letture amArgine: Enrico Marià cinque inediti

Questi brani sono tagliati col coltello, coi calci e con gli sputi. Nulla a che vedere con le scuole e le ontologie vecchie e nuove, ma tutto debbono alla vita che passa attraverso il poeta, e lo scava, lo costringe. E’ bello scoprire un autore che tenta oltre le profondità di ego e situazioni molto complesse e scabre, e non si fa remore di essere crudo quando il canto lo pretende. Questo è Enrico Marià, mi ci sono ritrovato come in un me stesso più giovane e a volte più provato. Ne propongo e ne consiglio vivamente la lettura. (Flavio Almerighi)

A dieci anni siamo già uomini
a contarci i peli sul cuore
che ha gli occhi d’animale
che gli piace il mio cazzo bambino-
è la saliva dei rotti respiri,
la feroce gentilezza
di imparare a dimenticare.

*
Crollare morto incolume
qualunque cosa mi succeda
tu il solo angolo di mondo
che esista per davvero.

*
La dura preghiera
in ginocchio succhiartelo-
le macerie lacrime
il digiuno amore.

*
Eroina provvista di carezze
la casa tagliata fuori
la forma della voce;
di ogni tuo respiro
la pronuncia
dimmi di me l’errore-vita,
io che a niente
ti sono mai servito.

*
Fammi profonda
cruda confessione
la sacra saliva
del bacio più violento.

****

Enrico Marià nasce nel 1977 a Novi Ligure (AL) dove risiede.
Ha pubblicato le raccolte: Enrico Marià (Annexia 2004), Rivendicando disperatamente la vita (Annexia 2006), Precipita con me (Editrice Zona 2007), Fino a qui (puntoacapo Editrice 2010 con prefazione di Luca Ariano) e Cosa resta (puntoacapo Editrice 2015 con prefazione di Mauro Ferrari).
È presente in diverse antologie, su alcuni blog letterari e suoi testi compaiono su riviste e web alla stregua delle recensioni delle sue opere.
Nel 2013 è stato inserito nel censimento della giovane poesia italiana dai 20 ai 40 anni compilato da pordenonelegge.
Nel 2016 è stato selezionato per Il Fiore della Poesia Italiana, opera in due tomi che scansiona la poesia italiana dalle origini a oggi.
É tradotto in lingua inglese.

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Caro Roberto,

per estensione, il dodici febbraio
qualche decennio fa, cominciò
uno dei tanti amori seri
pronti a naufragare poco dopo.
Felicità è vertice raro
come una sottana non va oltre
qualche giro d’orologio.

E’ noto, ai goliardi
sempre pronti allo sberleffo,
seguono tossici, nocivi, dannosi.
Gaudenti rimasti senza tetto
parodie di tutto quanto
non sia più lecito scrivere.
Caro Roberto, oggi pioverà
anche sui tetti della stazione,
l’ultima di ogni via crucis.

Roberto Roversi, anche lui,
si è fermato al solito posto,
nessun altro lo musicherà.
Ho imparato come tanti a odiare
le ossa grasse di Bologna
il resto è niente più da raccontare
a pochi amici di chance.

Dodici Febbraio dicevo, si
e anzitutto, realizzando,
mi è sfuggito un volgarissimo strillo:
(…) sono passati già quattro anni.

e di necessità virtù

Mostra tutto anche la verità
ti penso con fatica, domani non so.
Domani crolla il mondo
e non ci si rassegna all’idea,
non c’è perché si vada ancora
casa per casa cercando altre vite.

Quando il tempo aveva voce
si potevano scoprire carte buone,
adesso gli alberi impallidiscono
al pensiero di essere tirati giù
come dei, come colonnelli
nel tempo della resa dei conti.

Finiranno mai le veneziane
di fare il verso della mantide
quand’è tagliata in due?
La verità tarda a venire
nonostante continue convocazioni,
sciocche perdite di tempo.

E di necessità virtù, le donne
si nascondono dietro occhiali scuri,
nulla trapela da quei misteri
di minestre riscaldate
lasciate raffreddare. Perdonate
viene notte, avrà unghie e denti
di grandi felini.

*

buonanotte Mondo

buonanotte Mondo
già sotto i piedi qualcuno si alza,
portaci bellezza e due giri di valzer
anche domani
quando saremo soli
identici a oggi,
col cuore a somiglianza e immagine
dei nostri padri

non siamo migliori,
solo più giovani e sempre in cerca
di una vita nuova,
della donna della vita:
a volte crediamo ci sia,
salvo ravvederci per sempre
nell’immane odissea verso il ritorno
dentro le nostre madri

buonanotte Mondo
salva i bambini perché abbiano storia
e dal senso ineluttabile di perdizione,
sporco di sangue e di terra:
sono certo esista
qualcosa di vero per ognuno di noi,
che nemmeno l’alba è certezza
ma quando torna, annoia

questo paese è morto

dove allacciarsi
quale versante non si sgretolerà
di tante domande una:
cosa farò da grande?
Il sentimento ucciso
da cicatrici astiose

la vita nuova, la vita sgombra
come biografia
duecentomila paternità disconosciute
e non poterne più ogni giorno

dovevate ricostruire
per i deboli a venire e i loro pochi figli.
Gira tutto in senso anti orario,
gira male
la luna è storta,
gli zingari chiedono soldi
e noi a loro

adottiamoli a distanza
perché qui non c’è più nessuno,
questo paese è morto
di sonno e di vecchiaia

Macerata fermati, ricorda uno dei tuoi figli migliori!

Che altro di strabiliante chiedevo per me,
da lasciarvi tutti così sorpresi e non piacevolmente,
niente che già non si sapesse e di cui si fosse
taciuto e da tanto.
Altri, della passata generazione, direbbe
che il corteggiamento riesce e
del resto chiedere pista e circuire
non è difficile; io nemmeno immaginerei
la morte senza rima come un verso libero.
(1976)

Remo Pagnanelli Da Le poesie, il lavoro editoriale, Ancona 2000 , p. 26
[Epigrammi dell’inconsistenza]

Cara Città di Macerata,
lo scorso sabato sono iniziate le celebrazioni per Remo Pagnanelli, critico e poeta morto nel 1987, in occasione dell’uscita della sua opera postuma QUASI UN CONSUNTIVO per Donzelli Editore. Purtroppo l’inizio delle manifestazioni (una serie di convegni e mostre) ha coinciso con l’orrenda sparatoria, opera di un demente, per le vie della città. Sono brutti giorni questi, tra tafferugli, manifestazioni, contro manifestazioni. Abbiamo atteso anni questo libro, abbiamo impiegato anni perché il nome di Remo, ingiustamente dimenticato tornasse a circolare, a rivivere, assieme alla Sua poesia. E adesso si parla di Macerata solo per il gesto inconsulto di un folle, e per il crimine a monte che lo ha provocato. Questo è un appello!

Macerata fermati, ricorda uno dei tuoi figli migliori!

Flavio Almerighi

ascolti amArgine: Into White Cat Stevens

Ho amato la delicatezza e la semplictà delle canzoni e dei testi di Cat Stevens, una figura dimenticatissima per quanto amata da quelli della mia generazione. Semplicità e melodie non banali in tempi di glam, prog e hard rock, un’isola vera e propria. I testi apparentemente filastrocche per bambini, ma anche no. Poi si è convertito all’Islam, ha cambiato nome ed è diventato un altro. Il brano è del 1970 dal LP Tea for the tillerman uno dei migliori.

Into white

I built my house from barley rice
Green pepper walls and water ice
Tables of paper wood, windows of light
And everything emptying into White.

A simple garden, with acres of sky
A Brown-haired dogmouse
If one dropped by
Yellow Delanie would sleep well at night
With everything emptying into White.

A sad Blue eyed drummer rehearses outside
A Black spider dancing on top of his eye
Red legged chicken stands ready to strike
And everything emptying into White.

I built my house from barley rice
Green pepper walls and water ice…
And everything emptying into Whïte

In bianco

Ho costruito la mia casa con il riso d’orzo
Pareti di peperoni verdi e acqua ghiacciata
Tavoli di legno di carta, finestre di luce
E tutto svuotato in bianco.

Un giardino semplice, con acri di cielo
Un cagnaccio dai capelli castani
Se uno fosse passato da Yellow Delanie
avrebbe dormito bene la notte
Con tutto svuotato in bianco.

Un triste batterista dagli occhi blu prova fuori
Un ragno nero danza in cima ai suoi occhi
Un pollo dalle zampe rosse pronto a colpire
E tutto svuotato in bianco.