lettere su foglie

sembravano parlare, a tutti gli effetti
sceneggiature venute bene
dopo cena a luci spente
quando il muschio inonda la coscienza
e prende spazio un’Ade di uccelli notturni
per un sonno aggressivo,
niente è per caso
crudele voler fare quadrare a ogni costo
le misure siderali di una piramide
con la teoria del nulla:
siano le alture modeste di San Marino
o i soggetti lasciati in acqua
da un finto Modì,
gli autunni si inseguono
rendono scivolosi i sentieri,
non c’é molto dentro le acquasantiere
del periodo attuale,
tuffano dita devote
dentro un fondo di polvere e sale

Louise Brooks

Perché non posso
fare il drago questa volta,
e tu il vaso di Pandora?

Non so quali ombre
nutrano
certe attrazioni notturne,
il pianto dei salici,
o il sorriso alle iene.

Quante anime s’incontrano
nei frattempo dell’attesa.
Tutte uguali
spalancata la chiusa,
bianche e lisce non le distingui.

La fine del mondo
non credo sarà di notte,
ma poi farà buio.

voci dal vivo

autori non autori
dinoccolati aurei deserti
battibecchi di uccelli
su rami insabbiati
ovunque un vento fastidioso

un letto assai in piena
niente quiete dopo la tempesta
sulla base di nuovi orientamenti
e smarrimenti, voci dal vivo
dietro l’umanità,
evocazione stessa di qualcosa

anonimi il cercatore, il suonatore
e la sua lira dai margini onerosi,
la liquirizia in bocca
tutta nera notte
e nessun verbo

sembra idiota

sembra idiota,
risuonano sul selciato
bellissimi passi di sole
nel momento in cui
l’odiato autunno consuma abusi
su tutto quanto è stata luce

poeti giornali radio,
meteopatici talmente ovvi
da costruire l’estate
a metà giugno, rimpiangerla
ai primi di ottobre,
farle il funerale
malgrado le caldane
a suon di schiocchi d’ego
e conchiglie sul comodino

lo splendore messo a dormire
nei sottoscala a fianco,
assieme a vecchi album
e testi di amanti non morte
di cui nemmeno gli spiriti,
poveri idioti, hanno sentore

Altrove

con tante stelle che ancheggiano
non ha voglia di uscire,
proibito andare per qualcosa
con tutto il caldo che salta addosso
ammalato di ottusità

dentro, così lontano,
spaccherebbe un po’ d’ossa
malgrado non desideri accecare la luce,
gli elaborati pretesti
rimangano altrove

nel mondo del chi l’avrebbe detto
qualche cantante ignoto
ruba un po’ di ritmo,
qualche parola
da abbellirsi e spacciare

poter dire, invocare,
portami via, rosa di violoncello,
portami via

neanche i gatti lo sanno

cosa sia, dove termini
tutto il sangue perduto
in mille rivoli rossi,
quale sia il viaggio
e quante asperità lungo il cammino,
le bottiglie di lacrime
distese ad asciugare,
quante siano le dita impiegate
a contare il tempo
da intaccare i muri

una linea sghemba
ogni sette aste a coprirle

quale mistero avvolga
lo sporco orgoglio speso
per immagini
da camminatori senza meta,
e perché debbano essere
conseguenza di amori non cercati
non voluti, se non
dalla casualità del tempo,
a loro volta pronti come insetti
a impollinare altri amori
senza pensiero, tristi
e stretti dentro una voluttà
senza domani

neanche i gatti lo sanno

a pioggia

un girino
attraversa a nuoto pozze e condotte.
cresce, irrobustisce spalle da nuotatore
non parla se non l’indispensabile.
a ridere a far star bene:
tutto si spegne terminata l’eco.
domani, crede di non avere futuro,
mentre cammina sull’erba,
innocente e ignaro al pericolo del falco
che l’afferri verso l’alto per lasciarlo andare.
tutto si getta ad appesantire il gorgo.
sulla strada quando piove

diecimila pezzi

è possibile dimostrare l’orbita
di tutto quanto oltre Plutone?

quanti falchi ha incappucciato William B.
dal giorno in cui lasciò Coole e morì?

il declino, cui non siamo esenti,
dispettoso al fianco inciampa

sperando nel giorno in cui diventerà saggio
diecimila pezzi per ritrovarsi a morir bene

nostalgia inutile del superfluo:
la violenza è pasto nascosto in frigo

il futuro ha un numero limitato di gambe
ma gatto Proust fa una nuotata

lettera per niente

dov’è il poeta
quando Dio chiede all’uomo
di restituire una gamba;
o la conversazione, lontana,
perché vicino non c’è niente,
si arena sulle secche
di tutto quanto non si ha coraggio
a dire, misurare,
maledette volute in slanci
di autoflagellazione e ci si chiede
cosa facciano in solitudine,
maledetti per costituzione,
picchiettare che vibra
dentrofuori dentrofuori
ma non si vede,
sensibili e incapaci
di lasciarsi uscire dalle mani
qualcosa che non sia parole,
capaci di scorgere
tutto quanto è lontano,
inadatti alla prossimità