Osip Mandel’štam sepolto

Al futuro mi abituo.
Lo spoglio, lo abito,
lo voglio integro.

Due giorni dopo Natale:
scendete tutti
e tirate giù i morti!

Le loro anime, nemiche del popolo,
parlano agli dei.
Deridono il Compagno Stalin.

Questa bambina senza scarpe
sorride ancora.

Questo qua lo ricordo bene,
uomo di fede, ferrava i cavalli.
Cantava, bestemmiava,
pregava ogni mattina.

Il ricco parassita
lo si riconosce dalle mani di cera,
i suoi titoli, i conoscenti,
non lo hanno salvato.

Spacchiamo questa terra di transito,
dura e nera, non bastano
sputi e pazienza. Il tempo stringe,
prendete i picconi.

Aspetta! Ce n’è un altro!

A questo non bastava
tenere il culo al caldo,
scrisse contro il Regime!
Nessuno si accontenta del suo stato.
Coprite anche lui, come tutti,
dentro!

Niente rende più uguali
e senza nome
della fossa comune.
Al resto pensano ghiaccio e maree.

Annunci

gatti a remi

Ho visto gatti a vela,
alcuni a elica,
altri molto abili e sfuggenti;
o tristi da far pena, sazi
eppure non mangiar da giorni;
gatti poeti, gatti killer,
gatti talmente curiosi, che
tanto va la gatta al lardo…
che sapevano, altri che sapranno;
ho visto gatti portare doni,
ne ho visti altri rapinare,
gatti sempre pronti
a riconoscersi dall’odore
(sembrano innamorati),
gatti in amore,
gatti col caratteraccio,
gatti pronti a scegliere l’umano
senza darlo troppo a intendere.
Ho visto gatti arenati sui rami,
altri a motore, altri volare,
altri nascondersi.
Mai ho visto gatti a remi.
Darei un soldino per sapere
cosa pensa il mio siamese,
ma ogni volta non capisco
quel suo vivere coi baffi.

(ad Adrianone, sempre sulla breccia)

ora del tè

Già è notte fonda, ora del tè.
Accaniti sodali, fin dal primo risveglio
inviano eserciti a presidiare
i confini della stanza attigua,
i letti sfacciatamente rifatti a coprire
sogni senza ritegno

e, lasciando perdere acute delizie
di caratteri alquanto poco loquaci,
sarà bene confidare nei Romani,
malgrado i Macedoni sconfitti
siano sopravvissuti ai vincitori.
Non cessa la conquista di ogni giorno.

Il tè lieto raffredda
nel proprio stagno in tazza.
Amori e figli non esistono,
non avranno altre occasioni.

Morlacco

Un tempo al bar o dal prete
si parlava volentieri di fica,
si parlava molto, ma non si praticava.
Qualche volta erano calci al pallone
in sfide epiche con gambette
rosse di freddo e botte fresche.

C’era chi esagerava, finiva dritto
nel mastello dell’acqua piovana
già piena di bucato.
Durante i lunghi silenzi in chiesa,
meditabondo e inginocchiato
tra severe navate oscure e sante,
il pensiero scivolava da biscia
dentro il solito buco.

Oggi si parla solo di pensioni,
quando andare, come andare,
a quale biglietteria rivolgersi.
Qualche ardito ha pensieri di rivolta.
Tutti lo amano, nessuno lo segue.

Resta poco, anche le scritte
tra non molto saranno bilingui,
ma non farà male. Resta poco.
Il tempo accelera doppio, e noi giovani,
malgrado tutto resta poco.

Qualche tributo a Pindaro,
il sonno con le serie preferite.
Senza Poesia non avrei mai
incontrato il Morlacco:
dei vecchi castellani
si è persa pure l’ombra.

Spesso ci si conosce poco,
e non basta trattenere uno sputo
la mattina davanti allo specchio,
basta così.

ascolti amArgine: The Cure – Killing An Arab (1978)

Chi abbia letto Lo Straniero di Albert Camus, o visto il film di Visconti, sa bene di cosa stiamo parlando. Robert Smith raccontò di aver scritto il pezzo quando ancora frequentava le scuole superiori. Un piccolo tentativo poetico di condensare le sue impressioni circa i momenti chiave del romanzo breve Lo Straniero. Il testo del brano descrive una sparatoria sulla spiaggia, nella quale un arabo viene ucciso; come nella storia di Camus, dove il protagonista Meursault, spara a un arabo sulla spiaggia. Meursault viene condannato per la sua onestà. Viene definito un outsider (o uno “straniero”, appunto) proprio perché “si rifiuta di mentire” e “non vuole stare al gioco”. Piero Scaruffi ha definito Killing an Arab “una melodia dalle tinte esotiche e trascendenti, immersa in una sinistra atmosfera da film noir”.

STO UCCIDENDO UN ARABO

In piedi sulla spiaggia
Con una pistola in pugno
Fissando il mare
Fissando la sabbia
Puntando la pistola
All’arabo sdraiato
Posso vedere la sua bocca aperta
Ma non sento alcun suono

Sono vivo
Sono morto
Sono lo Straniero
Sto uccidendo un arabo

Potrei girarmi
E andar via
O fare fuoco
Fissando il cielo
Fissando il sole
Qualunque sia la mia scelta
Fa lo stesso
Assolutamente niente

Sento scattare il grilletto
Dolcemente, in mano
Fissando il mare
Fissando la sabbia
Fissando me stesso
Riflesso negli occhi
Dell’uomo morto sulla spiaggia
Il morto sulla spiaggia

TESTO ORIGINALE

Standing on the beach
With a gun in my hand
Staring at the sea
Staring at the sand
Staring down the barrel
At the Arab on the ground
I can see his open mouth
But I hear no sound

I’m alive
I’m dead
I’m the stranger
Killing an Arab

I can turn
And walk away
Or I can fire the gun
Staring at the sky
Staring at the sun
Whichever I chose
It amounts to the same
Absolutely nothing

I’m alive
I’m dead
I’m the stranger
Killing an Arab

I feel the steel butt jump
Smooth in my hand
Staring at the sea
Staring at the sand
Staring at myself
Reflected in the eyes
Of the dead man on the beach
The dead man on the beach

I’m alive
I’m dead
I’m the stranger
Killing an Arab

Speranze malconce

Sacramento violento
raccontare ogni giorno,
inevitabile sprofondo
di pavimenti in argilla
al minimo rialzarsi le falde.
Ceneri e fuochi
non nell’ordine:
raccontare, quante parole
dentro!
Strette desiderose
d’abbraccio,
presenti, sentirle arrivare
con udito
da cane.
Speranze malconce
mai domi portarle
pur di non veder morire
giardini da cui
non si può uscire vivi.
Sarebbe rimanere
a Valsanzibio,
possedere l’impossibile,
tornare
al nuovo già stato.

il Non è

Forse a casa c’è la vasca riempita,
ma nessuno ha fatto il bagno:
sarai felice e pulito fuori.

Mosche. Non meno di tante mosche
ad ampliare i colori stanchi
in domeniche cattive. Le troverai
tra l’erba, nelle necessità,
ritmate a un silenzio interminabile.
La carne dei rovi è fredda,
mosche ovunque, sgarbate
scadono dal sudiciume alle labbra
fin dentro il naso
in sponde mai scavate.

Dammi una mano.
La mozzò, gettandola
sopra il manto unto di neve
nello sprofondo lasciò
una striscia dello stesso colore
di buon vino rosé dannato.

Goditi la crisi.
Disse l’ancella ritenuta più fedele,
Nutrice in pasto a desideri
troppo terreni, dove ogni io è sepolto
da lanci violenti di cordoli,
capolavori di ingegneria,
gli stessi allenati al declino
sempre pronti a indicare il Non è.