oggi è così

in Armenia
il cielo scurisce, malgrado l’ora
manda piagnucolosi accidenti a chi
più in basso
li avvista un istante dopo

il giorno della poesia
non ha amici fidati,
dive infide, qualche becchino
tutti muti, il colore non è musica
ma cambia persona

non abbiamo politiche
per giustificare sogni a lungo raggio
missili, Hiroshima dimenticata:
politico un’ingiuria
da spacciatore ladro di menzogne

oggi è così
poco tempo ancora e vestiremo
la bellezza che sappiamo

nettare e rancore

sono un’ape
girasole dietro il guard rail,
ti amo e vago mille fiori
pur di averti,
nessun uomo entrerebbe due volte
la stessa donna,
tanto che al risveglio
immobile come il mio letto
non so se miele
sia stato un sogno
o momento delicato d’amore.
Ogni perdita lascia in dono
nettare e rancore.

Marino

viaggiare stretti borse in bocca,
Ciao Gina, come andiamo?
… sono stata poco bene.

Il libro di Larkin mi si piega
come non più la mano.
Ciao Gina, ti farò sapere.

Dio c’è, recuperiamo velocità
sulle ali di una capotreno deliziosa,
sorrisi disallineati che valgono
l’intero abbonamento.

La suora riprende il breviario
senza svelare chi sia l’assassino,
insegna a evitarlo.
Marino dibatterà a lungo
invasi e siccità senza aumentare
di una goccia la portata.

La sua vicina si guarda attorno
ha la gonna troppo corta
l’abbassa e guarda ancora,
rincuorata torna a staccare.
Fuori non è aria solo fretta
e molto invenduto.

Vivevamo all’americana,
certi della nostra santità sovietica,
Gesù non se ne parli più
Marino torna al tempo che fa.

club

strumentazione adeguata
ma pesante di carattere,
il cielo al tramonto,
i feriti tutti d’accordo
niente di meglio,
un canto di sirene
per ammazzare l’agonia
la convinzione, un’abbronzatura
se ne va con poche docce
è la ritualità del destino,
mia figlia inventa
un uomo che l’ami
e mi lasci libero,
sarò una bicicletta prestata
mai più restituita
in questo paese onnivoro
dall’aria piena di canzoni
dove le catene vanno giù
non qui, sarà un altro club
nuovi riferimenti, forme e tracce,
stesse innate meraviglie
che dicono tutto in poco spazio
finché la musica tace

Casalborsetti


I genietti s’intrufolano ovunque
prediligono seni minuti e coppe splendenti,
ti si vede ancora piccola
con cappelletto bianco e sottogola
scontare ogni debolezza futura,
e una piccolissima valigia a mano
quelle di una volta in cartone
piene di speranza.

A Casalborsetti suonano Santo & Johnny,
vendono cocco sempre più bello,
la spiaggia libera è irraggiungibile
come accumulare danaro
per i venditori di elastici e meraviglia.
Cancellerò tutto con agosto
specie questa umanità che fa orrore,
tutti gli altri bacerò senza memoria.

Vertebre, strade che accostano,
il tentativo di gridare, senza volere
si fa cura per mesi.
Ogni voce esterna è polvere di strada,
sabbia sui piedi da slacciare
una volta raggiunta la passerella in cemento,
ne rimarrà sempre un po’
da riportare a casa.

Taddeo al bagno

Centocinquantamila euro di fontana
Taddeo può fare il suo bel pediluvio,
quando, la mattina presto
l’estate è in vacanza.
Non m’incazzo no, Taddeo
il passato breve che hai alle spalle
è il tuo miglior diritto.
Un dente sì, un dente no, sorridi un po’!
La piazza nuova non è per il traffico,
come si dice se ti mozzano i piedi:
se tagliare la testa è decapitare,
se cavare gli occhi accecare.
Come si dice per i piedi?
Ora già non ci sei più.
Mi basta saperti felice sulla fontana
il tuo talento parla per te, e io sono
l’uomo vecchio da seppellire.

un giorno più o meno

Tre anni forse,
un giorno più o meno,
foto bianco e nere del Settantuno

in senso laico fanno molto male,
il resto fa bene.
Annuisce la salute,

ammicca all’alcolista e dice:
smetti che torno.
Vedrai, sarà domenica tutti i giorni

i suonatori scenderanno in strada,
ritroveranno lo smalto perduto
da unghie di ragazza, e al tempo

i loro orecchini
in mezzo sorriso crudele.
In piedi su una finestra

o su una cassetta di legno
poco importa,
purché sia libertà.