note amArgine: FUORI DALLO SCAFFALE

da un’idea di Angela Greco (cui ho collaborato con molto piacere), una buona antologia di autori NON PROPRIAMENTE ALLINEATI. Voci libere, o che si presume lo siano state.
Trovate l’articolo di presentazione qui:

https://ilsassonellostagno.wordpress.com/2017/06/07/fuori-dallo-scaffale-antologia-di-testi-poetici-non-allineati-a-cura-di-flavio-almerighi-e-angela-greco-e-book-scaricabile/#comments

Potete scaricare aggratis l’e book qui:

fuori-dallo-scaffale-aa-vv-a-cura-di-flavio-almerighi-e-angela-greco-il-sasso-nello-stagno-di-angre

buona lettura

dialettiche amArgine: Davide Inchierchia “Questione della cosa e contraddizione nel pensiero moderno”.

Un interessante discorso teorico speculativo di Davide Inchierchia sulle tre principali prospettive che hanno caratterizzato la modernità filosofica (razionalismo, criticismo e idealismo), pensiero che sta alla base del Contemporaneo.

La filosofia moderna nasce dal riconoscimento di una scissione, una frattura radicale tra intelletto e realtà: l’unità originaria di essere e pensiero – principio ontologico fondativo nella tradizione antica e medievale – non è più (per cause molteplici, ed anche extra-filosofiche) un’evidenza razionale, bensì l’estrema contraddizione della ragione: l’identità del pensiero si rovescia nel pensiero della differenza.
La modernità filosofica è così la storia dei tentativi diretti o indiretti di fronteggiare tale costitutiva aporia della Cosa, con argomentazioni ed intenzioni diverse, ma a partire dalla comune premessa ‘moderna’: la contraddizione della ragione è risolvibile entro i confini della stessa ragione (principio d’autonomia vs principio d’autorità).

La prima via è quella del razionalismo.
Tanto nel mentalismo cartesiano, quanto nel pan-enteismo logico spinoziano e leibniziano (seppur in gradi e modalità non del tutto sovrapponibili) il fondamento ontologico tradizionale è inteso quale presupposto illusorio di una ragione subordinata alle ingannevoli impressioni dei sensi e alle oscurità dei fideismi dogmatici, dunque non ancora pienamente ‘razionale’, ossia ancora mitica in quanto fatalmente pre-conoscitiva. Con l’avvento della nuova scienza della natura si dimostra invece che la realtà altro non è che materia caotica e informe: la ragione matematica e fisica è ciò che soltanto può conferire forma e ordine ‘legale’ al mondo. Non vi è alcuna unità sostanziale tra essere e pensiero in senso universale, bensì l’instaurarsi contingente di un rapporto estrinseco tra il soggetto e il ‘suo’ oggetto particolare: la frattura, la contraddizione è pertanto annullabile dal punto di vista della sola idea “chiara e distinta”, cioè della mente dell’individuo che esercita la ‘potenza’ del proprio intelletto calcolante sulla natura ostile ed estranea, trasformandola in tecno-logia.

La seconda via è quella del criticismo.
Anticipata dagli empirismi berkleyano e humiano, la teoria kantiana della conoscenza sviluppa il razionalismo in direzione critica (illuministica): la ragione non è ‘esterna’ alla natura, bensì ne costituisce un’espressione interna, specifica. Non sussiste contraddizione netta tra pensiero e realtà, piuttosto una corrispondenza aperta, garantita dalla facoltà non meramente riproduttiva ma produttiva della “rappresentazione”: originaria non è l’identità, ma la “relazione”. La trascendenza della cosa, la sua estraneità rispetto all’intelletto è il ‘dato’ di partenza del punto di vista naturalistico, immediato, che si tratta di sussumere ad opera di una più profonda mediazione “trascendentale”. Essere e idea, intuizione e categoria sono le polarità in sé irriducibili, infinitamente asintotiche, di una (seconda) “natura” fenomenica che nasce dallo scambio simbolico – insieme sensibile e sensato – tra la soggettività della ragione e l’oggettività del mondo: la cosa “appare” in virtù della concreta attività esperienziale di una mente che ne deve poter fornire un’adeguata “immagine”.

La terza via è quella dell’idealismo.
L’universalismo romantico dei sistemi fichtiano e schellinghiano confluisce (nonostante le rispettive, profonde dissomiglianze) nel sistema speculativo della dialettica hegeliana. Pur condividendo con razionalismo e criticismo il rifiuto dell’ontologismo scolastico tradizionale, l’idealismo non accetta la pregiudiziale anti-metafisica che caratterizza il ‘modernismo’ scientista. L’unità tra essere e pensare non è solo il retaggio arcaico del sostanzialismo pre-moderno, non è il frutto di una costruzione intellettualistica o di un’illusione non scientificamente fondata: vera scienza – indistinguibile dalla vera metafisica – è possibile al contrario proprio laddove ragione e realtà siano fondamentalmente Uno. Se d’altronde l’episteme antico pensa tale unità come già compiuta, come attualità “ineffabile”, già da sempre ‘antecedente’ ogni eventuale enunciazione discorsiva che della Verità reca “memoria”, l’episteme moderno (giusta la risoluzione vichiana di “verum” e “factum”) sa che l’unificazione è sempre l’esito di un’“effettuazione”, che il Vero è il risultato, l’attuarsi di un processo di “comprensione”. L’essenza del reale è il “realizzarsi” dell’idea; reciprocamente, l’idea assume realtà nel “concetto” che la esprime. Ma per giungere a tanto la ragione dovrà attraversare proprio l’originaria ‘astrattezza’ della contraddizione che è essa stessa a produrre: ciò che alla coscienza fenomenica a-storica pare “altro” dal pensiero (tesi), in verità, è l’“estraniarsi” da sé del pensiero medesimo nella storia (antitesi): autentica conoscenza dell’Essere sarà dunque l’autocoscienza fenomeno-logica di questo “togliersi” del finito, del “negarsi” di esso nell’infinità del sapere (sintesi). La ragione “logica” diviene così “teleo-logia” dello spirito. Lo spirito è l’Assoluto poiché assoluta – non solo rappresentativa o trascendentale – è la mediazione dell’intelletto, ovvero la “riflessività” della Cosa, ‘manifesta’ unicamente nell’assolutezza del suo sapersi eidetico in quanto “non altro” da sé.

Nel complesso, i tre indirizzi teoretici qui appena delineati – a prescindere dal loro succedersi diacronico nel tempo – sembrano infine illustrare, non già tre alternative della filosofia moderna, bensì più significativamente tre articolazioni filosofiche del Moderno. Alla (presunta) emergenza della “contraddizione” necessaria ricorrono in effetti tutte queste prospettive che, da Descartes ad Hegel, passando per Kant, intendono rispondere – in direzione opposta rispetto al paradigma antico – alla questione classica sul senso della “cosa” (ora interpretata nei termini alquanto equivoci di “totalità”).
Una necessità che si autodefinisce ‘ideale’, e che tuttavia lascia trapelare molto, forse troppo, dell’origine ‘ideologica’ da cui trae le proprie mosse: quella cruciale, iniziale aporia intellegibile dell’“essere” che – contraddicendosi – pretende di essere “intellegibile”.

Davide Inchierchia

Un’idea di Edie S (trad. inglese di Adeodato Piazza Nicolai)

sorriso mezzo crudo,
color mimetico si allena
a guardare in basso,
dove di solito nessuno vede
il silenzio di una vita.
Coglie fiori in mazzi
sul punto in cui l’argine
si getta nel fiume
e li riporta indietro.
Essere felici, parole grosse
abbandonate a margine
di un film d’amore,
la sciarpa gira attorno al collo
gira allacciata con cura
su quel sorriso al sangue.

AN IDEA OF EDIE S.

Smile half raw
mimetic color in training
to look down, where
usually nobody sees
the silence of a lifetime
better picking a bunch of flowers
at the point where the argin
flows into the river
and brings it back.
To be happy,
big words spent at the margin
of a love movie,
scarf around the neck
tied at best with care
over a bloody smile.

©2017 American translation by Adeodato Piazza Nicolai of the poem UN’IDEA
DI EDIE S. by Flavio Almerighi. All Rights Reserved.

note amArgine: Monica Guerra legge Ombre coi tacchi a spillo di Nais Aloisi

Recensione di
Monica Guerra

Nel libro di Naïs Aloisi Ombre coi tacchi a spillo il lettore si trova calato in una danza di parole che accasa gli elementi del macrocosmo nel microcosmo. Nei primissimi versi incontriamo un cielo risucchiato, per mezzo di un languore del tutto umano, dentro una pozzanghera e tutte le cose dell’universo sono immediatamente poste in stretta correlazione le une dentro le altre.
Nulla appare isolato o a sé stante, al contrario, tutto partecipa e compartecipa, talvolta germoglia e feconda; l’uomo e tutti gli elementi, finanche forse i non viventi, coabitano la medesima dimensione della vita.
La Poesia, come atto generativo, è riconducibile alla natura che, attraverso le nuvole, si fa portatrice di un seme che feconda i pensieri e a un vento che restituisce al lettore, quasi in ogni lirica, la suprema voce – o talvolta persino lo sguardo – dell’ineffabile.
Micro e macro ballano all’unisono, senza tagli o fratture, senza consentire l’individuazione, in modo esatto, di un confine: una goccia di mare si fa vena e all’interno di ogni elemento si scova una specifica, talvolta luminosa e talvolta ombrosa, anima. Quasi panteistico, a mio avviso, è il sentire dell’autrice, e lo s’intuisce dal modo in cui si rapporta al tutto, nel suo conferire un’anima pigra all’inverno e una nitida voce alle maree.
Ho amato, nella lettura, alcuni versi in particolare, di quel genere
di amore che non può prescindere da un piccolo piglio d’identificazione e allora riporto qualcosa che davvero sento anche mio:
in certe ore d’estate / non sei mai sola / la
luce del tramonto / moltiplica l’anima
/ dei papaveri
; una Poesia che carezza l’animo, che lenisce la
solitudine e che non consentirà più al lettore di guardare un campo
fiorito allo stesso modo.
La poesia di Naïs è Poesia dell’istante, il tempo dai suoi versi non
emerge come una linea orizzontale, percorribile avanti e indietro lungo il binario del ricordo, bensì è uno scrigno all’interno della quale la memoria è commistione di passato e di presente e, nonostante un miscelare sapientemente gli ingredienti nei versi, il prezioso forziere è collocato, in una geografia dell’anima, in un luogo “elevato” e ben definito: basta salire quei gradini.
Istantanea e sconfinata, la Poesia è come aria, in grado di travalicare, grazie alla sua leggerezza, gli ordini prestabiliti e i conformismi e di risalire, controcorrente, il corso dei pensieri per frugare, senza timore, nell’eterno.
Naïs non teme l’ombra, la accoglie, scaldandosi alla luce fredda della luna, indaga il mistero per migliorarsi, per innalzarsi sopra la sfera della materia, ed è tutto un fondere il dentro e il fuori, confondendo in modo sapiente e consapevole le carte dell’umano, mentre l’anima si succhia come in un gioco fanciullesco dalle dita, gli angeli, forse a differenza degli uomini, non si tolgono le scarpe – eppure partecipano anch’essi, in modo naturale, al panorama dell’umano – e i passeri, come fosse assolutamente normale, danno la precedenza ai santi. La parola poetica diviene indagine, consapevole del suo limite, eppure tesa a superarlo, infaticabile nel percorrere una strada che è solo viaggio e che non può raggiungere in definitiva nessuna meta. Attraverso i testi, l’autrice narra di luna e di vento, di stagioni e del tempo, ma soprattutto nomina l’anima, un’anima che odora e che è quindi immediatamente riconducibile a un qualcosa di umano e di familiare. Non serve chissà quale pratica meditabonda o religiosa per destarla ma essa vive e schiuma per i gesti semplici del vivere, per un tocco, per una voce, un qualche elemento che stabilisca un piccolo eppure autentico contatto.
Se i tacchi a spillo evocano il femmineo in generale, la figura della
madre, tanto quanto la donna che genera quanto la terra che accoglie
– senza un netto distinguo -, è l’archetipo materno che emerge in
modo spiccato da molteplici liriche e che, cullandoci sui seni e
allattandoci, ci consente l’affaccio alla vita.
L’autrice dimostra un ascolto attento, una predisposizione a cogliere
la magia delle piccole cose, una tensione a entrare in sintonia con
ciò che la circonda. Talvolta il suo sguardo si fa fanciullo, come se il bambino fosse vicino alla forma più alta e completa dell’umano,
come se la purezza che lo abita fungesse da contrappeso nei confronti
di una corporalità che, crescendo, prenderà il sopravvento e che, inevitabilmente, relegherà l’anima a rintanarsi in qualche anfratto recondito, forse in un luogo imperscrutabile e fiabesco laddove i timidi preparano, sapientemente, l’ombra alle margherite (dalla Rivista Tipographie)

OMBRE COI TACCHI
A SPILLO
di Naïs Aloisi
IL VICOLO Editore – Cesena, 2017
Collana “Sfridi”
pagg. 48, Euro 10,00

( plenilunio

non so spiegarmi questa luna
snidata dal canneto
al primo sospetto della sera

ho ballato da sola
e ora buttata sul letto
fingo di dormire
perché almeno un’ombra
resti a scaldarmi i piedi

forse una storia lega
i miei silenzi ai suoi risvegli
dove nessuno vola

o forse perdo le parole
scivolando ai bordi della vita
e lei per paura di cadere
annusa l’orizzonte
intonando il canto delle maree
*
( vespri

in certe ore d’estate
non sei mai sola

la luce del tramonto
moltiplica l’anima
dei papaveri
*
( eco ancestrale

l’anima non è un morso di vento
dentro a un corpo distratto

una rondine sfuggita ai cherubini
in un volo sghembo
per diventare il frutto del grembo
del mio grembo

in questa sera d’estate
così calma da sembrare altrove
sento fusa in gola
per ogni lembo di cielo
illudendo piccole preghiere sfinite
fra le sue unghie di gatto
ma non so stanarla

allora mi siedo sulla riva
abbagliante dei sogni
e aspetto di sorprenderla lì
dove i timidi preparano l’ombra
alle margherite
*
(il primo passo

forse la gazza
mi ha beccato le mani
volando più in alto
dello sguardo
una freccia impertinente
del mattino

o il vento e la paura nel vento
che solleva anche le serpi
e i vigliacchi

forse ho ingoiato l’erbavoglio
con ogni primavera
stipata fra gli ormoni
di mia madre
il respiro più dentro

ma in quell’istante
mi sono alzata
barcollando verso l’infinito
il dito in bocca
a succhiare l’anima
per guardare la luna
fra gli sciocchi
*

Nais Aloisi, nata in Francia (alcuni critici spiegano in questo la musicalità del verso) e vissuta, per un certo tempo, a Ginevra, risiede a Cesena dove svolge attività d’animazione in un laboratorio teatrale
e dove ha collaborato al foglio letterario Libere Carte e L’Agenda.
Partita dalla scuderia della Rivista Forum-Sesta Generazione dove
sono state pubblicate le sue prime poesie ( “nel gioco chiaroscurale
del suo ordito linguistico, straordinari certi attacchi che portano
al cuore di una lirica elegante e sofferta nel gioco delle ambiguità”
Celso Zappi) , suoi testi sono nelle Antologie La Doppia Dimenticanza,
Premio Satyagraha (Forum), Voce Donna 1995 ( IL VICOLO & Il Ponte Vecchio), I Contemporanei (Venezia,Gruppo Editrice Veneta ), Agenda della Poesia 2004, 2005, 2015 ( IBISKOS).

letture amArgine: essere carta di Carolina Almerighi (trad. inglese di Adeodato Piazza Nicolai)

tu potresti
con la tua penna preferita
far scorrere le parole
come un fiume in piena.

Piena, piena d’inchiostro
e delle tue dita,
dita che con un movimento lento
riempiono nuovamente il foglio.

Punto a capo.

Il finale sarà triste
lo sceglierò io e tu,
tu finirai l’inchiostro,
speranzoso di voltare pagina

BEING PAPER

You could
with your favorite pen
make words flow
like a raging river.

Raging, raging with ink
from your fingers,
fingers that moving slowly
again fill up the page.

Period, and a capo.

The end will be sad
found by myself and you,
you will finish the ink,
hoping to turn page

©2017 American translation by Adeodato Piazza Nicolai
of the poem essere carta, by Carolina Almerighi. All Rights Reserved.

dietro una foto

Di vicoli stretti con gli occhiali scuri
ne percorremmo tanti e altrettanti
sono certo, ne attraverseremo
dalle porte chiuse in apparenza
tra finestre strette poste a caso.

dietro una foto
nella pace del lasciato perdere

Sarai sempre il mio cuore,
stretto a una vite rampicante
sopra il voltone del tuo cielo
a guardare avviarti verso le cose
con la stessa maglietta a righe.

nulla da dichiarare

campionato, Cristo
siamo finiti a Eboli,
calciomercato sedotti e abbandonati
da un respiro di scarichi
e afrore di tiglio in silenzio
dov’è impossibile ragionare,
più l’odore vintage di stampa
era buono, mamma
più pensavamo di istruirci
ed era tutto piombo.
adesso è un bel caldo disperato
il paradiso pullula di zanzare,
sciolte le direzioni
solo qualche parvenu
vuole essere gatto
senza averne acume.
di tutti gli alberi disegnati
nessuno ha corpo,
soltanto caduti
senza odore senza cani
ben tenuti al guinzaglio.
lo sbarramento sale al cinque per cento.
Si vive una volta sola
si muore tutti i giorni
l’amore non ripaga crediti
i debiti non hanno padrone
nessuno li vuole.
Scodinzoliamo nervosi
al frustino di turno, tacciamo
del popolo bue senza nerbo
che non si fa più le ossa,
chiuso nel dolore
privo di saggezza.
Chi voglia salga pure,
l’ascensore condominiale è guasto
a parte qualche dannato
nessuno spinge.
il mondo è calmo,
Dottie sulle galassie
dalla ruota panoramica:
nulla da dichiarare