dentro un vecchio cinema

poltroncine in legno,
a ogni passaggio
scattavano in piedi,
dentro un vecchio cinema
rimasto là senza luce

non toccarmi non mi fido
dimenticati gli occhi
d’ignote inghiottite dal buio,
a ogni bacio gettato
vuoto perduto

durante la storia
proiettata sul lenzuolo
dalla lanterna magica
oramai fuori uso,
fuori discussione

ratti in biglietteria.
staccate le strisce
dell’ultima festa
a rinnegare il passato
di tante figure,
in carriera e non,
dentro sorrisi passiti

sulla via

qualcosa si allontana,
sfiorarsi in piedi
sulle lame di nessuno,
trafiletto in cronaca

spesso il vento trasforma
carta di giornale
in vittima dei passi di qualcuno

la notizia vola di bocca in bocca
senza tralasciarne alcuna, sotto
una foto in bianco nero grigio

sentimento? stato d’animo,
quello dei tanti in cui frigge
una morte leggera e senza odori

dapprima sindrome di solitudine
e poche dita sul legno di fortuna
in balìa della tempesta

tutto era bellissimo
ora non ha più pensiero, secco
passa sotto tacchi incuranti
d’estranei sulla via

l’impossesso

le strade non hanno padrone
accelerano bruscamente i passi

duole l’anima dov’era bella la pioggia
almeno all’inizio

verso sera l’impossesso
evita ogni altra complicazione

più semplice osservare l’acqua
spaccare violenta il suo torrente

e l’alveo, spiccato il volo,
dirle tra i rami non una fiaba, ma

sei tu, cui mai
regalerei una porzione di mimosa

ma una pianta intera
perché la sai coltivare

Diocleziano

Facilissima infelicità!
Pochi chilometri di strada comoda
e colazione al sacco,
nessuna quota da versare
all’Organizzazione.
Facilissimo il congiungimento
sul letto bruciato di Hiroshima.
E non basta mai,
corre da far ansimare i treni
fino allo spontaneo, altero,
naturale continuo deragliamento.
Nemmeno un albero, un appiglio,
un’ideologia: nessun legno,
le traversine sono tutte
in cemento grigio;
i prigionieri annaspano
da gatti in acqua
sui confini ermeticamente chiusi.
E’ libero commercio d’anime
e auto indulgenze:
rimpiangeremo ancora Diocleziano.

l’inverno secco

contegno di una vite,
sconfitto il ciclo
delle stagioni e del vino,
osservando una campagna
piatta e senza canto
data in pasto al secco
dell’inverno tiepido
senza cronache

gli occhi sordi
al pur misero movimento
che il trascorrere comporta,
nella speranza di essere almeno
qualcosa già stato;
l’aceto dentro
non causa infelicità
ottunde ogni anacronismo

piccola gemma perduta nella nebbia,
avvolta di silenzio,
ora sei ovunque andrà
il mio sguardo

Non è già più inverno

con questo bel cielo,
ospite delle migliori correnti
tra risvegli notturni,
nessuno sospetterebbe tanta turbolenza

l’abbaglio sul cuscino di testa e mani,
il profumo non intende dileguarsi

fuori nevica, piove, canta,
nessun passante, ma qualche animaletto notturno
beve in riva al lago
non visto si dilegua

i sogni, le mani ora sotto le coperte,
le stanze vuote abitate
dai resti del giorno prima, il calore avanza,
prende e porta a sé

non è già più inverno

Dentro o fuori

L’ombra sa
cosa riflette,
ma non ha occhi
per portare sconcerto,
verità o calore.

Termina qualcosa,
altro inizia,
vorrei sapere
chi sia quella ragione
pronta a ignorare.

L’ombra insiste finché
il tramonto non l’inghiotte:
dentro o fuori
quando è notte, rimarrà
nelle braccia.