L’uomo bianco

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Impallidì dopo aver perduto
le ciglia nel bosco, consultò guru e sciamani:
l’algebra non fu conforto.
.
Sorrise senza comprendere
spirito e tono della boutade
del tutto assorto dalle previsioni del tempo.
.
Non seppe interpretare l’acqua a mezza scarpa,
fosse stato per lo scioglimento dei ghiacciai
o semplicemente un rubinetto guasto.
.
Gli animali da compagnia simulavano affetto,
sotto casa un cespuglio di fragole
si piegò in favore di vento.

Plenaria

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Dopo la scadenza dell’ultima proroga
la Giunta, riunita in plenaria, unanime
votò accettabile l’obbligo non obbligo
e le delibere scesero a valle come torrenti
donando sommo refrigerio al popolo,
tutto contento, salvo lo scontento:
la democrazia è imperfetta, celebrarono
ognuno a suo modo il provvedimento
che stabiliva priorità, corresponsabilità,
aumento dei prezzi e calmieri,
punizioni severe e amnistie, una per tutte
e tutte per una. I turnisti felici
ripresero a battere e tagliare ferri,
un po’ come fanno le schiave sotto i pesi
di un debito inventato, decisivo.
Verso sera, tutti insieme
attorno a tavolate di influenze
imbandite per civiltà, con le mani in alto
per atterrare il tramonto.

Com’è vivere nella balena

Da una stazione in fondo al cuore
con treni in orario, tendine dietro i vetri,
alloggi e marciapiedi puliti.
I soldati in partenza torneranno tutti
vivi e vincitori, le spose dietro la porta
pronte ad aprire.
Operai e villeggianti venderanno,
passeranno il proprio tempo
in stridente armonia. Quanto a me,
nemmeno Giona sapeva
com’è vivere nella balena.

Prove

Alla fine potremmo fare ricordi
e tanti bei pezzettini d’insoddisfazione
sparsi qua è là durante le sequenze d’atterraggio;
qualcosa morde, avverte l’ironia
in ogni cambiamento, mai gradito, mai voluto,
cose pronte a passare addosso, e le costole
passaggi pedonali.

Un’occhiata al cielo

la prima tendina smossa,
l’occhiata premonitrice al cielo
dice: i vetri sarebbero da ripulire,
niente uccelli o camini in volo
,
aprissi il vetro,
un’aria brutalissima azzannerebbe

ogni mattino disturba il sonno
malgrado non faccia giorno,
gocce pendono dal filo del bucato
senza voler cadere, si farebbero male

ruminare inutile di preghiere e parole.
tutto quanto manca al mio mulino a vento
è lontano,
grazie del capire di aver capito niente

Sanguinoso bisogno

Sanguinoso bisogno
di un reddito mensile
per far fronte
alla spesa alimentare,
alle esigenze di casa,
all’educazione dei figli,
per pagare le rate,
ogni mese è sempre più corto

sarà sogno
il giorno in cui il figlio
prenderà la laurea
per non rimanere inchiodato
a una macchina, dentro un cantiere
quando c’é così bisogno
della proprietà intellettuale,
saper far di conto
come i nostri politici non fanno,
e i sindacalisti non sanno più fare

ciò che rimane andrà a risparmio,
c’é una vecchiaia per tutti
oltre la silicosi e i tendini rotti
pensavo fosse dura ma possibile
la vita,
fino al giorno in cui
hanno delocalizzato il cuore

è bastato un televisore,
un telefono,
per dividere noi altri
figli di un secolo finito,
morti, sepolti,
al posto della croce
la defunta coscienza di classe.

il punto di vista

Il punto di vista
dentro un androne vuoto,
sopra il parquet la pioggia,
la femmina in calore
non è figlia di donna.
vuoto il parcheggio sotterraneo,
dove sono finiti tutti?
giusto per proseguire l’umore
non pensare oltre,

il punto di vista
incoerente, confuso
dal colore dei capelli
cedessero tutti
per sentire minor peso sulla testa,
qualcuno talmente anonimo
da non essere notato
nemmeno dandosi le fiamme;
tutti a furoreggiare adesso!
riapre il vaudeville
della Grande Riforma

A fil di spada

Spandi il verbo,
tenendo bene in mostra il culo
sfinito dalla stanchezza
di tante sedute.

Nulla risarcirà la storia,
né il mancato talento
per quanto usato male,
del non essere nato dio
e aver sbattuto la faccia
contro una somma di vasche
fin da sempre.

Ancora ammiccano
orli di palpebre,
le loro chiese saltate.
I porci barbuti urlanti
dio è grande!

Gli schizzi di sangue
affievoliscono
dopo il primo oltraggio,
scrivono sulle piastrelle
che non c’é amore.

Tempo di tempesta

di questa Italia
bella e vissuta
nei panni della donna
invidiata
da tante altre donne
rimangono muri

caduti i più recenti
porte e scale mobili
sforzi e lettere
di chi non è più artista

chi l’abita
ha perduto ogni voce
ma parla parla
confuso nell’impossibilità
e dai vetri

la finestra ha due sguardi
acceso dentro, alla luce
e al calore degli abbracci,
fragile fuori
dov’è tempo di tempesta
col suo dannato bussare