contributi amArgine: Davide Inchierchia “Essere Significato”

ESSERE e SIGNIFICATO
Ovvero, la dialettica infinita tra Filosofia e Scienza

Filosofia “è” scienza?

Può accostare la “filosofia” alla “scienza”, modernamente intesa (pura o applicata, sempre téchne è), solo chi non si sia mai veramente accostato alla filosofia (rigorosa e radicale: se non è tale, non è filosofia ma chiacchiera più o meno erudita, di cui si può e si deve fare a meno).
Se la filosofia è un «gioco serio» (cfr. Platone, «Parmenide» 137 b), le scienze sono giochi poco “seri”, ancorché molto seriosi ed utili: ma, si sa, che qualcosa sia utile, funzionante, efficace non dimostra che sia vero ma soltanto, tautologicamente, che è utile, funziona ed è efficace: e queste sono categorie pratiche, non teoretiche, come ognun vede (ma si noterà, altresì, che “utilità, funzionalità, efficacia” indicano lo esser mezzi, quindi asserviti e non liberi, rispetto ad un fine presupposto e condizionante).
Non sono seri perché sono ipotetici ed ingenuamente presuppositivi, presuppositivi quindi “ingenui” (cfr. Bacchin, «Anypotheton», p. 288: “L’ingenuità del senso non filosofico accomuna lo scienziato, nonostante la complessità e scaltrezza delle sue metodologie, all’«infante»: perché senza una preconcetta «fiducia» nell’immediato e nel «dato», nessuna scienza sarebbe mai possibile.”), quindi, astratti.
Ora, il problema è che il proprium dell’astratto è di credersi immediatamente concreto (si noti: *credere* di essere qualcosa che non si è, senza *sapere* cosa si è veramente – ma il vero *essere* sarebbe precisamente il *sapere di essere*, che passa attraverso [mediazione] la critica di ciò che immediatamente si assume [si crede, si opina: doxa, non episteme] di essere).
L’astratto è tale, proprio perché non sa di “essere” tale, l’astrattezza è il non-sapere in cui consiste la pretesa di “sapere prima di sapere” che si chiama “credere di sapere” o “immediatezza” (l’astratto rifiuta strenuamente di sapere la propria astrattezza, cioè di prenderne coscienza, ed esso “è” questo rifiuto): averne coscienza sarebbe già “essere” nel concreto (concretezza, infatti, non è altro che sapere l’astrattezza dell’astratto).
Nel rifiuto dell’astratto di sapersi tale sta TUTTO l’astratto: esso è tutto e solo (in) tale rifiuto, per questo è tragico e comico insieme.

«Essere» non è (non può venire ridotto a) «significare»

Parimenti, sinonimizzare in senso scientifico (ossia in senso concettuale, non solo linguistico) «essente» e «significato», cioè considerare l’essere di ogni ente come un significato, che assume “significanza” e, quindi, “è” se stesso ovvero “è quel che è” solo in (cor)relazione ad ogni altro significato, ebbene tale prospettiva teoretica postula una dogmatica [presuppositiva] è però impossibile [contraddittoria] assolutizzazione ( = estensione all’intero) del significare ossia, in ultima analisi, della Relazione quale Fondamento.
Che è come dire: il significare non può assurgere al rango di “originario”.
Potremmo sintetizzare il tutto anche così, direi: l’Intero non è e non potrà mai essere un significato, non è significabile, non ricadrà mai nella “struttura” del significare.
E perché l’Intero non può decadere a “significato”?
Per la semplice ragione che l’Intero non può patire divisione alcuna (distinzione né da altro da sé, né in se stesso per propria auto-determinazione, come molti “teologicamente” opinano, non potendolo dimostrare).
E non può venire diviso, perché la “divisione dell’intero” risulta inintelligibile (impensabile); e risulta impensabile, perché comporta contraddizione: la contraddizione di un intero (uno, essere) che – per dividersi in se stesso, restando però se stesso – dovrebbe essere, insieme, il suo stesso atto del dividersi (chi altri potrebbe dividere l’intero se non l’intero stesso?), atto che come tale deve essere un atto INDIVISO, ed essere, tuttavia, anche risultato di tale atto di DIVIDERSI, quindi anche (e sub eodem respectu, ché vi è un unico “respectus”: l’Intero stesso, che è necessariamente il Tutto: non si danno due interi) DIVISO.
Che l’Intero (medesimo, sé, autò) sia “indiviso e diviso” (“medesimo e non medesimo”) è la palese contraddizione di un intero che non è tale… e quindi ogni discorso su un intero divisibile od originariamente diviso (cfr. E. Severino, «La struttura originaria») è un discorso che poggia su un assunto contraddittorio, quindi è discorso nullo, vano… è mero “discorso” (parola senza concetto, sofisma).

La Verità (l’Intero concreto) non conosce “progresso”

Se volessimo descrivere (sapendo che nessuna “descrizione” è come tale teoretica… ma nel “saperlo” sta la coscienza teoretica), se volessimo descrivere il movimento della teoresi (filosofia) rispetto al procedere delle scienze, potremmo immaginare l’azione di quest’ultime come un moto di “svolgimento” orizzontale (extensive), mentre il movimento dell’atto teoretico è la verticalità (intensive) dello “approfondimento”.
La verticalità non è una orizzontalità ortogonalmente ribaltata, ma è un, anzi, il trapassamento dell’INTERA orizzontalità, che viene risolta e dissolta nel senso della trascendentalità dall’approfondimento: il quale propriamente non è né passaggio [processualità, svolgimento, accrescimento, gradualità] né stasi [definitività]… poiché è negazione sia della incompiutezza sia della compiutezza.
Ed è per questo che chi si occupa del procedere orizzontale “perde tempo”, o meglio “si perde nel tempo” (perché si dispone nel tempo: si dis-pone, quindi si colloca nel tempo, che è appunto successione progressiva), mentre chi si occupa dell’atto teoretico non ha tempo da perdere, proprio perché – parafrasando un’espressione che Karl Barth riferiva a Dio stesso – “ha sempre tempo”, ovvero ha TUTTO il tempo (lo controlla non immergendovisi, dominandolo).
La filosofia non si contrappone al tempo né sta fuori dal tempo, bensì controlla il tempo (esistenza, storia personale, storia mondana…e tutto ciò che in esso è coinvolto, scienze incluse) e lo domina con un semplice “sguardo”, lo sguardo del Necessario (come tale né utile né inutile).
La filosofia, quindi il filosofo cioè l’uomo che si “asservisce” sovranamente alla libera “autorità” [augere = far crescere] del pensiero autentico ed incondizionato, intende solo la Verità (intero essere) e nient’altro: non si accontenta di essere soltanto “uomo” ed, anzi, guarda con “riso e pietà” (parafrasando Leopardi) le autoesaltazioni dell’uomo: poiché esse non sono il (necessario) superamento dell’uomo, in cui consiste la effettiva dignitas hominis (che è tensione al Valore, al Vero, indipendente dall’uomo), bensì sono il grottesco prolungamento della miseria di essere-uomo, “protesi” della sua impotenza doxastica (tronfia e vana, insieme), di cui le scienze sono, per l’appunto, la longa manus – e, proprio per la loro essenziale coappartenenza, la doxa (non la teoresi) le applaude e le osanna.
È questa la ragione per la quale una “filosofia”, che si (pre)occupasse del “progresso”, si occuperebbe di qualcosa d’altro, che, di certo, non è il Vero ossia l’Intero.
Sarebbe ed è mera antropologia o protesi della umana “volontà di potenza” (che è, come tale, ammissione di im-potenza, cioè di disparità tra volere e potere: la volontà è irrilevante al cospetto della Verità), quindi celebrazione della miseria dell’uomo… la quale, pur esaltata ed esaltantesi, resta miseria.
Per il “progresso” (utilissimo epperò teoreticamente irrilevante, anzi a-teoretico) vi sono già le sedicenti “scienze” e lasciamo volentieri la cura di tale “progresso” a loro ed alla loro funzionale (o “finzionale”?) ingenuità speculativa – ché, se non fossero ingenue (presuppositive, astratte), come potrebbero pro-gredire?
«Il cammino delle singole esperienze è segnato da questa perdita (nell’astratto) che niente può compensare: la scienza, come esperienza di questo cammino, è la più colossale mistificazione del concreto.
Si capisce perché la scienza “eluda” la filosofia e perché solo emancipandosi dalla filosofia essa sia potuta progredire; progredire è procedere integrando le parti ed importa la “divisione”: il concreto non progredisce perché non ne ha bisogno, progredire è il segno non del valore, ma dell’assenza di valore.
Mette conto di osservare come la scienza sia, nella sua formulazione moderna, appunto perché funzione logica dell’integrazione, la più manifesta (im)potenza dell’azione nei confronti dell’Intero e come la concretezza della filosofia sia una cosa sola con la sua impossibilità di valere nella progressione che ne temporalizza i termini.»
(R. Bacchin, Metafisica originaria, p. 114).

Filosofia: scienza del “limite”

Un’ultima considerazione.
Oggi la filosofia corre continuamente il rischio di ridursi a semplice “dossologia”, a mera “storia delle idee”, in una parola, a “scienza del linguaggio”: ciò accade quando la filosofia rinuncia alla propria ‘scientificità’ nelle interminabili decostruzioni critiche del significato (come nel pensiero “post-metafisico” di area francese), o quando la filosofia si illude di ‘scientificizzarsi’ trasformandosi in tecnica d’analisi formale dei concetti (come nel “neo-empirismo” di area anglosassone e americana).
Non v’è dubbio che la sfida contemporanea della filosofia risieda ancora (come per Husserl e per la tradizione tedesca della “fenomenologia”) nel suo rapportarsi alla scienza autentica: il “fatto” scientifico è ancora il “dato” di cui il sapere filosofico deve poter fornire le condizioni trascendentali di “possibilità”.
Eppure ciò non può che avvenire, al nostro tempo, nel senso di una assoluta “differenza” rispetto al passato: oggi al filosofo spetta la responsabilità di riconoscere il “differire” in-finito della Cosa, la sua concreta “e-sistenza” – l’esistere “e-statico” della Cosa – come il radicalmente Altro da ogni Oggetto “de-finito” tramite le categorie o le leggi della scienza.
Ritornando a questa sua Origine abissale, ritornando al suo Inizio – in senso teoretico: al suo “cominciamento” – solamente, la filosofia potrà ritrovare la propria essenza: il proprio essere un “pensiero” che pensa l’Impensabile, il proprio essere un “dire” che dice l’Indicibile, il proprio essere “scienza” del Limite di ogni discorso scientifico.
(cfr. M. Cacciari, «Della cosa ultima»).

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letture amArgine: due nuovi inediti di Adeodato Piazza Nicolai

Il poeta e l’attualità si potrebbe aggiungere. Due brani molto diversi tra loro. Il primo proviene dall’onda d’urto provocata dai tremendi fatti di Barcellona. Il secondo è permeato di sarcasmo, speriamo che il fumo non ci riduca a primati, visto che anch’io sono un discreto fumatore. Un grazie all’autore per la fiducia accordata ancora una volta a questo blog, e per la qualità dei testi proposti. (Flavio Almerighi)

NON FU RAMBO

Giorni fa non fu Rambo
sulla Rambla di Barcellona
a scucire la vita di Luca ma
un jihadista rabbioso senza
coscienza e con disonore.
Oggi a Dobbiaco sette geniali
ragazzi interpreteranno
la Nona di Beethoven: musica
dei kalashnicov contrapposta
alle note per non dimenticare.
Vita e morte s’incrostano
selvaggiamente su questa terra.
Ciao, Luca. Buon viaggio. …
Pregheremo per te
là dove sei già ritornato …

© 2017 Adeodato Piazza Nicolai
Vigo di Cadore, 19 agosto, ore 10:25

*

TABACCOFILIA

«Ma la Ruth che sedeva accanto a me
nella mia stanzetta in soffitta alla fine
della giornata, le gambe allungate oltre
il bordo del materasso, la tazza fumante
tenuta con entrambe le mani, quella era
la Ruth di Hailsham, e qualunque cosa fosse
successa durante il giorno, ricominciavamo
[a fumare] da dove ci eravamo interrotte
l’ultima volta che ci eravamo ritrovate così» [1]

Parte prima

IL FUMO causa diverticoli cardiopatici
IL FUMO ammazza – smetti adesso
IL TABACCO fa ricche oltre 70 aziende plurinazionali
IL FUMO causa oltre il 90% dei “buchi neri” ai polmoni
IL FUMO galleggia sulle collettive poltrone
IL FUMO trascrive i dispiaceri dentro i polmoni
IL FUMO rigenera ictus e zero generositàà
I FIGLI (nipoti e pronipoti) dei scalatori hanno varie
probabilità di precipitare
IL FUMO causa contrasti pseudoconciliari
SMETTI di fumare e sgobba al posto dei soliti furbetti
che timbrano il cartellino per andare a fumare
IL FUMO combatte l’infelicità
IL FUMO aumenta il rischio di diventare prepotenti senza cerotti
IL FUMO sa uccidere il feto nell’utero paterno
IL FUMO neutralizza ogni cancro alla bocca e alle narici
IL TABACCO rende multi-billiardarie le varie multinazionali
IL FUMO non asseconda alcuna preghiera

Parte Seconda

[ NOTA: MO si riferisce al “messaggio originale” stampato sui pacchetti di sigarette. MA si riferisce al “messaggio alternativo” proposto, in chiave autoironica, dallo scrittore, che è un fumatore incallito. Ha tentato varie volte di smettere, e fin’ora ha sempre fallito…]

MO = IL FUMO uccide – smetti subito
MA = LA FAME è suicida –non smettere troppo presto
MO = IL TUO FUMO può nuocere ai tuoi figli, la tua famiglia e ai tuoi amici
MA = LA MORTE può nuocere ai tuoi vicini, ai tuoi figli e ai tuoi nemici
MO = IL FUMO causa attacchi cardiaci
MA = IL FUMO promette esondamenti afrodisiaci
MO = IL FUMO causa ictus e disabilità
MA = IL FUMO produce rictus e probabilità
MO = I FIGLI dei fumatori hanno più probabilità di cominciare a fumare
MA = I PADRI dei fumatori hanno più capacità di predicare agli altri
MO = SMETTI DI FUMARE e vivi per i tuoi cari
MA = SE NON SMETTI di fumare vivrai più a lungo dei tuoi cari
MO = IL FUMO causa attacchi cardiaci
MA = IL FUMO attutisce attacchi amorosi
MO = IL FUMO è dannoso per i tuoi denti e le tue gengive
MA = IL FUMO è prezioso per il tuo vizio e le tue sorgive

MO = IL FUMO causa attacchi cardiaci
MA = IL FUMO promette erezioni afrodisiache
MO = IL FUMO riduce la fertilità
MA = IL FUMO produce STUPIDITÀ
MO = IL FUMO causa attacchi cardiaci
MA = IL FUMO ammazza gorilla cardiopatici

MO = NUMERO VERDE 800.554.088 per smettere (di fumare)
MA = NUMERO ROSSO 000.000.000 per ricordare come fumar

CONCLUSIONI PROVVISORIE: IL FUMO CAUSA ATTACCHI PSICADELICI,
E LA TABACCOFILIA POTREBBE PRODURRE UNA CRONICA GORILLOMANIA

© 2017 Adeodato Piazza Nicolai, Vigo di Cadore,
dal mese di febbraio al mese di agosto 2017. Tutti i Diritti Riservati
dalle Multinazionali del Tabacco, le di cui pubblicità sono state citate.
I diritti d’autore sono riservati per le “varianti ironiche” create.

NOTA [1] – Kazuo Ishiguro, NON LASCIARMI, la biblioteca di Repubblica – l’Espresso.
© 2017 Edizione speciale per GEDI Gruppo Editoriale S.p.A, p. 161-162. Diritti Riservati

Summertime

Come sempre splendide poesie da Stefanie Golisch.

La poesia e lo spirito

di Stefanie Golisch

Il romanticismo non è una scienza esatta.
Flavio Almerighi

Weltzeituhr

L’appuntamento è a una certa ora in
punto. Poi, a lui viene in mente qualcosa
e lei, all’improvviso, deve partire. Sono
laddove non mi cerchi, dice all’uomo
capovolto sotto la Weltzeituhr. Da qualche
parte sono le undici e trentacinque, un tempo
anche io avevo un cane di nome straniero.
Ma uno è di fretta e l’altro non ha tempo
da perdere. Un bambino travestito da vecchio
dice a sua madre torno presto. Oggi compie
gli anni, ma quanti non se ne ricorda. È bello
seguire il primo che passa senza pensarci.
Wie spät ist es eigentlich, chiede la donna
di antica tristezza, ma nessuno lo sa. In ogni
caso è troppo tardi per andare a dormire. Ti
amo, dice un lui distrattamente mentre lei si
volge dall’altra parte

Canicola

Quando ti dicono che questa sarà la tua

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ascolti amArgine: From Silver Lake di Jackson Browne

E’ un pezzo che mi ha sempre emozionato, fin da ragazzino nei Seventies. Il pezzo è del 1972, tratto da una album che porta semplicemente il nome dell’autore (saturate before using non è il vero titolo)

Did you see our brother
He was here the other day
But he only came to say
That he was leaving
Did you see his lady
She was looking where he’d gone
But she wasn’t letting on
That she was grieving

She’s bound to go
Perhaps she’ll find him waiting
For his boat in some city far away
She’s bound to go

Lately I remember
Afternoons of smoke and wine
There was nothing we could find
But peace and pleasure
And with a smile he told me
That he wanted just to be on his way
Across the sea no man can measure

He won’t be back
And the sun may find him sleeping
In the dust of some ruin far away
He won’t be back

Early today as I watched while
The skyline was shaking
I heard a rumbling
Early today the mechanical city was waking
And I ran out stumbling, mumbling
Out through the laughter
Of children and dogs

Did you see our brother
He was here the other day
But he only came to say that
He can’t breathe here
Did you see his lady
She was reaching for his hand
Just as if to tell her man
That she can’t either

They’re bound to go
And the sun may find me running after them
Seeing something far away
We won’t be back

Hai visto nostro fratello?
Era qui l’altro giorno
Ma è venuto solo a dire
Che se ne stava andando
Hai visto la sua donna?
Stava guardando dove era andato
Ma lei non stava facendo
Vedere che soffriva

È obbligato ad andare
Forse lo ritroverà
In qualche città lontana
È obbligato ad andare

Ultimamente ricordo
Pomeriggi di fumo e vino
Non c’era niente che potevamo trovare
Oltre pace e piacere
E con un sorriso mi disse
Che voleva andarsene
Attraverso il mare che nessun uomo può misurare

Non tornerà
E il sole può trovarlo a dormire
Nella polvere di qualche rovina lontana
Non tornerà

Oggi ho guardato mentre
L’orizzonte tremava
Ho sentito un rumore
All’alba di oggi la città meccanica si stava svegliando
E corsi fuori inciampando, mormorando
Fuori dalle risate
Di bambini e cani

Hai visto nostro fratello?
Era qui l’altro giorno
Ma è venuto solo a dire
Che non può respirare qui
Hai visto la sua donna?
Stava per fermare la sua mano
Proprio come per dirgli
Che non può farlo

Debbono andare
E il sole riuscirà a correre dopo di loro
Vedendo qualcosa lontano
Non ci ritroveremo

come puoi dirti poeta

Come puoi così putrido
dirti poeta, sollevato
il fiero sguardo dallo stagno
della nazione di soli villaggi
minuziosamente diversi,
annusati massoni e principi
con quelle assurde braghe,
mentre ragazze, pesche pensose
si attardano in filastrocche
e pensieri con rime
sull’argine di San Lorenzo,
come puoi non sentire
il lascito di limpidezza sgombra
in ogni parola
solo che ne avessi,
ma tu pezzente mormori,
crei domande non dai risposte
sollevando bene i piedi
per non inzaccherare coscienza
e scarpe, come puoi
dirti poeta, battezzare
divagare, leggere l’ora?

mia figlia (trad. inglese di Adeodato Piazza Nicolai)

molte volte
ci siamo amati con le donne
ognuna ha il suo sapore,

l’unica, la più lontana
un giorno fortunato
mi ha dato una figlia,
una donna come me
col mio nome
a battezzare ogni via
di futuro e qualche manifesto

no, implicazioni diverse
non ci sono
è così, basta.

Lasciamo speculare
i molti apprendisti avanzati
inutili altrimenti,
mangino pane
senza lievito di birra,
cicale indurite sui tronchi
nel tempo della siccità,

confini segnati
da un sottile filo di perle.
Cambia l’idioma,
niente più è
soffrire a ore,
il dolore una diaspora,

che mia figlia è bella
unica, venuta bene, sola
difficile da trovare

MY DAUGHTER

Many times
we made love to women
each one with her own flavor,

the only one, the most distant
one lucky day
gave me a daughter,
a woman like me
with my name
to bless every future
way and some manifest

no, different implications
there weren’t
and so it isn’t enough.

Lets speculate on
the many advanced apprendists
otherwise useless,
let them eat bread
and beer without yeast,
hardened cicadas on tree trunks
in the time of dryness,

borders marked
by a thin thread of pearls.
Change the idiom,
Nothing rests
like suffering by hours
pain is a diaspora,

that my daugher is beautiful,
unique, well evolved, alone
difficult to find

© 2017 American translation by A. P. Nicolai of the poem by Flavio Almerighi, MIA FIGLIA. All Rights Reserved for the original and for the translation.

un po’ di marzo

sul greto degli amori tant’acqua
un po’ di marzo, nessuna notizia

è fare l’acrobata
pochi metri da terra,
un abisso

parola semplice amore
più complicato il matrimonio con la vita,
tanto da chiedere
quanti anni buoni rimangano
e quanti siano stati.

Nessun calendario oltre il presente
preso dal ghigno dell’acqua,
così limpido
da stupire anche i pesci.

Diari scritti su foglie secche
riportano crolli e taglia erbe,
ma lascia sempre stupiti
quel profumo d’amore.