Cartolina Sei Novembre

Tanta strada aspetta passi.
Nessun imbuto o strettoia,
nemmeno una buca
potrà mai fermarli:
scambiati libri già letti,
l’indispensabile.
.
Il sole tiene il cielo,
qualche macchia di pioggia
ancora resiste,
si è protetti
da tanta grazia e riserbo.
.
Vista la strada
occupata a fuggire la sorte
meglio non parlarne.

*

Allattiamo il vento

Allattiamo il vento
con punti di domanda
sempre più simili
alle code dei gatti
quando dicono perplessità,
mentre un sassofonista
senza invito sparge assoli
per incentivare la questua
tra convenevoli di gente
pronta a salutare e ignorarsi
in circostanze uguali
a giochi di pazienza
con tanti pezzi
da non poterli contare.
.
Il vento sulla Via Emilia
lascia, porta, sporca.

*

Presente dimenticabile

I nuovi treni giapponesi
in dotazione alle ferrovie italiane
sono stati pensati e ricuciti
per gente minuta, nonostante,
una tizia di passaggio
senza metafora ma col culo
sfiora una selva di gomiti che,
presi come sono
dalla crisi occidentale
e relativi notiziari 
su quest’epoca dimenticabile,
non si accorgono
di tanta grazia di Dio.

*

Paesaggio

Nessuna casa bianca
molte ai gusti nocciola e caffè
altre gusto frutta,
qualche vecchio muro resiste
ben mimetizzato,
per chi voglia ricordare
bastano filmati e memoriali,
musei all’aperto
pubblicazioni che nessuno legge,
i segni della guerra nascosti
ben intonacati,
qualche parola di circostanza
durante anniversari
e commemorazioni,
salviamo il dialetto
tanto meno l’italiano,
niente distingue più dall’anonimia
questa succursale tanto fiera
da volersi far chiamare
città.

*

L’eccidio di Villa Rossi (17 dicembre 1944)

La distruzione della Villa Rossi e delle case coloniche adiacenti, Crociaro di Sopra e Crociaro di Sotto, la strage di uomini, donne, bambini travolti nel sonno da un cumulo di rovine, sono diventati fatti emblematici di tutta la tragedia che la popolazione di Castelbolognese (il mio paese) ha vissuto nello stato di guerra 1944-1945. Siamo alle soglie dell’inverno 1944, i soldati tedeschi hanno a disposizione pochi mezzi per sostenere dalle sponde del Senio l’urto degli Alleati appostati sulle vicine colline di Casale. I loro contrattacchi sono in fondo soltanto un rabbioso e disperato tentativo di sopravvivenza, che non manca tuttavia di farsi forte con il sangue di vittime innocenti. Il 17 dicembre 1944, all’indomani della liberazione di Faenza, i tedeschi prendono la decisione di far saltare in aria la Villa Rossi di Biancanigo con le case coloniche adiacenti per ragioni strategiche. La zona compresa tra i “Casetti” di Biancanigo e il Senio è già considerata terra di nessuno che deve essere spianata, per acquistare maggiore possibilità di tiro e di riferimento.
I tedeschi non possono ignorare che nella cantina della grande villa si rifugiano le famiglie Cristoferi e Montanari e alcuni parenti di questi ultimi, i Lama, sfollati dalla vicina Faenza. Nessuno tuttavia si preoccupa di avvertire i civili della decisione presa. Anche la mattina del 17 dicembre, tra le cinque e le sei, tra i primi ad alzarsi e ad uscire dal rifugio è Michele Montanari, che, appena entrato nella sua casa del fondo Crociaro di Sotto, a ridosso della villa, si accorge di qualcosa di insolito, rassomigliante a due casse di legna collegate a dei fili di dubbia provenienza. Giovanni, il fratello maggiore che lo ha appena raggiunto, in base alle conoscenze acquisite sul fronte della prima guerra mondiale, non esita ad individuare l’esplosivo e intuisce l’imminenza del pericolo per tutti gli edifici circostanti. Michele e il nipote Mario tagliano immediatamente i fili, mentre Giovanni si precipita al rifugio cercando di trarre in salvo dalla cantina della villa le altre persone ancora immerse nel sonno. Ma la villa, improvvisamente, salta in aria. Giovanni viene sorpreso dallo scoppio sulla soglia. Sarà rinvenuto alcuni mesi dopo sulla porta semiaperta, in piedi: il pietrisco aveva sostenuto il cadavere in quella posizione. Si salvano Michele, che ha evitato in tempo il brillamento della sua casa (fatta saltare in aria due giorni dopo), la vecchia madre ottantacinquenne che ogni mattina seguiva istintivamente il figlio appena lo sentiva alzarsi, i nipoti Mario e Lina Montanari usciti anzitempo dal rifugio.
La villa serra in un cumulo di rovine diciotto vittime: nove membri della famiglia Montanari e nove della famiglia Cristoferi. Tra le macerie della casa Crociaro di Sopra perdono la vita altri tre famigliari dei Cristoferi: solo Celso riesce a salvarsi. Tra i morti ci sono sette ragazzi: il più grande è Nicola Montanari di 14 anni, il più piccolo Giovanni Cristoferi di 2 anni. Con l’eccidio di Villa Rossi la guerra, appena arrivata, si annuncia in tutta la sua asprezza. Il 23 dicembre viene fatto saltare il ponte sul Senìo all’altezza della Via Emilia. Castelbolognese, tagliato fuori dal capoluogo di provincia e abbandonato all’arbitrio dell’invasore, precipita nella catastrofe e paga col prezzo di circa duecento vittime di rappresaglie e di bombardamenti la liberazione del 12 aprile 1945.

visitate il sito : http://www.castelbolognese.org/

Tornano bambini

Sul bagnato stamani
è diventata pazienza infinita
poi bianca.
L’oro di qualcuno è fame per altri.
Il freddo non concede tregua
alle menzogne;
la rabbia si scioglie
guardando il gatto amoreggiare
col riscaldamento acceso.
Le campane di Dio
suonano sorde, involute
come per tutti gli altri dei.
Oggi non c’è sole,
tutto quello che luce è neve.
Tornano bambini anche i vecchi.

*

Saluti a Castello

su queste strade 
Huxley e Kennedy non si sarebbero incontrati;
solo qualche Biancini riprodotto all’infinito
e tavolini da bar, se va bene,
per terminare argomenti al sapore di nulla;
questioni di danaro, lavoro, cose campate in aria;
casomai un vecchio professore dimenticato
mai stato padre
incrocia e riconosce;
non venite a dire che qui ci sono anche cose belle
a parte campane per imbecilli, teste vuote,
rapine e noia,
e qualche rondine data in pasto agli insetti:
oggi offro io

L’alloggio del giardiniere

Mattinale, addensamenti pomeridiani,
assilli serali
poi di che si parlerà?
Tutto è domenica pomeriggio:
niente dice, nemmeno le finestre.
La pace pare vera
ed è scandita dal cuculo, che
ha fatto il nido nell’alloggio del giardiniere.
.
Il mondo tace ordinariamente,
sembrano tutti al mare
ma non spediranno cartoline d’auguri.
.
I saluti non cancellano la storia,
malgrado l’invenzione della scrittura
sia ancora a venire.

 

Storia di Carlone

Anche Castelbolognese, a suo modo, ha avuto il suo  Hachikō. Carlone era un bel cane di media taglia, adulto, dal pelo rossiccio e col muso largo, di razza sconosciuta. La sua presenza a Castel Bolognese risale ai primi anni sessanta, quando lo si vedeva vagare per il paese, ovvero nell’atrio della stazione ferroviaria che lui elesse a residenza. Come fosse giunto a Castel Bolognese, nessuno riuscì mai a scoprirlo, ma proprio l’aver scelto come rifugio la stazione, faceva pensare che fosse un superstite del disastro ferroviario di Castel Bolognese accaduto la notte del l’8 marzo 1962; certamente, in tutti gli anni di permanenza in stazione, Carlone non varcò mai, quasi terrorizzato, la porta che dà sui binari. I ferrovieri, che per primi lo accolsero tra loro, gli prepararono una cuccia nell’atrio della biglietteria, proprio all’angolo fra la porta d’ingresso dell’abitazione del Capo Stazione e lo sportello dell’ufficio biglietti. Sempre loro, che provvedevano spesso a nutrirlo, gli diedero il nome di Carlone. La morte di Carlone, già vecchio e malandato, avvenuta nella seconda metà degli anni Settanta, fu una notizia sofferta per i bambini del viale che perdettero un compagno di giochi, ma lo fu anche per tutti i ferrovieri di Castel Bolognese, per gli autisti dei bus per Riolo Terme, per i taxisti e per i tanti castellani che prendevano il treno e che ne avevano fatto una presenza fissa per l’inizio dei loro viaggi.

 

Questo articolo condensa un articolo di Paolo Grandi, che trovate qui in forma integrale:
http://www.castelbolognese.org/miscellanea/carlone-il-cane-della-stazione/

Sedia sul tramonto

Un mondo migliore nasce
nella misura in cui
non esistiamo.
Sedia sul tramonto
quando non è più giorno
non ancora notte,
mani e gambe stremate
da milioni di deserti,
il fresco uniforme
non più gelo né incandescenza,
perfetto, Dio stesso stupisce
di tanta compiutezza
che in silenzio fugge, sabbia
oltre le dita, ovunque
i desideri sappiano restare.