solare; la luce del Sole, ad un livello fisicamente maggiore, è coinvolta nella più intensa ‘unità’ gravitazionale del Cosmo; con un’intensità incomparabilmente superiore l’intera realtà, attraverso la ‘luce’ della Coscienza aperta “in unitatem” a sé, trae se stessa verso la gravitazione meta-fisica dell’ultimo «In sé». Fondamento o Causa prima che pare pertanto del tutto irragionevole immaginare – come fa dire Heidegger, ma travisandone le intenzioni, alla storia del pensiero metafisico – quale “sostanza” posta in un abissale ‘al di là’ degli oggetti conosciuti o conoscibili, costituendosi nel versante opposto quale “principio” fontale che risiede ‘al di qua’ della stessa mente capace di conoscenza: ciò che in sé ‘com-prende’ ogni logica, il Logos – il Medesimo o “Non-Altro” (come platonicamente traduce il Cusano) – che è dunque non Abisso senza fondo ma Vertice d’infinita solarità (Agostino), Singolarità originaria nella cui ‘identità’ unificatrice ogni singola intelligenza, ogni singola interiorità ontologica (non certo psicologica!) può riconoscere – sia pur in misura infinitesima – il proprio irriducibile “sé” quale ‘immagine’ dell’Identico.
Scienza e metafisica, insomma, come due saperi ben distinti ma nient’affatto avversi nel medesimo “itinerarium mentis” (Bonaventura) che conduce al ‘sapersi’ dell’essere. Dalla Natura come manifestarsi prospettico all’Io dell’uni-totalità degli enti, all’uni-versale attualità dell’Io manifesto a se stesso nella trasparenza – ‘speculativa’ – infinitamente in-attuale dell’Uno-Unico: l’eterno vivente “È”, «non circumscritto che tutto circumscrive», dell’alta Luce che «da sé è vera» (Dante).

Davide Inchierchia

*

Si traccia sapiente la ricerca,
disegna una trama che vedi dipanarsi sicura
dalla mente alle cose,
in cui il sapere pretende conquistare,
o vedere con occhi definitivi,
il senso della materia, dell’energia e delle forme.
Si colma in un processo di conquista la scienza,
in un abbraccio verticale,
tentando la fusione dello sparso
nel cerchio unico della coscienza.
Eppure le cose dentro mutano e si sfibrano
fino a sfiorire e sgretolarsi,
l’esperienza priva la mente
della possibilità ultima del contatto,
l’abbraccio bramato si dissolve, i corpi
come evanescenze si allontanano, la visione
come una marea si ritira spegnendosi,
viva lasciando solo l’illusione
di un possibile rinnovarsi:
come un dono offerto intero
al prato deserto della contemplazione
ritorna nel luogo inattingibile,
da cui nell’anima, potente, si era riversato.

Claudio Borghi

color del tuo seno (traduzione Adeodato Piazza Nicolai)

Mi lascerai a bocca sola
o la bacerai stasera?
Ne ho una soltanto
le altre sono tutte tue
e non dire mi dispiace,
nemmeno non capisci,
fa già abbastanza freddo
e le bocche umide
fumano come un tempo
i camini, dove stavano
merli bianchi.
Ne possiedi uno
color del tuo seno:
allontanarsene è arte,
da ogni cosa ovunque sia
ci si allontana,
con poco ricordo
diventano molto più belle;
avevo un amico,
mi guardavo negli occhi,
sai di quelle sigarette
che non fanno male?
Erano russe, brevi
interminabili

***

Color of Your Breast

Will you leave my mouth alone
or will you kiss it tonight?
I have only one
the others belong all to you
and don’t say I am sorry,
nor you don’t understand,
it is already too cold
and whet mouths
smoke like other times
the chimneys, where nestled
white blackbirds.
You possess one
the color of your breast:
leaving it is an art,
from any thing wherever
it is we go away,
with brief remembrance
they become much more beautiful;
I had a friend,
I looked into my eyes,
you know those cigarettes
that do no harm?
They were Russian, brief
interminable

© 2018 English Translation by Adeodato Piazza Nicolai of the poem Color del tuo seno, by
Flavio Almerighi. All Rights Reserved.

letture amArgine: Biagio Marin

Fa che la morte mia

Fa che la morte mia,
Signor, la sia
comò ‘l score de un fiume in t’el mar grando,
comò la melodia
de la dosana¹ che de quando in quando
a ridosso de un faro la pianzota
per un momento,
e la va via apena co’ un lamento
verso l’averto, sensa lota.
Fa che ‘l gno ultimo respiro
el se pusa sul mondo incòra ciaro,
comò ‘l maistro estivo
in t’i puninti el cala sensa amaro.
Tégneme senpre vivo,
che posso ringrassiate
de le ore de pena
e de quele beate
e de la luse, Signor, mia zogia piena,
d’ogni mio canto in te l’aria serena.

Fa’ che la morte mia,
Signore, sia
come il fluire di un fiume nel mare grande,
come la melodia
della dosana¹ che di quando in quando
a ridosso di una briccola piagnucola
per un momento,
e va via appena con un lamento
verso l’aperto, senza lotta.
Fa’ che il mio ultimo respiro
si posi sul mondo ancora chiaro,
come il maestrale estivo
nei ponenti cala senza amaro.
Tienimi sempre vivo,
che possa ringraziarti
delle ore di pena
e di quelle beate
e della luce, Signore, mia gioia piena,
d’ogni mio canto nell’aria serena.
¹ Termine veneziano che indica la marea che esce dalla Laguna di Venezia verso il mare.

*

Quanto più moro
presenza
al mondo intermitente
e luse che se spenze, de ponente
tanto più de la vita m’inamoro.
E del sol rîe che fa fiurî l’avril
e del miel che l’ha in boca,
la prima neve che za fioca
sia pur lenta e zentil.
Melodioso l’andâ per strà
de l’anca mola nel menèo
che ondesa comò fa ‘l canèo
nel maistral disteso de l’istà.
Musica in ela
e in duta la persona
che duta quanta sona
de quela zoigia che m’insiela.
Quela musica duta la me intona
la fa de me corente d’aqua viva
che in mar se perde senza riva
e solo el perdimento la ragiona.

Quanto più muoio
nel mondo
presenza intermittente
e luce che si spegne, da ponente
tanto più nella vita m’innamoro.
E del suo ridere che fa fiorire l’aprile
e del miele che ha in bocca,
la prima neve già fiocca
sia pure lenta e gentile.
melodioso l’andare per istrada
nell’ondulare dell’anca molle
che ondeggia come fa il canneto
nel maestrale disteso dell’estate.
Musica in lei/ e in tutta la persona
che tutta quanta suona
di quella gioia che mi inciela.
Quella musica tutta mi intona
fa di me corrente d’acqua viva
che si perde in mare senza rive
e solo il perdimento suo ragiona.

*

E ‘NDÉVENO CUSSÌ LE VELE AL VENTO

E ‘ndéveno cussì le vele al vento
lassando drìo de noltri una gran ssia,
co’ l’ánema in t’i vogi e ‘l cuor contento
sensa pinsieri de manincunia.

Mámole e mas-ci missi zo a pagiol
co’ Leto capitano a la rigola;
e ‘ndéveno cantando soto ‘l sol
canson, che incòra sora ‘l mar le sbola.

E l’aqua bronboleva drío ‘l timon
e del piasser la deventava bianca
e fin la pena la mandeva un son
fin che la bava no’ la gera stanca.

da “Fiuri de tapo”, 1912

E ANDAVAMO COSI’, LE VELE AL VENTO

E andavano così, le vele al vento
lasciando dietro di noi una gran scia,
con l’anima negli occhi e il cuor contento
senza pensieri di malinconia.

Fanciulle e ragazzi seduti giù a pagliolo
con alla barra Leto capitano;
andavamo cantando sotto il sole
canzoni che ancora volano sul mare.

L’acqua ribolliva dietro il timone
e dal piacere diventava bianca,
persino la penna suonava:
fin che la bava non era stanca.

*

PAESE MIO
Paese mio,
picolo nío e covo de corcali,
pusào lisiero sora un dosso biondo,
per tu de canti ne faravo un mondo
e mai no finiravo de cantâli.

Per tu ‘sti canti a siò che i te ‘ncorona
comò un svolo de nuòli matutini
e un solo su la fossa de gno nona
duta coverta d’alti rosmarini.

da “Cansone picole”, 1927

PAESE MIO

Paese mio,
piccolo nido e covo di gabbiani,
posato leggero su di un dosso biondo,
per te di canti ne farei un mondo
e mai non smetterei di cantarli.

Per te questi canti, perché ti incoronino
come un volo di nuvoli mattutini
e uno solo sulla fossa della nonna mia
tutta coperta di alti rosmarini.

********************************


Biagio Marin (Grado, 29 giugno 1891 – 24 dicembre 1985) è stato un poeta e scrittore italiano. La poetica del Marin si è sempre mantenuta, con l’eccezione di Acqua marina scritta in italiano, fedele alla linea del primo libro, legata alle radici della sua terra alla sua cultura primitiva marinara costruita su i dolori dell’esistenza, sulle gioie e amori per le memorie del passato, dove proprio il dialetto con le sue risonanze acquista, in questo senso una sua verità morale e religiosa. Marin riesce a creare un linguaggio raffinato che nel corso della sua lunga attività creativa si perfeziona nello stile e raggiunge alti livelli di essenzialità e musicalità.

Tramezzi sottili

Piove e non si vede,
qualcuno ride non ne può più,
1945 fa freddo
non si vedono uccelli,
nascosti bene tra gronde
e tetti scampati
hanno spento telefoni
nascosti sotto le ali,
i nostri piedi raffreddati;
si stacca la colla di un manifesto
Salviamo l’aborto dalla razza bianca!
diceva e scivola,
come scivolano in sogno
abiti caldi di baci e pulito,
il silenzio è piombo,
altri parlano nell’altra stanza,
i tramezzi sono sottili:
come stai, ti vedo giù
che ti succede? Hai guai?

Non c’è etica nella verginità perduta
dei quattro salti in padella e sul letto.
Continua e piove il grigio
ogni tanto spiove, sembra silenzio.
Non ci offende pensare
al momento della bocca chiusa
da un bacio
intimamente frettoloso.
Uscire e spegnere la radio.
***

Guglielmo Ferrero La Democrazia in Italia


Cari signori, care signore, mai come in queste ultime settimane ho letto e sentito le parole “fascismo” “fascista”, sembra quasi di essere tornato alla prima metà degli anni ’70 quando iniziai le superiori. Dopo il 4 marzo, sono certo, si tornerà a parlare di gattini, poeti con le tette e altre amenità da salotto virtuale. La Democrazia è un sistema che si nutre di persone che partecipano, il sistema della delega funziona solo se le persone ci stanno dentro, partecipano alla cosa pubblica, altrimenti i signori delegati/eletti ce la sfileranno da sotto il culo, come hanno fatto, senza che nessuno se ne accorga. Mummie e cazzari come i vari Berlusca, Napolitano, Renzi e compagnia bella si sentiranno in diritto di fare esercizio di potere e mostrare ancora la faccia. Insomma, le istituzioni, malgrado le leggi migliori, possono funzionare bene e per tutti soltanto se la democrazia è partecipata- A ogni buon conto leggetevi questo librino del 1925: La Democrazia in Italia di Guglielmo Ferrero. Formatevi opinioni che non siano derivate delle solite banalità gossippare che girano attualmente. Sì, c’è molta mala stampa in giro, che riesce a fare gossipp pure sul fascismo.

Link utile: http://www.rivista.ssef.it/www.rivista.ssef.it/file/public/Dottrina/56/L1.A1001001A08F04B14517H20682.V1.pdf

”La democrazia in Italia” scritto nel 1925 da Guglielmo Ferrero (e subito sequestrato dal regime fascista) e ripubblicato dalla casa editrice calabrese Rubbettino con un’introduzione di Carlo Mongardini.

Chi è : https://it.wikipedia.org/wiki/Guglielmo_Ferrero

Ormai è andata (con una risposta in versi di Angela Greco)

Ormai è andata, intendo partita
verso una giornata arrampicata
dove non ci sono muli solo fatica
di dividere il pane, riporre le unghie
senza una terra, una pietra
per divagare all’ora sesta,
quando i bambini non trovano pace
nemmeno le notizie sono buone.

Giornata di referti e preghiere
piove su vittime di poeti e cantastorie.
Fuori il mare bussa per entrare
nell’istante dei fratelli,
ognuno chiuso dentro cuori
a doppia mandata, auto inflitti
cambiati per cambiare, ombrelli
strozzati e logori volati via.

L’unico pensiero terminare,
ritrovare è l’altro e riprovare
il successivo, intanto è già buio.
All’origine il protagonista
partì come comprimario,
la sera stessa, sera di tutti,
non è da meno. Ciao come stai?
Non trovo le chiavi.

***

L’unico pensiero iniziare,
continuare, non fermarsi.
E’ di nuovo giorno
e non importa essere protagonista.
Basterebbe essere e basta.

Le chiavi sono nella gran confusione
che le borse e i tempi conoscono per nome;
mani di donne sembrano alla rinfusa, ma
sanno bene cosa cercare. Non dubitare.
Il dove è un luogo comune, sorte ricevuta a caso.

Ciao, non sto male, ma non escludo che
si potrebbe stare meglio.

Il mare trova sempre una via;
spenta la luce si chiude in un amen ogni giornata
e s’apre al contempo il buio con le sue stelle
ad indicare la direzione di casa,
dove non servono ombrelli.

La pioggia riempie la pentola per scaldare speranze,
mentre sbocciano le idi di marzo.

(Angela Greco)

letture amArgine: inediti di Alfredo Rienzi (con trad. di Adeodato Piazza Nicolai)

Non mi va di tediare e frappormi troppo con un pistolotto eccessivamente ponderoso che tolga interesse alla lettura e faccia vedere quanto son bravo, ma le poesie di Alfredo Rienzi dimostrano, e ce n’è bisogno, che c’è ancora vita sulla Terra.

Quattro osservazioni del bosco.

è impossibile venire al dentro se prima non si
viene al di fuori
(Dante, Convivio, II, 1)

Verde cupo, l’ombra imperforabile

sulla collina, massa vegetale
orizzonte taciturno e amorfo:
questo, sentenzia Lennard, è il bosco

ma Abele sa: sono roveri e faggi:
la stagione dei narcisi verrà
persa nei propri passi e i nomi
conoscono i nostri occhi, li hanno visti
formarsi nel ventre, opache perle.

Oltre, dentro, solo un altro tempo vede
non questo che misura in ore
e Morgane non sa se restare sveglia
o sognare le attese dell’assiolo
tradurre gli aliti e gli alburni inquieti,
lei che conosce dei rami i cifrari,
e delle ali sa gli angoli del decollo.

Ma quali sensi fanno blu il canto
il volo delle spine, la loro pioggia?
Chi sa cantare alla gioia della morte?
Ha tutti i nomi:
bosco, corteccia, foglia, linfa, fuoco
sotterraneo e sublime, bianco, e rosso ché cresca e si offra.
Passa non visto, non udito.
Cos’è questo niente che divora?
Restino, a dubitare, le mani.

*

IO SONO LAZZARO, VENGO DAL REGNO DEI MORTI

«Io sono Lazzaro, vengo dal regno dei morti,
torno per dirvi tutto, vi dirò tutto»1

al termine del notiziario vi avrei
davvero svelato tutto. O, almeno,
molto, davvero molto
più di quanto vorrete mai sapere
ma vi siete dileguati, sedotti
dalla vostra quotidiana fine del mondo
come formiche ai comandamenti
dell’odore e del granello dolce

vi avrei confessato, come inizio,
che non fui mai veramente morto
che i vermi e le garze
e i pianti delle sorelle e il sepolcro
furono l’inganno per i Guardiani.

Come molti prima di me, come molti dopo.

Torno per dirvi il tempo che verrà
e sommerà sete a sete, caduta
a caduta, le sottilissime lingue
uraniche e le gialle e ferme nebbie

ma sono indifferenti ai vostri sensi
le grida intraducibili, la verità, il silenzio
uguali il presagio e il profondo sonno.

1 T.S. Eliot, The Love Song of J. Alfred Prufrock

*

Una visione

Sfilano in basso boschi densi di cerri e faggi:
sono fruscio o remigante?
palpebre spesse (anche das innere auge
l’occhio interiore
è diventato opaco)

ma ci sarà tempo, ci sarà tempo
davvero, J. Alfred?
non per cento, ma per una visione
ci sarà ancora tempo?
(speranze e azzardi sono differenti
a vent’anni, l’avrai compreso questo,
questo l’avrai sentito – e presto, credo –
tra i denti e le dita, senza aspettare
che si disperdessero vini a sera)

e tornerei e torno sulle mie orme:
minute creature una ad una le stanno cancellando
oh sì, Tiger il Navajo le saprebbe seguire,
nel suo alfabeto di fumo salvare
il racconto per l’attimo senza vento

le nubi piangono fuliggini e mirra
e sfilano, sfilano in basso boschi

in quale stanza d’acqua dimoro?
in quale cavità della stagione
morente, io e te aspetteremo?

*

Su logore metafore di clepsamie

Tutto il mio tempo è un singolo granello
di sabbia, la certa caduta, l’attesa
di nuova mano che riazzeri il mondo

ma Alex ha tredici mesi e compie i primi passi e cade
senza dolore. Si rialza veloce
lo sguardo all’infinito il muscolo ciliare
da fortificare. Per quale caso
l’esatta simmetria della clessidra
riflette i suoi fotoni, accoglie nello spettro
strettissimo tra il rosso e il viola l’orma
del presagio, la grigia profezia?

Vedete che non bastano
le quattro dimensioni
dello spazio
e che l’intruso non è il tempo ma la mano
che senza un motivo lo capovolge?

E cosa mi dite di Luc, del suo modo
di guardare? Luce negli occhi. Marmo,
petali, la punta della matita
colorata, l’immobile clessidra
deposta sopra un piano orizzontale.
Un uomo che riposa a tempo fermo.

Vedete che non basta riportare
come prima lo strumento perché
ritorni indietro la stagione, e che
anzi riprenda, immune al paradosso,
a scorrere e a cadere.

E così che Maurice, cha ha qualche anno in più
passando le notti a testa in giù
come l’Appeso sull’abisso
vorrebbe ritornare nel ventre di sua madre
nella carezza della sola mano
nel prato azzurro prima d’ogni scelta

ma si risveglierà ancora un altro giorno
avanti.

*

(Ma che vuol dire ho perso anni)

Ma che vuol dire ho perso anni
in questa o quella vicenda della vita?
Forse un amore, un amore finito
è un tempo che non vive, o che non ha vissuto?
E il gioco, l’indolenza, il vizio più abrasivo,
raccogliere le olive e il mais, cercare
di salvare l’ala a un pipistrello?
E seminare zolle che non daranno frutto
e scrivere versi che non troveranno
voce? E costruire muri che crolleranno
quando giungerà il tempo della resa:
è tempo che si è sprecato,
sperdendosi come acqua di rivi?
(che pure tornerà in pioggia e mare…)
E fossero anche anni nel sonno
più profondo, quello privo di sogni
nel coma che nulla sente e sogna:
potrei mai dire: è tempo perso?
pensare mai: è vita dissipata?
se ancora io – in quest’età che si denuda
neppure so dare, della vita, una definizione…

****

FIVE INEDITED POEMS OF ALFREDO RIENZI

Four Observations About the Woods

It is impossible to enter if first
you don’t come from the outside (Dante, Convivio, II, 1)
Deep green, impenetrable shadow
on the hill, a vegetable mas
mute and amorphous horizon:
this affirms Lennard, is the forest

but Abel knows: these are oaks and beech trees:
the season of the narcissus will come
lost in its steps and names
they know our own eyes, having seen them
take shape in the stomach, dark pearls.

Beyond, inside, just another opeque sees
not this one measured by hours
and Morgana doesn’t know if she will stay awake
or dream he assaults of the scoop owl
translating the breaths and the unquiet sapwood
she who reads the ciphers of branches,
and knows the angles of departure.

But which senses make blue the song,
the flight of thorns, their raindrops?
She has all the names:
forest, tree bark, leaf, lymph underground
and sublime fire,
white and red growing and offering itself.

It moves on, unseen, unheard.
What is this devouring nothing?
These hands, let them stay to doubt..

I AM LAZARUS, RETURNING FROM THE REIGN OF THE DEAD

“I am Lazarus, come from the,
come back to tell you all, I shall tell you all” (1)

at the end of the news I truly would have
revealed everything. Or, at least,
a lot, a lot indeed
more than you would ever know
but you were dispered, seduced
by your daily ending of the world
like ants comanded
by the smell of a tiny sweet grain

To you I would have confessed, as a start,
that I never was really dead
the worms and the wrappings
and my sisters’ laments and the sepulchre
were a trap for the Guardians.

Like many years before me, as for many years after.

I come back to tell you of the time that will come
adding up thirsting to thirsting, fall
after fall, the thinnest of uranus-like tongues
as well as the yellow, still fogs

but they are indifferent to your senses
and the untranslatable screams, the same truth,
the silence presage and deepest sleep.

(1) T. S. Eliot, The Love Song of J. Alfred Prufrock

One Vision

Dense woods of turkey oaks and beech trees
unfold at the bottom: am I whisper
or flight feather?
thick pupils (anche das innerer auge
the inner eye
has become opaque)
but there shall be time
don’t you think, J. Alfred?
not one hundred per cent, but for one vision
will there still be time?
(hopes and hazards are different
at twenty years, this you have understood
you will have heard – and early, I believe –
between teeth and fingers, without waiting
that wines and evenings would be dispersed)

and you will return, I will go back on my tracks:
minute creatures one by one erasing them
oh yes, Tiger the Navajo could follow them,
in its smoke alphabet would save
the tale before the instant without wind

the clouds cry ashes and mhyrr
and unfold, unfold the woods below

in what water room do I live?
in what hole of the dying
season will you and I await?

Of Wornout Kleptosamic Metaphors

All my time is a single small grain
of sand, the sure fall, the awaiting
for a new hand that will zero out the world

but Alex is just thirteen months old, takes his first steps and falls
without pain. He stands up quickly
his look to the infinite, the ciliary muscle
must be strenghtened. For what purpose
the exact symmetry of the clepsydra
reflecting his photons, absorbs in the narrowest
of spectrum between red and violet the imprint
of premonition of a gray prophecy?

See that the four dimentions
of space
are not enough
and that the intruder is not time but the hand
running it over without reason?

And what do you tell me of Luc, of his mode
of looking? Light in the eyes. Marble,
petals, the tip of a coloured
pencil, the still clessidra
placed on one horizontal plane.
A man resting during motionless time.
See that at first it’s not enough f
a registring instrument so that
the season returns, and indeed it would
it would start up again, immune to the paradox,
to stream and fall down.

It is thus that Maurice, some years older
passing the nights head upside-down
like the Hanged above the abyss
would like to return to his mother’s womb
to the caress of the one hand
in the cerulean field before any other choice
but will wake up ahead again
for another day.

(But What Does It Mean That I Lost Years)

But what does it mean that I lost years
in this or that instance of life?
Maybe one love, a finished love
It is a time that doesn’t live or hasn’t lived?
And the game, the lazyness, the most abrasive vice,
gather olives and corn grains, try
to save the wing of a bat?
And planting land clods that give no fruit
and write verses that won’t find
a voice? And building walls that will fall down
when the time of defeat will arrive:
it is wasted time,
disappearing like waters of rivulets
(it still will return as rain to the sea…)
Were these also years of deepest
sleeping, the one without dreams
in the coma that feels and dreams nothing:
can I ever say it is time lost?
never think: is it life wasted?
And even if I – in this dissipating life–
I am unable to define what is this life …

© 2018 English translation by Adeodato Piazza Nicolai of Five Poems by Alfredo Renzi, published by Flavio Almerighi su amArgine. All Rights Reserved.


Alfredo Rienzi, nato a Venosa nel 1959, risiede dal 1963 a Torino, dove esercita la professione di Medico. Nel 1993 ha pubblicato Contemplando segni, silloge poetica vincitrice del X Premio “Montale”, in Sette poeti del Premio Montale, (Scheiwiller, 1993, pref. M. L. Spaziani); i successivi volumi sono Oltrelinee (Dell’Orso, 1994) e Simmetrie, (Joker, 2000) e Custodi ed invasori (Mimesis-Hebenon, 2005) in parte confluiti ne La parola postuma. Antologia e inediti, pubblicata da Puntoacapo Ed., Novi L., 2011, in quanto opera vincitrice del Premio Fiera dell’Editoria di Poesia (con pref. di G. Linguaglossa e postfazione di M. Marchisio). L’ultimo volume in versi è Notizie dal 72° parallelo (Joker Ed., 2015) Premio Civitella-Pelagatti, con traduzione in alfabeto Braille, e Premio Metropoli di Torino.

Ha all’attivo collaborazioni e/o contributi creativi e critici con numerose riviste e siti di poesia e letteratura nazionali ed è inserito in varie Antologie critiche sulla poesia contemporanea (tra cui: G. Linguaglossa, La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte, 2002, e La nuova poesia modernista italiana, EdiLet, Roma, 2010; S. Montalto, Tradizione e ricerca nella poesia contemporanea, 2008; L. Benassi, Rivi strozzati – Poeti italiani negli Anni Duemila, 2010; G. Lucini, Poeti e poetiche-I, 2012).
Ha partecipato alla traduzione di OEvre poétique di L. S. Senghor, in Nuit d’Afrique ma nuit noire – Notte d’Africa mia notte nera, Harmattan Italia, Torino-Paris, 2004, a cura di A. Emina. Come saggista ha pubblicato Del qui e dell’altrove nella poesia italiana moderna e contemporanea, Dell’Orso, 2011, Finalista a Premio Soldati-Pannunzio 2016 e Premio per la saggistica Metropoli di Torino 2016.

Attualmente collabora con i comitati di redazione delle collane di poesia di Joker Editore. È tra i collaboratori e sostenitori di Amado mio, foglio letterario torinese fondato nel 2014 da Marcello Croce e Luca Borrione.