Canzoni sui mesi o coi mesi nel titolo, e ringraziamento a tutti i lettori

Luglio 2019, statisticamente, è stato il miglior mese nella storia del blog: in 31 giorni a stamani si contano 8.600 visite, 2.421 visitatori (da tutti i continenti) e una media di 3,5 visite a visitatore. Intanto vi ringrazio tutti per la presenza e la vicinanza, poi in agosto riposeremo un po’. Ciao e grazie, intanto se volete potete suggerire, come sempre, qualche titolo.


(GENNAIO – Diaframma, 1989)


(NOVE MAGGIO – Liberato, 2017)


(SETTEMBRE – Alberto Fortis, 1981)


(OTTOBRE – Carmen Consoli, 2015)

Ascolta & Leggi: Piero Ciampi, Carolina Almerighi, Antonio Delfini

Chiudo gli occhi

Chiudo gli occhi.
Vivo nei sogni,
Dolci sogni di bambina
Splendono a luce spenta.
Mi sussurrano “tutto andrà bene”.
La solitudine prende piede,
Io la faccio mia.
Mi travolge,
Io mi giro
salutando vecchie paure.
Cresci nella consapevolezza
Del domani, il tuo:
Solo tu puoi trasformarlo,
Adattarlo al tuo cammino.
Gambe forti reggono
Fatiche.
Un sorriso,
Migliorerà la tua sera
Splendi forte, come il sole.

(Carolina Almerighi, Castelbolognese, 29 luglio 2019)

*

Sono stanco

Sono stanco di parlare di te.
Tu sei morta.
Da viva ascoltavi per far dei ricatti.
Tu sempre sognavi e godevi
che morisse d’un colpo il tuo spasimante.
Fai schifo da morta.
Da viva facevi ammalare di cuore
i poeti per il ribrezzo
che sempre facevi a chi ti guardava.
Ma chi ti sognava?
Un vecchio, perseguitato dai preti,
dagli affetti più antichi,
un vecchio d’altri tempi fregavi
tu mai fregata dai vivi.
Forse oggi un morto ti frega
e, anima in pena all’inferno del nulla,
lui che ti frega annota notando:
«Qui è stata fregata la morta
che io morto ho sposato da morta.
Sposati studiammo la psicanalisi
e sepolti restammo intrisi nel nulla».
Parlando di te parla il vuoto.
Già tu non senti. E il vuoto sul vuoto.
Io solo ormai vivo — e non più morente
posso sentire il vuoto che te morta
vai vuotando nel vuoto del morto.
Era un morto da vivo.
Tu eri morta dapprima.
Eri morta dal tempo dei nonni
che morti pensarono di mettere al mondo
il gran morto: il padre tuo che fu beccamorto,
Il tuo corso di vita (è un imbroglio?)
fu più corto del regime Badoglio:
perché nel frattempo contavi
(ricordi? Non puoi ricordare!)
i soldi che intanto rubavi a colui che vita ti diede
quando pensoso di te stava assente,
Quarantacinque giorni sono stati
ma i tempi — tu sai — li ho contati.
Ebbi parvenza di averti vista in salotto
con la seggetta antica rubata dal morto,
Non più di ventiquattr’ore.
E’ un po’ poco (lo ammetti?)
stare al mondo una sola giornata,
fregare e non restare fregata!
Non lo sai — e mai lo saprai:
la vita è pur breve.
Ci si muore oppure ci si vive.
Ma da morti, come tu che sei morta,
non si vive e neppure si muore.
Povero vuoto sei tu!
Solo un poeta surrealista italiano
poté dar vita al vuoto inumano
che prese dal nome tuo infame
la mala sorte di immagini grame,
Quanto mai lune e razzi lancerò
per trovare il punto del tuo vuoto!
Da domani voglio riposare un po’
– ti giuro – e tornare andare a nuoto:
quando proprio più non ne potrò
farò il morto e… forse ti vedrò.

(Antonio Delfini, Roma, 14 agosto 1960)
************************************************

1945

Il giorno della guarigione di Dio
i guardiani uscirono allo scoperto,
riconsegnando armi e arnesi
prima di essere giustiziati.
I filosofi, per la maggior parte
usciti indenni dal martirio,
chiesero se fosse stato
di nuovo possibile il ritorno
a una belle époque in lettere,
salvo rispondersi senza certezze:
il ferro ancora caldo,
i bagni buche scavate nel terreno
gelato e infecondo.
Il lavoro rese liberi.
L’Occidente, andato a male,
divise le oasi, sistemò i deserti.

Ascolta & Leggi: R.E.M. Bukowski Baudelaire

ALLA PUTTANA CHE SI E’ PRESA LE MIE POESIE

alcuni dicono che dovremmo tenere lontano il rancore personale dalla poesia,
rimanere distaccati, e c’è del vero in questo,
ma cristo;
dodici poesie sparite e io non conservo le copie e hai anche i miei
quadri, i migliori; è opprimente:
stai cercando di annientarmi come tutti gli altri?
perché non ti sei presa i miei soldi? di solito li prendono
dai pantaloni sonnolenti e ubriachi storditi nell’angolo.
la prossima volta prenditi il mio braccio sinistro o un cinquantone
ma non le mie poesie:
non sono Shakespeare
ma prima o poi semplicemente
non ce ne saranno più, né distaccate né di altro tipo;
ci saranno sempre soldi e puttane e ubriaconi
fino all’ultima bomba,
ma come Dio ha detto,
accavallando le gambe,
vedo che ho creato fin troppi poeti
ma non altrettanta
poesia.

*

L’ALBATRO

Spesso, per divertirsi, i marinai
catturano albatri, grandi uccelli di mare,
che seguono, indolenti compagni di viaggio,
la nave che scivola sugli abissi amari.

Appena deposti sulla tolda,
questi re dell’azzurro, vergognosi e timidi,
se ne stanno tristi con le grandi ali bianche
penzoloni come remi ai loro fianchi.

Com’è buffo e docile l’alato viaggiatore!
Poco prima così bello, com’è comico e brutto!
Uno gli stuzzica il becco con la pipa,
un altro, zoppicando, scimmiotta l’infermo che volava!

Il poeta è come quel principe delle nuvole,
che sfida la tempesta e ride dell’arciere;
ma, in esilio sulla terra, tra gli scherni,
con le sue ali di gigante non riesce a camminare.

*

Ricordo passi sotto la pioggia

Ricordo passi sotto la pioggia,
l’ombrello inutile tra i portici,
un traffico sibilante, e ancora
l’inutile impazienza
di vederti star meglio:
tutto emerge chiaro.
Il chiarore abbaglia gli occhi,
centotrenta milioni di occhi.

Il pensiero parla, si perde
in docili orecchiabili motivi,
giunge ottuso all’altro lato
della strada, per riprendere
il lato opposto dell’anima
cui è difficile parlare.

Un mondo condito a scemenze
è in eclissi.
Tutto quanto ti scava,
sia tuo, mai di chi non ti ama.

Dicevo di quei passi,
il vero compromesso con la vita
è andare avanti.
Mentre fa male, sorridi
non ti fermare.

Gioielli Rubati 50: Luca Ariano – Irene Rapelli – Maria Allo – Luciana Riommi – Amleta Bloom – Francesco Marotta – Corrado Bagnoli – Daniela Cerrato.

Questa notte si balla a ritmo di tango
per dimenticare il nebbiume
di quella città senza neppure un santo,
solo un beato per caso capitato.
«Siamo già maturi!
L’anno prossimo dobbiamo rinnovare
la patente: cosa abbiamo fatto
in questi dieci anni?»
Lo biascica stanco come un vecchio
di trent’anni alla curva del ponte.
In piazza si mormora che la Paola
se la faccia col figlio del notaio,
orgasmo d’un portafoglio gonfio fra le tasche.
Al bar all’angolo l’Andrea ti racconta
di quando si allenava con Baggio e Del Piero
poi … oggi scarica mobili tra scale e ponteggi.
In quella cittadella dello shopping
non ti rimane che bere per non vedere sguardi
assatanati di vetrine, di plastica, tinture
e pelli tirate senza il placido invecchiare
d’un volto grinzoso.

di Luca Ariano, qui:
http://www.lamacchinasognante.com/5-poesie-da-contratto-a-termine-di-luca-ariano-con-nota-introduttiva-di-luca-mozzachiodi/

*

A volo d’uccello

All’ombra corre l’erba sotto al vento
e con fradice ciglia soporose
il merlo canta grave del momento
in cui cocci di stelle tra le rose

al cielo danno indietro le sue cose
rigettando le spine senz’accento
che l’anno dona loro melodiose
ma l’estiva prateria non d’argento

si rannuvola stretta ai propri campi
e girando lo sguardo alla mia terra
mi dirigo a viuzze tenebrose

e mi pare di scorgere più lampi
nel fango dove l’essere dà guerra
che in collassi di vacue nebulose.

di Irene Rapelli, qui:

A volo d’uccello

*

C’è chi

Risuonano cocci di mattini infranti
dopo impreviste veglie.
C’è chi impara a morire
per un colore e un significato.
Abbiamo conti ancora aperti e spietate
parole da combattimento .

C’è chi impara a morire
per consacrare sogni alla quercia secolare.
Ma c’ è un paese disteso
in fondo al mare dove il sangue
in mille flutti difende il pane
a denti stretti e dall’alto
un pugno arcigno di silenzio
si schianta ai piedi dell’indifferenza.
Accovacciato il mare si regge
come foglia che il vento
deliberatamente scansa in silenzio.

C’è chi oppone la ragione
nel covo della volpe infreddolita
e traina giorni come i nostri.
A concludere la resa,
passi cadenzano ipocrisie
su viali di rasura e nel turbine
lento di ossa bisbiglia ogni vena
prima del commiato.
Il tempo può pretendere
nutrimento nel suo crescere?

© di Maria Allo, qui:
https://nugae11.wordpress.com/2019/07/17/ce-chi/

*

nel limbo

nel limbo, come nell’incubo d’infanzia,
non luogo dei non nati e dei non morti
senza volto, senza identità.
non fa bene quest’aria rarefatta
che odora di mistero,
qui non c’è materia per riempire il calco
di una cosa vera.

di Luciana Riommi, qui:
https://lallaerre.wordpress.com/2019/07/01/nel-limbo/

*

LA LUCE BUIA DEL Tè

Girando cucchiaini acquatici si disegnano discorsi da pomeriggio ombroso.
Menta piperita:
con le sue foglie guasta il riflesso del sole nella tazza.
Occhi bassi e batticuore estivo.
Diversivo, liquido.
Un giorno di riflessi sentimentali e parole verdi.
Seduti.
Occhi bassi.
La vita riserva tantissimi piaceri:
piedi incrociati sotto al tavolo.
Dichiarazioni alla teina ambrata.
Via libera al taglio brillante del cucchiaino sospeso.
Un fiato di vento e tutte le foglie cadono sul tavolo e ricoprono le mani ardenti.
Sulle labbra rimane una parola sussurrata.
Perle di gocce ricoprono le tazze svuotate dall’amore assetato.

di Amleta Bloom, qui:
https://itesoridiamleta.wordpress.com/2019/07/20/la-luce-buia-del-te/

*

fossero simili a foglie
che si combinano in fuochi
di caduta le vigili inudibili parole
cresciute tra labbra e desiderio
oppure grida che colmano
tutta la distanza di un ricordo
e poi acqua che fascia il viso
dei morti quando fa buio
anche la pelle e l’occhio
soffoca di essere visione
solo una maglia slabbrata
uno squarcio nella rete del tempo
incurabile misura del guardare

di Francesco Marotta, qui:
https://rebstein.wordpress.com/2019/07/12/imbrunire/

*

Ci si apre soltanto una scia
dentro la deriva del bianco,
dentro il disfarsi fluttuante,
il rumore secco della frattura,
degli scontri, dei baci, dell’urto.
Si richiude dietro di noi,
tutt’intorno, si stende ancora
davanti questo foglio spezzato,
parole, voci che si disperdono,
tremano, pungono e chissà
se invece potrebbero dircelo
il cielo, intero. O se invece
non è proprio così, solo così,
che adesso lo possono fare;
che adesso, anche noi, ci parliamo.
Con niente che si scrive davvero
negli occhi, che lasci nella carne
una strada, una mappa, una roba
che resta per dire casa, oltre l’acqua.

Golfo di McMurdo
di Corrado Bagnoli, qui:
https://perigeion.wordpress.com/2019/07/15/il-cielo-di-qua-di-corrado-bagnoli/

*

Quando mancherò al risveglio

Quando mancherò al risveglio
il mio sogno proseguirà
per chissà dove, non riuscirò
più a fissarlo nei ricordi a parole,
sarà estensione o tassello d’unione
ai passati, ma tenace, scampato
a una sveglia, a un buongiorno,
a una voglia di caffè zuccherato.
Sarà sogno smisurato, ininterrotto
tra luce ed ombra, tra sinusoidi liquide,
spirali di fumo e vortici d’aria,
e la voce del silenzio di una bellezza
rivoluzionaria. Continueranno
imperterriti crimini, ingiustizie e guerre,
cicli di vita all’apparenza normali,
gioviali ogni tanto, per bilanciare,
per smorzare i toni cupi esistenziali.
Il mondo continuerà la sua corsa
fertile, tra saggezza e ignoranza,
con nuove paure e nuovi orizzonti,
sarà quel che avverrà a futura umanità
in marcia a favore o in retromarcia,
sotto ogni scorza sarà sempre il cuore
che pulserà tra delusioni e gioie, ma i miei occhi
spenti seguiranno il loro sogno perenne,
e scansata l’immortalità per umana fortuna
da altre sofferenze fuggirò libera e indenne.

di Daniela Cerrato, qui:
https://ilmondodibabajaga.wordpress.com/2019/07/23/quando-manchero-al-risveglio/

********************************************************************************

Per stare bene

Vorrei ne uscisse una
di mio pugno, forte, vibrante,
senza paura, corteo di studenti
senza fame e senza freddo
prima di assaggiare lacrimogeni
e botte ben assestate.

Una prima volta c’è sempre,
ne vorrei una davvero solida,
forte in ogni parola, persino
nelle virgole mancanti,
forte e diretta: la seconda,
dopo il primo bacio.

Una di quelle oscure
ma con calze a rete,
dove il caso voglia annodarsi
al turchese di un anello nuziale.

Voglio mi appaghi
nel ricordo di bellissime sere,
di una marilyn riconoscibile, si,
ma solo da lontano.

Infine voglio mi snervi,
dopo avermi condotto per mano
oltre un tivù acceso,
oltre le fragole a sognare,
per stare bene.

Ascolta & Leggi: Pavolv’s Dog con Il Fosso, un racconto inedito di Silvia Giusti e Paolo Beretta

A volte le sorprese non mancano, questa è estremamente piacevole, un bel racconto con poesia scritto a quattro mani da Silvia Giusti (lapoetessarossa) e Paolo Beretta (uncielovispodistelle) che, entrambi, ho avuto il piacere di incontrare personalmente lo scorso 14 giugno a Como, ospiti tutti di Antonio Bianchetti (ilbarman) e di Vincenzo Petronelli. Grazie.

Premessa

Quando succedono cose che non ci aspettiamo, siamo colti, talvolta, da un misto di stupore e impotenza. Siamo esseri umani, fragili e sognatori. Chi scrive, chi si diletta a scrivere, trae spesso ispirazione da tali accadimenti.
Non racconteremo dunque i fatti, ma attraverso un esercizio nella tecnica dello straniamento, racconteremo di un vissuto (a margine della serata), per farne paradigma.
E un ringraziamento.

IL FOSSO

E’ una serata dedicata alla poesia con la presentazione di un libro. E’ presente l’autore e l’amico che lo ha invitato. Non c’è niente di strano in questo gruppo di persone dentro una sala, al piano interrato di una biblioteca. Sono sedute ad ascoltare il poeta e il suo interlocutore. L’ospite lo ha presentato brevemente e gli ha lasciato presto la parola. Il poeta racconta, si racconta e legge i suoi versi. Questo gruppo di persone che in parte non si conoscono e non si sono mai viste si riconoscono perché amano la parola. Le persone ascoltano, sorridono, applaudono, qualcuno domanda e il poeta risponde.
In ultima fila, semi nascosto da una colonna e da una signora con una folta chioma riccia c’è un uomo con una vistosa cicatrice su una guancia. Il poeta lo ha riconosciuto. Decide così di leggere un componimento non previsto, una vecchia poesia, mai edita. La introduce così.

Per quel che mi riguarda voi tutti nella vita potete essere chiunque, panettieri, professori, baristi, medici, giornalisti. Qualcuno di voi potrebbe avere una seconda vita. Molti di voi hanno segreti, e almeno uno che non hanno mai raccontato a nessuno. Per esempio nessuno sa il mio.
Ve lo leggo.

IL FOSSO

L’acqua mi bagnava le ginocchia
mentre morivo la prima volta
Sapevo di letame
in bocca il sapore del sangue
Afrori dolciastri a fare da incensi
Il cane offeso guaiva e mordeva
latrava di follia
e prevalsa
La mia voce non c’era
annegata nel fosso
dove nemmeno una rana
seguiva il corteo
Lui se ne andò ebbro
con lo stupore negli occhi
Io con una cicatrice,
ferita nel costato
La sento che gracida
talvolta, nel silenzio della notte

11 luglio 1982

La platea rimane in silenzio.
Dopo un momento il poeta riprende a parlare.

Un giorno, quando ero molto giovane, ho picchiato un mio compagno di scuola. Potrebbe non essere materia poetica. Invece. Il giorno prima avevamo giocato a pallone. Stavo per segnare. Un compagno mi ha fermato nell’area di rigore in modo scorretto. L’arbitro non ha visto nulla. Sono rimasto senza parole. Il compagno non mi ha nemmeno aiutato a rialzarmi. Anzi mi ha voltato le spalle. Gliel’ho giurata. Il giorno dopo all’uscita da scuola l’ho seguito. Abitavamo in due paesi diversi e per tornare a casa percorrevamo la stessa strada ma in senso opposto. Eravamo in bicicletta. Sul rettilineo lungo i campi appena arati c’era odore di terra smossa e di letame. L’ho affiancato, come un gregario, ma lui, colto di sorpresa, ha sbandato ed è caduto nel fosso accanto alla strada. Si è rialzato bestemmiando. La bici aveva una ruota storta. Sceso dalla bicicletta, mi sono avvicinato e l’ho spinto ancora dentro il fosso. Mi sono scagliato sopra di lui sferrandogli una serie di calci e pugni. Poi sono risalito sulla strada e l’ho lasciato lì. Ho ripreso la bicicletta e mi sono messo a pedalare come un matto, ridendo e piangendo allo stesso tempo. Non l’ho mai raccontato a nessuno. Il mio compagno di scuola è rimasto assente per una settimana. Quando finalmente è tornato aveva una vistosa cicatrice sulla guancia. Aveva detto a tutti che era caduto dalla bici mentre tornava a casa, un coniglio gli aveva tagliato la strada e lui era finito nel fosso. Non ci siamo mai più parlati. Ha cambiato città ed è diventato un giornalista sportivo piuttosto famoso, un signore delle telecronache, pacato e puntuale. E’ uno di quelli che quando le squadre sanno di avere lui a commentare si impegnano e giocare bene senza sgarrare troppo. Perché un giorno ha raccontato in una intervista il motivo di quella cicatrice, senza fare nomi ovviamente. E’ diventato un bell’uomo il mio compagno di scuola. Se quella cicatrice lo ha reso diverso e speciale è anche un po’ merito mio. La poesia l’ho scritta nella notte dell’11 luglio 1982, quando l’Italia vinse i Mondiali di Spagna. Ero con un gruppo di amici in giro a festeggiare e lo intravidi tra la folla, con una corona di alloro in testa. Seppi, da un altro che lo conosceva, che si era laureato quel giorno.

A quel punto il poeta lascia stare gli occhi chiari e il rossetto deciso della giovane donna che ha di fronte e guarda là, nell’angolo dietro la signora dai folti capelli ricci. L’uomo con la cicatrice non c’è più, al suo posto solo una crepa in un vecchio muro.

A Flavio,
da Silvia e Paolo
**********************************************************************