Per quel poco

Non siamo spendibili.
In realtà tanti piccoli occhi
hanno vissuti parziali, nessuno
può dire di aver visto tutto.

Penso alle piante fuori,
stanno tutte bene
a dispetto della stagione
e in assenza d’api.

La radio ha una vocazione balneare
la vita un po’ meno.
Non c’è grazia
dentro questi tempi.

Faccio fogli e fogli
uno sull’altro, sono vittime,
ancora non smetto per quel poco
di lettere morte agli avvoltoi.

Il vissuto sapido di speranza
si adagia da un pilone all’altro
a fare ponte incauto
verso la prossima campagna.

L’insensatezza

A volte meglio raccontare
la complicità di un viale,
dove gli alberi svestiti
attendono primavere
non ancora terminate.

La natura dice che, in fondo,
il mondo non è così malmesso
e una sera,
magari dopo un cinema,
si farà pace.

Tra chi, però, è da vedere.
Ora so perdere l’equilibrio
e sale improvvisa una voglia
di alzare la gonna al destino
e riprendere con forza
tanta insensatezza.

Chiederle se mai
sia stata felice
e qual è la strada
per poterla ritrovare.

Dentro la stazione vuota

dentro la stazione vuota
migliaia di viaggiatori
gocciolano le calze sul filo
attese di una nuova stagione
terminata da tempo
e lontana a tornare

questo inverno odora di forca
pendenti le domande di grazia
dentro i bar vuoti immagini
volti non familiari
ma il caffè è di casa
non una parola fra tante comande

arduo ritrovare casa
sono mille impazienze
diventate impellenti nel vuoto
malgrado il rame rubato
centinaia di treni corrono
tutti in orario

singolare essere soli
tra migliaia di passi
in direzioni opposte
quasi travolgono ma per fortuna
qualcuno fende la folla
si mantiene in piedi

dentro un ignoto

saremo presi dal desiderio
di sbarcare ovunque sia terra
o si supponga tale

il cielo di Bologna non è terso,
adeguato all’umore di giornata:
scendere è più facile che salire

verso il tramonto
decidiamo di perderci
dentro un ignoto

dormo di spalle alla finestra
intento, come sempre,
a dimenticare sogni
che non facciano presa
sul giorno a venire

è quieto chi sia certo
del verde successivo,
un terzo già bruciato in sonno

quelli del bar, puntualissimi,
entrando già dispensano
massime non richieste

Pio Bovary

Non credo molto in dio,
ma l’elemento sorpresa
in tutta la mia vita
non è mai mancato.
Fin da piccolo, mamma diceva
diventerai forte come un toro,
mi toccò la parte peggiore.
Niente mogli, niente figli,
niente suocere: mi fecero mansueto
e rimasi per campi
a tirare un vomere ostinato come colpa.
Va beh, senza me
Roma non sarebbe mai nata,
il grano neppure,
e non ho avuto l’infelicità
di rompermi le palle.
Una sera però decisi di andarmene.
Il padrone era cattivo,
troppe botte, poca paga.
Tagliai per i campi,
i lupi a casa a vedere la Tv,
m’infilai dentro una stalla vuota.
Arrivarono due clandestini,
lei era grossa e faticava a camminare,
montava un somaro antipatico
e supponente.
Poi, non ricordo come fu,
i flash dei fotografi,
un pubblico da grandi occasioni:
mi trovai in sala travaglio
ma di ostetriche nemmeno l’ombra.
Per me, operaio agricolo,
fu l’apoteosi, fino a quando
poco dopo smontarono il set,
spensero stella e luci,
arrivarono gli sbirri
e terminai dentro un macello.

sottovoce

anche sotto sale, o sottovoce,
all’animale piacciono carezze,
il liscio di un palmo asciutto
pronto a parlare lingue madri,

purché siano

il linguaggio ardente rivela
incroci e vie, dove furono
battezzati e riposti nomi,
e tutti ne vorremmo più d’uno

pur di possederne

smentire luoghi comuni
svela possibili mondi
dove far perdere le tracce,
e case abitate da vetri rotti

Il lago

Il lago non parla
non commenta, scava,
riposa fanghi sul fondo.
L’intorno, altrettanto silenzioso,
si scopre una brina fredda
in attesa che il sole la rifugi
dentro curiosi disegni in ombre.
Poco più in là passi d’uomini
hanno sognato riscatto
non ancora trovato.
Chiusi nei boschi, poco lontano,
animali di ogni specie proseguono
estemporanei dialoghi con la vita.
I predoni in paziente attesa
di sopravvivere a chi
si affaccerà sul lago.