Breviario di bravo ragazzo 1958 di Massimo Ferretti.

Massimo Ferretti, poeta, scrittore, giornalista (1935/1974)

Tra l’incubo della pagina bianca
e la pena della pagina nera, cosa c’era:
C’era l’illusione di parlare
di qualcosaltro di diverso
dal “qualcosa” che sono io
e che è la sola cosa che so e che debbo fare:
e ritorno ai morsi delle belve
che sdentate m’aspettano nel circo
per esibire un appetito magro
più arido della mia monotonia.

L’autunno ci separa già dal sole
e qui nell’impassibile città
gusteremo la nuova passerella
delle belle dell’avanspettacolo;
ritornano le ignote compagnie
con le soubrettes che costano una cena
mangiata insieme nella trattoria-
corpi di ragazze in movimento
la cui Bellezza appartiene alla Platea
che l’ha pagata nel prezzo del biglietto.

Ma è successo qualcosa d’importante:
ho imparato a guidare l’automobile
e ho saputo per la prima volta
che la felicità viene dai piedi,
i miei piedi sospesi ad altalena
tra la frizione e l’acceleratore:
sì, è morto per sempre lo stupore.

E nel pantano di questa mia campagna-
percorsa per non entrare nel circuito
con stivali da terra di nessuno-
dove credevo che fosse possibile
soltanto morire
invece ci si può anche vivere.
Qui non ho gli abbagli intermittenti
delle luci dei lampi al magnesio,
ho soltanto i fuochi artificiali
delle feste annuali dei conventi.

Tra i miei illustri colleghi decadenti
lividi di gesta sovrumane,
e la serenità del mio squallore
è scattata una luce di saggezza:
posso guardarlo in faccia il mio dolore,
non ho bisogno di vestirlo a lutto
con l’alta gloria della santità.

Cito il Vangelo parlando del governo
cito Marx consumando un pasto
cito Freud nella cronaca d’un ballo.
I conoscenti mi trovano cambiato:
e sono solo diventato un po’ tarchiato;
e l’antica carica di rabbia
ho imparato a comporla in un silenzio
esatto tellurico opprimente:
se esplodo e mi svelo interamente
mi dicono che sono un animale
scottato da piccolo nel fuoco
ma che ormai alla mia età dovrei capire
che una stufa fa comodo d’inverno.
Sto imparando le Tattiche del Branco,
io che ero fuggito della folla
per scoprire la logica dei sogni?

Dalla folla attratto dalla folla respinto,
dagli eletti attratto dagli eletti respinto:
ragazzo-massa e intellettuale,
sono un fiume che ha raggiunto il mare.

Sono caduto anch’io dentro la ruota,
troppo giovane per non sentire niente
e troppo vecchio per sperare di scappare.
Nessuno ha conquistato l’orizzonte:
ogni orizzonte è un raggio della ruota,
giunti ad uno se ne scopre un altro
e si continua fino all’infinito.

Dovevo uccidere per essere coerente?
svaligiare una banca? possedere un re?

II mio dolore è una cambiale in bianco.

Cosa vogliono le donne di Kim Addonizio

Kim Addonizio (31 luglio 1954) è una 
poeta e romanziera
americana, attualmente vive a Oakland.

Voglio un vestito rosso.
Lo voglio leggero e a buon mercato,
voglio che sia troppo stretto, lo voglio portare
finché qualcuno non me lo strappi di dosso.
Lo voglio sbracciato e scollato,
quel vestito, così nessuno dovrà immaginarsi
cosa c’è sotto. Voglio andarci per strada
passare davanti al discount e alla ferramenta
con tutte quelle chiavi che brillano in vetrina,
davanti al caffè dei signori Wang coi bomboloni
del giorno prima, davanti ai fratelli Guerra
che buttano i maiali dal camion sul muletto,
issandosi in spalla quei lucidi grugni.
Voglio andare in giro come fossi l’unica
donna al mondo a caccia di una preda.
Lo voglio davvero quel vestito.
Lo voglio per confermare
i tuoi peggiori sospetti su di me,
per farti vedere quanto poco tengo a te
o per farti vedere tutto, tranne quello
che voglio. Appena lo trovo, lo tiro giù
dalla gruccia perché cerco un corpo
che mi porti nel mondo, in mezzo
alle urla del parto e a quelle dell’amore,
e lo indosserò come ossa, come pelle,
sarà lo stramaledetto
vestito dentro cui mi seppelliranno.

Fly and Fall di Stefanie Golisch

Fly and Fall
.
Piano il giorno apre gli occhi
per salutare la mattina di fine agosto.
Ecco ciò che sta per accadere oggi:
.
Un uomo troverà l’amore e un altro lo perderà.
Qualcuno arriverà alla stazione giusto in tempo,
mentre un altro attenderà invano.
Un merlo sussurra nell’orecchio di un altro, che bello volare e cadere.
Qualcuno inaugurerà il giorno con una bottiglia di birra,
e un altro ascolterà a lungo l’eco dei sogni complessi.
Qualcuno scriverà una lettera scarlatta, 
mentre nel cuore ferito del suo vicino non è rimasta una sola parola.
Una bambina si sveglierà dai suoi sogni notturni 
stringendo il suo orsacchiotto, e una donna si sveglierà
soltanto per morire a metà mattina poiché il giorno
richiede tutto questo. Lottando scivolerà via davanti agli occhi 
dei vivi nello stesso momento in cui
un pittore finalmente trova il suo blu.
Oggi sarà il mio giorno pensa il giovane,
mentre si allena, impaziente di gettarsi nella mischia.
Nella cantina di una casa abbandonata, 
una gatta tigre gioca con un topo soltanto
per intrattenere la piccola cosa
.
Quel che il pittore non sa
è che quel blu non esiste,
ma soltanto una voce lontana,
quasi non udibile nel brusio di tutto questo fare all’amore, 
morire, chiacchierare con gli amici, mangiare, bere, 
spaventarsi e gioire,
impaziente di placare l’insaziabile 
oggi
.
Stefanie Golisch, scrittrice e traduttrice, vive, legge e scrive dal 1988 in Italia.

Canção di Cecília Meireles

Cecília Meireles de Carvalho Benevides (Rio de Janeiro, 7 novembre 1901 – 9 novembre 1964) è stata una poetessa, insegnante e giornalista, è  considerata oggi dalla maggior parte dei critici come la più grande poetessa di lingua portoghese.

Canzone

Non fidarti del tempo o dell’eternità,
che le nuvole mi tirano per gli abiti
che i venti mi trascinano contro il mio desiderio!
Sbrigati, amore, che domani muoio,
che domani muoio e non ti vedo!
Non tardare così lontano, in un luogo così segreto, la
madreperla del silenzio che il mare comprime,
il labbro, limite dell’istante assoluto!
Sbrigati, amore, che domani muoio,
che domani muoio e non posso sentirti!
Adesso mi sembra di riconoscere
l’anemone aperto sul tuo viso
e intorno alle mura il vento nemico …
Sbrigati, amore, che domani muoio,
che domani muoio e non te lo dico …

*

In soli quindici versi, Cecília Meireles è riuscita a comporre nella sua Canzone un’ode all’urgenza dell’amore. Semplici e diretti, i versi invitano al ritorno dell’amato. La poesia, presente nel libro Paisagem natural (1949), combina anche elementi ricorrenti nella poesia del poeta: la finitezza del tempo, la caducità dell’amore, il movimento del vento.

Un tempo gli alberi avevano occhi di Ana Blandiana

Ana Blandiana, pseudonimo di Otilia Valeria Coman (Timișoara, 25 marzo 1942), è una poetessa romena, sostenitrice dei diritti civili nel suo paese e nota dissidente ai tempi della dittatura di Ceausescu.

Un tempo gli alberi avevano occhi,
posso giurarlo,
so di certo
che vedevo quando ero albero,
ricordo che mi stupivano
le strane ali degli uccelli
che mi sfrecciavano davanti,
ma se gli uccelli sospettassero
i miei occhi,
questo non lo ricordo più.
Invano ora cerco gli occhi degli alberi.
Forse non li vedo
Perché albero non sono più,
o forse sono scivolati lungo le radici nella terra,
o forse,
chissà,
solo a me era parso
e gli alberi sono ciechi da sempre
Ma allora perché
Quando mi avvicino
Sento che
Mi seguono con gli sguardi,
in un modo che conosco,
perché, quando stormiscono e occhieggiano
con le loro mille palpebre,
ho voglia di gridare
Cosa avete visto?…

II Dicembre del 1903 di Costantinos Kavafis

E se non posso dire del mio amore –
se non parlo dei tuoi capelli, delle labbra, degli occhi,
serbo però nell’anima il tuo viso,
il suono della voce nel cervello,
i giorni di settembre che mi sorgono in sogno:
e dan forma e colore a parole e frasi
qualunque tema io tratti, qualunque idea io dica.

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Poesie erotiche”, Crocetti Editore, 1983

Una Parola di Meena Alexander

Ci incontrammo in una città in rovina
oltre l’estate delle nostre vite.
Prima di allora m’impauriva
una parola – Dio.
Ora la mormoro
quando le foglie di loto rabbrividiscono all’alba,
la bruma bolle nella pancia del fiume
un pescespada salta spruzzando alla sua morte,
io sento le tue mani
carezzarmi i capelli togliendoli dal viso:
ci abbracciammo in una casa d’osso
mentre il leone di Ashoka balzava fuori dall’arenaria
e la rosa dipinta continuava a covare,
i suoi petali stinti in uno specchio opaco.

Sentiero – Jack Hirschman

Vai al tuo cuore infranto.
Se pensi di non averne uno, procuratelo.
Per procurartelo, sii sincero.
Impara la sincerità di intenti lasciando
entrare la vita, perché non puoi, davvero,
fare altrimenti.
Anche mentre cerchi di scappare,
lascia che ti prenda e ti laceri
come una lettera spedita
come una sentenza all’interno
che hai aspettato per tutta la vita
anche se non hai commesso nulla.
Lascia che ti spedisca.
Lascia che ti infranga, cuore.
L’avere il cuore infranto è l’inizio
di ogni vera accoglienza.
L’orecchio dell’umiltà ascolta oltre i cancelli.
Vedi i cancelli che si aprono.
Senti le tue mani sui tuoi fianchi,
la tua bocca che si apre come un utero
dando alla vita la tua voce per la prima volta.
Vai cantando volteggiando nella gloria
di essere estaticamente semplice.
Scrivi la poesia.

 

Traduzione: Raffaella Marzano


PATH

Go to your broken heart.
If you think you don’t have one, get one.
To get one, be sincere.
Learn sincerity of intent by letting
life enter, because you’re helpless, really,
to do otherwise.
Even as you try escaping, let it take you
and tear you open
like a letter sent
like a sentence inside
you’ve waited for all your life
though you’ve committed nothing.
Let it send you up.
Let it break you, heart.
Broken-heartedness is the beginning
of all real reception.
The ear of humility hears beyond the gates.
See the gates opening.
Feel your hands going akimbo on your hips,
your mouth opening like a womb
giving birth to your voice for the first time.
Go singing whirling into the glory
of being ecstatically simple.
Write the poem.

*

Marisa Anderson & William Tyler con una poesia di Catherine Pozzi

Vale
.
La grande amour que vous m’aviez donnée
Le vent des jours a rompu ses rayons ‒
Où fut la flamme, où fut la destinée,
Où nous étions, où par la main serrée
Nous nous tenions
.
Notre soleil, dont l’ardeur fut pensée
L’orbe pour nous de l’être sans second
Le second ciel d’une ȃme divisée
Le double exil où le double se fond
.
Son lieu pour vous apparaît cendre et crainte,
Vos yeux vers lui ne l’ont pas reconnu
L’astre enchanté qui portait hors d’atteinte
L’extrême instant de notre seule étreinte
Vers l’inconnu.
.
Mais le futur dont vous attendez vivre
Est moins présent que le bien disparu.
Toute vendange à la fin qu’il vous livre
Vous la boirez sans pouvoir être  qu’ivre
Du vin perdu.
.
J’ai retrouvé le céleste et sauvage
Le paradis où l’angoisse est désir.
Le haut passé qui grandit d’ȃge en ȃge
Il est mon corps et sera mon partage
Après mourir.
.
Quand dans un corps ma délice oubliée
Où fut ton nom, prendra forme de coeur
Je revivrai notre grande journée,
Et cette amour que je t’avais donnée
Pour la douleur.
.
Catherine Pozzi
.
*
.
Quasi addio
.
Il grande amore che mi hai dato
Il vento dei giorni l’ha mandato in frantumi ‒
Dove fu la fiamma, dove fu il destino,
Dove eravamo, dove per mano stretta
Noi stavamo
.
Il nostro sole, il cui ardore era pensato
Il mondo per noi di essere senza un secondo
Il secondo cielo di un’anima divisa
Doppio esilio dove il doppio si fonde
 
Il suo luogo per te appare cenere e paura,
I tuoi occhi verso di lui non l’hanno riconosciuto
La stella incantata che sviava lo sguardo
L’estremo istante del nostro unico abbraccio
Verso l’ignoto.
.
Ma il futuro che ti aspetti di vivere
È meno presente del bene scomparso.
Qualsiasi raccolto che alla fine ti porta
Lo berrai senza poter essere così ubriaco
Del vino perso.
.
Io ho ritrovato il celeste e selvaggio
Il paradiso dove l’angoscia è desiderio.
L’altisonante passato che cresce di età in età
È il mio corpo e sarà il mio senso
Dopo la morte.
.
Quando in un corpo la mia gioia dimenticata
Dove fu il tuo nome, prenderà la forma del cuore
Io rivivrò il nostro grande giorno,
E questo amore che ti ho dato
Per il dolore.
.
(trad. Giorgio Anelli)