Seduta accanto alla bottiglia del tè

Lunghissima gugliata di margherite,
ognuna legata all’altra.

In direzione opposta
file quadrate e infinite di guerrieri
senza più casa.

Seduta accanto alla bottiglia del tè,
assorta in quel che porti,
un lato delle labbra nascosto
nel bavero, poco prima di Forlì.

Tanta pioggia, deriva ovunque sia
a polverizzare un videogioco.
Raggiungere il punteggio minimo
per vincere un’altra vita.

Non sia deriva, spero,
nemmeno un letto in sassi
dentro il torrente inaridito.

Reale

Il reale è parco.
Se l’occhio è nudo,
certo patirà freddo.

La carne, gelsomino
rampicante sui legni:
il sentimento più puro,
volatile e pronto
per diventare Infinito,
o finire nel cestino
con altri studenti fuori sede.

La mia casa
è ovunque sia Tu.

E per antitesi vigliacca
un pessimismo carnale da poeta
pronto a vendersi
per le sue lagne.
Oppure a cedere
al primo moto contrario;
al non so cosa ho detto,
ma mi è piaciuto.

A voler chiudere
questo armamentario fiacco,
per redimerlo, dirò
non esiste poeta civile,
ma c’è carne, la più rara,
che sa pensare.

Mia madre morì giovane

Cosa può sciogliere montagne?
Dove sei, cosa fai, cosa pensi
di me? … angelo diddio …

Nel sottobosco di pensieri
tra quotidiano, arroganze,
resistenze, santo subito,
la teleselezione della carne
comincia al risveglio.
I miei si sposarono nel Cinquantasei.
Nacqui tre anni dopo,
di prima non so nulla.
Mia madre era bellissima ma,
già dopo me perdette molto
di quella che era stata.
I miei fratelli, Fabrizio, l’altro
cui non poterono dare nome,
volarono via prima di partire.
Poco dopo il matrimonio terminò.
Mio padre visse giovane,
morì giovane. Mia madre
invecchiò subito, votata
da ganci nelle carni, tenuta giù
per terra dalla precocità
di denti neri e capelli bianchi.
Mia madre morì giovane.

Scrivi Poesie

Scrivi poesie, sì,
scrivine senza far rumore.
Dedica a chiunque voglia leggere,
ma non imporre.

Scrivere non è emozione
per fermare il tempo,
è modo di ricordarne le corde.
Se credi nella tua bravura,
anzitutto leggiti
poi lascia decantare.

Non consegnarti a scuole o accademie,
scriverai come tanti,
poiché è migliore
la birra non filtrata.

Splendi le parole,
sapendo bene, se pur le stesse,
quanto siano diverse
quando non racconti.

Lasciale brillare
poi falle asciugare, in modo
da fare invidia al silenzio.
Non ripeterti,
spezza bene il tuo verso.
Risparmia sui che, sui fili,
sui come, ogni dondolio
e lascia in pace i gabbiani.

Scrivi poesia, leggine
seduto sulle spalle dei giganti.
Non darti al già visto,
già sentito. Facci l’amore,
accorgiti quando viene.
Amala, stringila ancor più,
sia mai dare per avere.

Il colloquio.

Raggiungere un giardino dove
dimora tutto il silenzio del mondo
non è stato facile, forse
indossavi scarpe sbagliate
ma il tuo cuore è giusto.
Lo stesso di lui che pulsa in te.
Ho portato il tuo respiro
come tu porti il suo cuore,
specie dove la salita sembra
non voglia più terminare.
I fiorellini sistemati sulla pietra
hanno conservato il sapore
della pagina di Danilo Dolci
letta poco dopo.
Il commiato non esiste,
quando il bene più prezioso
salva la vita e non chiude
il colloquio.

Ho incontrato un re

Infine, dopo la questua,
saranno tutte mani.

Non capisco quel che dice,
ho incontrato un re.

Detronizzato, esce dal convento,
ha una focaccia in mano
e non lo vedo più.

E’ respiro di re, partito da lontano,
torna senza niente.
Mangia la focaccia, fiato e parole,
nasce un’altra volta.

Le beghe della Provvidenza
non stanno a centrattacco,
né Lui sarà mai convocato.
L’attaccante lascia segni sui legni,
si dovrà rifinire lo sfregio ostile.