In Onda

Già che sono, disprezzo il deserto
lo prendo alla gola e lo alzo
con tutte le forze
della mia botanica criminale
di pianta carnivora

ma in tanta aridità
cresco e invecchio fino a quando
da inutile stuzzicadenti
verrò consegnato
all’inconsapevole eterno
ingrediente qualsiasi
assieme a miliardi di vecchie anime

l’attesa tonifica i sensi
acutizzati dal continuo mancare,
l’intolleranza rende bipedi,
vivo in onda.

Tutto a parte le suole
non tocca terra.

strana corda

strana corda ripensando dove
i sospiri sono folate di vento,
e fa freddo,
nel risveglio il petto trema
muscoli dapprima insospettati

l’intollerabile salva.
qualcuno, qualcosa, la forbice
insufficiente a tagliare legacci.
ancora questa corda spessa
pesante sul petto

oltrelibero

a gennaio, una domenica
può diventare luglio,
unica differenza è la luce

nelle ultime ore
un senso oltrelibero monta
a calmare un po’
la velocità del cuore

senso deluso
per uno sguardo mancato
o poco allegro
mentre s’incontrano

alla penombra è preferibile
il pieno riflesso;
essere qui forma un’isola

Doveri

E’ dovere della pietra urlare,
dei marosi battere le coste,
è dovere dei figli
guardare di traverso padri e madri,
dei lattanti mordere il seno
che li allatta a sciocchezze,
è dovere dell’etilista
chiudere ogni paura dentro la bottiglia,
gettarla per aria
in attesa del genio che ne fuoriesca.
E’ dovere fissare l’Alto,
quando gli astri non sono mai
stati tersi come questa notte.
E’ dovere di chiunque affondare chi
si è affidato agli elementi
sulla certezza di una zattera.

La vita

orde di mestieri, a ciascuno il suo,
dove le strade s’incrociano sono onde
da fare impallidire il mare
che pure è bello, grande, ospitale
di lungo mari ariosi e ideali
per innamorati di lungo corso
o al primo giorno, quando le parole
sono tutte nuove, e la vita continua
a non dare scampo,
se ne vorrebbe ancora, e ancora
altra, ma il miserabile è un grande
negli occhi di chi lo ama, definitivo
nella propria scelta di esserlo,
qualunque cosa pensi è notte,
chiunque sia, si perde,
nulla è così lungo
da impegnare tutta la vita, se non
la vita stessa

Ventitre Gennaio

Non ho mai amato
come amo te,
essendo riamato.

L’attitudine non ha mistero,
addolora la mancanza
che è pioggia vista dall’interno
a infondere sicurezze
fin qui molto volatili.

Lunghissimo inganno l’attesa,
vale la pena,
quando ogni giorno
riempie uno spazio.

l’amante

Lascia che l’amante
si ricopra e trovi
il suo nesso
dentro una porziuncola
libera e stretta.
Il passaggio dei lupi
non lo sacrificherà
ai loro denti.

Sembra non si possa
trovare rifugio,
tutto va via:
il sangue dalle ferite,
il sudore dalla pelle,
i pensieri s’incistano
in una progenie d’insulti
che, mai nati, crescono.

Presente

il gusto del tempo, fuggito
senza trascorrere, sorta di freddo
e coperta termica,
il trascorso si confonde ai ricordi
ma non è qui

sentimenti, emozioni, parole,
terremo tutto per noi

il futuro benigno
è in cima alla lista dei desideri,
niente scadenza, ma non è
questo eterno, stupido,
presente

Innato il dubbio

Aggiungeremo miele al sapore di chiodi?

Un perbenismo cristallino
taglia, emerge dalla pelle
erosa nello sbattimento
per l’agognato consenso.

La scarpetta rossa è in ordine,
lucidata di fresco ma con disonore.
Le pagine patinate della rivista
con foto di bambini schiavi
in questo modo il lezzo non si avvicina
e nemmeno si intuisce.

Musichette melanconiche e cosi belle?
Che pensare dei discorsetti di circostanza
in sottofondo, insomma
quelle brutte cose non si fanno,
non per principio, perché non è carino.

Rimane innato il dubbio
sulla parte ospitante i carnefici,
sulla perfezione delle matrigne,
e quanto sia gentile intrattenersi al bar
per un cappuccino dopo il diluvio.