biglietto d’auguri

biglietto d’auguri
spedito dal profumiere
per la madre di mia figlia,
tu cosa ci fai qua
con l’ala spezzata, raccolto
malgrado tutto imprendibile?

Che ne sai della morte,
io scrivo mi occupo d’utopie
e di qualcun altro
che faccia il piacere,
non è serio startene qui
a crepare in silenzio.

La serata è fredda
nessuno ricorderà,
afferrarti era impossibile
confido nella pietà di un gatto.

Ventisette Gennaio 1945,

una sopra l’altra, anime ossute tese verso un dio qualsiasi. Siamo più innocenti del latte nell’effimera planimetria del cielo. Fotografie di un’interminata tregua. Liquidata la buna, i camini non fumano più. La sirena suonava alle cinque, finito il lavoro c’incontravamo ai cancelli. Dalla mia cuccia vedo strati di cenere grassa addosso ai volti di un tempo, e sugli amori consumati dietro un portone. Vedo la notte scendere su ogni possibile presente. Il campo evacua come i miei visceri. O le silfidi in menopausa alla divisione della gioia. Fosse ancora ieri mi mangerei le labbra, i denti, per sedare un po’ il male. Mangerei le strisce del mio carcere che indosso insieme al sangue secco, ma non la fame. Rimane poco di me oltre la febbre, orgoglioso souvenir di chi ero. Visto dalla tua parte del foglio, sono poco più di carta sporca, senza odore né prurito. Sid Vicious rifarà My way, i cinesi rifaranno Sid Vicious. Non ho più dolore adesso. Sono l’altare gonfio di luce cui non chiedere memoria.

da Durante il dopocristo (2007) Tempo Al Libro Faenza

vanessa atalanta

poeti pennaioli
tastieristi figli di puttana
rigirano solitudini e impotenza
stupiscono con raggiri di parole
che tu, un minuto dopo
hai già dimenticato

ogni artificio è immolato
alla finanza
della noia quotidiana,
ti lavi, lavori fai benzina
per un pasto caldo
con la musica alla radio

talvolta un’eco riaffiora
come farfalla sull’Etna,
riecheggia
l’abbraccio di parole finte
e ti accarezzi,
le scopi

dall’inizio alla fine
otterrai solitudine, la stessa

Sorriso Distante (1994)

Dimmi, ti prego
dove fuggirai
supina e arcuata sui tuoi capelli
dopo aver lasciato la vetta
e le tue mani sembrano parlarti
Cosa pensi nuda vagando
in quegli abbandoni immensi
A chi concederai
spine del tuo tempo
lasciandoti lambire mai toccare
Ancora chiedo di te
essenza fra le dita
e sorriso distante

Le mele di Don Mariano

La notte del 21 di novembre 1944 Toni andò a bussare alla porta della canonica di San Nicolò.

– Cos’è questo rumore? Chi è? –

– Non è niente, dormi mamma. –

Don Mariano andò a togliere il paletto.

Il buio e la nebbia fecero capolino insieme al volto affilato del soldato repubblichino. Il parroco avvertì nei tratti del giovane, che pure gli erano familiari, un’inquietudine trattenuta a stento.

– Venite Arciprete… –

– Sei veramente sicuro che abbiano sparato su al “Casone”? –

– Il Signor Tenente ha detto che sono stati i partigiani. –

Il Casone era un podere a mezz’ora di bicicletta dalla canonica. Lo conduceva il mezzadro Giuseppe Valentini detto “Acuto” insieme alla famiglia. Guido, l’unico figlio maschio, se lo era portato via la guerra. Il giovane era tornato dai Balcani con un polmone perforato da un colpo di moschetto. Dopo l’otto settembre nessuno l’aveva più visto. Restavano al podere la moglie, la madre e le due figlie dell’Acuto.

Toni aveva saputo della sparatoria la mattina precedente dal suo ufficiale, tuttavia nessuno si era mosso dal paese per paura di imboscate. Era per questo motivo che il soldato, preoccupato per la sorte di Gisella una delle due figlie dell’Acuto, aveva chiesto aiuto al prete.

– Venite Don Mariano, la ronda se la dorme sotto il portico in piazza! –

Don Mariano si avvolse nella sua cappa nera, inforcò la bicicletta e seguì Toni imboccando il viottolo per la campagna.

La nebbia, fittissima, sembrò accoglierli più che inghiottirli. La madre del prete, in piedi dietro la finestra, si fece un segno di croce prima di rimettersi a letto. Nessun aereo alleato poteva alzarsi in volo e perciò con la nebbia erano arrivati giorni di relativa quiete. Niente bombe, niente mitragliate, niente morti da giornate intere, i partigiani alla macchia stavano tranquilli, i tedeschi si ubriacavano in paese. Era un tacito, provvisorio armistizio che entrambe le parti non infrangevano.

La notizia della sparatoria al Casone aveva fatto il giro del paese come un lampo e seminato sbigottimento.

Toni era stato per anni garzone dall’Acuto, poi nel Quaranta fu riformato per via dei piedi piatti. Don Mariano ricordava ancora il disagio del ragazzo di fronte ai compaesani. Per lunghi mesi nei campi, dal barbiere o all’osteria quando arrivava Toni, capitava spesso di sentire pronunciare il detto, “chi non è buono per il re, non è buono neanche per la regina”. Una volta ricostituita la Milizia andò a prelevarlo per trasferirlo in Germania. Toni tornò in paese a metà del Quarantaquattro pavoneggiandosi con l’uniforme repubblichina, poco marziale sì, ma nuova fiammante. Senza rendersi nemmeno conto del pericolo cui si esponeva, ogni volta che poteva, dava una mano ai suoi compaesani, cercando di mediare per loro con invasori e fascisti . Tutti diffidavano di lui.

I due giunsero indisturbati fino alla carraia che congiungeva la strada con il Casone. Lasciarono le biciclette nel fosso mentre la nebbia sembrava diradarsi. Toni prese dal tascapane una grossa torcia elettrica e l’accese. Il prete osservò il cielo tanto chiaro di nebbia che sembrava albeggiare, e pensò che avesse preso lo stesso colore della sua coperta di panno grezzo. Quella che si buttava addosso prima di dormire. Pensò al suo mondo che si sarebbe svegliato soltanto per ricordarsi di essere in guerra. Pregò in cuor suo la nebbia che non andasse su del tutto, altrimenti gli aerei avrebbero ripreso la loro sinfonia. I partigiani si sarebbero rifatti vivi e i tedeschi avrebbero ripreso le rappresaglie. Davanti a lui Toni camminava spedito puntando la torcia contro la nebbia.

Toni era innamorato da sempre di Gisella, la figlia più piccola dell’Acuto. Era bellissima per via dei riccioli neri e impertinenti che le scendevano fin giù alla schiena e per i suoi scintillanti occhi neri. La sognava spesso coperta soltanto dei suoi capelli. Nonostante l’Acuto non avesse mai permesso ai due giovani nemmeno di parlarsi, Gisella sapeva dell’amore di Toni e lo contraccambiava. Per tutta l’estate del Quarantatré i due innamorati s’incontrarono di nascosto sotto il melograno che segnava il confine tra il Casone e il podere della Famiglia Alberti. Gisella gli raccontava quanto le sarebbe piaciuto farsi accorciare i capelli per assomigliare ad Alida Valli. Toni faticava sempre a parlare Fu durante la sfogliata del granturco che si fece coraggio, la portò dietro il pagliaio e la baciò.

La partenza di Guido era stata davvero un brutto colpo per l’Acuto. Aveva preso Toni ancor più in antipatia e gli dava apertamente dell’imboscato. L’arruolamento nelle file dei repubblichini glielo aveva reso, se possibile, ancora più odioso. Tutti sapevano a San Nicolò che l’Acuto era un fervente antifascista fin dal Ventidue. Un pensiero improvviso balenò nella mente di Don Mariano, come potevano essere stati i partigiani a sparare se l’Acuto era dalla loro parte? Il conto però non tornava perché dal calare della nebbia, per diversi giorni, tedeschi e fascisti non soltanto non uscivano dal paese, ma nemmeno dai letti delle loro donne.

Sempre che qualcuno avesse realmente sparato…

– Quest’anno l’uva è rimasta tutta attaccata alle viti…-

Le parole di Toni scossero il prete dai suoi pensieri.

– Quest’anno tutta l’uva è marcita o se la sono rubata i bambini, o l’hanno mangiata gli uccelli. –

Don Mariano ripensò alla vigna degli Alberti. Il terreno sconvolto, i corpi dilaniati dell’intera famiglia, ricordò il piccolo Davide che, dopo lo scoppio della bomba, non era stato più ritrovato nemmeno morto. Li rivide in cuor suo ancora una volta, li benedì, tornò ad assolverli dai loro peccati, ma di quali colpe poteva essersi macchiato il bimbo di sette anni appena?

– Come farà a dir messa Don Mariano? –

– A dir messa? –

– Sì, senza il vino. –

– Ci penserà il Signore. –

– Ve lo fate mandare dalla Francia? – In altri tempi Mariano si sarebbe lasciato andare a una fragorosa risata accompagnata da una gran pacca sulla spalla del suo interlocutore.

– Dicono che l’Acuto teneva ancora vacche e maiali. –

– Chi te l’ha detto? –

– L’ho sentito dire. – Arrivarono in prossimità del Casone.

– Don Mariano non ho più tempo, debbo tornare in paese prima del cambio altrimenti sono guai con il signor tenente. Vi prego, fatemi sapere che la Gisella sta bene. –

– Sta tranquillo Toni, at salutt. – Il soldato si mise a correre verso la strada.

Il Casone era ancora al buio e questo mise in allarme Don Mariano, perché di solito a quell’ora i contadini stavano già rigovernando. Il prete si fece coraggio e attraversò l’aia fino all’ingresso di casa. Solo allora si accorse della porta spalancata. Lontana e secca si sentì la detonazione di un colpo di moschetto.

– Acuto! Sono Mariano! – Nessuna risposta dal buio impenetrabile. Elda, la moglie dell’Acuto, da sempre lo accoglieva con la stessa frase.

– Prego accomodatevi signor Arciprete, prendete un bicchiere di quello buono? – Cominciò ad albeggiare, ma in casa era buio pesto. Don Mariano prese la scatola dei fiammiferi che teneva sempre in tasca e ne accese uno. Entrò nella cucina grande e, prima di bruciarsi le dita, fece appena in tempo a notare il caos che vi regnava. Si orientò verso il camino e accese una candela che si trovava sull’orlo della cappa. L’Elda giaceva riversa poco più in là coperta di sangue. Sotto il suo corpo quello di Gisella, come se la madre avesse voluto fino all’ultimo proteggere la figlia. Una sventagliata di mitra aveva devastato tutto, suppellettili, la parete, i vetri alle finestre, le due donne.
Il raccapriccio si impossessò del prete che fece appello a tutte le energie, alla poca fede che gli rimaneva per non gridare, per non bestemmiare.

– Acuto, Marianna, Concetta! – Mariano prese a chiamare a voce alta il padrone di casa, l’altra sua figlia e la nonnina. Spalancò la porta della stalla. L’odore e il calore di bestie portate via da poco gli serrarono la gola insieme a quello della morte. L’Acuto e sua madre giacevano sul pavimento della stalla, chiunque fosse stato si era brutalmente accanito. Erano quasi irriconoscibili, le teste fracassate con i calci dei fucili.

L’alba decise di farsi vedere dai vetri rotti delle finestre mentre il prete impartiva l’assoluzione ai quattro sventurati. Sperò che almeno Marianna, l’altra figlia, fosse riuscita a salvarsi.

– Dove sei Marianna? Vieni fuori che non c’è più pericolo, sono l’Arciprete! – Don Mariano prese per la scala di legno che portava al piano di sopra. La prima camera era stata devastata dalle fiamme che non si erano tuttavia propagate al resto della casa. Non si vedevano resti umani. Marianna era nell’altra camera. Giaceva sul letto con la gola tagliata e la camicia da notte tirata su fino al petto, gli occhi sbarrati, le gambe oscenamente divaricate. Il prete liberò tutta l’angoscia che lo attanagliava, pianse e maledì mentre ricomponeva il povero corpo oltraggiato.

– Ego te absolvo … – provò a dire, ma la frase, più volte, gli si spense in gola tra i singhiozzi.

Avvolse Marianna con il lenzuolo e la portò in braccio, non senza difficoltà, al piano di sotto. Spostò i cadaveri dell’Acuto e di sua madre in cucina. Li riunì tutti insieme per l’ultima volta. Tornò al piano alto a prendere altre lenzuola e altri panni per coprire i cadaveri ricomposti e allineati davanti al camino. Benedì, assolse, pianse e benedì ancora, riuscì anche a non bestemmiare. Solo a giorno fatto notò le mele. Erano in un piatto di stagno dentro il camino. Ne prese una e la soppesò, l’annusò.

La buccia profumava ancora di pace e di bella stagione.
Si ritrovò bambino quando, insieme a un altro paio di monelli della sua stessa risma, saliva fino al Casone a rubare le mele dall’albero. Gli tornarono in mente le grida dell’Acuto che trent’anni prima, quando li scopriva, li inseguiva armato di forcone. Represse i crampi allo stomaco, prese un’altra mela e le mise entrambe nelle tasche dell’abito talare. Uscì dal Casone e tirò forte una boccata d’aria ancora greve di nebbia.

Voleva far ritorno subito in paese, ritornare appena possibile con qualcuno che lo aiutasse a scavare le fosse. Quasi si scontrò con l’uomo che percorreva la carraia in direzione opposta alla sua.

– Guido, tu sei Guido… – esclamò.

– Vi saluto Parroco. –

– Guido, sono … –

– Gli avete dato la benedizione Don Mariano? –

Il prete trasse di tasca le due mele che aveva portato con sé e le mise nelle mani di Guido. Non aveva parole, strinse forte le mani al giovane.

– Tienile queste… – sussurrò.

– Sono stati gli SS, gli ucraini, per portare via le bestie di mio padre, ma prenderemo noi la colpa. –

– Guido… –

– A quest’ora se le sono già mangiate quei porci. –

– T’interessa più delle bestie che dei tuoi? –

– Volete venire con me Don Mariano?-

– Guarda Guido che a casa tua non c’è più niente da fare. Torneremo domani con qualcuno che ci darà una mano a seppellire i tuoi, poi dirò delle messe in loro suffragio, vedrai che…-

– Io torno dai miei compagni, volete venire con me? –

– Con i comunisti? –

– Ho due feriti gravi che vogliono il prete. –

– Vedrò cosa posso fare, ora devo tornare in paese. –

– Domani sono morti, Parroco. –

– Dobbiamo seppellire i tuoi e poi c’è mia mamma sola in canonica e Toni vuole sapere… –

– L’ho ammazzato. – Il prete fu colto alla sprovvista.

– Ma non faceva male a nessuno! E poi, poi non è stato lui ad ammazzare i tuoi, lo sapevi già, me lo hai detto tu che sono stati gli ucraini! Perché allora, perché? –

Guido esitò prima di rispondere.

– Credevo che sarei stato meglio. – Il partigiano e il curato continuarono a fissarsi. La scena era quasi surreale. Il prete teneva le mani al partigiano con due mele, una per mano. Guido sembrava molto più vecchio, sul suo volto, che non conosceva rasoio da chissà quanto tempo, si allungavano lacrime.

– Come ha detto il tuo Signore? Lasciate che i morti seppelliscano i morti! – Il prete lasciò le mani al partigiano e ripensò a Davide Alberti, Gisella Valentini, Toni … a tutti quanti quei morti.
– Credo che noi si sia già tutti morti. – Farfugliò, incapace di guardarlo in faccia. Le mele di Don Mariano rotolarono a terra.
– Cosa volete fare Parroco? – Domandò Guido con voce ferma, e senza aspettare risposta si diresse verso la strada.

Un Napolitano è per sempre.

Buongiorno giorno! Oggi è un bel giorno per mettersi a carico un nuovo senatore a vita, un Napolitano è come il diamante, è per sempre. La gerontocrazia sfida e batte le leggi di madre natura. Nella sua vita, prima di ascendere, per grazia di dio e volontà di una classe politica impraticabile e parassitaria, alla carica di peggior capo dello stato di tutta la storia dell’Italia Repubblicana, questo scaltrissimo gattopardo senza qualità ha fatto di tutto fuorché lavorare per mantenersi, e nell’ordine.
Il membro della gioventù universitaria fascista, che però “era un crogiolo di antifascismo” (ah ah ah al massimo di voltagabbana visto l’andamento della guerra, altrimenti l’Ovra gli avrebbe fatto un culo così)
Non se ne hanno sue notizie durante le eroiche Quattro Giornate di Napoli quando gli scugnizzi suoi concittadini lanciavano le molotov contro i carri armati nazisti. Forse mammà aveva mandato le sue camicie nere in tintoria per il cambio di colore.
Il segretario federale del PCI di Napoli e Caserta.
Si è laureato nel 1947.
Dal 1953 ha svolto lavori socialmente strapagati da deputato, senatore, senatore a vita, parlamentare europeo. Fiancheggiatore dello stalinismo, in seguito convertito all’eurocomunismo al riformismo e ai danè, ha lodato l’invasione sovietica dell’Ungheria nel 1956 salvo tardivi rimorsi, è stato oppositore dei trattati di Roma per il Mercato Comune Europeo, ha rivestito incarichi di partito nel PCI, fiero oppositore di Enrico Berlinguer dopo aver fondato l’ala “migliorista” del PCI (migliorista de che?) la cui rivista è stata finanziata anche da Don Silvio, si adopera perché il PCI “converga” col PSI di Craxi. Convergenza scoperta ai tempi di Tangentopoli, quando il PCI/PDS non fu smantellato dai giudici come tutti gli altri partiti della prima repubblica, solo grazie ai silenzi di Primo Greganti. Ha fatto anche il presidente della Camera e della Cucina con annessi servizi igienici.
Gerontocrate a tutto tondo e dalla lacrima coccodrilla facile, è stato eletto capo dello stato nel 2006, riconfermato nel 2013 da politici eletti grazie a una legge elettorale dichiarata incostituzionale e impauriti dall’effimero successo elettorale di Grillo. Si è dato molto da fare perché la Costituzione venisse smantellata e il Senato ridotto a un bivacco di amministratori locali fuori porta. Durante il suo mandato ha firmato tutte le leggi ad personam del suo antico sponsor, tutte le troiate consumate ai danni dei lavoratori, travalicato la figura di garanzia presidenziale facendo e disfacendo governi, ha trasformato l’Italia da Repubblica fondata sul lavoro a Repubblica fondata sulla Germania.
Questo intrepido ex-esponente della classe operaia cumula pensioni e privilegi posti a carico della collettività a una punto tale che il suo reddito mensile supera di gran lunga quello annuo di un normale e medio lavoratore/contribuente. Sfidando le leggi di natura, dicevamo, e con qualche sospetto di affiliazione alla massoneria, da oggi il N(M)ostro è di nuovo semplice senatore a vita. Non sarà difficile trovargli un successore alla prima carica dello stato che faccia meglio di lui. Dio salvi la Patria!