riLetture amArgine: Beppe Salvia, I begli occhi del ladro

La realtà è, oggettivamente estrema, che poi a una certa età, forse per stanchezza o bisogno di non sentirci soli crediamo di uscirne indenni pur scendendoci a patti, è una questione molto, molto opinabile e dibattibile. Non esiste un’età dell’impulsività, esiste un’età della forza anche quando le forze calano, e allora diventa coerenza. Per quanto riguarda la questione Poesia, è talmente imprendibile che, quando credi di averla afferrata rimani sfigato come o più di prima, perché non l’afferri. Lei ti afferra e ti sbatacchia. E chi si vuole autopromuovere attraverso di essa, merita che qualcuno o tutti scrivano la parola “cazzo” su tutte le pagine delle sue belle riviste nette e pulite per modo dire. (Flavio Almerighi)

Beppe Salvia, I begli occhi del ladro

E’ presa la vena, carezzala, fa
arco col braccio, appanna il lume, luce
celeste brilla una febbre sul braccio;
scalda l’anima copri lo specchio, fa
che una coltre allontani le voci, la
lamina d’argento s’è scaldata, è
la bianca fiamma che adesso mescola
a una gocciola che tersa traspare
la bianca bianca eroina, la vena
è radice il laccio stringe l’ago
riluce brilla buca il braccio, brina
scioglie che sulle ciglia brillava, va
in vena, è il momento del mantice, la
misura di sidro che versa dal calice,
son chiusi i begli occhi del ladro.

Beppe Salvia

stravaganza

pensavo fosse la corriera di Riolo
invece è un’ambulanza
ho alzato il dito
e ho finito per grattarmi,
cupa l’Ardeatina figuriamoci l’Emilia
ci confondono, ci confondiamo
sarà la nebbia forse il vino
le puttane che non fanno più la vita
limitandola al servizio
di chi le ha fatte schiave,
pensavo fosse strada
invece è un debito a portare lontano
senza dire dove, perché è segreto.
Talvolta mi venderei per un bacio
altre volte no, è solo un morso

armi segrete

sorrisi cicatrici astiose
armi segrete ingombrano
l’ultimo giorno d’estate.
Colette ai primi d’autunno
forse è stata
ben più di un uomo,
virtù e castità
chiuse a due mandate
e un solo servizio
rimasto in penombra
Voglio una calza
che tratteggi circi
e altri ospiti, sotto
una veranda di alberi alti
per oscurare il tempo
e una lama vigliacca.
La sigaretta accesa
a ingannare allarmi
dove l’ho messa?
Chi ha già vissuto
per piacere si allontani

il mio lato del letto

sidedirebbe l’umanità è bisogno,
nervoso e sottile il tempo,
non allontanerebbe il gusto del mattino
dalle lenzuola alla zuccheriera
trapunte di sabbie mobili

(Cenerina Ferri ammansiva le viole
per non dar tempo all’amore.
Voleva imparare, persino pregare.
Finì offrendo zucchero
ai figli delle amiche)

spioventi di signorine
sempre in agguato. stessa marca
di profumo le guarnisce. direbbe,
tacchi bassi e culo alto
fin dai tempi della culla

brucerebbe dentro la bocca che odia
quando non è pronta.
dei bambini venduti a religioni e re
direbbe, qui si gioca col fuoco,

gli uomini temono gli uomini
specialmente le malattie che portano
per le ridotte della vita scoperte di recente
che hanno in comune

nota amArgine: Antonin Artaud / DJ Fabo divergenze parallele

dj-fabo“L’uomo è malato perché è mal fatto.
Bisogna decidersi a metterlo a nudo per raschiargli via quell’animalculo che gli prude
mortalmente,
dio
e con dio,
i suoi organi.
E legatemi se volete,
ma non c’è nulla di più inutile di un organo.
Quando gli avrete fatto un corpo senza organi,
lo avrete allora liberato da tutti i suoi automatismi e reso alla sua autentica libertà.
Allora gli insegnerete di nuovo a danzare all’inverso
come nel delirio delle balere
e l’inverso sarà il suo autentico luogo.”
[Pour en finir avec le jugement de dieu, XIII, 103-104]

antonin_artaud_3Dj Fabo “ha morso un pulsante per attivare l’immissione del farmaco letale: era molto in ansia perché temeva, non vedendo il pulsante essendo cieco, di non riuscirci. Poi però ha anche scherzato”.

“Chi sono?
Da dove vengo?
Sono Antonin Artaud
e che io lo dica
come lo so dire
immediatamente
vedrete il mio corpo attuale
cadere in pezzi
e raccogliersi
sotto diecimila aspetti
notori
un corpo nuovo
dove non potrete
mai più
dimenticarmi.”
[Post-scriptum a Le Théâtre de la cruauté, XIII, 118]

una domenica così

tredici giornate alla fine.
La campagna è secca
l’Adige in sonno il Po non di meno
abbracciati a una discreta foschia
che non si sa mai se sia vera
o semplice stanchezza degli occhi.

Intorno nemmeno un’anima,
sacro diritto al riposo
negozi sfitti, tutto chiuso
in amore nessuno pensa, tu sei.
Il cielo non decide
posti auto esauriti

difese sempre molto alte.villa-palladiana

mentre riprendo a navigare

williamsnon è che un banco di nebbia
non cancellerà la Via Emilia,
Timavo pronto a ricomparire
non appena usciremo di Scozia.
Non è buon segno sentirmi dare
del Lei da casuali passanti
mentre riprendo a navigare.
Sono un aggregato di matite,
mi piace rubarne, averne tante
le punte intonse in bella vista.
Lume a marzo inizia
con un viaggio in occhiali neri
a notte fonda.
Anna non ha fatto alcun tipo
di prelievo, ha detto.
Tutto il resto da cancellare.