Grassi d’inedia

La casa dell’immaginazione sfrattata con disonestà
cacciò lo spirito dai muri, infestò varchi e strade.
Vuoto a partire da marzo con l’intervento della polizia;
i giornali riportavano numeri, davano i numeri
nessuno di questi attendibile.

Pertanto, travestiti da Nestore,
e col valore di alcuni eroi omerici, qualcuno si dimise,
qualcun altro si lasciò conquistare,
a maggioranza si chiamarono grassi d’inedia
con rinuncia a ogni forma di libero pensiero.

I tigli risalivano fiumi da cui scendevano gli impiccati.
Molte le rappresaglie: tu sei morto, ancora parli?
La civiltà divenne una torcia elettrica data alle correnti.

Accadde tutto ufficialmente da marzo e aprile:
distanziati da ogni senso critico,
pronti a cavalcare l’inerzia intellettuale successiva e precedente.

barbari

rubano lasciando fumo,
offendono ogni giorno questa comune
e le loro donne:
cambieranno maschera, mai recita

barbari, avvocati del diavolo,
col proprio stuolo di chierichetti
bevono senza sete,
mangiano senza ritegno
con immondo appetito,
mangiano purché non mangino altri

parassiti ignoranti non temono biasimo
ma, prima che il soffitto crolli,
sono già scesi in cortile
ad annusare beati rose di pietra,
senza stupirsi dei profumi assenti

non fingono di nascondere
quello che fanno,
il pudore vestale
non abita più le rovine di Roma

Atene è svenduta, Babilonia risorta,
ogni sensazione si aggira, orfana,
nelle terre indurite dalla siccità
pronte al soffio che le porta via

europa

barba e capelli di tagliati di fresco,
facciamo musica all’intorno di sedie vuote,
accatastate su nomi
di chi non è più tornato.
lo stesso suono canta ancora
sotto le mani, quelle di un tempo.
il nemico vive, ha cambiato tempi e modi
lo sappiamo bene:
questa europa non lascerà eredi,
poche mazzette di banconote
rimarranno sulle strade a macerare,
sciogliere nella pioggia di marzo,
a volare sulle ali di venti estivi,
a tremare nelle tempeste invernali

Africa

proseguono puntuali traffici,
dentro l’antro di stelle
strade senza uscita, pezze di sereno
lumi avvolti nel mistero

l’uomo nero appeso per il collo
a rischiarare il cammino

dite basta all’uomo bianco
missionario volontario mercenario,
tenete al sicuro i vostri bambini

Africa buttali a mare, salva i tuoi figli
dallo straniero ubriaco di promesse
e col sangue sui denti

buona giornata

Tutto comincia tardi
da non voler consultare l’ora,
qualche orologio scarico
brilla sul comodino,
mette in risalto amnesie
di giorni e giorni.

Chiedessi il titolo
della canzone, o la forma
del portacenere là vicino
all’atto del mio concepimento,
non saprei dire, a volte
basterebbe un po’ di nebbia.

In attesa del risveglio
la casa è fredda, prova
il recupero della gioia di vivere
in atto estremo, eroico,
complicato dalla scarsa fantasia,
modesto, di amore in sé.

tutto sta

non scrivo,
siamo lontani e non viene bene.
sognata una strada di negozi
che, passeggiando, offre
conigli e topi,
oltre alla tentazione del seno.
i ladri sono denudati
e umiliati in pubblico,
pur essendo la strada vuota.
penso, oramai, sia il punto
dell’amore inutile, non è cura,
quanto bisogno di lontananze
negando per dirne il contrario.
addio è la barca in allontanamento
dal retrogusto del pontile,
a bordo nessuna mano
pronta ad afferrare.
tutto sta
nell’incavo del silenzio.

acqua

torna la moda dei cigni,
valige di stracci
e qualche pseudonimo,
per i bagni d’acqua
basterà la bocca giusta

il mondo non è
un individuo bizzarro,
respira, nutre, si nutre,
fa l’amore coi suoi figli,
invecchia, muore

di spalle al lago
l’orizzonte ininterrotto
domanda senza risposta
al mondo che ha sete, scivola
un segnalibro d’insonnie

redenzione

benvenuti all’autobus
che non si sa dove cazzo va
(una recluta, dal film 1917)

manteniamo intatta la redenzione,
dovremmo farcela
alleando la ragione coi sensi

distinguere finalmente il bene dal male,
tutto quanto è bene
non è danaro, oro, potere,
tutto quanto è olio sulla testa
cade a gocce, muore in terra

al prossimo indigente
cui negheremo lo sguardo,
saremo trasferiti
al reparto incurabili
e di là, alle docce

scusa il disturbo

scusa il disturbo, ma adesso
il video è bucato assieme ai vetri
e il porco disperato che arrossisce
dentro un trasporto eccezionale
sei diventato tu

terminati i denti, ai macellai
rimangono le pistole ancora cariche

come ti senti nella sifilide avanzata
pronta a consumare i muri,
erano così belle le disgrazie altrui
da consumare a cena
prima del meretricio?

e la malinconia ha ceduto
al terrore di una noia da riempire?

come ti senti in chiese e prati vuoti,
nella rinuncia che hai preteso
al mondo di cui sei stato il centro?

vai sul terrazzo a cantare eccessi,
adesso che non sei più separatista
sei diventato ermetico anche tu,
ti farò sanguinare con la mia fionda

senza storia

latrare immobile, il tempo
pioggia battente, lo steccato
finestre accese, non si vede
dentro, invisibili onomatopee
del tutto impronunciabili:
un’esclamazione indietreggia,
ancheggia sorridente l’insetto
futuro sacrificio di primavera,
che marzo è buio,
nessuno ha pensato di far luce
troppo preso, immobile,
sensibile all’infinitamente
piccolo; ogni cambiamento
amplificato spacca i timpani
di un udito basso
da sembrare sessantenne,
senza suono o parere,
senza storia