Domenica d’estate

A sorte cerca felicità da cavalcare.
Succede poi di atterrare, senza pensarlo
dire – era tutto un sogno.

Entrano montagne dalle finestre chiuse,
sbadigliano stanche dopo notti trascorse
fra tempeste e grovigli di vipere.

I vetri sono aperti, prima neri,
azzurrini, poi gialli; come il primo giorno
tutto ferisce gli occhi.

Illusi di poter fissare il sole,
battere zanzare violente, com’è abitudine
eludere il grano e la fame.

Bologna, Stazione Centrale, Due Agosto 1980, ore 10:25.

Bologna Centrale

Seduto sotto una pensilina assolata,
aspettando l’autobus mi rendo conto
che a Bologna Centrale
sono sempre le Dieci e Venticinque.

BOLOGNA 2 AGOSTO 1980 – ORE 10.25

Ogni bolognese, che fosse in età della ragione, si ricorda dove era e cosa faceva sabato 2 agosto 1980, alle ore 10.25. Io ero a lavorare.
In quella calda giornata estiva, io ed Alfreda, la collega e amica della vita, eravamo rimaste a presidiare l’ufficio stampa del Comune di Bologna, eravamo giovani e spensierate nell’atmosfera leggera agostana, presto sarebbero cominciate anche le nostre ferie. Il Consiglio Comunale e la Giunta già in ferie, il Sindaco già partito, il capo ufficio stampa e di gabinetto aveva un’ultima riunione, poi sarebbe partito anche lui. Noi avremmo potuto riordinare e aggiornare tutto quanto era rimasto indietro nel corso dell’anno, senza l’assillo delle urgenze quotidiane, che un ufficio come quello comportava.
Quando Alfreda. che era andata ad assistere all’ultima riunione, rientrò dicendomi che c’era stata un’esplosione alla stazione centrale. Non capii subito cosa era successo, poi cominciarono ad arrivare notizie, sempre più tragiche. Fra le quali che non era scoppiata nessuna caldaia del gas, ma tutti i telegiornali fino a sera continuarono a comunicare la notizia dello scoppio della caldaia. I telefoni cominciarono, e non smisero più di suonare, arrivarono giornalisti da tutte le parti del mondo.
Non ricordo intervalli da quel momento fino alla giornata dei funerali in piazza Maggiore, anche se ricordo il silenzio irreale in autobus durante il tragitto casa e ufficio, passavano i giorni, ma non passava il dolore, lo smarrimento e l’annichilimento.
Mi ricordo il compito ingrato di dover telefonare agli ospedali per la macabra conta di morti e feriti, mi ricordo il racconto dell’autobus pieno di poveri resti e corpi martoriati, del pianto degli infermieri e dei medici che li accoglievano. Mi ricordo i medici del vicino ospedale Traumatologico, correre a soccorrere alla stazione, così come tutti i medici presenti in città, come i comuni cittadini, per aiutare, per reagire, subito! Mi ricordo medici, infermieri, assistenti sociale, vigili urbani, vigili del fuoco, e tante altre categorie, rientrare spontaneamente dalle ferie e tornare al posto di lavoro. Anche il palazzo comunale, quasi deserto in quel mese, si ripopolò dei suoi lavoratori. E mi ricordo un giornalista del Corriere della Sera, che mentre mi chiedeva dati, smise di parlare fissandomi. Io non me ne accorgevo, ma parlavo, telefonavo, scrivevo e, piangevo silenziosamente.
Mi ricordo i visi dei parenti, era quasi insopportabile guardarli, genitori che avevano riconosciuto giovani figli solo dalle scarpe, da semplici oggetti. Mi ricordo la ragazza seppellita con l’abito da sposa, che doveva indossare di lì a pochi giorni; la disperazione del suo fidanzato che non voleva lasciarla seppellire. Mi ricordo il signore tedesco uscito di notte in pigiama dall’ospedale, per andare a cercare nelle vie della città, a lui sconosciuta, la moglie ed il figlio adolescente, non li avrebbe mai più ritrovati.
Mi ricordo la piccola Angela Fresu, 3 anni, la vittima più giovane della strage, con la mamma Maria, 24 anni, stavano andando in vacanza, erano di passaggio, volatilizzate dalla bomba. Angela oggi avrebbe 37 anni.
Mi ricordo l’angoscia nella voce dei famigliari, che telefonavano perché non avevano notizie dei figli e lasciavano i nomi. ne ricordo uno in particolare, un signore di Napoli, che non sapeva esattamente in quale parte d’Italia stesse trascorrendo le vacanze il figlio. Mi ha richiamata il giorno dopo, per dirmi che il ragazzo aveva telefonato, stava bene: “ma quando torna l’ammazzo io”, mi diceva con una voce sollevata, di terrore superato. Abbiamo riso, ma subito pianto, di sollievo e di pena.
Mi ricordo Berlinguer, seduto su una sedia, in una sala del Comune, io sono entrata dal lato opposto, l’ho visto e mi sono fermata a guardarlo, era assorto, il viso stanco, non ho avuto il coraggio di avvicinarmi, di parlargli.
Mi ricordo i funerali, ai quali ho assistito dall’alto, dalle finestre della sala del Consiglio, non potevo allontanarmi dal lavoro. Mi ricordo il silenzio della folla immensa, che traboccava da Piazza maggiore, nelle vie e piazze adiacenti, mentre il Sindaco Zangheri pronunziava l’orazione funebre e il Presidente Pertini teneva la mano sul leggio.
E’ passato quasi un mese prima che potessi trovare la forza per recarmi in stazione, ho guardato la ferita da lontano, dal ponte, non sono riuscita ad avvicinarmi di più. Non è passato neanche un mese invece dalla notte in cui ho incominciato ad avere un incubo ricorrente, che mi faceva svegliare urlando terrorizzata. Sarebbe durato circa 2 anni.
Sono passati 35 anni, ancora non riesco a parlarne, comincio e subito mi si spezza la voce, non riesco a continuare. Sono riuscita con fatica a scrivere queste righe per la prima volta solo lo scorso anno.
Oggi come ogni anno ero nella piazza della stazione, come migliaia di bolognesi, e di altri cittadini italiani e stranieri, per stringerci ancora una volta ai parenti delle vittime ed ai superstiti di quel vigliacco, atroce, crudele atto di guerra in tempo di pace. Per dire che non ci siamo dimenticati, per chiedere ancora una volta con pervicacia la verità, tutta, senza la quale non possiamo avere la speranza di vivere in un Paese normale, dove poteri occulti, funzionari scellerati ed organi dello Stato deviati non possono uccidere i loro stessi cittadini.

Antonio Maddaloni

Bologna, 2 agosto 2015

ce la siamo fatta 41

Ahò, se adesso non ci si può più fidare dei carabbinieri di chi potremo fidarci? Della Spal?, no, già è retrocessa in serie B, della juventus, ossignur, lasciamo perdere. Giustizie e democrazia sono roba da ricchi: chi ci ha la robba vive in democrazia ed è tutelato, chi non ci ha la robba provi a votare Italia Viva, ahahahahahahah! In tempo di vairus le cose funzionano così: non c’é lavoro, ma se alla scuola servono 400.000 banchi nuovi non c’é tempo e non c’é modo di farli entro il 14 settembre prossimo, ma daiiiii allora seghiamo i vecchi, oppure seghiamo gli alunni che, in tempo di distanziamento sociale costa meno.
Il vecchio Agone, ha compiuto un miracolo di giornalismo ruspante e sul campo, raccogliendo indiscrezioni sui sistemi usati dal Duca Conte per ottenere così tanto credito da quelle due vecchie lenze di Ursula e Anghela.
In primo luogo è andato da Macron, che come tutti sappiamo è uno che va a cuccare nelle case di riposo, promettendogli le grazie di sua suocera Ewa Aulin. Con un Macron per amico, è stato facilissimo convincere Ursula e Anghela. Si è presentato al loro cospetto travestito da Pasqualino Settebellezze, e quando Anghela gli ha chiesto:
– Sporco italianen pizza, spachetti, maffia e mantolino, cosa tu folere da noi? – Il vecchio Duca Conte ha risposto:
– Mi sono innamorato di voi, io vi amo… –
Dopo che una luce ha illuminato lo sguardo di Anghela, ella ha risposto: – Anch’io mein liebe! Cuanto fuoi? Fanno pene zento milliardonen di reichsmark? – La risposta di Conte è stata secca e chirurgica: – Facciamo 209 e in Euro, io i miei trenta centimetri mica li do via per poco! –
E dopo avere incluso pure Ursula nel pacchetto… è andata come sapete.

ce la siamo fatta 21

Provateci voi a non avere jella. Francamente da quando ho fondato il Manipolo di Eroi anti Covid 19, non me ne va più bene una. Ho abbandonato Agone in discarica, mentre si danneggiava la vista in attente osservazioni scientifiche delle chiappe di Michelle Hunziker. Ho poi appreso che ha ritrovato la Prinz (vostra la sfiga della Prinz!) ed è tornato in moschea con due carmelitane scalze. Mentre vagavo in preda alle allucinazioni, dietro di me ho sentito un campanello di bicicletta, era Daniela l’ormai arcinota ragazza delle pizze, quella che passa per l’Armenia per arrivare a Castello. Ho accettato volentieri un passaggio sul cannone della sua bici, anche e soprattutto perché il vairus non è che sia sparito, quel che sta succedendo tra ieri e oggi a Bologna la dice lunga. Il guaio è che la ragazza non è organizzata bene, e sfiga ha voluto che i freni si rompessero simultaneamente. Fatto sta che la discesa era ripida, ed è stato così che abbiamo scoperto il nuovo modo di infrattarci… insomma il burrone era profondo. Scrivo dal reparto ortopedico del reparto grandi traumatizzati, la ragazza, vistosamente ingessata, si lamenta e bestemmia senza soluzione di continuità.

lettera per niente

dov’è il poeta
quando Dio chiede all’uomo
di restituire una gamba;
o la conversazione, lontana,
perché vicino non c’è niente,
si arena sulle secche
di tutto quanto non si ha coraggio
a dire, misurare,
maledette volute in slanci
di autoflagellazione e ci si chiede
cosa facciano in solitudine,
maledetti per costituzione,
picchiettare che vibra
dentrofuori dentrofuori
ma non si vede,
sensibili e incapaci
di lasciarsi uscire dalle mani
qualcosa che non sia parole,
capaci di scorgere
tutto quanto è lontano,
inadatti alla prossimità

Identico strazio

Lettere firmate, anonime,
senza mittente, destinatari ignoti
mai rintracciati.
Singolare girotondo di lettere
gettate attraverso la fessura
di casse rosse senza ora di levata.
Lettere criptate che tu solo sai
che l’ho scritta per te, come
non ci fossero altri mezzi.
Lettere in forma di bolla,
piene d’aria, oscillanti
nell’apparente vuoto in calma di vento.
Lettere perché non so fare altro,
invece di spostare rocce,
viaggiare per lunghi tratti
a rivedere il nero vestito di notte.
I vigliacchi tremano
al sapore forte di lettere
impossibili da decifrare.
Identico strazio

Silvio

La branda sottosopra
col tuo lamentarti,
per il mio fumo eversivo:
già allora eri molto più a modo.
Anche oggi ti ricordo, Silvio,
certe domeniche con l’Appiani
riempito di tifosi urlanti,
non si dormiva a Prato della Valle.
Molte sere mai, bestemmie a parte,
si sapeva cosa fare.
Avere vent’anni nel Settantanove
era meno difficile.
I bagni con le porte da Far West,
le notti al centro trasmissioni,
nemici giurati e amici perduti
il giorno dopo il congedo.
La normalità è stata voglia
di tornare a casa, andarsene
verso la vita nuova,
donne, lavoro, figli,
la vita che è stata,
lontani da là dov’era obbligo
uccidere tempo e zanzare.
Anche oggi ti ricordo, Silvio.

Quarantena 48

… e dopo una, due, tre, quattro, cinque, sei, sette settimane, anche la sacca scrotale più resistente può benissimo essere scambiata per una rete a strascico. Questo mix di ansia e noia è micidiale. L’unico veramente felice è il siamese, abituato in tempo normali a passare la giornata a casa da solo: ora sta vivendo un periodo di grazia, coccolato, riverito, si prende licenza di organizzare golpe col ragno Vargas, un aracnide guevarista piantato nel salotto buono che se ti avvicini ringhia. La Carolina sopporta, tollera, e di tanto in tanto va a farsi un bagno di sole, oggi di vento. A volte mi convinco che anche lei congiuri col gatto e col ragno per rovesciarmi. Questo è un mondo d’ombre dove si ha paura persino della propria ombra. E mi raccomando, in caso vogliate ascoltare buona musica evitate pezzi tipo Fever o Night Fever, (I got) The fever e compagnia cantante, rappresentano, per noi ipocondriaci da vairus che persino un occhio porrino ci angoscia, un sintomo assolutamente pericoloso. In realtà questo vairus è un gran figlio di puttana, ha una madre sola, ma moltissimi padri.

buona giornata

Tutto comincia tardi
da non voler consultare l’ora,
qualche orologio scarico
brilla sul comodino,
mette in risalto amnesie
di giorni e giorni.

Chiedessi il titolo
della canzone, o la forma
del portacenere là vicino
all’atto del mio concepimento,
non saprei dire, a volte
basterebbe un po’ di nebbia.

In attesa del risveglio
la casa è fredda, prova
il recupero della gioia di vivere
in atto estremo, eroico,
complicato dalla scarsa fantasia,
modesto, di amore in sé.

Quarantena 15

Cari stiliti e care stilite, buona domenica. Er Monnezza redivivo mi ha dato una splendida notizia, oggi la quarantena è di 23 ore soltanto. Una è gratis. Grazie Ora Legale, We Love You!

Andiamo per ordine, non facciamoci prendere da facili entusiasmi. Parliamo di grida.
Esistono grida di dolore, di rabbia, di giubilo, di piacere, manzoniane. Poi esistono bergamaschi e crucchi. Questi ultimi sono una bruttissima e tenace malattia della pelle, che ci affligge fin dai tempi di Caio Mario; quindi 2120 che rompono i coglioni. L’ideale è il crucco che su un balcone si metta a cantare O’ sole mio: fulminatelo con la fionda. Dessero le dimissioni da tedeschi una volta almeno, sull’esempio del buon vecchio Ratzinga alias Stramaledetto XVI.

Per quanto riguarda i bergamaschi, beh, vi rimando al filmato. Non facciamo come loro. Fate come me, smettetela con la caccia ai Pokemon!

https://video.corriere.it/bergamo/coronavirus-bergamo-non-si-ferma-video-la-canzone-pinguini/f956f214-5a3a-11ea-afa8-e7dfdde6e2a2