diecimila pezzi

è possibile dimostrare l’orbita
di tutto quanto oltre Plutone?

quanti falchi ha incappucciato William B.
dal giorno in cui lasciò Coole e morì?

il declino, cui non siamo esenti,
dispettoso al fianco inciampa

sperando nel giorno in cui diventerà saggio
diecimila pezzi per ritrovarsi a morir bene

nostalgia inutile del superfluo:
la violenza è pasto nascosto in frigo

il futuro ha un numero limitato di gambe
ma gatto Proust fa una nuotata

lettera per niente

dov’è il poeta
quando Dio chiede all’uomo
di restituire una gamba;
o la conversazione, lontana,
perché vicino non c’è niente,
si arena sulle secche
di tutto quanto non si ha coraggio
a dire, misurare,
maledette volute in slanci
di autoflagellazione e ci si chiede
cosa facciano in solitudine,
maledetti per costituzione,
picchiettare che vibra
dentrofuori dentrofuori
ma non si vede,
sensibili e incapaci
di lasciarsi uscire dalle mani
qualcosa che non sia parole,
capaci di scorgere
tutto quanto è lontano,
inadatti alla prossimità

mi sfugge

dimentico subito, mi sfugge
il nome di quel poeta scordato da tutti,
nessuno lo ricorda più se non per fare l’erudito:
sì… quel poeta triste,
fece vita da agente di commercio.
mangiava solo in trattorie economiche,
prendeva treni in ritardo,
a casa nessuno lo aspettava,
e non si sentì mai chiedere
com’è andata oggi?
fortunato figlio di puttana, mai ebbe bisogno
di mentire, da una anno all’altro poteva contare
la stagnazione del proprio fatturato,
le spese di trasporto e soggiorno, le provvigioni
di una vita appena, appena dignitosa.
le camicie dal colletto rivoltato, bianche
da far luce,
la radio per poche notizie, le stesse.
mi sfugge quel nome, quando ogni giorno
penso a oggi, un anno fa

in strada, credendola libera

ponti, non più parapetti,
senza fiumi o strade da scavalcare.
con quel vezzo sottile,
tutto italiano, di lasciarli cadere:
sono celebri le punizioni a foglia morta.
empi scarabocchi creduti primavere,
continuando lo stesso solco fino al mare
dove sono isole di sterpaglie e rifiuti.
tutto così lontano da sembrare impossibile,
le mani date in pegno, gli sguardi in affitto,
il pensiero all’ammasso.
balaustre e non più ponti.
là dove si passava cantando,
ora è dovuto il pedaggio

Tutti uguali

vista dallo spazio
la Terra è azzurra striata bianco:
la pioggia andrà a cadere
dove venti capricciosi porteranno

i morti non si vedono,
ma tutti conoscono il momento
in cui diventano tutti uguali, ovunque siano
tempo dopo, trascorsa la tragedia

finita la memoria, qualcuno approfitta
organizza cerimonie, falsifica libri di storia
così la bilancia non penderà più
dalla parte giusta

vista dallo spazio,
la storia si ripeterà:
finiti i testimoni, tutti uguali
vittime e carnefici

non si taccia mai:
chi conosce i nomi
li scriva

di tanta acqua

è bello alto il Po quest’anno.
accarezza di fango le sue sponde
e le mie.
non è più ospite svogliato d’isole.
a volte è preso dal desiderio,
la sua donna si chiama Nebbia

che apostasia ogni amore!
vaga senza sorvegliante su corridoi
tutta velata di bellezza.
corre verso friabili amanti
a goderne sospiri da brandelli d’abiti
gettati, come loro, gli uni sugli altri

chissà,
vedremo nubi meno nere sulla Bassa
e forse ben prima
delle carezze bianche dell’anno a venire.
eppure, di tanta acqua
brillano gli occhi

Lost man

domenica su Marte

Cenerentola canta, improvvisa.
Nella sua stanza di Brooklyn,
durante una domenica su Marte,
attende un incredibile successo
fluttuare sulla Luna, violini,
stampa, televisione, notorietà.
Avrà tanti più amici
per quanti gliene porterà il danaro,
riuscirà a esser sola durante feste,
promozioni, set e sala prove.
La rete se ne occuperà,
le aprirà cassetti e armadi,
tutti saranno pronti all’impostura
dicendo di averla conosciuta
ancor prima degli anni di Marte.
Nuovi congiunti la cercheranno,
e la vorranno incontrare.
Tutti e tutte innamorati di lei,
del suo stile netto, spartano,
da spasimarle dietro almeno
una manciata di settimane.
Infine, verrà il giorno
dei capelli color cenere
e di una nuova pelliccia.
Le troveranno la pelle pulita,
nemmeno un tatuaggio.

Credetemi, esisto

Voce fintamente sveglia
di chi vuol penare un altro po’,
unire nuovi grani di compassione.
La testa soffre, fa male, gira.
Stropicciata se ne infischia,
vorrebbe riuscire a spacciare
il vuoto per non detto.
Credetemi, esisto.
Non sono quel che leggete:
sono altro, un maiale coi denti marci,
il ventre è un barile.
Guardo il culo alle donne
con intensità da guastarli
e subito scordare con tre Ave Maria.
Se visto, distolgo gli occhi
poi li getto a terra.
Forse sono fascista.
E quando dormo, russo, sbavo.
So mentire, fingere, unica mia arte.
Puzzo, non mi lavo, rubo anche,
mi masturbo, tanto da stupirmi
di non essere ancora cieco.
A volte provo a scappare,
ma annodo male le lenzuola
peggio di un albatro con ali triturate.
Vedete? La bellezza non è mia parente
nemmeno alla lontana.

Esploratore o avventuriero
del linguaggio e anche ladro,
il tuo compito
come segno distintivo
sarà quello di carpire
nel labirinto, le parole
piegandole con dolce violenza
al tuo volere
con umiltà orgogliosa
rapinandole
del senso misterioso della vita.

(Gianni Fucci)

Letture amArgine: poesie di Arnoldo Foà.

Conosco la smania di tanti di essere pubblicati: io questa smania non l’ho mai avuta (lo dimostrano le date delle mie composizioni); ma sentirsi dire da un editore: “dammi le tue poesie che te li pubblico” non posso nascondere che mi abbia fatto piacere. Ma non avendole scritte per presentarle al pubblico, quando, per raccoglierle, sono andato a spulciare i miei quaderni, i foglietti, i notes dove le avevo appuntate, le ho trovate così miserine, così poco ben vestite per presentarsi al pubblico che sento il bisogno di avvertire i lettori: “Non sono un poeta, non mi presento come un poeta: qualche pensiero, qualche sensazione m’è venuta la voglia di metterli in versi: qualche pensiero l’ho lasciato così come m’è venuto, e molte cose sono banali – sono come tanti – chi non si lascia sorprendere anche dalla banalità?
Leggete questo libretto come un diario.
E grazie.
Arnoldo Foà
Roma, giugno 1991

TUTTE LE POESIE QUI PROPOSTE SONO TRATTE DALLA RACCOLTA “LA FORMICA” DI PELLICANOLIBRI, SCARICABILE GRATUITAMENTE QUI:

Fai clic per accedere a La-Formica-Arnoldo-Foa.pdf

A Cristo

Dicono, Cristo,
che tu hai salvato l’uomo
dal peccato originale.
Guerre, sevizie,
eccidi, genocidi,
atomiche e orrende
guerre biologiche!
Era così importante
salvare l’uomo
dall’amore?

1965

Sull’autostrada

Guarda un cavallo
da una staccionata
il traffico dell’autostrada.
Pensa ai fratelli morti per portar l’uomo.
Ride a un tratto di un lungo nitrito:
Ecco, muoiono
per portare se stessi!

1974

Il muro

M’han schiodato le assi di legno da una grossa cornice di cemento
m’hanno imbiancato con la calce viva e
m’hanno tolto i pali di sostegno; ma
adesso solamente son sicuro: Quando
m’han scritto con colore scuro sopra,
“Dio c’è; Viva la fregna”. Adesso,
son sicuro, sono un muro.

marzo 1977

Milano ore 7

Sono le sette.
Dai muri, dai vetri rotti,
dagli spiragli del portoncino,
entra l’odore del caffè.
Riempie lentamente, città
paesi, il mondo,
Da oriente ad occidente,
Quest’onda di profumo
spinge un balenio di gambe bianche
fuor delle coltri.
Segna, quest’onda,
L’immondo mormorio
degli scarichi umani;
le voci roche, gli sputi.
Cominciano al caffè
I primi alterchi soffocati:
Son speranze frustate,
sogni svaniti
un abisso di miseria, d’ignoranza, di pena, di paura che s’apre avanti
a miliardi di occhi disperati.

1979

Poesia può essere
un attimo della tua storia
messa in quadretto,
l’istantanea di un sentimento,
un’idea concentrata,
una buffonata,
un maramèo,
un singhiozzo in sintesi.
Spesso un rimare vano
la contorsione spastica
d’un pensiero da nulla

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PER SAPERNE DI PIU’:
https://it.wikipedia.org/wiki/Arnoldo_Fo%C3%A0