ora del tè

Già è notte fonda, ora del tè.
Accaniti sodali, fin dal primo risveglio
inviano eserciti a presidiare
i confini della stanza attigua,
i letti sfacciatamente rifatti a coprire
sogni senza ritegno

e, lasciando perdere acute delizie
di caratteri alquanto poco loquaci,
sarà bene confidare nei Romani,
malgrado i Macedoni sconfitti
siano sopravvissuti ai vincitori.
Non cessa la conquista di ogni giorno.

Il tè lieto raffredda
nel proprio stagno in tazza.
Amori e figli non esistono,
non avranno altre occasioni.

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Ascolta & Leggi: Siouxie e tre poetesse perdute.

LUIGIA FERRO

INTERSTELLARIA

Sette lati per sette
e ascoltatemi Muse
per quanto ho pianto.
Dammi Dio novanta gradi
per cadere e cedere
così le mie colonne
son righe per riscriverti
sotto la mano di Clio.
Mi si slaccia di fronte
la cintura Orione
ma non mi turba
mi dona solo tre stelle
e mi dice che sono per sempre.
E i miei occhi brillano
altre stelle, due ed esplodono
ti dono le tue nubi
dissolvile coi baci
ma sappi che Catullo
non l’ho conosciuto.
Ma quarantadue anni
cosa sono rispetto a settantotto?
Ho atteso sedicimila versi
per pioverti addosso.
Ora ascoltatemi tutte
Dee del principio
del Verbo, l’avevate
voi in grembo io lo so,
me l’han detto i Santi
e le Pleiadi lucenti.
Parlami Logos divino
Platone era mio cugino
Saffo mia sorella
e spaccami come una noce
le cervella maledette
e saturnine
che ho avuto
il coraggio
di contaminare.

PER SAPERNE DI PIU’:
http://www.symmachia.it/addio-a-luigia-ferro-poetessa-di-25-anni/

*

CLAUDIA RUGGERI

il Matto capovolto
Palestina

Y no echaré de meno ni de mas
no l’importancia si la circumstancia
Pablo Neruda

questa che ora interroga, t’arrovescia
l’inizio; t’avviva a questo Inverso
cui un dio non corrispose; tu sei
l’oggetto in ritardo, l’infanzia persa
su tutte le piste, l’incrocio rinviato; sei l’amnistia
dell’idioma viaggiato; ma Salve, la primavera
ti rassegna, di vòlta in vòlta carta
sveste percòte per cose fitte fitte
afflitte da memorie; t’installa nella voce
con un esercito a mille aste, e così
fortemente tu chiami e così ti legava
il tuo passo recente; dimmi se di uno Stagno
snidi l’Imperfezione, oppure le maiuscole
rimangono incredibili: sono le ‘nulle’
degli alfabeti in cifre, il segno
che non scatta, un ariele distratto…
oppure sul tuo capo la Torre
capovolge; e con un salto dal basso
ti drizza: ma sei in un balzo (ma appena)
o nella capriola prima che t’agganciò
di passi; o c’è chi ti dà un Regno -una parola
d’Ordine almeno- insomma un esito una ribalta, come
si dice, un tuffo; e forse una Città
dove rivolge l’ennesimo esodo
dove s’apre per dita bendate per gli esuli
grandi, o per la fase nuova del terreno:
(leviamole la femmina, diamo l’idiota a questa lesione.
oppure ‘cosa’ resta; vecchia insensazione)

PER SAPERNE DI PIU’:
https://it.wikipedia.org/wiki/Claudia_Ruggeri

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NADIA CAMPANA

Lèggere l’estate

Ore nuove e riposate del primo giugno
che una di quelle che aperte come
chicco di ribes rende una forchetta
produce intorno cose – senza riflettere –
intento meticoloso compongo
il mosaico con stacchi solidali:
alle ombre nulla perdendo
nel piccolo gesto implico
cosi concluso e proprio un palpito
saltare fa da una mano all’altra
chicchi e pampini a capriccio
nomi biondi sulla rugiada
si ammucchiano già
con gli acini sani dentro la polpa acre
dà al sole la pergola al di fuori chiarissima.

PER SAPERNE DI PIU’:
https://it.wikipedia.org/wiki/Nadia_Campana

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anonime e dimenticate

vivere è mancanza quieta,
segnata da lievi tratti di pianoforte,
una bava di vento
attraversa dolcemente rami
e foglie riemerse in primavera

è tutta silenzi l’attesa del libraio:
faccia arrivare presto
volumi altrimenti introvabili.
Olio per tirare avanti,
quando nulla procurerà sorrisi
oltre il pensiero di dover poter vivere,
lettere frequenti, lettere più rare
anonime e dimenticate,
rianimano fuochi devianti
non dicono, non si sa dove, quando

andare a capo spezzando
croste di pane, poi l’urlo:
chi ha talento scagli la prima pietra!
Seguono sorrisi grigio azzurrognoli,
i ciottoli rotolano a terra

Ascolta & Leggi: Nosferatu, musica dei Popol Vuh, Versi di Klaus Kinski

Attraverso alcuni post di Yoki su Fb, ho scoperto che Klaus Kinski, oltre a essere stato un rinomato attore fin dal tempo degli spaghetti western, ha dato un po’ di penna e voce alla Poesia. Lo ricordiamo assieme alla colonna sonora di uno di quei tanti film in cui sfoderò interpretazioni memorabili.

COSÌ IL RIPETERSI DEI GIORNI

Ancora ripidi pendii coperti di bianco
racchiudono come vasi allungati il dolore –
sale tutto intorno la profonda melodia dei flauti,
risplendono leggeri i pesanti piedi
e intona strofe finali la stretta gola.

Distesa sugli occhi dei grandi uccelli
la retina espande alla cieca il loro dilatarsi,
lunga l’attesa degli occhi precipitati,
velati come dalla partenza dei lunghi pellegrinaggi –
sfida la propria debolezza l’ombra,
si perde nel temporale priva della vista.

Ecco una rossa raggiante corona irrompere nella stanza,
festeggia alle tempie la febbre d’energia –
prese dal sole le ragazze diventano donne
e il loro grembo innominato risuona –
scotta il seno di vergine, che sempre m’accoglie.

*

MANI DI PUTTANE

Mi mostrarono il fuoco le mani delle puttane.
Accesero la mia bocca tra le loro gambe
come una miccia tra pietre focaie –
sputano fuoco bianco le mani delle puttane.

Mi allattarono col sangue le mani delle puttane.

Voi conoscete solo cuori pieni di sperma
e poggia sul mio dolore il vostro culo –
immerse nel sangue sono così calde le mani delle puttane.

Mi mandarono un bacio le mani delle puttane.
Per le loro notti mi strofinarono a fondo –
di sicuro per voi io sono l’essere più schifoso –
sferzarono il mio bacio le mani delle puttane.

Ora io sono libero! i delitti mi rincorrono!
gli assassini fantasticano la mia faccia!
la follia getta con rabbia il suo peso
nel mio ventre, allevia la sofferenza!!

*

SENI DI LILLÀ

Il rosso sudore dei seni di lillà mi rende feroce!
sono gonfi di fosforo i cuori delle tredicenni!
ruggiscono luce e mi leccano ferite dolorose,
come pioggia lavano il vecchiume che m’affligge!!
io sballo alla grande, brucio balzando
sopra ad una pazzesca distesa di rami!
e vola fin nella mia bocca la scapola di lei:
io canto ————————————

s’impennano febbricitanti come serpi i raggi di sole,
leccano la calda schiuma sanguigna attorno alla visione,
triturano papavero nel mio cervello!
i neri seni di lillà mi rendono così feroce!!!

*

L’ANIMALE

Io mi piego animale alla tua bocca,
tornato sotto l’arco dei tuoi lombi rigati –
eccitanti i frutti alle tue mani maculate –
mi dissetano e mi fanno guarire.
Lenti cespugliosi fiocchi di capelli ricoprono
di neve stupide strofe ammaestrate dal dolore,
e come ubriaco di nuda furia il sangue nero
ribolle avvolgendoti come una pelliccia,
sfavillano attorno alle pallide mura i grappoli –
ecco grandinare la cascata dei tuoi denti,
il sale fluire nel mio torace spalancato –
rosso livido è il tuo bacio e mugghia di piacere
e beve e gorgoglia come da una bottiglia –
io sotto di te giaccio e cenere divoro.

*

LA MORTE MI ECCITA

Quando battevo le strade nella vita passata
io mi sentivo libero come una troia –
così gonfio era il verde pavone del cielo,
soffrire per la nuova terra era scontato.
La crosta vaiolosa soffocò ogni riflessione –
i cieli d’ottone crollarono con tutti i loro segreti –
il dolore della resurrezione era avvenuto senza di noi
e per noi invocava a gran voce colpe sconosciute –
riposavano fredde nell’urna le torride estati ——-

io guardai sulle nostre mani e piansi –
nella sabbia diventavano esangui le orme –
e se non ebbi neanche il vile coraggio di farla finita,
fu a causa dei giovani ventri su cui rimavano poesie –

io pur d’avere una fetida luce arraffai l’ultima menzogna –
tuttavia nelle ultime finestre già s’allenava la putrefazione –
noi senza crederci parlammo di guarigione
e quanto ingorde le risate, al vacillare di Cristo ——–

“oh Dio, aiutami” – noi rubiamo e scappiamo!
“oh Dio, lasciami” – noi ti odiamo e vogliamo amore!
siamo pungolati da così tanti inferni!
bastiamo noi soli a comprare l’indulgenza!
sta ritornando l’estate – così tanto io ho patito –
fuggevole come i pesci è il bianco guizzante del tuo volto!

io non so niente di quello che i cuori ruminano –
io so solo che da qui al sole c’è il mio angelo!
urla chiara come una luce la morte che mi eccita! ———————-
mai nessuna bocca provò gioia così grande per un bacio!

*

ADDIO

Mi levo del tutto verso l’alto – eretto – come fanno gli alberi,
quando sanno che è giunta l’ora di morire ——-

io devo andarmene via da qui!!

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Schauspieler Klaus Kinski, aufgenommen im Jahr 1980.

KLAUS KINSKI (1926-1991) nacque a Sopot, allora compresa nella città-stato della Città Libera di Danzica da padre di origine polacca e da madre tedesca. La sua carriera comincia all’inizio del secondo dopoguerra, quando nel 1955 ottiene un ruolo minore nella pellicola All’est si muore del regista László Benedek. Inizia così una carriera come caratterista, interpretando soprattutto personaggi luciferini e violenti e partecipando a diverse pellicole internazionali, incluso un cameo ne Il dottor Živago (1965) di David Lean.
Nel 1965 partecipa, seppur sempre con un ruolo di contorno, a uno dei classici di Sergio Leone, Per qualche dollaro in più, in cui interpreta lo scagnozzo gobbo nella cricca di “El Indio”. Negli anni successivi l’attore continua a lavorare in Italia, partecipando a numerosi spaghetti western, in cui interpreta generalmente il ruolo del cattivo. Tra le interpretazioni più significative di questo periodo, quelle di co-protagonista nel ruolo de “El Santo” in Quién sabe? di Damiano Damiani, del cacciatore di taglie Tigrero ne Il grande silenzio di Sergio Corbucci ed il ruolo di protagonista in E Dio disse a Caino… di Antonio Margheriti.
Dagli anni settanta comincia la collaborazione con il regista tedesco (ed ex coinquilino negli anni giovanili) Werner Herzog, che lo sceglie come protagonista di cinque dei suoi film e che gli donerà finalmente fama internazionale: Aguirre, furore di Dio (1972), Woyzeck (1979), Nosferatu, il principe della notte (1979), Fitzcarraldo (1982) e Cobra Verde (1987). Sono nella storia del cinema le discussioni, anche violente, che Kinski provocava frequentemente col regista sul set, che tuttavia non hanno impedito il continuare di questo sodalizio, basato su un’alta considerazione reciproca e sul desiderio di sperimentazione espressiva, fino alla morte dell’attore.
Attore istrionico e da alcuni considerato fin troppo esasperato nelle sue manifestazioni sceniche, donava comunque sempre ai suoi personaggi un alto tasso di imprevedibilità. Rimangono nella storia del cinema almeno due delle sue interpretazioni: quella di Aguirre, il folle conquistador che, spinto dalla sua sete di ricchezza alla ricerca della fantomatica città di El Dorado, troverà la morte in preda alla follia più oscura, e quella di Nosferatu nel rifacimento del capolavoro del 1922, Nosferatu il vampiro (Nosferatu, eine Symphonie des Grauens) di Friedrich Wilhelm Murnau.
Ha lasciato come regista una sola opera: Kinski Paganini (1989). Herzog, dopo la morte di Kinski, produsse un lungo documentario dal titolo Kinski, il mio nemico più caro (1999), nel quale raccontò il loro sodalizio e la figura del suo amico usando moltissimi spezzoni di riprese fatte sui diversi set cinematografici ed interviste con attori che recitarono con Kinski a teatro.
L’attore tedesco morì di infarto a Lagunitas. Le sue ceneri furono sparse nell’Oceano Pacifico.

L’aria è serena

Magro come un cane
chi assapora filosofi ma non ha zucchero.
Poi ci si abitua anche a quelli.
La sigaretta fuma da sola,
guarda in basso a scelta
da un angolo della bocca.
Il fumo scrive fra gli anelli,
esprime l’indicibile,
gonfia il petto in citazioni
nel ritorno a una perenne pubertà.
L’aria è serena,
da macello d’altri tempi,
sicura del nuovo appartamento
dopo un anno di candide evasioni.
Cosa sia romantico permane un mistero.
Piove per sempre, si capisce dagli sguardi.
Sibilla riporta il tutto in sillabe,
ma piove. Pioverà fino alla fine.
I perturbati restano.
Lavinia chiarifica in moneta sonante
quel lutto che tanto le si addice,
complicando la già magra vita al cane.
Diventò qualcuno, che ora non ricordo.

finto oro

Dalla matita grassa
di uno scribacchino
scaturirono dieci stupidi centesimi.
Sembrarono oro al finto mendicante,
e li raccolse.
Una donna vestita di nero,
consapevole, mostrava la nuca bianca,
tenera, orgogliosa,
distratta dalle sue stesse parole.

Li chiamai Italia.
Corrosa dalle sue stesse parole,
perde ogni giorno un po’ di onore
e amor proprio. Fida nella legge del ciarlatano.
Sono certo che il suo violoncello
abbia ancora le mestruazioni.

Credimi, non si ama un uomo per lui stesso,
ma lo si ama contro un’altra donna.

Scrisse Nemirovski.

Credimi, non si ama il proprio paese
e il proprio dio, lo si ama contro
un altro paese e un altro dio.
Aggiungo.

Tutti i padri della patria, statisti,
i portaborse, da Camillo Benso a oggi
vengano trascinati in campi di lavoro
e rieducati, ai lavori forzati, condannati tutti
per assenza di lungimiranza.
Niente sogni, ma ricorrenti misure urgenti
a sostegno di, con cui hanno portato fin qui
il paese. Guarda le italiane come sono belle,
sterili, infelici. Continuano a essere giovani,
a non avere uomini.

Lo sono stati invece i padri del mendicante,
lo hanno concepito da soli, cresciuto,
assieme alla violoncellista con l’auricolare,
e alla monetina in finto oro.

Il gatto che ritto si dorme (con Adriano, Umberto, Luciano e Charles)

Il gatto che ritto si dorme (ripubblicato poi con il titolo di Voci dell’arcano):

Il gatto che ritto si dorme
al sommo del palo in questa quiete
dell’aria al pomeriggio di fuoco,
e la rana che grida terrore
dove il fosso s’incurva,

sono voci dell’arcano, e la cetonia
stremata sul sentiero e l’acqua
infesta di torpore e morte;
voci dell’arcano
che dilagan talvolta allora
che tutto s’addensa nel cuore,

preme e non sai
se di vita diversa un esser vivo
un irrequieto immortale
o d’altri mondi a noi cala la voce.
Altro non sai che tu vivi
di questo senso profondo della vita
che ti snerva e che puoi
affascinato dare il fianco alla morte.

(Umberto Bellintani, Paria, Edizioni della Meridiana, Milano 1955, p. 13)

*

ALTRO GATTO

Figura tutte le lettere
dell’alfabeto latino
del cirillico anche e ahimè del runico
quando si allunga si dimena e stira
nero su fondo bianco
il mio gatto ecumenico.

Luciano Erba (1922-2010)

*

I MIEI GATTI

Lo so. Lo so.
Sono limitati, hanno diverse
esigenze e
preoccupazioni

ma io li guardo e apprendo.
Mi piace il poco che sanno
che in fin dei conti
è molto.

Si lamentano ma
non si angustiano,
avanzano con sorprendente dignità.
dormono con una tale semplicità
che agli umani sfugge.

I loro occhi sono
più belli dei nostri
e possono dormire per venti ore
al giorno
senza esitazione o
rimorso.

Quando mi sento
abbattuto
devo solo guardare
i miei gatti
e mi torna il coraggio.

Studio queste
creature.

Sono i miei
maestri.

Charles Bukowski (1920 – 1994)