Oltre

a volte il rumore delle scale
bussa forte alla porta, entra
senza attendere altro invito:
c’è tutto un fuori, oltre
la scorza di questo dentro,
la vita passa e non ha voglia
di attendere invito

di noi tutti, sorpresi
dalla minuzia del freddo
e dai tanti viventi incapaci
di sopravvivere al riparo,
gli stessi, verdi e floridi
fuori, al prossimo caldo

ho un cuore inadatto,
eredità di mio padre;
ma non dimentico come si saluta;
fuori la calma non parla,
dentro il tumulto
e scogli sott’acqua

caratteri mobili

è possibile rimanere incastrati
nel tempo indefinibile,
argomentando di politica, poesia,
sorprendentemente inascoltati,
la cena lontana
dentro un locale ancora da scegliere

l’algebra complicata
nel calcolo del conto da dividere,
infine si arriva ai saluti,
poi la pioggia
inaspettata, bagno che disfa
sacchetti di carta coi libri

perché di un libro
c’è sempre bisogno,
carta scritta in nero,
profumo di stampa,
sangue tipografico,
e non lo sapevamo, era l’ultima volta

e tu, tu
non hai mai opposto resistenza

stupida e leggera

stupida e leggera,
incapace a ogni nebbia
nella lettura di palpiti
dietro il vetro

quegli stessi
dilungarsi in gocce opalescenti
senza parola
che non sia necessaria

quando il bisogno
è dentro la meta, dietro l’orizzonte,
dove le bisce scappano
dentro comodi anfratti

e gli animali non guardano,
accarezzando il pasto seguente

sarà il nostro futuro

Poi, di colpo,
sulla scacchiera è caduta una lacrima.
(J.D. Salinger)

Avevo un violino, non lo sapevo suonare,
le corde si spezzarono: i tendini ai cavalli,
la musica cadde per terra
assieme a un’armonica ammaccata, era mia,
non la ritrovai mai più.

Avevamo tre caravelle,
varo di popoli verso democrazie fuori controllo,
affondarono dentro un mare come un altro,
un lago o un fiume come tanti,
una lacrima dopo l’altra.

In bocca all’estuario
ho sentito ogni mancanza, l’acqua ha fumato
in tutti quegli effetti su misura per i bambini
per un loro sorriso tra momenti di noia,
sarà il nostro futuro.

cortocircuito

ci trascina l’abuso di luoghi
ma pur sempre su strade diverse

a volte sbagliate,
specie di piccioni carogna:
l’ultimo ad alzarsi lo vedevi già sotto

lo stesso giro di commissioni

essere uomini è ripetere
le stesse ruote su noi stessi,
l’inaspettato testacoda

cortocircuito, coscienza avvelenata,
sigaretta smarrita oltre il filtro

e dopotutto, dietro la porta un pianto
linguaggio alieno senza interprete

chiede rifugio, abbraccio
non risposta a quella domanda

l’altro modo

mai avuta voglia, ricorda,
di parole insapori a caso,
che a rimetterle insieme
si lascia l’anima a terra
tra ratti e monete cadute

penso sia giusto rimanere
in quelle poche centinaia
di accompagnatrici ai giochi
dove ogni giorno è dissuadere
dal fallimento l’impresa

non ho voglia di pensare,
lascio volentieri l’altro modo
ad assassini e alle loro vedove,
lascio tutto quanto
non sia vedere oltre

San Martino

Le cose ridono,
ma non sono quelle del mattino
al risveglio dentro l’acquario
sul petto.

Sanno d’aria calda,
citazioni e qualche castagna
tagliata male, scoppiata,
poi annegata nel vino rosso.

Tutti quanti cercatori d’oro
scesi in miniere di pirite
dal nostro tempo buio
fino a notte fonda.

Ricordo tempi in cui tutto
rideva lieve,
il futuro era presente
e San Martino estate.