Ce la siamo fatta 81

E’ ovvio che sia finita così: vince il sì con buona pace dei no. Licio Gelli starà esultando. Permettetemi però di spezzare una lancia di simpatia per il povero Arturo Lorenzoni. Molti nemmeno sanno chi sia, ma trattasi dell’uomo di centrosinistra che si è candidato contro Zaia in Veneto. Poveretto, mi fa simpatia, non soltanto ha accettato l’onere di candidarsi per venire doppiato due volte, oltretutto si è beccato pure il vairus e non ha nemmeno potuto fare campagna elettorale. A lui, il detto “a volte la fortuna è cieca ma la sfiga ci vede benissimo” calza meglio di un mocassino su misura. Però c’é un limite a tutto: a Paperopoli Lorenzoni sarebbe stato un magnifico Paperino e Zaia il solito Gastone. Dunque, cari Positivi e care Positive, non lagnatevi troppo, perché il povero Lorenzoni il giorno in cui finirà la quarantena e si recherà, nel suo ruolo di oppositore a Gastone Zaia, in consiglio regionale, sarà sicuramente polverizzato da un asteroide già in agguato.
Intanto, è notizia appena battuta dalle agenzie, il vairus ha subito un nuova mutazione, un po’ come i piduisti, ora si chiama Camillo il Bacillo.

ce la siamo fatta 74

Può frugare ovunque voglia, perché io non ho niente da nascondere… mazza, il sogno di tutti gli erotomani! Ad Agone non è sembrato vero è si è buttato a pesce, anzi sembrava un polipo, purtroppo non ha tenuto conto del fatto di trovarsi di fronte a una negazionista, che subito si è messa a urlare come un’ossessa. Er Monnezza si è svegliato di colpo, anzi de corpo, e dopo essersi liberato di alcune folate di metano, ha tentato di dividere i due. Agone ha protestato più volte, proclamandosi innocente: ma ci stava, giuro che ci stava! E lei: io non ci sto, non esisto, non sto nemmeno qui! La situa era a un punto morto, ma l’Orbettino ha avuto un colpo di genio: A Castello siamo arrivati a quota 37 contagi! La Negazionista: contagi de chè? Di prostatite! Niente che non si possa curare con una buona dose di Prostamol! Improvvisamente la tensione si è sciolta, anche perché Er Monnezza ha messo su l’acqua per fare una dose corposa di spaghetti alla scureggiona col suo sugo, ricetta segreta, a base di metanolo. Improvvisamente è tornata la calma, e in serenità, la Negazionista ha fatto gli occhioni da pesce palla ad Agone.

lettera mai spedita

notte di sangue e legacci
di che ti preoccupi?

basterebbero dita da buon pianista
per distillare acqua da un foglietto
appallottolato ad affrontare l’incuria,
lettera mai spedita,
tra avvenimenti acuiti e sradicati.
una tempesta perfetta non fa prigionieri

arriva la notte tanto attesa
per chiudersi dentro a doppia mandata
e correre irrequieta
da un luogo all’altro senza parole,
le migliori sono quelle non trascritte

dietro casa

distratti dalla nuova luna
là, dietro casa, iene e piccioni sporcano,
un uomo grida l’orrore della sua vita.
vorrebbe aprirle la giugulare
sputarne il sangue, ripagare con disprezzo
tutto quanto ricevuto in forme
di sassi appuntiti, e fa anche caldo

lo hanno notato alcuni perdigiorno
hanno tentato improbabile conforto.
grida da ustionato in nome della pace
hanno riempito una strada altrimenti vuota.
i pidocchi, non più sotto controllo,
prosciugano ogni palude d’umanità
rimasta sotto il cielo

infine il centodiciotto
ha ripulito la scena, portato via tutto

Proliferiamo estinti

E scrivila, no?!!
Sbrigati, i complimenti fanno di vite
ghirigori arrugginiti e reticolati,
che non si sa mai dove sono.
Non importano versi ipertesti ipertesi
amanti alla cieca, amicizie svenevoli
più o meno durature in nome dell’alchimia
che non ce la fa più;
fa in modo di svanirne il chiodo
che la coscienza liberi, diventi banco
di scuola in paesini abbandonati
dove non siamo mai nati, nemmeno vissuti,
ovunque si vada a cercare
non si trovino che pochi migratori,
o qualcun altro addormentato in attesa
di qualcosa mai più a venire.
Siano dunque giorni di fisico sparuto,
capre di montagna disperse
in tragedie di grandini e piogge.
Mano a mano che si innalzano mari e monti
proliferiamo estinti.
E una volta scritta è diritto dimenticare.

Domenica d’estate

A sorte cerca felicità da cavalcare.
Succede poi di atterrare, senza pensarlo
dire – era tutto un sogno.

Entrano montagne dalle finestre chiuse,
sbadigliano stanche dopo notti trascorse
fra tempeste e grovigli di vipere.

I vetri sono aperti, prima neri,
azzurrini, poi gialli; come il primo giorno
tutto ferisce gli occhi.

Illusi di poter fissare il sole,
battere zanzare violente, com’è abitudine
eludere il grano e la fame.

Bologna, Stazione Centrale, Due Agosto 1980, ore 10:25.

Bologna Centrale

Seduto sotto una pensilina assolata,
aspettando l’autobus mi rendo conto
che a Bologna Centrale
sono sempre le Dieci e Venticinque.

BOLOGNA 2 AGOSTO 1980 – ORE 10.25

Ogni bolognese, che fosse in età della ragione, si ricorda dove era e cosa faceva sabato 2 agosto 1980, alle ore 10.25. Io ero a lavorare.
In quella calda giornata estiva, io ed Alfreda, la collega e amica della vita, eravamo rimaste a presidiare l’ufficio stampa del Comune di Bologna, eravamo giovani e spensierate nell’atmosfera leggera agostana, presto sarebbero cominciate anche le nostre ferie. Il Consiglio Comunale e la Giunta già in ferie, il Sindaco già partito, il capo ufficio stampa e di gabinetto aveva un’ultima riunione, poi sarebbe partito anche lui. Noi avremmo potuto riordinare e aggiornare tutto quanto era rimasto indietro nel corso dell’anno, senza l’assillo delle urgenze quotidiane, che un ufficio come quello comportava.
Quando Alfreda. che era andata ad assistere all’ultima riunione, rientrò dicendomi che c’era stata un’esplosione alla stazione centrale. Non capii subito cosa era successo, poi cominciarono ad arrivare notizie, sempre più tragiche. Fra le quali che non era scoppiata nessuna caldaia del gas, ma tutti i telegiornali fino a sera continuarono a comunicare la notizia dello scoppio della caldaia. I telefoni cominciarono, e non smisero più di suonare, arrivarono giornalisti da tutte le parti del mondo.
Non ricordo intervalli da quel momento fino alla giornata dei funerali in piazza Maggiore, anche se ricordo il silenzio irreale in autobus durante il tragitto casa e ufficio, passavano i giorni, ma non passava il dolore, lo smarrimento e l’annichilimento.
Mi ricordo il compito ingrato di dover telefonare agli ospedali per la macabra conta di morti e feriti, mi ricordo il racconto dell’autobus pieno di poveri resti e corpi martoriati, del pianto degli infermieri e dei medici che li accoglievano. Mi ricordo i medici del vicino ospedale Traumatologico, correre a soccorrere alla stazione, così come tutti i medici presenti in città, come i comuni cittadini, per aiutare, per reagire, subito! Mi ricordo medici, infermieri, assistenti sociale, vigili urbani, vigili del fuoco, e tante altre categorie, rientrare spontaneamente dalle ferie e tornare al posto di lavoro. Anche il palazzo comunale, quasi deserto in quel mese, si ripopolò dei suoi lavoratori. E mi ricordo un giornalista del Corriere della Sera, che mentre mi chiedeva dati, smise di parlare fissandomi. Io non me ne accorgevo, ma parlavo, telefonavo, scrivevo e, piangevo silenziosamente.
Mi ricordo i visi dei parenti, era quasi insopportabile guardarli, genitori che avevano riconosciuto giovani figli solo dalle scarpe, da semplici oggetti. Mi ricordo la ragazza seppellita con l’abito da sposa, che doveva indossare di lì a pochi giorni; la disperazione del suo fidanzato che non voleva lasciarla seppellire. Mi ricordo il signore tedesco uscito di notte in pigiama dall’ospedale, per andare a cercare nelle vie della città, a lui sconosciuta, la moglie ed il figlio adolescente, non li avrebbe mai più ritrovati.
Mi ricordo la piccola Angela Fresu, 3 anni, la vittima più giovane della strage, con la mamma Maria, 24 anni, stavano andando in vacanza, erano di passaggio, volatilizzate dalla bomba. Angela oggi avrebbe 37 anni.
Mi ricordo l’angoscia nella voce dei famigliari, che telefonavano perché non avevano notizie dei figli e lasciavano i nomi. ne ricordo uno in particolare, un signore di Napoli, che non sapeva esattamente in quale parte d’Italia stesse trascorrendo le vacanze il figlio. Mi ha richiamata il giorno dopo, per dirmi che il ragazzo aveva telefonato, stava bene: “ma quando torna l’ammazzo io”, mi diceva con una voce sollevata, di terrore superato. Abbiamo riso, ma subito pianto, di sollievo e di pena.
Mi ricordo Berlinguer, seduto su una sedia, in una sala del Comune, io sono entrata dal lato opposto, l’ho visto e mi sono fermata a guardarlo, era assorto, il viso stanco, non ho avuto il coraggio di avvicinarmi, di parlargli.
Mi ricordo i funerali, ai quali ho assistito dall’alto, dalle finestre della sala del Consiglio, non potevo allontanarmi dal lavoro. Mi ricordo il silenzio della folla immensa, che traboccava da Piazza maggiore, nelle vie e piazze adiacenti, mentre il Sindaco Zangheri pronunziava l’orazione funebre e il Presidente Pertini teneva la mano sul leggio.
E’ passato quasi un mese prima che potessi trovare la forza per recarmi in stazione, ho guardato la ferita da lontano, dal ponte, non sono riuscita ad avvicinarmi di più. Non è passato neanche un mese invece dalla notte in cui ho incominciato ad avere un incubo ricorrente, che mi faceva svegliare urlando terrorizzata. Sarebbe durato circa 2 anni.
Sono passati 35 anni, ancora non riesco a parlarne, comincio e subito mi si spezza la voce, non riesco a continuare. Sono riuscita con fatica a scrivere queste righe per la prima volta solo lo scorso anno.
Oggi come ogni anno ero nella piazza della stazione, come migliaia di bolognesi, e di altri cittadini italiani e stranieri, per stringerci ancora una volta ai parenti delle vittime ed ai superstiti di quel vigliacco, atroce, crudele atto di guerra in tempo di pace. Per dire che non ci siamo dimenticati, per chiedere ancora una volta con pervicacia la verità, tutta, senza la quale non possiamo avere la speranza di vivere in un Paese normale, dove poteri occulti, funzionari scellerati ed organi dello Stato deviati non possono uccidere i loro stessi cittadini.

Antonio Maddaloni

Bologna, 2 agosto 2015

ce la siamo fatta 41

Ahò, se adesso non ci si può più fidare dei carabbinieri di chi potremo fidarci? Della Spal?, no, già è retrocessa in serie B, della juventus, ossignur, lasciamo perdere. Giustizie e democrazia sono roba da ricchi: chi ci ha la robba vive in democrazia ed è tutelato, chi non ci ha la robba provi a votare Italia Viva, ahahahahahahah! In tempo di vairus le cose funzionano così: non c’é lavoro, ma se alla scuola servono 400.000 banchi nuovi non c’é tempo e non c’é modo di farli entro il 14 settembre prossimo, ma daiiiii allora seghiamo i vecchi, oppure seghiamo gli alunni che, in tempo di distanziamento sociale costa meno.
Il vecchio Agone, ha compiuto un miracolo di giornalismo ruspante e sul campo, raccogliendo indiscrezioni sui sistemi usati dal Duca Conte per ottenere così tanto credito da quelle due vecchie lenze di Ursula e Anghela.
In primo luogo è andato da Macron, che come tutti sappiamo è uno che va a cuccare nelle case di riposo, promettendogli le grazie di sua suocera Ewa Aulin. Con un Macron per amico, è stato facilissimo convincere Ursula e Anghela. Si è presentato al loro cospetto travestito da Pasqualino Settebellezze, e quando Anghela gli ha chiesto:
– Sporco italianen pizza, spachetti, maffia e mantolino, cosa tu folere da noi? – Il vecchio Duca Conte ha risposto:
– Mi sono innamorato di voi, io vi amo… –
Dopo che una luce ha illuminato lo sguardo di Anghela, ella ha risposto: – Anch’io mein liebe! Cuanto fuoi? Fanno pene zento milliardonen di reichsmark? – La risposta di Conte è stata secca e chirurgica: – Facciamo 209 e in Euro, io i miei trenta centimetri mica li do via per poco! –
E dopo avere incluso pure Ursula nel pacchetto… è andata come sapete.

ce la siamo fatta 21

Provateci voi a non avere jella. Francamente da quando ho fondato il Manipolo di Eroi anti Covid 19, non me ne va più bene una. Ho abbandonato Agone in discarica, mentre si danneggiava la vista in attente osservazioni scientifiche delle chiappe di Michelle Hunziker. Ho poi appreso che ha ritrovato la Prinz (vostra la sfiga della Prinz!) ed è tornato in moschea con due carmelitane scalze. Mentre vagavo in preda alle allucinazioni, dietro di me ho sentito un campanello di bicicletta, era Daniela l’ormai arcinota ragazza delle pizze, quella che passa per l’Armenia per arrivare a Castello. Ho accettato volentieri un passaggio sul cannone della sua bici, anche e soprattutto perché il vairus non è che sia sparito, quel che sta succedendo tra ieri e oggi a Bologna la dice lunga. Il guaio è che la ragazza non è organizzata bene, e sfiga ha voluto che i freni si rompessero simultaneamente. Fatto sta che la discesa era ripida, ed è stato così che abbiamo scoperto il nuovo modo di infrattarci… insomma il burrone era profondo. Scrivo dal reparto ortopedico del reparto grandi traumatizzati, la ragazza, vistosamente ingessata, si lamenta e bestemmia senza soluzione di continuità.

lettera per niente

dov’è il poeta
quando Dio chiede all’uomo
di restituire una gamba;
o la conversazione, lontana,
perché vicino non c’è niente,
si arena sulle secche
di tutto quanto non si ha coraggio
a dire, misurare,
maledette volute in slanci
di autoflagellazione e ci si chiede
cosa facciano in solitudine,
maledetti per costituzione,
picchiettare che vibra
dentrofuori dentrofuori
ma non si vede,
sensibili e incapaci
di lasciarsi uscire dalle mani
qualcosa che non sia parole,
capaci di scorgere
tutto quanto è lontano,
inadatti alla prossimità