Il fratellone di hitler

da uno scambio di impressioni con Nadia Alberici a latere di un suo lavoro in versi

Avevo un labrador molto intelligente,
Augusta poneva la questione
del suo morso velenoso,
ma non è mai stato un serpente
di quelli che sogni e riesco
a catturare con una coperta.

La prosa che non ho serve a poco,
serve sui libri, nelle poesie,
a commentare la settimana.

Gli imprevisti provocano francesismi,
ne basta un po’, senza pieghe,
fanno meglio del ferro da stiro,
sappiamo bene chi si contorce
sotto la coperta. Vai dal parrucchiere
fatti una nuova messa in piega,
sai, quelle pettinature cotonate
molto in voga negli Ottanta.

No, non li ho ancora ottanta,
ma chi sia più vecchio tra me
e il siamese, è un gran calcolo
tutto da rivedere.
E’ roba moscia la democrazia.

Durante notti buie e tempestose,
queste, basta un caposquadraccia
a scandire tutte le balle che vogliamo;
e il mio labrador siamese
così intelligente, è facile
venga confuso col fratellone di hitler.

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Ipotesi d’indifferenze

Corda nera, luci spente,
palpebre calate in coppia,
ancora in cerca di recapiti
per evitare corrispondenti.

Ex farfalle di fede granitica
occhieggiano irregolari
luce che è stata buio,
ipotesi d’indifferenze.

La somma affatica il cuore,
la misura è cifra
da possedere per vivere,
quando vuoi sparire ti spogli.

Solo per questo il tramonto
stupisce qualunque giorno
trascorso con tanti occhi
che rimediare è male.

Infine ogni luce fonda un Essere
rivela nuove eccezioni,
ciascuna replica è inedita
nuova stoccata per aria.

Che svanisce.

La fantasia del destino

La morte del fratello
è un lago non riportato dalle carte.
la sua vita, decifrabile ogni passo,
l’orografia incerta, come tutte.
la fantasia del destino è leggenda,
scrive spartiti monotoni per attori
sempre sul punto di abbandonare,
fermati all’ultimo istante che non
si sa mai perché si blocchino,
Nostra Signora miete ancora.
specie in tempi senza avvertenze,
più bui, quando abdicare
sarebbe alibi per poter dormire,
allungare la mano e accorgersi
del fratello vicino, addormentato,
fuori tempo, mai visto:
anch’io ho lasciato il cuore
dentro un porto mai vissuto:
tre ore e siamo morti tutti.

notti da lupa

poi la notte insiste
vuol portare ancora i pesi del giorno,
troppo premurosa per abbandonarli.
Guarda fuori:
si vedono soltanto rumori senza origine,
voci dette non dette
senza lingua e gola.

Allora lasci tenda e vetri
per poter dormire, ma no
sembra impossibile persino
ogni vivere più elementare,
rovesciarsi le tempere sul braccio,
ricordare di bere,
ogni giorno, ogni ora
fin dai ricordi
dove non eri preferita,
ma volevi la tua parte.

Insisti ancora
ma non fa mai giorno in questa città?
nemmeno a mezzogiorno;
potrà mai esistere
l’ora del pranzo
dopo notti da lupa?

fronzoli barocchi

Il terreno indurisce con la vecchiaia.
Spesso, riparando fondi stradali e piazze,
vengono alla luce pavimenti e chiese,
tombe di fedi in genere dimenticate.
Certo, quando tirarono su in fretta,
dopo il passaggio del fronte e la fine
dell’occupazione, non c’era tempo
per quei fronzoli barocchi.
Il fumo di una sigaretta accesa,
anch’esso va verso l’alto, si perde
tra spirali e anelli, un po’ ne rimane
dentro i polmoni e torna su
di malavoglia, tra colpi di tosse
e nessun desiderio di smettere.
Il terreno secca, lascia correre
l’acqua durante le piogge, quelle stesse
vagheggiate in lunghi pomeriggi d’amore.
A scuola ci dissero delle rose,
non ne esistono senza spine, salvo quelle
raccolte a Venezia dentro canali
dove l’acqua è scura,
malgrado il fondo basso, i legni buoni.
Gli anni induriscono,
lasciano nuovi fronzoli barocchi
sulla fronte e sugli zigomi, mi chiedo
cosa potrò mettere in valigia
perché l’ultimo viaggio sia buono.

Ovunque sia

Ovunque sia, proteggimi
non sono così duro e infame
non trovo più vita
nemmeno nei cassetti,
tra portafogli pieni di carta
con poche idee andate a male

proteggimi, sono ancora
lo stesso dei primi passi,
perduti tra gli ombrelloni
nel Sessantaquattro;
interprete, mai ideatore
di lune assassine

ovunque sia
lo so,
ci sei.

che non ci sia più

quando non ci sarò più
dopo tanti bei fonemi di saluto
il passato condito e ridiscusso
sarà bellissimo trovare pagine
tutte riempite a sbuffi
sulle maniche e sul collo
con tutto quel vento diverranno
un romanzo solo, ben compiuto
che l’incompiuto è rosari
sepolti nella fossa delle marianne,
perché tutte si chiamavano così
quando le mamme terminarono
di profumarsi per uscire
a fare commissioni e spese
senza nemmeno il cordiale
dell’arrivederci biascicato
a pranzo poi digerito incollato
all’assenza per essere lieti
che non ci sia più