L’aria è serena

Magro come un cane
chi assapora filosofi ma non ha zucchero.
Poi ci si abitua anche a quelli.
La sigaretta fuma da sola,
guarda in basso a scelta
da un angolo della bocca.
Il fumo scrive fra gli anelli,
esprime l’indicibile,
gonfia il petto in citazioni
nel ritorno a una perenne pubertà.
L’aria è serena,
da macello d’altri tempi,
sicura del nuovo appartamento
dopo un anno di candide evasioni.
Cosa sia romantico permane un mistero.
Piove per sempre, si capisce dagli sguardi.
Sibilla riporta il tutto in sillabe,
ma piove. Pioverà fino alla fine.
I perturbati restano.
Lavinia chiarifica in moneta sonante
quel lutto che tanto le si addice,
complicando la già magra vita al cane.
Diventò qualcuno, che ora non ricordo.

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finto oro

Dalla matita grassa
di uno scribacchino
scaturirono dieci stupidi centesimi.
Sembrarono oro al finto mendicante,
e li raccolse.
Una donna vestita di nero,
consapevole, mostrava la nuca bianca,
tenera, orgogliosa,
distratta dalle sue stesse parole.

Li chiamai Italia.
Corrosa dalle sue stesse parole,
perde ogni giorno un po’ di onore
e amor proprio. Fida nella legge del ciarlatano.
Sono certo che il suo violoncello
abbia ancora le mestruazioni.

Credimi, non si ama un uomo per lui stesso,
ma lo si ama contro un’altra donna.

Scrisse Nemirovski.

Credimi, non si ama il proprio paese
e il proprio dio, lo si ama contro
un altro paese e un altro dio.
Aggiungo.

Tutti i padri della patria, statisti,
i portaborse, da Camillo Benso a oggi
vengano trascinati in campi di lavoro
e rieducati, ai lavori forzati, condannati tutti
per assenza di lungimiranza.
Niente sogni, ma ricorrenti misure urgenti
a sostegno di, con cui hanno portato fin qui
il paese. Guarda le italiane come sono belle,
sterili, infelici. Continuano a essere giovani,
a non avere uomini.

Lo sono stati invece i padri del mendicante,
lo hanno concepito da soli, cresciuto,
assieme alla violoncellista con l’auricolare,
e alla monetina in finto oro.

Il gatto che ritto si dorme (con Adriano, Umberto, Luciano e Charles)

Il gatto che ritto si dorme (ripubblicato poi con il titolo di Voci dell’arcano):

Il gatto che ritto si dorme
al sommo del palo in questa quiete
dell’aria al pomeriggio di fuoco,
e la rana che grida terrore
dove il fosso s’incurva,

sono voci dell’arcano, e la cetonia
stremata sul sentiero e l’acqua
infesta di torpore e morte;
voci dell’arcano
che dilagan talvolta allora
che tutto s’addensa nel cuore,

preme e non sai
se di vita diversa un esser vivo
un irrequieto immortale
o d’altri mondi a noi cala la voce.
Altro non sai che tu vivi
di questo senso profondo della vita
che ti snerva e che puoi
affascinato dare il fianco alla morte.

(Umberto Bellintani, Paria, Edizioni della Meridiana, Milano 1955, p. 13)

*

ALTRO GATTO

Figura tutte le lettere
dell’alfabeto latino
del cirillico anche e ahimè del runico
quando si allunga si dimena e stira
nero su fondo bianco
il mio gatto ecumenico.

Luciano Erba (1922-2010)

*

I MIEI GATTI

Lo so. Lo so.
Sono limitati, hanno diverse
esigenze e
preoccupazioni

ma io li guardo e apprendo.
Mi piace il poco che sanno
che in fin dei conti
è molto.

Si lamentano ma
non si angustiano,
avanzano con sorprendente dignità.
dormono con una tale semplicità
che agli umani sfugge.

I loro occhi sono
più belli dei nostri
e possono dormire per venti ore
al giorno
senza esitazione o
rimorso.

Quando mi sento
abbattuto
devo solo guardare
i miei gatti
e mi torna il coraggio.

Studio queste
creature.

Sono i miei
maestri.

Charles Bukowski (1920 – 1994)

Ascolta & Leggi: una poesia di Kurt Tucholsky una canzone di kuTso

Guerra alla guerra di Kurt Tucholsky
(trad. Riccardo Venturi)

Siete stati quattro anni nelle trincee.
Tanto, tanto tempo!
Gelando fra i pidocchi, e avete,
a casa, una moglie e due bambini.
Via, via!

E nessuno che vi dica la verità.
Nessuno che osi ribellarsi.
Mese dopo mese, anno dopo anno…

E quando una volta uno era in licenza
vedeva, in patria, tutte quelle pance grasse
mangiare a strippapelle, ballare
e ostentare lusso, i trafficanti d’armi.
E l’orda dei pennivendoli pantedeschi strepita:
„Guerra! Guerra!
Grande vittoria!
Vittoria in Albania e vittoria nelle Fiandre!”
Tanto morivano gli altri, gli altri, gli altri…

Vedevano cadere i compagni.
Di quasi tutti era la sorte:
Ferite, penare come bestie e morte.
Una piccola macchia rossa sporca,
lo si portava via e lo si sotterrava.
Chi sarà il prossimo?

E il grido di milioni di persone saliva alle stelle.
Gli uomini non impareranno mai?
Esiste qualcosa per cui ne valga la pena?
E chi è quello che troneggia lassù
infarcito di decorazioni dalla testa ai piedi,
e che comanda sempre: Uccidere! Ammazzare! –
Sangue, ossa stritolate e merda…
Poi all’improvviso si disse che la nave faceva acqua.
Il capitano ha fatto i saluti
e poi se l’è filata a nuoto alla chetichella.
E i grigioverdi non seppero più che fare.
Per chi è stato tutto questo? Per la patria?

Fratelli! Fratelli! Serrate le fila!
Fratelli! Non deve accadere mai più!
Ci danno la pace dell’annientamento,
e lo stesso destino è deciso
per i nostri figli e per i vostri nipoti.
E ancora dovranno innaffiare di rosso sangue
i fossati dei campi e l’erba verde?

Fratelli! Dite qualcosa ai ragazzi!
Non deve, non può andare ancora così.
Lo abbiamo visto tutti, tutti quanti
dove porta una simile follia.

Ardeva il fuoco che vi incenerisce.
Spegnetelo! Gli imperialisti,
quelli che nidificano lassù in cima,
ci mandano ancora nazionalisti.
E ancora una volta, dopo vent’anni
eccoli tornare con nuovi cannoni.
Non sarebbe pace,
sarebbe una pazzia.
La vecchia danza sul vecchio vulcano.
Non uccidere!, ha detto uno.
E l’umanità lo ha sentito, l’umanità piange.
Non vorrà mai essere altrimenti?
Guerra alla guerra!
E pace sulla terra.

Sciostakovic’

Mica è mai stato Natale in città.
Luci vampire, poco niente, poco più,
a far la guardia ai supermercati,
vere catene di oblazione e natività:
a Toledo sono appese sui muri maestri
figlie alle madri e, mio dio,
troppo scure le braccia, curve le schiene.
Ferme per un panino e una boccata d’aria
senza poter fare a meno
di doversi accostare ai marziani.
Talmente marziani da maledire i figli.
I cittadini implorano buoni servizi,
l’Amministrazione pensa, al contrario,
di far bene: Gesù proteggici,
c’è un nuovo superego in città!
Alla stazione un pianista evoca motivi
per cui varrebbe la pena rimanere ancora,
Sciostakovic’ è uno dei pochi,
ma avrà grossi problemi
con la fatturazione elettronica.
Chi non ne ha?

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ascolti amArgine: Vittima di poeti e cantastorie con due canzoni sulla Luna (PFM e Sergio Caputo)

Vittima di poeti e cantastorie

Luna di badanti, ostetriche, santi,
navigatori. Bisbetica mai doma:
Luna messa di traverso
sui campi di battaglia
a tumulazione avvenuta.
Luna storta,
vittima di poeti e cantastorie.
Luna delle notti
in cui volevo studiare
e mi prendevo in giro.
Luna di turnisti, quando intorno
è tutto profumo di tiglio e calicanto
o del pane prossimo a venire.
Luna calpestata dagli americani,
dove si vedono ancora impronte
di un piccolo passo e niente più.
L’Umanità è sparita.
C’è sempre una Luna, gira intorno
ma non ci fa più caso.
Intanto il mondo immobile
capisce, specie di notte,
di non saperne fare a meno.
(Flavio Almerighi)

TESTO SPICCHIO DI LUNA — SERGIO CAPUTO

Piccoli sogni in abito blu
ammiccano discreti
dall’insegna di un locale mentre tu
mi proponi discoteche inquietanti
e amici naïf…
Io speravo in un incontro galante
cheek to cheek.

Spicchio di luna, ormai,
non navigo più da molto tempo
in quelle stesse acque tempestose dove tu
mi trovasti tanto male in arnese
da scappare via ,
no non voglio abbandonarmi ai ricordi tuttavia…

Ne approfitto per fare un po’ di musica
tra mezz’ora domenica sarà,
tra juke-box, marciapiedi e varietà
spicchio di luna questa notte come va?

Ne approfitto per fare un po’ di musica,
nell’ipotesi che mi ascolterai
tra le stelle e i lampioni, non saprei, spicchio di luna questa notte dove sei?

Cantami o Diva
di quello che vuoi…
magari non gridarmi nelle orecchie
mentre suono Jumpin’Jive.
Ti ho cercata in tutti quanti gli alberghi
di questa città.
Ora fa che sia bello ritrovarti
proprio qua…

Ne approfitto per fare un po’ di musica,
Tra mezz’ora domenica sarà…

*

Testo Bianco E Nero — P.F.M.

Luna Nuova, luna d’aprile
che cosa fai nel mio cortile
luna sottile che tagli la notte
entra in casa a dormire

Ma come mai? Luna pigra
ti alzi tardi e stai a guardare
mi vieni vicino come quando abbracci il mare

e ti lasci toccare…..

Rotoli nel cielo
bianca dentro nero

Lontana e grande, luna piena
come una madre che aspetta serena
ma la terra di oggi sempre meno sicura
per il suo figlio ha paura

Domani si vedrà come andrà a finire
ubriachi di parole e troppo poco di vino
come puoi vedere
qui ci diamo da fare
finiremo cosi usando le fionde se vivremo domani torneremo alla mani
duemila anni di guerra non han fermato i figli
di questa terra

bianca dentro nero

Rompersi la testa per sapere se è bene
arrivera all’ultima festa
come puoi vedere
una voglia ci resta
mettere l’azzuro sul grigio di una strada
e provare a sentire il rumore del mare
duernila anni di guerra
non han fermato i figli
di questa terra

Luna Nuova, luna d’aprile
mi trovi sveglio nel mio cortile
luna sottile che tagli la notte

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Stefano, ascolta tuo padre

Stefano, benedetto ragazzo,
ascolta tuo padre ogni tanto:
se continui a seguire le teorie
di quel vagabondo scimunito,
finirà che chi è senza peccato
ti farà fare la sua stessa fine,
diverrai pendaglio da croce.
Ama il tuo nemico? Maddai,
trovati una moglie passabile,
e non ti porti reliquie in dote.
beati i poveri e gli affamati?
Chi erediterà mai la Terra
senza tassa di successione?
Stefano, ascolta tuo padre,
riconoscilo e non andartene
verso un ignoto di promesse;
cos’è questa Vita Eterna, noi
moriamo e da là non si torna.
Romani sono i veri Eterni
non ce ne liberemo mai
tanto vale tenerli buoni.
Stefano, benedetto ragazzo,
smetti con queste scemenze,
pensa a te, non predicare,
sei costato solo io so quanto:
preferisco avere tanti nipoti
e non te morto ammazzato.