Tempo di tempesta

di questa Italia
bella e vissuta
nei panni della donna
invidiata
da tante altre donne
rimangono muri

caduti i più recenti
porte e scale mobili
sforzi e lettere
di chi non è più artista

chi l’abita
ha perduto ogni voce
ma parla parla
confuso nell’impossibilità
e dai vetri

la finestra ha due sguardi
acceso dentro, alla luce
e al calore degli abbracci,
fragile fuori
dov’è tempo di tempesta
col suo dannato bussare

moneta spiccia

Godetevi la guerra, perché la pace sarà tremenda.
(Léon Degrelle)

allora dico a voi, parlate
dalle vostre chiese senza dei,
di orpelli soltanto
dove consumare sacrifici altrui,
d’infedeli spendibili, moneta spiccia

oggi taglieremo il terrore.
domani l’amore e poi la pianura.
faremo navi e campi dei vostri alberi.
sarete nuova moneta da fondere
per tagliare miserie

nel frattempo rimanete là
inutilmente a raccontarvi meraviglie
ostinati a seguire il vuoto
e non dubitate, questa pace sarà orribile

suono fuori corso di moneta sbattuta
non sei melodia destinata a rimanere,
ma lo sconcerto straniante
di un giorno senza sole né calendario.
un’impronta per terra poco più

dentro il nulla di lettere non scritte

caldo in montagna, autunno dentro casa
sempre pronto a infliggere lievi ferite
a chiedere un cassetto per duettare abbandonato

stagione a tempo perso
dentro il nulla di lettere non scritte
da qui al destino insolito

dilungato per sentirsi amati,
qualunque sia stato il nome attribuito.
ovunque radichi o si dimetta sarà sempre altrove

che non è amore

l’attico interrato, sfuggente
dentro un baratro di buone maniere:
musica da camera per adulti incontinenti
ritrovato il silenzio dietro borchie di ghiaccio,
espedienti sterili alzare tono e volume
dimenticata alla svelta la lunghezza delle note,
plagiato il senso d’eterno
dove tutto termina

il traffico corre tracciando luci bianche
è spezzettata sensazione il movimento.
la pista si riempie di cavalli nervosi,
conteremo fino a cento per essere a casa
prima del tramonto

si svolge l’implacabile battaglia,
collo e faccia anneriti da guerrieri illusi
che siano abiti nuovi le uniformi a brandelli.
chi l’indossa torna cambiale,
riscossione coatta di un debito
che non è amore

memorabili momenti di gioia

è fatica immonda essere,
insistere, mai diventare.
qualcuno vive nell’incerto
di gas o sapone,
treno, autostrade in ora di punta,
memorabili momenti di gioia

qualcuna sceglie l’amore
con cui andare a dormire
imbarazzata dalla scoperta del sonno

una cagna ha subito il rito
del sacrificio sull’Emilia,
urtata da un pirata sul rettilineo
e, tanto è stato violento,
ha espulso il feto.
inspiegabile è il cancro
di tante ninne nanne mancate

l’acqua

certi blues lenti
sanno di cose ritrovate,
dicono non siamo più bambini,
navighiamo normalmente a vista
tra scogli a pelo d’acqua,
persino le luci dei porti
ingannano i lungomare

l’acqua non ha più lo stesso colore
di pioggia appena appena turchese,
l’umanità forte e fiera
ha preso anni d’aspettativa,
qualche cosa rimane,
fora le chiglie,
ci riporta all’acqua

il Castello

chiuso nell’abitacolo di pioggia
un carico di ciottoli sul cuore
che, battendo dietro la maglia,
non vede la strada bagnata,
le buche, qualche risalita
costata cara anni fa,
non c’è sentore di destini
ancora da ritrovare;
le carte dicono il Castello
in lontananza, la musica copre
sensazioni più taglienti,
pericolose da rimanere carne bianca,
consumati i denti
da uno stridore non voluto,
re sole si diverte dietro le nubi

di una finta bionda

diversamente alta si specchia
nel suo vuoto di gomme
sputate e indurite da generazioni
di anfibi andati a morire
nell’illusione di aver trovato tana

la cantatrice calva
si avvinghia accattivante,
vende bomboniere color cioccolato,
finta vedova, dialoga senza vestito
con la cagnetta dirimpetto,
ma la colpa è degli uomini

tutti non hanno idea di chi sia
la sua pretesa dignità
esibita a figura intera,
tenga pure la signora che non è
col sorriso sghembo
di chi non sta in piedi
ma cerca puntello nel consenso
di una pretesa igiene mentale

ognuno spieghi come può
vicende da ghiaino sbattute col cinismo
di una finta bionda
sul punto di scoppiare

*

(ciao, so che vieni a leggere di nascosto, sii sempre positiva)

I Capi

I Capi hanno facce distese,
sorrisi sbiancati e bicipiti lavoratori,
i più anziani portano con sommo decoro
dignitose gobbe d’esperienza.
Le donne indossano firme, non fosse
per i canini pronunciati e dissonanti
con certa vocazione da sposa cattolica.

Saggi come il vuoto,
i Capi non conoscono fame e freddo
perché lavorano trenta ore al giorno,
per loro è passatempo
percorrere la Nazione in lungo e in largo,
capire meglio i bisogni della gente
e parlare al popolo, loro fragile creditore,
allegando ogni volta l’Annuncio tanto caro
di una nuova, straordinaria, riforma.

Mussolini, cento chili d’ossa
altrettanta pappa e ciccia, fa capolino
a benedire la nostra bella libertà.

I Capi sanno bene
che la guerra è pace, la povertà ricchezza,
non hanno parte né colore,
come diamanti restano per sempre.

dietro casa

distratti dalla nuova luna
là, dietro casa, iene e piccioni sporcano,
un uomo grida l’orrore della sua vita.
vorrebbe aprirle la giugulare
sputarne il sangue, ripagare con disprezzo
tutto quanto ricevuto in forme
di sassi appuntiti, e fa anche caldo

lo hanno notato alcuni perdigiorno
hanno tentato improbabile conforto.
grida da ustionato in nome della pace
hanno riempito una strada altrimenti vuota.
i pidocchi, non più sotto controllo,
prosciugano ogni palude d’umanità
rimasta sotto il cielo

infine il centodiciotto
ha ripulito la scena, portato via tutto