musica nuova

chiudo gli occhi
quando c’è il sole,
vedo il mio sangue
tutto quanto dentro.
il reticolo fitto
quasi un disegno
dei progetti veri
di mia madre, tutto
talmente nitido
da essere un romanzo,
un Van Gogh astruso,
senso religioso
e senso di colpa.
senso di felicità
quando c’è vento,
incurvarsi a parte,
c’è modo di ascoltare
musica nuova,
tutto è dentro,
parole prepotenti
sempre pronte
ad aprire un varco,
difficili da tenere
e, quando se ne vanno,
difficili da ricordare

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con minuti cenni d’amore

Col prossimo freddo
a qualcuno tornerà voglia di leggere,
di riesplorare il proprio corpo
con minuti cenni d’amore.
Di pregare nel chiuso di una cella,
dove non ci si potrà esporre
se non a Dio.
Trovare un nuovo riparo,
per cambiarsi d’abito e faccia.
Mettere alla porta
il cancro all’anima, che consuma.

Giorno di paga

Nessuno metta ceppo.
Il lavoro è necessario.
Il valore di civiltà nelle mani
equilibra pace e giustizia,
pani e pesci.
Nei campi, un tempo cicale,
crebbero in fretta fabbriche
poi invecchiate di colpo,
lasciate all’erba e alle vipere;
gli uomini portati dal Sud
non tornarono a casa,
ora biancheggiano dentro i bar.
Il lavoro non arricchisce.
Nelle banche dei vescovi
il danaro vive vita propria,
usura quotidiana.
Il lavoro è necessario, ma
neanche uno ricorda preciso
quand’è giorno di paga.

fine carriera

cretino a fine carriera,
ho speso la vita a detestare ogni fatica
fingendomi portatore d’armonia,
amato dai colleghi
malgrado il disordine delle carte

versificatore modesto,
ho fatto il ragioniere convivendo
d’amori provvisori,
lontani quelli veri

il tempo rimasto urla un gran recupero,
i ricci sempre ribelli,
l’Etna è di gran lunga più tranquillo ma
forse per neve, si macchiano di bianco

vieni primavera,
treno senza più ritardi, portami con te
dov’è amore il bimbo sciolto tra i fiori,
lo sguardo delle cose ancora vive,
uguale ogni giorno nel tempo che verrà

Ascolta & Leggi: Primo Maggio di Festa

Oggi è la Festa dei Lavoratori e del Lavoro, che c’è ma non lo si vuole più retribuire il giusto. Sia l’occasione per rivendicare e ricostruire una sana e decente civiltà del Lavoro.

La Gru (Roberto Roversi)

Una cosa inanimata diventa viva e agile

Felice, libera, s’alza
nel cielo, addenta
le nuvole che vanno;
furtiva cala, si volge, affloscia
il muso sulla terra.
Rianimata s’impenna e sale
toccata dai veli dell’alba.
Lenta sui tetti sfiora nembi, torri;
mossa da un ignoto spirito,
fra case e uomini dormenti
con il solido ferro è viva, freme;
squilla nel primo mattino.
Forma possente armonica distende
sull’attesa del giorno
manna giuliva, d’oro.
Voci, fresche voci ridono
alla sua danza.
Mi dà forza e speranza.

*

Madre operaia (Ada Negri)

Nel lanificio, dove aspro clamore
cupamente la volta ampia percuote
e fra stridenti ruote
di mille donne stemprasi il vigore,
già da tre lustri ella affatica. Lesta
corre alla spola la sua man nervosa;
né l’alta e fragorosa
voce la scuote della gran tempesta
che le scoppia d’attorno. Ell’è si stanca
qualche volta – oh, si stanca
e affievolita!
ma la fronte patita
spiana e rialza con fermezza franca.

*

Domande di un lettore operaio (Bertold Brecht)

Tebe dalle Sette Porte, chi la costruì?
Ci sono i nomi dei re, dentro i libri.
Son stati i re a strascicarli, quei blocchi di pietra?
Babilonia, distrutta tante volte,
chi altrettante la riedificò? In quai case,
·di Lima lucente d’oro abitavano i costruttori?
Dove andarono, la sera che fu terminata la Grande Muraglia,
i muratori? Roma la grande
è piena d’archi di trionfo. Su chi
trionfarono i Cesari?
La celebrata Bisanzio
aveva solo palazzi per i suoi abitanti?

Anche nella favolosa Atlantide
la notte che il mare li inghiottì, affogavano urlando
aiuto ai loro schiavi.
Il giovane Alessandro conquistò l’India.
Da solo?
Cesare sconfisse i galli.
Non aveva con sé nemmeno un cuoco?
Filippo di Spagna· pianse, quando la flotta
gli fu affondata. Nessun altro pianse?
Federico II vinse la guerra dei Sette Anni. Chi,
oltre a lui, l’ha vinta?
Una vittoria ogni pagina.
Chi cucinò la cena della vittoria?
Ogni dieci anni un grand’uomo.
Chi ne pagò le spese?
Quante vicende,
tante domande.

Perché nei libri di storia si parla solo dei grandi e mai degli umili?
Perché gli archi di trionfo furono eretti solo ai Cesari e mai ai loro legionari? Sono le masse le vere protagoniste delle
vicende storiche o i singoli uomini, re o condottieri, i cui nomi sono passati alla storia? Queste domande di un lettore operaio hanno nei versi la risposta: le costruzioni imponenti e le imprese militari, vittoriose o disastrose che siano, non possono essere attribuite ad un uomo solo, ma a quanti di quelle vicende furono protagonisti, anche con compiti umili.

*

Sui diritti (Flavio Almerighi)

E basta dodici ore e pagarne otto
con la morte bianca sempre in agguato!
Il lavoro rende liberi,
scrisse un fabbro sopra il cancello,
e lo stomaco si ribella
a chiunque passi, volendo ricordare.
E basta disperare
ogni seconda metà del mese della vita,
troppi arrancano,
pochi spolpano senza pudore.

Dicono sorridenti: Tranquilli,
la Grande Riforma si farà, è già pronta!

Tutti, stanchi ma felici,
tornano a casa. Intanto
di notte smontano gli impianti
per trasferirli dov’è più freddo,
ma nessuno fa domande sceme
sui diritti.

Guardali

Guardali,
tutti presi da quei telefonini,
quasi una mano spuntasse
a prenderli per il collo
e trascinarli dentro un pozzo nero,
buchi neri ne abbiamo abbastanza.

Nemmeno si divertono più,
i leoni hanno perso i denti,
i notiziari le notizie,
il sale è senza sodio.
I cinema sono vuoti,
non ci si va più nemmeno per la fica.

Meglio il telefono che avere una coperta.
Quello del cinema, nero di rabbia,
inchioda i cartelloni
come farebbe con Cristo in croce.