negli occhi di Natale

tutta una dioteca d’imbecilli
sempre pronti a non fare caso
al loro peggiore aspetto,
che non sanno nemmeno
quando una sigaretta tira l’altra,
ed è pulita,
non fa peggio di un conto in rosso
un lavoro nero
la verde età

tutti in paese
hanno perduto qualcuno in guerra,
durante la pace i più,
il buon cinema non li seppellirà,
o un mandare a memoria
tutti i numeri di scontrino
per la lotteria prossima ventura,
scarnirsi il petto
per le ossa prima del cuore

e gli assassini, perfetti
nei loro completi blu avveniristico,
unici dotati di buona memoria
seguitano a suicidare artisti,
perché il profitto
passa per le banane
e mai, giammai!, per il talento
e meglio passarci sopra, investire,
col risultato che cambia ancora

le luci brillano
negli occhi di Natale

le cose proseguono

misericordia è carota
da rincorrere sulle montagne russe
per riguadagnare la stima
dell’intero essere in corpo

per esempio, tornerà Natale
potremo sciare sulle ferite bianche,
subite o inflitte
non ne vediamo le profondità,
che non si sa mai
quale acqua prediliga il nuotatore

le cose proseguono
sui soliti due filari, cortesia
e finzione che
i più applaudono convinti.
cada la carne, peggiori la vista,
muoiano i denti durante bei discorsi

ognuno fatica la sua dote in silenzi,
non c’è scelta, i bar chiudono presto,
abbassano serrande deluse per gli incassi.
tutti a casa
anche i baristi hanno una vita

Grazia

bellissima, mandava a memoria
un frutto raccolto da stagioni
e mai gustato

la vita rimane tra i denti,
comunque sia, vendica ogni passo
e non servirà avere amato

sfogliò a lungo un settimanale,
parlava per lei il suo volto,
c’era fretta sul suo sguardo assorto
ovunque si posasse

i quarti d’ora in amore sono brevi,
lunghi in attese, infine

sciupato il tempo debito,
ha ricevuto un altro appuntamento
per non lasciare il prossimo

Le cose finiscono

Oggi avrei avuto bisogno, ma cosa ne faccio?

L’avanzata è a un punto tale da rimanere perplessa.
Non sono sedia, ma riconosco il linguaggio delle spalliere.

Allora è il caso di non imitarmi, nemmeno deprecarmi,
per quanto abbia saputo dare e quanto no.

Per quanto abbia saputo sopportare, suppurare, nel terrore
di nuove ferite sulle precedenti. La paura è conservazione al buio.

Un uomo non si accoccola tra ricordo e insonnia.

Le mani rotte, il resto in pezzi, nemmeno dove andare.
La pazienza ha perso le dita, la pazienza è maschio.

Nemmeno avrei voluto esserlo, uomo,
non ci sono modi abbastanza ricercati per sembrare.

Strano, nemmeno una lacrima sul nulla in usura e rancori
che si è creduto dio.

La nostra pianura

Manto acustico di preghiere sottovoce,
spalle larghe, bestemmie nuove:
si può essere felici
nell’esiguo tra equilibrio e caduta?
L’anima si adatta fiera e remissiva.
spaccata in due dal dolore,
così è più facile star bene il doppio.
Questo tempo non ha scambi né binari,
i capistazione rinchiusi
nelle loro case del millennio scorso.
Quando non c’è risposta, tutto è aperto.
La nostra pianura, scassata di tornanti
e fronti, ingiusta, non è un bel lavoro.
Luoghi dove ogni cosa non cambia,
al massimo invecchia

per addormentarsi al freddo

che è ancora buio

la mano fino a sfiorare un muro,
il silenzio è piccolo sgomento
se paragonato alla viltà
del letto vuoto:
allora qualcosa s’accende,
la sveglia, la luce,
un mal di testa, come ottobre
soltanto sa recare in dono,
una sigaretta ad attirare
il cecchino, sempre appostato
in fondo all’anima.
qualcosa poi si stacca
a mendicare spiccioli di sonno
per il caffè al mattino,
che è ancora buio

lo spettacolo del cielo

Amore, lo so, tendo a calpestare lo sporco,
pozzanghere di ogni fatta, non vedo le buche
e debbo passare il giorno dopo
a pulirmi piedi, scarpe, calzini:
ma, sarò prosastico e imbecille,
hai visto lo spettacolo del cielo?

la canzone è vecchia, senza parole, è poesia,
l’ascolto fin dai quattordici anni
ancora non ho smesso, mi commuove ogni volta,
specie oggi, che cambio vita:
niente più spesa settimanale, o mille mila
cose da fare tutte con poco verso

Pinco alla pensione non c’è mai arrivato,
nemmeno Spago, Ilario, Mengo, Michele,
nemmeno Davide, Giacomo, tutti quanti là,
a parlare linguaggi di pietra

quante volte, arrabbiato, ho detto
basta con questo schifo! la civiltà del lavoro
è morta e sepolta, non posso farci niente!

sono libero adesso di andare a guardar cantieri
e costruzioni, inutili impalcature,
ho un groppo in gola grosso, grosso

si direbbe grande, come
lo spettacolo del cielo

(OGGI E’ L’ULTIMO GIORNO, DA DOMANI SARO’ UNA SPECIE DI PENSIONATO)