il tonno Margherita

Di tutto questo non ho venduto nemmeno il titolo.
Non faccio parte del coro della Chiesa, nemmeno del circolo Arci, un buen retiro pensandoci bene.
Non sfondo banche, perciò per quanti mi consideravano non sono rimasto neppure tanto, e il tempo se ne va. Rubo scatolette di tonno per vivere.
Una volta in piena adolescenza, tragico retaggio del secolo breve, feci buco a scuola e andai al mare coi miei compagnucci, ma in un mini market vicino alla spiaggia dovetti contenere il forte erotico, improvviso impulso proveniente dal nulla di mettere mano su tutte quelle scatolette di tonno, vintage, lucenti, ordinate, senza apertura a strappo, alcune con chiavetta, che si dimenavano su uno scaffale, ne fui segnato per sempre. Purtroppo, quasi quarant’anni dopo, il tonno è diventato talmente gonfio di mercurio, il che è noto non è legale, ma se a me che non ho mai potuto, saputo, voluto smettere viene un accidente, venditore e fabbricante avranno una pena massima inferiore alla mia minima per taccheggio. La cosidetta filiera ha un amo legato all’apice basso e io ho abboccato come un tonno margherita. Oltre al fattore eminentemente morale e trasgressivo, ce n’è un altro molto più pratico di natura economica. Il tonno costa troppo e non me lo posso permettere, alla ventresca ho rinunciato già da molti anni.
Chi si prenderà cura di un tossico come me?
E’ anche domenica nonostante il tonno, un quartiere diviso, famiglie a pezzi, il maltempo dilagante, domani è lunedì e la pioggia non è stata abolita, malgrado il referendum abrogativo abbia fornito uno spaccato chiaro e definitivo della volontà popolare, ma l’ammorbidente seduce gli animi eliminando ogni residuo senso critico, così gira il mondo.
Nessuno, penso, si prenderà cura di me a parte il Volontariato. Detta così può sembrare anche una parola dolce, come dire ti amo frustami, per definire un gruppo di disinteressati che dopo avere massacrato giudici, pensionati e chi non doveva essere là in traiettoria durante gli anni di piombo, avendo scontato pene tutto sommato miti, massimo venticinque anni, uscito dal carcere si è dato al Volontariato. Magari dopo essersi rifatto una verginità con una feroce, severa disanima, fatto carico e responsabilità politica, morale, penale e quant’altro dei propri fuochi d’artificio senza che nessuno glielo abbia per altro chiesto. Io gli avrei dato il massimo della pena. Dico, ma hanno spostato l’isola del Diavolo? Non la trovano più? Li avessero esodati almeno un po’, dico mica tanto, cinque sei anni al massimo sti raccomandati! Solo che gli si urli un po’ contro, arriva il politico di turno che impone subito di abbassare i tonni.
Sono già semi avvelenato dalla Lobby del Tonno, pieno di mercurio a un punto tale che posso misurarmi la febbre mettendomi un dito in culo, e questo sale, ma non posso lamentarmi né sporgere denuncia, perché le due lattine le ho rubate e non ho lo scontrino. Dovrei anche farmelo pulire, o accettare un pasto freddo da gente del genere? Da un socio di cooperativa sociale, stipendiato, diventato pure ciellino? Questi Volontari prendono più soldi degli Involontari, scrivono libri di memorie sui loro anni d’oro, pardon di piombo, per le pruderie di lettori meno che stupidi. Mangiano caviale e salmone, odiano i tonni soprattutto quelli cotti a vapore, e principalmente non gliene frega niente di me.
Le cose succedono in fretta, terminate le proroghe diventi un best seller di qualsiasi merce si tratti. Oggi ci sei, domani ci sei, dopodomani pure e nessuno ti viene più a prendere. Fosse stato per me avrei lasciato libero il tonno, intonsi i termometri al mercurio, e venduto il titolo della mia difesa per comprarmi un passaporto maltese, ma purtroppo il maestro Manzi aveva torto. Ora è troppo tardi e me ne vado a dormire un sonno pieno di visioni fantastiche, (sono convinto ci siano molte belle cose nei miei sogni) che dimenticherò ancora prima di svegliarmi.

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il primo amore

Afferra per un braccio
scatta senza vedere chi.
Difficile da ammettere,
e nei ricordi mal consumati
complicazioni schedate
da violenti rossori.

Niente di speciale il primo amore
un paradigma grazie a Dio
l’educazione sentimentale,
l’orizzonte tarda a venire
tra calvari di salite
niente zucchero.

Duro il primo amore
affacciato alla finestra
dietro una tavola vuota,
solleva lento il telefono
per chiamare un taxi
e non lo chiama più.

terra di nessuno

chi non ha cuore se lo cerchi in pancia
nei trattati di pace a condizioni scorsoie,
tu non sai ma tra cacciatore e cercatore
la differenza è l’arma.
Contro gli abusi tenacia
armata di bombe difettate,
l’avanzare continuo frittura per mitragliatrici:
mille chilometri da casa
pesano tutti, ogni centimetro.

Li prenderemo a sassate dalla terra di nessuno
anche il nemico è un uomo,
accatastando più vittime sul tavolo della pace
approfondiremo fosse in quiete,
doline durante la pioggia,
mentre il nemico distribuisce
una razione supplementare.

Signor Tenente mi scriva a casa,
dica che porto le mie ossa con orgoglio,
sto bene come penso di loro

poi venne la spagnola

rilettura morbida

le parole sono cose che non siamo
poesia l’atto di fede senza dei,
solo quando piove e fa freddo
qualsiasi maternità anche adottiva
andrebbe bene pur di sentirsi
coraggiosi e protetti, bambini all’amo
durante pomeriggi provati e vissuti,
specie nei parchi o sui campi
dove il calpestio non alza più erba,
ma terreno e pane duro per le galline,
il coraggio della fame
spinge i piccioni fino ai nostri piedi
e c’è chi ancora vuole parlare,
dire cose che non capisco oggi
come tanti anni fa

nessun avanzo

Niente da portare via,
lasciate indietro le spalle
nessun avanzo
tra un dividendo e una donna,
un anno e un sospiro.

Spazzature di tristezza
ingorgano i tombini
dove valutavamo precisi
la temperatura appassionata
dell’olio da gettare sotto

il tappeto sfibrato
ingobbito dalla polvere
nascosta per pigrizia,
forse era incuria
non certo amore.

Un’epistassi seppellirà
questa penisola aulente,
l’imbarazzante letto nuziale
dove non si dorme più
a destra né a sinistra.

La stessa piazza

non ti dimenticherei mai

non ti dimenticherei mai

Sento fruscio di solitudine,
certo all’inizio
tutti quei segreti sono capriole,
punte di voyeurismo
passate dalle tue mani
alle mie con moto scosso
senza guardare indietro,
rifaranno insieme
la stessa piazza endocrina.

Il vuoto è sempre vuoto
rapisce figli di nascosto
dà cantonate sentimentali,
segni e burro di cacao
per non vederla dissolta
quest’età fuggita,
siccome eravamo
esercitazioni del tempo
punti di non ritorno

prego non divaghiamo,
cerchiamoci le mani.

Par la strè d’al Curtazz

An sò se a la mi mòrt
a sarò purètt o sgnorr.
La strè d’al Curtzz l’è longa,
drèta o stanca mè an è so.
La mura d’al sorr e curtill dé furnerr
i è incora a là.

E carr d’Bagiola, la cà d’Tac
la Gòba cun è su gatt
cun la coda tajèda.
è furmajer, in i è piò
gnanca la sgnora Carelli
ch’la cusineva al pundorr sòra é fug.

Da pznì an iò rubèdi,
um paréva d’magnè
un mòrs d’sol.
A zughegna infèn a quand
is ciaméva in cà,
prinsèn al port al cantéva.

Ogni tant ai pass incora,
a so armast sol me
ch’an so incora
s’am mòr sgnorr o purett.

Tè Signorr st’am vò tu sò,
par piasé fa in frèza,
che dopp a i o incora
di ètar quèll da fè.

Trad. Non so se alla mia morte/sarò povero o ricco./La strada delle Cortacce è lunga,/giusta o sbagliata io non lo so./ La mura delle Suore, il cortile del fornaio/sono ancora là./Il carro di Bagiola, la casa di Tac,/la Gobba col suo gatto con la coda mozza./il formaggiaio, non ci sono più/nemmeno la Signora Carelli/che cuoceva i pomodori sul fuoco./Da piccolo ne ho rubati./mi sembrava di mangiare/un morso di sole./Giocavamo fino a quando/ci chiamavano a casa,/persino le porte cantavano./Ogni tanto ci passo ancora,/sono rimasto solo io/che non so ancora/se muoio ricco o povero./Tu Signore se mi vuoi prendere su,/per piacere fa in fretta,/che dopo ho ancora altro da fare.