buona domenica

siamo quelli che augurano
buona domenica,
e tu, figlia,
troppo presto per dirlo,
ma le armi spuntano
contratte dal dolore di viaggi
non ancora compiuti

e i poeti,
piccole corti astratte,
volano via
in gocce d’acque di colonia
fuggite e cadute,
l’ancora non pensa alla nave
non vuole annegare

adesso mi alzo,
faccio qualcosa,
il pianto in bocca,
le parole facilmente
si lasciano convincere, ma
abbiamo bisogno di tutto
fuorché parole

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il reduce

Mai un tappeto volante
quando c’è bisogno.

Vedo Enrico affrettarsi all’ultimo,
lercio di sangue e fuoco amico,
nulla lo distingue dall’austriaco:
la direzione è comune, il fine opposto.
Salvare la vita correndo a perdifiato,
e la divisa ha perduto ogni colore.

Non c’è pudore nell’artiglieria furente.
Carne contro metallo vince il secondo.
Lo rivedo col cuore in gola,
lo sento votarsi a una fine imminente,
pregare la Madonna della Concezione,
la ferita copiosa con l’ordigno dentro
fare male al mutare
di tutti i tempi a venire.

Raccontava il suo tempo nato vecchio,
sempre orgoglioso di sentirsi reduce
da mille vicende tutte fuggite.
Le poche parole sciolte col vino.
Rivedo Enrico, lo porto dentro.
So di essere Il suo unico insuccesso.

(a mio nonno Enrico, eroe)

frequenza ottantasette

hai paura?
il farmacista prende la pressione,
alta, da pneumatico

il cuore batte dentro il braccio
e fa un po’ senso,
passo in rassegna ogni paura
nell’adunata generale,
una ha la barba malfatta,
l’altra una piega sulla giubba,
la baionetta senza sicura,
i pensieri altrove

a ognuna manca qualcosa,
sembrano amori trascorsi
saltando sulla corrente
da un tronco all’altro,
tra maree poco distanti:
dovrei cambiarmi le mutande,
impegnarmi di più

frequenza ottantasette battiti,
sono vivo, me ne vado

la poesia

sono tua moglie, le tue doglie,
il serpente piumato dell’età d’oro

mi accanisco sui tuoi resti
per restare sul mio piacere

salto improvvisa sul tavolo
a unghie spianate rovescio l’architettura

a volte spalanco le cosce
ma la visione è limitata, sono ovvia

non mi lasciare
non ho altri che te

eppure non c’è odio migliore
nel sentimento di ogni giorno

quando il portacenere è colmo
e turba il più accanito dei fumatori

non ho pubblico, ho privato
non smetto l’impossibile. mai

Ascolta & Leggi: When The Poets Dreamed of Angels di David Sylvian e un inedito di Riccardo “Sin” Mattii

Sin mi ha fatto incazzare fin dal nostro primo incontro virtuale, ma poi col tempo è sbocciato un affetto che è andato oltre la sua prematura scomparsa. Alla sua cara memoria.

Gli Arcipreti cantavano con voce di bue.*
Innalzavano un sonnolento inno al SignOre
in un latino ondeggiante,tenorile, a lettere nere.

Il loro canto era un paradosso
in quel cielo straniante
dove non pareva regnare altro
che lo specchio UsToRio del sole.

Un merlo guizzo’ da un Cipresso
sull’impugnatura stagionata di sudore
della vanga abbandonata nel quieto cHaos
della terra smossa.

Mentre i TIR cambiavano marcia
ad un kilometro di distanza,
un frettoloso,inopportuno scampanio,
un suono sfuggito, che s’interruppe all’improvviso
cosi’ come era iniziato

pensai

babbo mai piu’ mi parlerai ed io non chiedo
ma ti prometto che quando riusciro’ ad accettare il futuro
tutto questo fara’ parte di una poesia.

(per gentile concessione della sorella, Beatrice Mattii)

Ascolta & Leggi: Hey Jude – Beatles con una lettera di Raffaele Delle Femine alla figlia

LETTERA AD UNA FIGLIA di Raffaele Delle Femine

Cara,
io ho avuto la ventura di vivere gli anni della speranza, quel tempo in cui la pace era la figlia della guerra e del suo stesso timore, e che per le paure o il coraggio degli uomini a volte era forte e a volte era debole, eppure ogni mattino aveva la leggerezza e il profumo di un petalo di rosa e le sere regalavano agli occhi la luce del domani, e noi giovani eravamo certi che la bellezza era il nostro destino, che saremmo cresciuti uguali, liberi e fratelli, che saremmo riusciti a vincere le differenze e avremmo fatto della diversità la più grande certezza di libertà, nessuno sarebbe rimasto indietro, né solo, né povero, né malato, tutti saremmo arrivati a capire la realtà con gli occhi della scienza e anche a credere nell’uomo dio di sé stesso, fino a portare il nostro piccolo mondo verso l’infinito di cui una poesia ci fece innamorare.
Oggi che la mia gioventù è la tua, devo confessarti che di quella speranza non è rimasto neppure il sogno, forse siamo stati distratti da quella stessa pace, forse siamo stati abbagliati dalla troppa ricchezza, forse siamo stati deboli per troppo piacere, forse siamo stati illusi dal potere della mente, forse siamo stati ingannati da noi stessi, ma tutti questi forse non ci assolvono, noi siamo colpevoli di quanto oggi accade, del male che è tornato ad essere lo specchietto per le allodole ignoranti, del vuoto di memoria che sta colpendo nel segno, della tristezza dei vostri occhi senza luce, della miseria e della povertà d’animo che sta vincendo sulla conoscenza e sul sapere.
La storia è fatta così, periodi che vanno e periodi che vengono, noi giovani che avevamo la speranza nei cuori, per un tempo che è durato troppo poco, abbiamo per davvero sognato di cambiarla la storia e farne una, infinita e meravigliosa, ma abbiamo fallito, ora tocca a voi, resistete al male, lottate per il bene, credete nell’uomo, non tornate ad essere soltanto animali, sappiate fermare l’ignoranza.
Quando hai sentito parlare di resistenza e non hai capito, ecco, questa deve essere la vostra nuova resistenza.
Tuo padre.

Monologo sulle maree

Sorrisi, cicatrici astiose,
armi segrete ingombrano
l’ultimo giorno d’estate.
Colette dai primi d’autunno
forse sarà
ben più di un uomo,
castità e virtù
chiuse senza mandate,
un solo piccolo bacio
rimasto in penombra.
Vuole una calza
che schizzi circi
e altri ospiti, sotto
una veranda di alberi alti
per oscurare il tempo
e la marea vigliacca.
La sigaretta accesa
a ingannare allarmi.
Dov’è finita?
Chi ha già vissuto
per piacere si allontani