Il tosaerba

Non c’è calore nel dolore,
ma una trepida manciata di oggetti
lasciati cadere
uno alla volta con irritante lentezza.
.
Oggi è un chiaroscuro di bestemmie,
marinai abbandonati a terra
dopo l’ammutinamento pronti
a mangiarsi tra loro.
.
Più coccodrilli che sottosuolo:
l’erba è verde, il cielo è blu,
lasciati toccare il cu…
.
anche il prato sarà tagliato,
il tosaerba non ha riguardo
per i figli nobili della fortuna.

che di lassù

Tu di lassù m’aiuti
col sentore dolciastro della parsimonia,
vai troppo avanti,
sembri non doverti fermare
neppure con una barra di ferro tra i denti.
.
Basta un praticello inglese, ordinario,
macchiato di magnolia e nulla più,
il sangue rimane dentro rappreso
scurito da sciroppo d’acero,
fuori sono sempre più grigio chiaro
e Mamma Oca non c’é più.

amo anche te

Fai col distico la tua cazzata
specie se son buche sulla strada
con condimenti di citazioni
da spaventare un’enciclopedia,
non hai da mordere il destino
per ogni singola zolla, per respirare
per ricacciare in gola l’alito bianco
e fa freddo, l’aria è una motosega
non c’è maglia risoluta a tenerlo
con carezze a dire amo anche te,
lo sguardo si ferma incredulo
sulla tabella dei necrologi.

Bianco e letale

Sopra il mondo fatto di zucchero
i meridiani splendono,
dell’amore conoscono le fiamme
mai la luce,
languono beate latitudini
e persino chi viene da lontano può
osservarne il caos nella menzogna
di chi governa tanta bellezza
che non è verità.
.
Artaud è spassoso
come la depravazione dentro un prete.
Lo zucchero è bianco e letale,
nel mondo in cui le cose a venire
non danno certezza.

Vecchia intervista a Carmelo Bene

Carmelo Bene nasce a Campi Salentina, in provincia di Lecce, nel 1937. A vent’anni, dopo gli studi classici, approda all’Accademia di Arte Drammatica Silvio D’Amico: colui che verrà considerato il più grande attore del Novecento lascerà l’accademia dopo un anno, convinto della sua inutilità.
Nel 1959 debutta come protagonista del Caligola di Albert Camus per la regia di Alberto Ruggero. Dopo questa esperienza, Carmelo Bene diventa regista di sé: reinventando il linguaggio teatrale, con uno stile ricercato e barocco, e manifestando il suo genio di attore. Comincia così il suo massacro dei classici: di questi anni sono Pinocchio (1961), Amleto (1961), Salomè (1964), Il rosa e il nero (1967).
Scoppia il caso Carmelo Bene: viene considerato un affabulatore, un presuntuoso “massacratore” dalla critica, mentre l’intellighenzia dell’epoca (da Moravia a Pasolini, a Flaiano) lo ritiene un vero genio. Un genio che si scaglia contro il teatro di testo a favore di un teatro da lui definito “scrittura di scena”, un teatro del dire e non del detto, perché per Bene il teatro del già detto non dice, appunto, niente di nuovo, è solo un citare a memoria parole scritte altrove, quello che Artaud, a cui Bene si ispirò, definì “un teatro di invertiti”.
Ai suoi critici Bene rispose mettendo in atto una serie di critiche alla critica, articoli, interviste televisive, e pubblicò un libro con Feltrinelli, nel 1972, L’Occhio mancante.
Anni prima, nel 1965 la casa editrice Sugar aveva pubblicato il suo romanzo paradossale Nostra signora dei Turchi, che l’anno dopo Bene metterà in scena al teatro Beat ’62. Nel 1968 Nostra signora dei Turchi diventerà anche un film, che, mentre vince il premio speciale della giuria a Venezia, genera tumulti durante la visione in alcune sale, forse per via della sua geniale “inguardabilità”.
Si apre la parentesi del cinema di Carmelo Bene: Capricci (1969) e Don Giovanni (1970), Salomé (1972) e Un Amleto di meno (1973). Dopo la meteora cinematografica (che verrà ripresa, per così dire, in alcuni lavori televisivi), Bene ritorna al teatro: negli anni ‘70, egli ottiene un tangibile successo anche di pubblico mettendo in scena La cena delle beffe da Sem Benelli (1974), Amleto (1975), Romeo e Giulietta da Shakespeare (1976), S.A.D.E. (1977), Manfred da Byron (1979). Mai si era visto interpretare Shakespeare in quel modo. Carmelo Bene distruggeva l’Io sulla scena, immedesimandosi nel ruolo che voleva demolire. “Attore Artifex”, cioè attore artefice di tutto, Bene si autodefinì con un neologismo significativo: macchina attoriale.
E’ morto a Roma nel 2002.

Già stato

C’è poesia da giorno spensierato e triste
quando il treno arriva già pieno, già stato,
tra il vociare viscoso del lunedì pochi hanno voglia
di ripercorrerlo dall’inizio, ammaestrati al vivere
da due soldi nemmeno troppo spendibili:
hai presente quanto è sola la spazzatura?
.
C’è poesia del giorno dopo, pigra e sciatta,
quando il treno torna e fuori piove
noia che vorrebbe creare, germinare qualcosa
a ogni costo, poi nasce niente, mentre dispera
la ricerca convulsa di profili umani
sulla graniglia del pavimento.

La velocità del cuore

In alcuni momenti la velocità del cuore
è tale da farsi inseguire, corteggiare,
nell’indisciplina delle briglie sciolte
.
tra nubi disposte ad ammassarsi, proteggere
per non lasciar intravedere l’inseguitore
rimasto indietro.
.
La successiva brinata scioglie silenziosa
il tratto di petto abbandonato dal cuore
con la voglia di star sepolto
dentro due dozzine di rose.

 

Narcolessia

Il tempo prende la gola,
sloga spalle e polsi, l’abbastanza
spinge nel pensiero disonesto
di una cucina piena, guarnita,
deliziosa di oggetti
.
sovversivi da desco e riposino
prontissimi all’uomo della provvidenza
tra un saltello e l’altro
per rimanere in forma
.
non importa chi è fuori,
basta un’ade impronunciabile
in tante belle gradazioni di crepuscolo,
adesso qui,
tale da muovere uno sputo
di domanda
.
perché sto qui?

Coppie Dispari

Il privilegio in noi, coppie dispari,
piogge d’agosto: portiamo bene,
fresco ovunque non sia soffocare;
soffocarsi nell’afa d’abbracci isterici
variante latina dello smarrimento.
.
Coltivare a sguardi
per vedersi crescere sani e dispari
pur di credere d’essere tanti,
infatti siamo due, che un corriere porta
verso recapiti diversi.
.
Così ogni crepa non è dramma, anzi
assume profili umani, leggende
di anziani sorpresi
a dissetarsi in mare nella meraviglia
di un oceano delle Distanze
e castelli di sabbia a riva.

 

 

Dolci e pane nuovo

A tempo di sirtaki
ballato sopra un campo di mine,
con calpestio deciso
su testa e cuore ancora indietro
ad attendere lo scoppio
del definitivo macello,
aggiungere dov’è già abbastanza:
guerra è la nostra casa,
tanto vale limare un po’ di cielo
fare brillantini per decorare
dolci e pane nuovo,
viverlo come tributo
quando il nulla più sordo
è in costante agguato.