Storia di Carlone

Anche Castelbolognese, a suo modo, ha avuto il suo  Hachikō. Carlone era un bel cane di media taglia, adulto, dal pelo rossiccio e col muso largo, di razza sconosciuta. La sua presenza a Castel Bolognese risale ai primi anni sessanta, quando lo si vedeva vagare per il paese, ovvero nell’atrio della stazione ferroviaria che lui elesse a residenza. Come fosse giunto a Castel Bolognese, nessuno riuscì mai a scoprirlo, ma proprio l’aver scelto come rifugio la stazione, faceva pensare che fosse un superstite del disastro ferroviario di Castel Bolognese accaduto la notte del l’8 marzo 1962; certamente, in tutti gli anni di permanenza in stazione, Carlone non varcò mai, quasi terrorizzato, la porta che dà sui binari. I ferrovieri, che per primi lo accolsero tra loro, gli prepararono una cuccia nell’atrio della biglietteria, proprio all’angolo fra la porta d’ingresso dell’abitazione del Capo Stazione e lo sportello dell’ufficio biglietti. Sempre loro, che provvedevano spesso a nutrirlo, gli diedero il nome di Carlone. La morte di Carlone, già vecchio e malandato, avvenuta nella seconda metà degli anni Settanta, fu una notizia sofferta per i bambini del viale che perdettero un compagno di giochi, ma lo fu anche per tutti i ferrovieri di Castel Bolognese, per gli autisti dei bus per Riolo Terme, per i taxisti e per i tanti castellani che prendevano il treno e che ne avevano fatto una presenza fissa per l’inizio dei loro viaggi.

 

Questo articolo condensa un articolo di Paolo Grandi, che trovate qui in forma integrale:
http://www.castelbolognese.org/miscellanea/carlone-il-cane-della-stazione/

Sedia sul tramonto

Un mondo migliore nasce
nella misura in cui
non esistiamo.
Sedia sul tramonto
quando non è più giorno
non ancora notte,
mani e gambe stremate
da milioni di deserti,
il fresco uniforme
non più gelo né incandescenza,
perfetto, Dio stesso stupisce
di tanta compiutezza
che in silenzio fugge, sabbia
oltre le dita, ovunque
i desideri sappiano restare.

 

Ventitre Dicembre

inverno padano, silenzioso,
non fosse per
il superfluo degli uomini;
le loro case
inutilmente illuminate
non da un’idea

di quale anno,
precedente o prossimo,
non saprei dire:
cinque sacchi di luna
sfondati hanno ingrigito
capelli e cielo

un sposa spartita
nel giorno delle sue nozze
e la lepre addormentata
sul ciglio dell’Emilia

Anita

Anita, in chiesa primo banco a destra,
troppi anni, pochi denti,
ogni sera prima o dopo il tramonto
nel danzare ininterrotto delle stagioni,
stesso colore di cui solo l’ultimo giorno
conosceremo il seme.

Le regole di buon vicinato
mal si adattano ai ricordi implumi
e teneri, volò presto il suo uomo,
si ostinò a portarne ogni giorno
il cognome ricevuto in dote
e zollette sulle ginocchia secche.

Tenne il suo per il giorno dell’epigrafe
sopra un marmo dimenticato, secco, fitto
di spietate ragnatele.

il reduce

Mai un tappeto volante
quando c’è bisogno.

Vedo Enrico affrettarsi all’ultimo,
lercio di sangue e fuoco amico,
nulla lo distingue dall’austriaco:
la direzione è comune, il fine opposto.
Salvare la vita correndo a perdifiato,
e la divisa ha perduto ogni colore.

Non c’è pudore nell’artiglieria furente.
Carne contro metallo vince il secondo.
Lo rivedo col cuore in gola,
lo sento votarsi a una fine imminente,
pregare la Madonna della Concezione,
la ferita copiosa con l’ordigno dentro
fare male al mutare
di tutti i tempi a venire.

Raccontava il suo tempo nato vecchio,
sempre orgoglioso di sentirsi reduce
da mille vicende tutte fuggite.
Le poche parole sciolte col vino.
Rivedo Enrico, lo porto dentro.
So di essere Il suo unico insuccesso.

(a mio nonno Enrico, eroe)

Saluti da Castel Bolognese

L’eccesso necessario di essere
icona spavalda, amico ambito
ovunque sia falso d’autore, e
senso di giustizia sepolto
sotto chili di make-up retorico.

Oh certo, si stava meglio quando
si stava peggio, oggi sembra
si stia ancor peggio di prima.
Tutto quanto fuorviato è legale
omicidio per interposta persona

compagni, amici, fratelli Partigiani,
armata sepolta, dove siete?
Una lente di sole fa capolino
dopo un falso temporale, noi
tutti distratti a pensare ad altro.

Saluti da Castel Bolognese

un posto sicuro

Castello alberino piazza il cielo silicio ragiona in silenzio,
le solite rondini dentro casa
rafforzano filosofie orientali
spuntate a caso da una piazza
più simile a Dresda che in passato.

Gli storici alberi scheletri,
unici opponibili al nazismo,
si crogiolano dolci e compiaciuti
in ombre che non sono più.

I bancari, chiusi nelle loro valve,
stanno beati in un posto sicuro
blindato, gelato, riposino in pace.
Fuori si affannano aria greve,
eufonie da complesso industriale.

L’estate ha perduto memoria
non profuma più