a volte

dolore in prova già al mattino,
una sedicente dolce luce
ricorda ogni obbligo,
tutto torna al giorno prima
illuso per un poco
di essere rimasto tra pieghe
e lenzuola da cambiare

tentativi di risposta pochi,
raffazzonati alla meglio,
l’acqua attende insolente:
odio bagnarmi, detesto raccogliere
detriti di sogni già scordati,
il gatto s’illude che non sappia
quanto ha già mangiato

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al più recente mal di mare

Oggi
i treni vanno in fretta,
sembrano aver persa
l’indolenza felina
dentro domeniche
molto più grandi.

Tutti hanno una casa,
una sposa, qualcuno.
Tutti hanno fretta,
è pietra il solito malgrado
che porta e ridere,
una tantum, del destino.

Nessun temporale,
torna un sole più malato
ad alimentare l’usura
in canti di cicale.

Impossibile ricordare
dove sia il cuore,
forse dentro il cassetto
di chiavi e ombrelli persi,
assieme
al più recente mal di mare.

Odio quel Due Agosto

Tua figlia s’imbarcherà per l’oceano.
Dice -“Posso remare, ho forti le braccia!”
(Antonio Pibiri)

Odio quel Due Agosto sempre più lontano.
Odio il polverone, l’odore intriso di calore
sempre sospeso e mai posato a terra.
Odio chi non sa o finge di non sapere.
Odio i quartieri residenziali invasi d’erbacce,
le case vuote arrangiate ad ambulatori,
il continuo via vai
e la paura di fermarsi là di notte.
Odio i quarant’anni trascorsi
in cerca di verità risapute.
Certe, ma non ho le prove.
Odio pregare per chi ci governa,
i governanti sono pseudonimi.
E le fughe verso l’estremo:
odio l’estremo lembo occidentale:
tanti chilometri di costa senza entroterra.
Odio Bologna, non è più la stessa,
i suoi reduci drogati, rievocatori
dei bei tempi andati che, alla fine,
non erano così belli.
Tutto si allontana, il rimanente è duro,
immangiabile. Il Due Agosto
è ogni giorno, brutto giorno,
e l’odio, unica fabbrica
impossibile a delocalizzare,
tu vai, vai, hai braccia forti,
puoi remare.

Si ringrazia per la gentile concessione dell’immagine qui sotto, l’artista Lori Milos- Ivanski

https://lorimilosivanskistudio.wordpress.com/

1945

Il giorno della guarigione di Dio
i guardiani uscirono allo scoperto,
riconsegnando armi e arnesi
prima di essere giustiziati.
I filosofi, per la maggior parte
usciti indenni dal martirio,
chiesero se fosse stato
di nuovo possibile il ritorno
a una belle époque in lettere,
salvo rispondersi senza certezze:
il ferro ancora caldo,
i bagni buche scavate nel terreno
gelato e infecondo.
Il lavoro rese liberi.
L’Occidente, andato a male,
divise le oasi, sistemò i deserti.

Ricordo passi sotto la pioggia

Ricordo passi sotto la pioggia,
l’ombrello inutile tra i portici,
un traffico sibilante, e ancora
l’inutile impazienza
di vederti star meglio:
tutto emerge chiaro.
Il chiarore abbaglia gli occhi,
centotrenta milioni di occhi.

Il pensiero parla, si perde
in docili orecchiabili motivi,
giunge ottuso all’altro lato
della strada, per riprendere
il lato opposto dell’anima
cui è difficile parlare.

Un mondo condito a scemenze
è in eclissi.
Tutto quanto ti scava,
sia tuo, mai di chi non ti ama.

Dicevo di quei passi,
il vero compromesso con la vita
è andare avanti.
Mentre fa male, sorridi
non ti fermare.

Soluzione di continuità

Nell’aria miserere fin dal mattino.
Gli uccelli tornano a saziarsi, trovano il balcone vuoto
da cui pende un desiderio risolto sul prato sottostante,
e se ne vanno coi loro piumaggi grigio novembre,
lo stesso umido, stesso miserere.
La voglia di pianto è in tutto quanto non trova risposta,
siamo immediati, catatonici, ecologici:
ad esempio, faccio il caffè ogni giorno
nello stesso bicchierino, senza per altro aver risolto
l’incognita della plastica intrusa nella catena alimentare.
Senza avere soddisfatto nessun senso,
e non c’è significante in tutto questo.
La voce garrula, lontana, appena pronunciata, parla
e dice le stesse cose senza soluzione di continuità,
innocue risate, puntuali domande
con lo stesso livore stanco di chi non vorrebbe ascoltare.
Rassicurante banalità,
i singoli estivi ballano una stagione sola.