il nostro mancante

piangiamo il nostro mancante,
non il dolore che lo ha provocato:
il bestiale, reciso, distacco
da ogni vita

una poesia non dividerà il Mar Rosso

inodore, insapore di tutto,
salvo il momento in cui
diventa Qualcuno

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Sabato mattina

Sabato mattina è un coacervo
di ore, ballate e campane a morto,
più terra che cielo,
più mare che brezza,
mentre il cantante lascia spazio
a un tappeto di strumentisti
e se ne va, per rientrare
quando è necessario un ritornello.

Late for the cinema show.
Trovo ogni cosa parlare di te.
Persino i venditori di cose morte
sono sopportabili.

L’ultimo spettacolo è sfumato
tra birra e chicchi di grandine
grossi come lepri,
ovunque incistati,
e caffè andati a male
per mancanza del giusto sale.

Lettera ad Augusta Liszt

Augusta, ci rivedremo ovunque
le parole non possano arrivare,
niente preserverà dalla noia
i giorni pari, le abitudini
lasciate correre sbrigliate.

Allora si alzerà un vento d’isole,
stesso tormento nelle notti dispari,
quando gli ammalati cambiano
e sentono le mani degli avi
pronte ad afferrarli.

Scrivo queste poche righe
per ingannarti, dirti che sto bene,
in realtà l’acqua è inchiostro,
mi prudono le mani, la verità
si lascia osservare al telescopio.

Ripongo le mie poche, infelici,
righe Augusta cara. Dimmi di te,
come passeranno le tue ore,
soprattutto il tuo destino
che non smetterò di amare.

Terra di Nessuno

Augusta Liszt
ha una molecola tatuata
sulla terra di nessuno
tra spalla e seno.
Ada ha un sorriso docile.

Una bambina bionda
le pende dal fianco.
Il cappello di paglia
lascia intuire un paio
di possibili destinazioni.

Oggi, troppi
hanno avuto la stessa idea.
Concreto il peso di luoghi
da cui si vorrebbe
allontanare ogni altrove.

Di questo sasso,
dove il sole splende
più del consentito, dove
si lavora, spendendo male
spazi mancati.

L’uomo scende dalla Luna.
Ada muore in acqua
e va in vacanza.

Un sorriso da cassiera

Quando dico sono Sessanta,
alludo a tutto il tempo smarrito
e impossibile a recuperare;
non ho più sessant’anni,
c’è un ammanco.
Tempo perso in musica.

Gabriel scrisse Wallflower,
vide forse un fiore sul muro?
Più facile ti abbia pensata,
verde, a suffragio universale.
Braccia in croce, ogni giorno,
scocca un sorriso da cassiera.

Cambiano i verbi, i tempi.
Ti ho concepita del tutto ignaro
di costruire un capolavoro;
le opere d’arte hanno spalle larghe,
servono almeno sessant’anni
ad elaborare un lutto.

Una strana brulicante forma
di foglie e sonno arretrato;
nulla potrà annaffiare lo spirito
al pari delle minacce di pioggia
riportate in epigrafe
sul cielo del mattino.

Per me, tu possiedi
il mio cuore:
questo è l’istante in cui
comincio a meritarti.

Per stare bene

Vorrei ne uscisse una
di mio pugno, forte, vibrante,
senza paura, corteo di studenti
senza fame e senza freddo
prima di assaggiare lacrimogeni
e botte ben assestate.

Una prima volta c’è sempre,
ne vorrei una davvero solida,
forte in ogni parola, persino
nelle virgole mancanti,
forte e diretta: la seconda,
dopo il primo bacio.

Una di quelle oscure
ma con calze a rete,
dove il caso voglia annodarsi
al turchese di un anello nuziale.

Voglio mi appaghi
nel ricordo di bellissime sere,
di una marilyn riconoscibile, si,
ma solo da lontano.

Infine voglio mi snervi,
dopo avermi condotto per mano
oltre un tivù acceso,
oltre le fragole a sognare,
per stare bene.

Il seno di Augusta Liszt

Non si abituerà,
Augusta non è Ada.
Porta in petto il vampiro,
uomo murato vivo e fratto.
Il mondo non interpreta
l’incomprensibile quando
tutti hanno oltre vent’anni…

… e Tom Waits non ha più
la sua bella voce copernicana
di vampiro etilico.

Adattamento truccato da esperienza,
sarà utile in futuro.
La gemella di Augusta Liszt,
Ada, trent’anni in meno,
ha lo stesso seno, stesso uomo
e molte sfrontatissime ragioni
a sostenerlo.

Le forme non lasciano pensare,
qualcuno finirà
col perdere la testa.
Resta sensazionale l’idea
che il più sia fatto.