fine carriera

cretino a fine carriera,
ho speso la vita a detestare ogni fatica
fingendomi portatore d’armonia,
amato dai colleghi
malgrado il disordine delle carte

versificatore modesto,
ho fatto il ragioniere convivendo
d’amori provvisori,
lontani quelli veri

il tempo rimasto urla un gran recupero,
i ricci sempre ribelli,
l’Etna è di gran lunga più tranquillo ma
forse per neve, si macchiano di bianco

vieni primavera,
treno senza più ritardi, portami con te
dov’è amore il bimbo sciolto tra i fiori,
lo sguardo delle cose ancora vive,
uguale ogni giorno nel tempo che verrà

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Ascolta & Leggi: Primo Maggio di Festa

Oggi è la Festa dei Lavoratori e del Lavoro, che c’è ma non lo si vuole più retribuire il giusto. Sia l’occasione per rivendicare e ricostruire una sana e decente civiltà del Lavoro.

La Gru (Roberto Roversi)

Una cosa inanimata diventa viva e agile

Felice, libera, s’alza
nel cielo, addenta
le nuvole che vanno;
furtiva cala, si volge, affloscia
il muso sulla terra.
Rianimata s’impenna e sale
toccata dai veli dell’alba.
Lenta sui tetti sfiora nembi, torri;
mossa da un ignoto spirito,
fra case e uomini dormenti
con il solido ferro è viva, freme;
squilla nel primo mattino.
Forma possente armonica distende
sull’attesa del giorno
manna giuliva, d’oro.
Voci, fresche voci ridono
alla sua danza.
Mi dà forza e speranza.

*

Madre operaia (Ada Negri)

Nel lanificio, dove aspro clamore
cupamente la volta ampia percuote
e fra stridenti ruote
di mille donne stemprasi il vigore,
già da tre lustri ella affatica. Lesta
corre alla spola la sua man nervosa;
né l’alta e fragorosa
voce la scuote della gran tempesta
che le scoppia d’attorno. Ell’è si stanca
qualche volta – oh, si stanca
e affievolita!
ma la fronte patita
spiana e rialza con fermezza franca.

*

Domande di un lettore operaio (Bertold Brecht)

Tebe dalle Sette Porte, chi la costruì?
Ci sono i nomi dei re, dentro i libri.
Son stati i re a strascicarli, quei blocchi di pietra?
Babilonia, distrutta tante volte,
chi altrettante la riedificò? In quai case,
·di Lima lucente d’oro abitavano i costruttori?
Dove andarono, la sera che fu terminata la Grande Muraglia,
i muratori? Roma la grande
è piena d’archi di trionfo. Su chi
trionfarono i Cesari?
La celebrata Bisanzio
aveva solo palazzi per i suoi abitanti?

Anche nella favolosa Atlantide
la notte che il mare li inghiottì, affogavano urlando
aiuto ai loro schiavi.
Il giovane Alessandro conquistò l’India.
Da solo?
Cesare sconfisse i galli.
Non aveva con sé nemmeno un cuoco?
Filippo di Spagna· pianse, quando la flotta
gli fu affondata. Nessun altro pianse?
Federico II vinse la guerra dei Sette Anni. Chi,
oltre a lui, l’ha vinta?
Una vittoria ogni pagina.
Chi cucinò la cena della vittoria?
Ogni dieci anni un grand’uomo.
Chi ne pagò le spese?
Quante vicende,
tante domande.

Perché nei libri di storia si parla solo dei grandi e mai degli umili?
Perché gli archi di trionfo furono eretti solo ai Cesari e mai ai loro legionari? Sono le masse le vere protagoniste delle
vicende storiche o i singoli uomini, re o condottieri, i cui nomi sono passati alla storia? Queste domande di un lettore operaio hanno nei versi la risposta: le costruzioni imponenti e le imprese militari, vittoriose o disastrose che siano, non possono essere attribuite ad un uomo solo, ma a quanti di quelle vicende furono protagonisti, anche con compiti umili.

*

Sui diritti (Flavio Almerighi)

E basta dodici ore e pagarne otto
con la morte bianca sempre in agguato!
Il lavoro rende liberi,
scrisse un fabbro sopra il cancello,
e lo stomaco si ribella
a chiunque passi, volendo ricordare.
E basta disperare
ogni seconda metà del mese della vita,
troppi arrancano,
pochi spolpano senza pudore.

Dicono sorridenti: Tranquilli,
la Grande Riforma si farà, è già pronta!

Tutti, stanchi ma felici,
tornano a casa. Intanto
di notte smontano gli impianti
per trasferirli dov’è più freddo,
ma nessuno fa domande sceme
sui diritti.

Guardali

Guardali,
tutti presi da quei telefonini,
quasi una mano spuntasse
a prenderli per il collo
e trascinarli dentro un pozzo nero,
buchi neri ne abbiamo abbastanza.

Nemmeno si divertono più,
i leoni hanno perso i denti,
i notiziari le notizie,
il sale è senza sodio.
I cinema sono vuoti,
non ci si va più nemmeno per la fica.

Meglio il telefono che avere una coperta.
Quello del cinema, nero di rabbia,
inchioda i cartelloni
come farebbe con Cristo in croce.

Roma Antica: musica dell’antica Roma, epigrammi e poesie di Marziale.

“Ti depili il petto, le gambe e le braccia,
e hai rasato i peli che ti cingono la minchia.
Fai ciò, oh Labieno -chi non lo sa?-
per la tua amante. Per chi, oh Labieno,
ti depili il culo?” (II, 62)
*
“Oh Basso, le vecchie ti eccitano,
le ragazze non ti interessano,
ti piace una vecchia vicina alla tomba
e non una bella donna. Non è questa,
di grazia, una follia, non è pazzo il tuo pene,
dal momento che con Ecuba
puoi godere e con Andromaca no?” (III,76)
*
“Oh Galla, mi chiedi perché non ti voglio sposare?
Sei troppo colta: il mio membro fa spesso errori di grammatica.” (XI,19)
*
“Un mattino si presentarono a Fillide
due uomini per fotterla, e ciascuno
desiderava possederla nuda per primo.
Fillide promise di concedersi ad entrambi
nello stesso tempo e lo fece:
uno le alzò il piede e l’altro la tunica.” (X,81)
*
“Oh Ligeia, perchè ti depili la vecchia fica?
Perchè tormenti le ceneri del tuo cadavere?
Tali raffinatezze si addicono alle fanciulle;
ma tu ormai non puoi pensare
neppure di essere una vecchia.
Questo, oh Ligeia, credimi, non si addice
alla madre di Ettore, ma alla sposa.
Ti sbagli se pensi che questa tua sia una fica,
per cui nessun pene sente più interesse.
Perciò, oh Ligeia, se hai un po’ di pudore,
non strappare la barba a un leone morto.” (X,90)
*
“All’ingresso della Suburra, là dove pendono
le sferze insanguinate dei carnefici,
e molte botteghe di calzolai si affacciano
sull’Argileto, sta seduta una barbiera.
Questa barbiera però, oh Ammiano,
non fa la barba, ti dico che non fa la barba.
Allora cosa fa? Rade!” (II,17)
*
“Con te son passati trecento Consoli, Vetustilla,
e ti accompagnano tre capelli e quattro denti,
il petto di una cicala, le zampe ed il colore d’una formica;
mostri una fronte piena di grinze più della stola (d’una matrona)
e le tette assomigliano alle reti dei ragni;
un coccodrillo del Nilo ha la bocca
angusta se comparata al tuo mascellone,
e le rane del ravennate borbottano più piacevolmente,
e le zanzare sibilano nell'(ampio) atrio più dolcemente,
e vedi quanto i vecchi gufi riescono a vedere alla mattina,
e puzzi come quel marito delle capre,
ed hai le chiappe di un’anatra macilenta,
e la tua fica smunta supera il vecchio Cinico;
il guardiano dei bagni ti ammette insieme alle puttane
che alloggiano nelle tombe sol quando la lucerna è spenta;
per te Agosto è un mese d’inverno
e neanche la febbre pestilenziale può scongelarti:
ed ancora dopo la morte di duecento mariti hai il coraggio di andare a nozze
e come una pazza cerchi un uomo che si ecciti
per le tue reliquie. Chi desidera il sasso (tombale) di Sattia?
Chi mai si unirà a te, chi ti chiamerà moglie,
quando Filomelo non tanto tempo fa’ già ti chiamava nonna?
Se pretendi che qualcuno scavi fuori il tuo cadavere,
che si prepari il letto del triclinio infernale
il solo adeguato al tuo talamo nuziale,
e il crematore porti dinnanzi alla nuova sposa la torcia:
solo la fiamma ardente può penetrare codesta fica”. (III,93)
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Marco Valerio Marziale (in latino: Marcus Valerius Martialis; Augusta Bilbilis, 1º marzo 38 o 41 – Augusta Bilbilis, 104) è stato un poeta romano, comunemente ritenuto il più importante epigrammista in lingua latina. Dappertutto, nella sua opera, l’autore è presente in prima persona ed è sempre possibile scorgere la sua personalità. Ciò che risalta spesso è la sua insofferenza verso la vita da cliente, che vive come una vera e propria mortificazione, che contrasta fortemente con le aspirazioni e i sogni della sua vita.
Ciò che prevale, comunque, è l’aspetto comico-satirico, spesso reso dal fulmen in clausula, o in cauda venenum (in italiano stoccata finale), ovvero la tendenza a concentrare gli elementi comici e pungenti nella chiusa dei componimenti, terminati con una battuta inaspettata, chiamata aprosdoketon. Gli epigrammi sono brevissimi (come voleva la tradizione): l’elemento comico è concentrato nella seconda parte del componimento. Si tratta di una struttura bipartita. Tale tecnica è lo strumento privilegiato della sua poesia: il senso stesso e lo spirito di moltissimi componimenti sono da ricercare nel finale dell’epigramma, «che a volte riassume i termini di una situazione in una formulazione estremamente incisiva e pregnante, altre volte li porta ad una comica iperbole, altre volte li costringe a un esito assurdo o a un paradosso, altre volte li pone all’improvviso sotto una luce diversa e rivelatrice» (Mario Citroni). Marziale dimostra di riuscire sempre a cogliere la comicità che si annida nelle situazioni reali, specie nei vizi e nei difetti umani. È così che si delineano nei suoi versi molti tipi umani: dal pervertito al finto ricco, dalla lussuriosa all’ubriacona e così via. I componimenti di Marziale rivelano l’influenza della filosofia epicurea della sua epoca, con la ricerca di una vita semplice e il disimpegno politico, con la metafora esemplare della lode alla tranquillità e al calore del focolare, mentre fuori dalle mura domestiche infuria la tempesta.
Non mancano però esempi di elevata delicatezza e lirismo: è il caso della poesia funebre (non molto frequente) che ci permette di scoprire un Marziale insolitamente delicato e raffinato: è il caso dell’epigramma dedicato a Erotion (V 34), una fanciulla morta sei giorni prima del suo sesto anno, per la quale il poeta chiede alla terra di non gravare sul suo piccolo corpo, giacché lei non l’ha fatto su di essa. Di grande originalità si rivelano i componimenti caratterizzati dalla commistione di elementi di comicità a motivi funebri.
Con Marziale si ha l’affermazione dell’epigramma come strumento letterario: prima di lui l’epigramma, risalente all’età greca arcaica, aveva una funzione essenzialmente commemorativa e veniva usato per ricordare positivamente una cosa o una persona (ed infatti la parola “epigramma” deriva dal greco e significa “iscrizione”); grazie alla sua opera invece esso, pur conservando la sua brevità, si occupa di nuovi temi quali la parodia, la satira, la politica e l’erotismo.
Dal punto di vista stilistico egli contrappone la mobilità dell’epigramma sia al genere epico, sia alla tragedia greca, che con i loro temi illustri e “pesanti” si tenevano lontani dalla realtà quotidiana. Costante è infatti nei suoi versi la polemica letteraria, spesso usata per difendersi da chi considerava il genere epigrammatico di scarso valore artistico, ma anche da coloro che gli rimproveravano di essere aggressivo o osceno.
La lingua da lui usata risulta colloquiale e quotidiana. Il suo costante realismo gli permette però di sviluppare un linguaggio ricco facendo passare nella letteratura molti termini e locuzioni che non avevano mai trovato posto prima. Riesce, infine, a dimostrare grande duttilità nell’alternare frasi eleganti e ricercate a frasi sconce e spesso vernacolari. La novità di Marziale consiste nell’eliminazione della mitologia, considerata falsa e inverosimile. Il fine poetico sta nel rifarsi totalmente alla realtà.

Osip Mandel’štam sepolto

Al futuro mi abituo.
Lo spoglio, lo abito,
lo voglio integro.

Due giorni dopo Natale:
scendete tutti
e tirate giù i morti!

Le loro anime, nemiche del popolo,
parlano agli dei.
Deridono il Compagno Stalin.

Questa bambina senza scarpe
sorride ancora.

Questo qua lo ricordo bene,
uomo di fede, ferrava i cavalli.
Cantava, bestemmiava,
pregava ogni mattina.

Il ricco parassita
lo si riconosce dalle mani di cera,
i suoi titoli, i conoscenti,
non lo hanno salvato.

Spacchiamo questa terra di transito,
dura e nera, non bastano
sputi e pazienza. Il tempo stringe,
prendete i picconi.

Aspetta! Ce n’è un altro!

A questo non bastava
tenere il culo al caldo,
scrisse contro il Regime!
Nessuno si accontenta del suo stato.
Coprite anche lui, come tutti,
dentro!

Niente rende più uguali
e senza nome
della fossa comune.
Al resto pensano ghiaccio e maree.

gatti a remi

Ho visto gatti a vela,
alcuni a elica,
altri molto abili e sfuggenti;
o tristi da far pena, sazi
eppure non mangiar da giorni;
gatti poeti, gatti killer,
gatti talmente curiosi, che
tanto va la gatta al lardo…
che sapevano, altri che sapranno;
ho visto gatti portare doni,
ne ho visti altri rapinare,
gatti sempre pronti
a riconoscersi dall’odore
(sembrano innamorati),
gatti in amore,
gatti col caratteraccio,
gatti pronti a scegliere l’umano
senza darlo troppo a intendere.
Ho visto gatti arenati sui rami,
altri a motore, altri volare,
altri nascondersi.
Mai ho visto gatti a remi.
Darei un soldino per sapere
cosa pensa il mio siamese,
ma ogni volta non capisco
quel suo vivere coi baffi.

(ad Adrianone, sempre sulla breccia)

ora del tè

Già è notte fonda, ora del tè.
Accaniti sodali, fin dal primo risveglio
inviano eserciti a presidiare
i confini della stanza attigua,
i letti sfacciatamente rifatti a coprire
sogni senza ritegno

e, lasciando perdere acute delizie
di caratteri alquanto poco loquaci,
sarà bene confidare nei Romani,
malgrado i Macedoni sconfitti
siano sopravvissuti ai vincitori.
Non cessa la conquista di ogni giorno.

Il tè lieto raffredda
nel proprio stagno in tazza.
Amori e figli non esistono,
non avranno altre occasioni.