Gioielli Rubati 32: Fabia Grenzovich – Pasquale Vitagliano – Gabriela M. – Antonella Marinetti – Macalder02 – Maria Allo – Marcello Comitini – Luisa Zambrotta.

DEDICO QUESTA PUNTATA AL VENEZUELA E AL SUO POPOLO TORMENTATO NELLA TIRANNIA, ATTANAGLIATO DALLA PRIVAZIONE.

La Catanegài

’na zatarìna, ’na candela
impissàda per ogni morto
negà, per ogni putèlo
desmentegà drento el pantàn
del fondo, tra le rive

del sile, la restìa, la catanegài
i la ciama, i vivi e i morti smarìi
soto aqua, dove la zàtara
la se ferma, de novo catài
dal scuro fin a la luse

de un nome pronunzià – la luse
la tanta luse dei oci
de le mame.

[La Catanegài
una zatterina, una candela / accesa per ogni morto / annegato, per ogni bambino / dimenticato nel pantano / del fondo, tra le rive // del sile, la schiva, la catanegài / la chiamano, i vivi e i morti smarriti / sotto acqua, dove la zattera / sosta, di nuovo portati / dal buio fino alla luce // di un nome pronunciato – la luce / la tanta luce degli occhi / delle madri.]

di Fabia Grenzovich, qui:
https://rebstein.wordpress.com/2019/03/23/se-la-guardi-controluce/

*

DEL FARE SPIETATO

Scrivo sempre la stessa poesia
Passo sempre dagli stessi luoghi
So contare fino a tre
Riesco quasi sempre a fermarmi in tempo
Cerco sempre le stesse persone
Dopo averle perse
Sarà il mio modo di indagare
Sulla legge segreta del tempo
La forma per adeguarmi al suo moto pendolare
Mi rassicura questo ticchettio
Che ti dice dove stai e con chi
Che è impossibile restare a lungo nel quadrante
Che ti ritrovi di nuovo ai margini
Consolato dal fatto che da soli
Si scrive e si muore

di Pasquale Vitagliano, qui:
https://rebstein.wordpress.com/2019/03/23/del-fare-spietato/

*

amor, amore, mon amour

amore colpisce come il maestrale
nei venti di Saint-Tropez, allucinazioni di pianoforti
decidono di ululare in re,
enigmi maggiori muovono dentro l’intimo:
mormorio, incubazioni sotto le fasi della luna
stregate allegorie d’amore sollevano ondine a nudi esasperati
un profeta guarda una vergine sibilla
i cui occhi liquidi predissero il nostro amore
nei riflessi dorati, lava delle nostre anime,
uno specchio appeso al muro nella stanza rossa
una fenice solleva
i nostri corpi affogati
nel tempo liquido del mediterraneo
amor, amore, mon amour
la splendida carne di un poema in gestazione
lava le nostre anime singolari e frenetiche

di Gabriela M., qui:
https://shortprose.blog/2019/03/24/amor-amore-mon-amour-mediterranean-poem-poetry/

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Figlio, vorrei…

Figlio, vorrei,
mentre ritorni con fiducia ad appoggiarti a me,
dolcemente vorrei dirti il mio bene per te,
vorrei raccontarti le tue notti ad aspettarti,
le tue stelle cadenti per i tuoi desideri,
le tue albe e i tuoi tramonti a pensarti,
e i miei occhi spalancati al buio con il tuo cuore dentro al mio,
Figlio, vorrei dirti quanto ti amo
ma poi resto in silenzio a guardarti,
senza osare accarezzare quei tuoi ricci ribelli,
e le parole che vorrei dirti sono inutili e lontane;
vorrei chiamarti con i miei segreti nomignoli d’affetto, cucciolo, tesoro, amore,
e dirti fai la nanna dolce e non aver paura,
ma poi pronuncio il tuo nome
e so che racchiude tutto il tuo essere così unico e speciale;
Figlio, vorrei stringerti più forte
ma poi mi trattengo per pudore e timore di offenderti e
ti abbraccio delicatamente nei miei pensieri, come nuvole blu all’alba.
Figlio, vorrei cullarti ancora
ma ora è la tua Vita a condurti per mano
ed io resto a sognarti e tu sei già grande…

di Antonella Marinetti:
https://ioinviaggio.wordpress.com/2016/08/11/figliovorrei/

*

LA CITTA’ SENZA LUCE

A volte smetto di esistere
alla fine del cielo
contemplandone i bordi presagire
uno sciame di nuvole nere.
Le ore sono inclinate
per oscurare l’orizzonte,
lasciando battere gli orologi
nel profondo pozzo dei miei incubi.
Bevo la nuda solitudine
che avvolge i miei sensi
se cammino attraverso le ferite
di antiche stelle bruciate.
A completare vuoto deforme
incatenato ai miei pensieri
mentre proseguo
la ricerca di una lacrima per piangere
nella luce pallida del pomeriggio.
Il soffio del respiro della morte
non mi raggiunge ancora in faccia,
quindi arriva travestito da sospiro.
La mia anima piena di angoscia
intimidita dalla rabbia sfrenata
impotente per non essere in grado di reagire
vaga per il deserto
dei sogni abbandonati
perduti per le strade in ombra
al buio della mezzanotte
sepolto nella mia testa
viene la domanda:
Perché vivere?

di macalder 02, qui:
https://macalderblog.wordpress.com/2019/03/22/la-ciudad-sin-luz/

*

nel feroce azzurro

La magnolia si è impigliata nei rami secchi.
Eppure non cede al dolore delle schegge
diviene fede di resistenza
alle intemperie dell’oblio o attesa
senza nido da portare alla luce.
Ora ha ripreso a soffiare nel vento
che si condensa nel feroce azzurro
per vivere in un tempo che non c’è.
C’è sempre tanta parte di magnolia
in quegli spazi che non si piegano
alla morte e su questa sponda
al centro delle cose stiamo noi
a grandi passi fino a terra.

© Maria Allo, qui:
https://nugae11.wordpress.com/2019/03/15/nel-feroce-azzurro/

*

LA SEDIA VUOTA

Lo so. L’ho vista altre volte seduta a quel tavolo lontano
nell’ora deserta di questo bar.
Beve il suo caffè con le braccia poggiate sulla distesa
rotonda del ripiano di marmo. Il viso rivolto
alla sedia vuota dall’altra parte del tavolo.
Il cameriere dietro il bancone lungo e dritto come una lama
si guarda le mani doloranti rose dall’acqua.
Non le parla, non la vede neppure.
Lei non attende più nessuno, lo so.
Una voce sussurra dal fondo del cuore
ragazza e all’improvviso un lampo degli anni verdi e turchesi.
Chiusa nei suoi pensieri sente
le radici del suo silenzio crescere nel ricordo
di coloro che l’amavano alla follia.
Fra pochi istanti si alzerà scomparendo
oltre i vetri del bar.

Lo sa. L’attende il lungofiume buio.

di Marcello Comitini, qui:
https://marcellocomitini.wordpress.com/2019/03/25/la-sedia-vuota-ita-fr-eng/

*

LE ETA’ DELL’AMORE

Rosso è l’amore, quel vortice di emozioni
che infiamma le viscere
e rende ognuno di noi rare eccezioni,
in tutto simili al resto del mondo

Bianco è di un figlio l’amore incondizionato
quando ci prende la mano
e sicuro si consegna a noi
con affidamento illimitato.

D’ argento è l’amore diventato maturo
una tranquilla consuetudine
un grumo di luce che avanza
stagliandosi contro il grigio dell’altrui solitudine.

Blu è l’amore quando è solo un dolceamaro rimpianto
la nostalgia di un momento che fu,
un piacere deteriorato velocemente,
un’offerta la cui scadenza era troppo imminente.

Ma un mostro dagli occhi verdi, una parola senza alcun significato
non più passione ma violento possesso
è il folle gesto destinato
a bloccare chi non vuole più essere sottomesso.

di Luisa Zambrotta, qui:
https://wordsmusicandstories.wordpress.com/2018/12/17/le-eta-dellamore/

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Mezzogiorno

se sei paese davvero,
nell’ora di Honduras e Cile
non ti unirai
alla piatta apparenza del vino

chi fa Storia ama i propri figli,
da la vita per loro, si batte,
rimedia pranzo e cena

non è Paese chi ha la vita
immersa nel danaro.
Unisciti, esci! E’ Mezzogiorno.

Grida quando hai ragione,
non temere. Nessun nemico
è più forte di te.

Ascolta & Leggi: Vent’anni, musica di Marracash, inediti di Valerio Succi

Questo ventenne trae scrittura, rappa, alla stessa maniera con cui noi ne abbiamo tratta dai vari Claudio Lolli e Francesco De Gregori. Niente di male, va bene così, quel che importa è dare alla poesia continuità, contiguità, seguito, verità. Innamorarsi, vivere, dare voce agli occhi. Valerio ci prova e lo fa con le armi di cui dispone un ragazzo in formazione, costretto a vivere in un paese per vecchi e di vecchi. Auguro a lui e a quelli dell’attuale generazione di ventenni, di riuscire a trovare e superare il punto che noi, per paura e per comodo, siamo soltanto riusciti a raggiungere per poi ritrarci.

Croce chi, innamorato di professione, vive ogni amore.
Alla romana? No, pagherò tutto io… come l’altre volte.

La realtà è questa. Non quella dei giorni
dell’amore sconosciuto, coi testimoni all’oscuro
che il cuore odia il digiuno. L’urlo devasta l’intera stanza
alza alta l’asta | Alt! fin qui è abbastanza!

I versi resi lievi, mentre questa forza non si smorza.
Se n’amo quindi più nessuno, che vada allora a
il posacenere il suo dovere: alla forca le scritte degenere!
La pagina incomincia a infiammare; non cerca però d’evacuare,
un fumo che fu fumo, l’inchiostro immerso nel colostro.
Il nome dunque sbiadisce, lenta cenere perché lento accende
Ti voglio bene, ti voglio…
fino a quando la fatica non sarà estinta… Mi scalda
questo dio della solitudine

e mi parla
Il globo godrà di gioia un giorno, ma,
siccome il fusto tuo busto al Pantaleone è svelto, tu sei stato scelto; così
ho concesso ostello alla tua genetliaca scomunica.

Stasera sono bruciato.
Mi sono ucciso
finalmente
domani sarò nuovo nato.

*

Per le vie batterie. Scuderie. Sta per scadere il tempo…
Serena pensa parli come un vecchio dato l’abuso
d’imperfetto – amavo… avevo un amico… sentivi il pericolo?
se avessi venerato il monte invece del cemento… –
e del periodo ipotetico il terzo, detto del non detto.

Così è. A ogni legge capìta si accorcia la matita.
Più buia la mattina se la verità diventa bugia.
Inganno incappo inciampo.

E così sia. Non abita San Martino, là
si giunge alla fine del giro. Il cuore che trascino non dimora:
l’ospedale ospita fissi fossili che non pretendono di respirare;
perché non abbiamo avuto l’esigenza di muovere la mano?

A chi chiudo gli occhi dedico oggi un epitaffio. Lascio quindi,
comatorio spesso obitorio, che questo potere ci renda immortali.

*

Oggi mi hanno interrogato.

Era giorno era nevicato. In centro nulla era rimasto
ma a Pilastro il suolo era d’alabastro, sommerso
sovrastato da una coltre di nebbia, tipica dell’inverno caldo dei morti.
Così quel sangue amaro romagnolo nel rosignolo – che giù fu fra il rovo
nunc a lutto per il dolo – Cantate queste nottate!

I morti che credo morti sono vivi. In realtà
abitano la mia testa, domandando continuamente compagnia, la mia
di chi sia. Questa volontà è già assenza, una conseguenza
la cui sentenza è già presenza. – Ci hai sotterrati? – La prego, esca!

Cercano di farmi raccontare la nostra storia, ancora
per infilarsi nei miei pensieri. Sempre vie traverse se lo scopo è solo essere di nuovo.
Così però si preservano giusto i nomi, le nostre azioni. È felicità? mia? vostra?
Dove sistemano le nostre sensazioni? Io che vorrei avervi ancora attorno: ritorniamo
viventi insieme! I volti stanno sbiadendo: foto mosse lacrime percosse.

Perchè ci chiami morti? Noi siamo vivi ma in altri lidi.
Questo profumo mi ricorda te! Quella frase! Mi sei in mente! Non temporaneamente…
Da domani dunque nuova dieta, e mai più verso quella meta
perché devo salutarvi, congedarvi prima che mi trasciniate giù con voi
nel sottobosco subsconscio… Esco dal coma.

Diciannove in punto. Cielo nero. Il 20 libero
Brindiamo quindi alla partenza!
mi sta portando da voi.

*

Alle Scuderie la fila addormenta lenta.
Lucrezia, mentre un incontro in sala era in data,
spiegava, ma io non capivo, latino; un morto
può occidere un vivo?

Non
Sole alto, febbraio caldo asfalto
sai
alla fermata di Irnerio, sulla banchina
cosa
stesa, una ragazza senza vita c’era.

*
T>perdi.

Quando scrivo uccido: voi dal viso reciso,
i mastri madri, la Grande Mela, chi punta agli astri
– Ne sei capace? Seguendo quali passi? –
e, con in mano la biro, infine spiro parte di me – quanto sopravvivrò? –
totalmente te… Dopo domanda dove dormono i dolci dogmi,
e ora attendi l’abbraccio di chi ama i senza volto,
e riflessa e diversa si schiarerà chiarezza.

Ciò però non ho, se
l’importante è uccider sé per rimaner
felici.

*

Valerio Succi è nato nel 1998 a Lugo, Ravenna. Ha vissuto a Bagnacavallo, fino a quando ha iniziato a frequentare la facoltà di lettere moderne presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna, città dove attualmente vive.
E’ presente in due diverse antologie: «Novecento non più – verso il Realismo terminale», La Vita felice, 2016 e «Nessun dannato orologio», SensoInverso Edizioni, 2015. Suoi inediti sono stati inoltre pubblicati sulle riviste online «Atelier», di cui uno tradotto in spagnolo dal Centro Cultural Tina Modotti, e «LimesLettere». La sua opera d’esordio in versi si intitola «Primo», Terra D’ulivi edizioni, 2018.

Ascolta & Leggi: Your Own Special Way – Genesis (1976)/Anna Maria Curci da Nuove Nomenclature

E’ bella la poesia di Anna Maria Curci, perché non sta mai ferma, è piccola/grande, si increspa, allittera, ama il calembour, traduce in scrittura una somma di musiche che fanno musica. Il che la dice lunga sul formidabile amore di questa autrice per il mondo poetico, sì, si potrebbe definirla, la sua, una vita intera al servizio della Poesia. Ho letto a lungo il suo Nuove Nomenclature, una raccolta nutrita, eterogenea e profonda. Ne ho ammirato anzitutto il non limite nella parola, quel suo andare oltre il senso per farsi musica. Consiglio quindi ai lettori di leggere i brani ad alta voce per assaporarne meglio e fino in fondo il suono, la sintesi frastagliata e profonda delle sensazioni e dei messaggi che diffonde. Scrive bene Plinio Perilli nella prefazione “… si spendono ma non oziano idee; insomma caparbiamente s’immolano a consacrare e duellare per una consapevolezza che non arretri o ceda di fronte ad alcun sopruso, nessuna ignobile sopraffazione: anzitutto linguistica, percettiva, culturale… Nuove nomenclature è quindi libro di battaglia, codice d’onore in nome della sorveglianza, del controllo mentale, della religione disattesa e tradita del proprio tempo”.

Assetto

Lo montano e lo smontano.
Finanziario economico
arranca e non demorde
(arraffa ed è concorde).

Ribassato, sportivo,
di vetture da fiera
la parata lo afferra:
ed è assetto di guerra

*

Flessibilità

Ammirami: sono bella e scattante,
disse la corda tesa all’infinito.

Sinuosa quanto basta, son capace
di ogni acrobazia del tempo pieno.

Ho attraversato sale e corridoi,
indugio in open space, che vanno tanto.

Inarcava la schiena, la vezzosa,
sfoderava tronconi propulsori.

Ammutolii di botto, quando scese
lo sguardo su ganasce di cemento.

*

Idiomaticamente

Non avere più alibi è risorsa.
Al fast food di sentenze c’è anche questa
pietanza da servire con rigaglie,
spezie varie d’avanzo e faccia tosta.

Fioccano locuzioni da conquista,
negli acquartieramenti si fa incetta
di lingua requisita e mal riposta,
“amara terra mia” va in soffitta.

Di detti e contraddetti la brodaglia
fiumi azzurrognoli espande in tutta fretta,
sul segno-senso pende già una taglia.

Sciapi o sapidi trionfano zupponi –
non dichiarata presa di possesso –
a cubetti ora vendono gli idiomi.

*

Sosta

E potrei perdermi, se vuoi,
nel verdeoro di un autunno affamato.
Già la sanguigna disegna i bordi
saturi di attesa.

Strizza, l’occhio sorpreso.
Sfonda la calza
l’alluce impaziente.
Nel tascapane ho il filo del rammendo.

Mi rammento di te,
voce vecchia e suadente,
e non ti seguo.
Scende la brina dell’inadeguatezza.

Incurante, se la ride la guazza.

*

19 luglio 1943

Sotto la rete vedo i calcinacci
e nonno che ci guarda preoccupato
mi stringo a mia sorella che ha due anni

fa caldo, è luglio e sono a San Lorenzo.

*

Verrai a prendermi un giorno

I
Verrai a prendermi un giorno,
avrò il vestito sognato,
bianco coi fiori azzurri
sui fianchi troppo larghi.

II
Verrai a prendermi un giorno,
tra canti e contraddanze,
ai miei, di calembour,
additerai i difetti.

III
Verrai a prendermi un giorno,
e sarà gioia piena.
Se mia o degli ostili,
altri lo narreranno.

*

Preludio

Ascolta, nell’attesa, come vuoi:
mano appoggiata al mento ed occhi chiusi
oppure spalancati e testa alta.

Ascolta, non fuggire, non temere
presa rapida o lenta gestazione
del vento muto che avvolge e sospinge.

Ascolta, prendi il ritmo e cogli nota.
Ricostruisci la tua partitura:
è proprio quella che appare distante.

Ascolta e frena il piede impaziente
la nocca che si tende e il naso ostile.
Non ignorare i canti dal silenzio.

***********************************
Anna Maria Curci è nata a Roma, dove vive e insegna lingua e letteratura tedesca. Scrive sul blog Cronache di Mutter Courage, su Unterwegs/In cammino, su Lettere migranti ed è redattore di Poetarum Silva. Suoi testi sono apparsi in riviste (“Journal of Italian Translation”; “Traduttologia; “Chichibìo”; “Il 996″), nelle antologie La notte (Roma 2008), Oltre le nazioni (CFR, Rende 2011), Cuore di preda (CFR, Rende 2012), nei blog La dimora del tempo sospeso, Cartesensibili, Neobar, La poesia e lo spirito, La presenza di Erato e sul sito Poeti del parco. Nel 2011 ha pubblicato la raccolta Inciampi e marcapiano; dal 2012 è nella redazione della rivista trimestrale Periferie, diretta da Vincenzo Luciani. Dal 2014 cura per il sito Ticonzero la rubrica aperiodica “Il cielo indiviso“. Del febbraio 2015 è la sua seconda raccolta di poesie in volume, Nuove nomenclature e altre poesie, L’arcolaio.

selce e bastone

Un cane, Arma fedele,
squadra attento il perimetro
e abbaia, quando è certo
non vi siano intrusi.
Merita fiducia, guadagna il pasto.
Onesto. Chissà se prima di lui
è nato il suo appetito.

La primavera, bella donna
com’è, ai primi caldi
decide di mostrarsi, vergognosa
si ritrae subito dopo.
Nel silenzio domenicale è terra,
Greta Garbo perduta in un fosso,
assetata ringhia.

Domani mattina poca pioggia
rifiorirà il giardino. Invisibile,
molto lontano da qui, un bimbo
armato di selce e bastone
sembra giocare, prepara
la prossima guerra mondiale.

Ascolti amArgine: Faraway Look – Yola (2019)

Un disco nuovissimo, una voce potentissima, paragonabile a quella di una Dionne Warwick. Faraway Look è una canzone estratta da Walk Through Fire album solista di debutto della cantautrice britannica Yola pubblicato il 22 febbraio 2019.
Yola Carter è una cantautrice emergente di Bristol. Fortemente influenzata fin dalla tenera età dal Country degli anni Sessanta, dal soul e gospel dell’epoca Stax. Yola è cresciuta in una piccola città di mare nel sud ovest dell’Inghilterra e “ha sempre voluto essere un artista di musica country”.
Proveniente da una famiglia povera, Yola è cresciuta al di sotto della soglia di povertà in una comunità operaia in cui la discriminazione e persino la violenza, alimentate dal razzismo, non erano inusuali. La musica è diventata rapidamente uno sbocco, un mezzo di espressione e una via di fuga.

SGUARDO DISTANTE

Hai acceso le candeline sulla torta
E gettato il fiammifero sul pavimento
Vorrei sapere quello che stavi desiderando
Consegnati i piatti di carta
A tutti i tuoi amici che adori
Sei angosciato e vuoi di più?

Quello sguardo lontano nei tuoi occhi
Sta diventando sempre più difficile da nascondere

Nessuno si muove come te
Camminando per il negozio di alimentari
Solo tu sai cosa stai cercando
E quando la tua giornata lavorativa è finita
Percorri l’oscurità fino al letto
Per sognare quei sogni che vivono nella tua testa

Quello sguardo lontano nei tuoi occhi
Sta diventando sempre più difficile nascondere

Testo originale

You lit the candles on the cake
And threw the match down on the floor
Wish I knew what you were wishing for
Handing out the paper plates
To all your friends that you adore
Are you haunted and wanting more?

That faraway look in your eyes
It’s getting harder to disguise

Nobody moves the way you do
Walking ‘round the grocery store
Only you know what you’re looking for
And when your working day is through
You walk the darkness to your bed
To dream the dreams that live inside your head

That faraway look in your eyes
It’s getting harder to disguise

siamo già morti

Torna il già visto,
l’accompagna forte un senso freddo.
Cosa sappiamo di guerre,
carestie, morti accatastati, schiavitù
donne irredente?
Cosa sanno i nasini fini degli astratti
di tanto lezzo?

Eppure scriviamo tutti per supponenza,
disprezzo, dannazione!
E non sappiamo un’acca.
L’infinito non è più qui.
Molti di noi
nemmeno hanno mai sudato nei container;
non una volta i deodoranti, i rossetti decisi,
li hanno traditi.

Su, mettiamo una bella greca,
giusto così, per confondere le acque,
sodomizzare l’ignoto lettore.
Andremo tutti assolti per insufficienza
di indizi, in realtà
siamo già morti.

I più furbi si lasceranno evirare
in nome di presunte identità
e per vendere qualcosa.
Spremiamo un’arancia
continuando a girare.