di tanta acqua

è bello alto il Po quest’anno.
accarezza di fango le sue sponde
e le mie.
non è più ospite svogliato d’isole.
a volte è preso dal desiderio,
la sua donna si chiama Nebbia

che apostasia ogni amore!
vaga senza sorvegliante su corridoi
tutta velata di bellezza.
corre verso friabili amanti
a goderne sospiri da brandelli d’abiti
gettati, come loro, gli uni sugli altri

chissà,
vedremo nubi meno nere sulla Bassa
e forse ben prima
delle carezze bianche dell’anno a venire.
eppure, di tanta acqua
brillano gli occhi

Lost man

domenica su Marte

Cenerentola canta, improvvisa.
Nella sua stanza di Brooklyn,
durante una domenica su Marte,
attende un incredibile successo
fluttuare sulla Luna, violini,
stampa, televisione, notorietà.
Avrà tanti più amici
per quanti gliene porterà il danaro,
riuscirà a esser sola durante feste,
promozioni, set e sala prove.
La rete se ne occuperà,
le aprirà cassetti e armadi,
tutti saranno pronti all’impostura
dicendo di averla conosciuta
ancor prima degli anni di Marte.
Nuovi congiunti la cercheranno,
e la vorranno incontrare.
Tutti e tutte innamorati di lei,
del suo stile netto, spartano,
da spasimarle dietro almeno
una manciata di settimane.
Infine, verrà il giorno
dei capelli color cenere
e di una nuova pelliccia.
Le troveranno la pelle pulita,
nemmeno un tatuaggio.

Credetemi, esisto

Voce fintamente sveglia
di chi vuol penare un altro po’,
unire nuovi grani di compassione.
La testa soffre, fa male, gira.
Stropicciata se ne infischia,
vorrebbe riuscire a spacciare
il vuoto per non detto.
Credetemi, esisto.
Non sono quel che leggete:
sono altro, un maiale coi denti marci,
il ventre è un barile.
Guardo il culo alle donne
con intensità da guastarli
e subito scordare con tre Ave Maria.
Se visto, distolgo gli occhi
poi li getto a terra.
Forse sono fascista.
E quando dormo, russo, sbavo.
So mentire, fingere, unica mia arte.
Puzzo, non mi lavo, rubo anche,
mi masturbo, tanto da stupirmi
di non essere ancora cieco.
A volte provo a scappare,
ma annodo male le lenzuola
peggio di un albatro con ali triturate.
Vedete? La bellezza non è mia parente
nemmeno alla lontana.

Esploratore o avventuriero
del linguaggio e anche ladro,
il tuo compito
come segno distintivo
sarà quello di carpire
nel labirinto, le parole
piegandole con dolce violenza
al tuo volere
con umiltà orgogliosa
rapinandole
del senso misterioso della vita.

(Gianni Fucci)

Letture amArgine: poesie di Arnoldo Foà.

Conosco la smania di tanti di essere pubblicati: io questa smania non l’ho mai avuta (lo dimostrano le date delle mie composizioni); ma sentirsi dire da un editore: “dammi le tue poesie che te li pubblico” non posso nascondere che mi abbia fatto piacere. Ma non avendole scritte per presentarle al pubblico, quando, per raccoglierle, sono andato a spulciare i miei quaderni, i foglietti, i notes dove le avevo appuntate, le ho trovate così miserine, così poco ben vestite per presentarsi al pubblico che sento il bisogno di avvertire i lettori: “Non sono un poeta, non mi presento come un poeta: qualche pensiero, qualche sensazione m’è venuta la voglia di metterli in versi: qualche pensiero l’ho lasciato così come m’è venuto, e molte cose sono banali – sono come tanti – chi non si lascia sorprendere anche dalla banalità?
Leggete questo libretto come un diario.
E grazie.
Arnoldo Foà
Roma, giugno 1991

TUTTE LE POESIE QUI PROPOSTE SONO TRATTE DALLA RACCOLTA “LA FORMICA” DI PELLICANOLIBRI, SCARICABILE GRATUITAMENTE QUI:
http://www.pellicanolibri.com/download/La-Formica-Arnoldo-Foa.pdf

A Cristo

Dicono, Cristo,
che tu hai salvato l’uomo
dal peccato originale.
Guerre, sevizie,
eccidi, genocidi,
atomiche e orrende
guerre biologiche!
Era così importante
salvare l’uomo
dall’amore?

1965

Sull’autostrada

Guarda un cavallo
da una staccionata
il traffico dell’autostrada.
Pensa ai fratelli morti per portar l’uomo.
Ride a un tratto di un lungo nitrito:
Ecco, muoiono
per portare se stessi!

1974

Il muro

M’han schiodato le assi di legno da una grossa cornice di cemento
m’hanno imbiancato con la calce viva e
m’hanno tolto i pali di sostegno; ma
adesso solamente son sicuro: Quando
m’han scritto con colore scuro sopra,
“Dio c’è; Viva la fregna”. Adesso,
son sicuro, sono un muro.

marzo 1977

Milano ore 7

Sono le sette.
Dai muri, dai vetri rotti,
dagli spiragli del portoncino,
entra l’odore del caffè.
Riempie lentamente, città
paesi, il mondo,
Da oriente ad occidente,
Quest’onda di profumo
spinge un balenio di gambe bianche
fuor delle coltri.
Segna, quest’onda,
L’immondo mormorio
degli scarichi umani;
le voci roche, gli sputi.
Cominciano al caffè
I primi alterchi soffocati:
Son speranze frustate,
sogni svaniti
un abisso di miseria, d’ignoranza, di pena, di paura che s’apre avanti
a miliardi di occhi disperati.

1979

Poesia può essere
un attimo della tua storia
messa in quadretto,
l’istantanea di un sentimento,
un’idea concentrata,
una buffonata,
un maramèo,
un singhiozzo in sintesi.
Spesso un rimare vano
la contorsione spastica
d’un pensiero da nulla

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PER SAPERNE DI PIU’:
https://it.wikipedia.org/wiki/Arnoldo_Fo%C3%A0

Ascolta & Leggi: Pavolv’s Dog con Il Fosso, un racconto inedito di Silvia Giusti e Paolo Beretta

A volte le sorprese non mancano, questa è estremamente piacevole, un bel racconto con poesia scritto a quattro mani da Silvia Giusti (lapoetessarossa) e Paolo Beretta (uncielovispodistelle) che, entrambi, ho avuto il piacere di incontrare personalmente lo scorso 14 giugno a Como, ospiti tutti di Antonio Bianchetti (ilbarman) e di Vincenzo Petronelli. Grazie.

Premessa

Quando succedono cose che non ci aspettiamo, siamo colti, talvolta, da un misto di stupore e impotenza. Siamo esseri umani, fragili e sognatori. Chi scrive, chi si diletta a scrivere, trae spesso ispirazione da tali accadimenti.
Non racconteremo dunque i fatti, ma attraverso un esercizio nella tecnica dello straniamento, racconteremo di un vissuto (a margine della serata), per farne paradigma.
E un ringraziamento.

IL FOSSO

E’ una serata dedicata alla poesia con la presentazione di un libro. E’ presente l’autore e l’amico che lo ha invitato. Non c’è niente di strano in questo gruppo di persone dentro una sala, al piano interrato di una biblioteca. Sono sedute ad ascoltare il poeta e il suo interlocutore. L’ospite lo ha presentato brevemente e gli ha lasciato presto la parola. Il poeta racconta, si racconta e legge i suoi versi. Questo gruppo di persone che in parte non si conoscono e non si sono mai viste si riconoscono perché amano la parola. Le persone ascoltano, sorridono, applaudono, qualcuno domanda e il poeta risponde.
In ultima fila, semi nascosto da una colonna e da una signora con una folta chioma riccia c’è un uomo con una vistosa cicatrice su una guancia. Il poeta lo ha riconosciuto. Decide così di leggere un componimento non previsto, una vecchia poesia, mai edita. La introduce così.

Per quel che mi riguarda voi tutti nella vita potete essere chiunque, panettieri, professori, baristi, medici, giornalisti. Qualcuno di voi potrebbe avere una seconda vita. Molti di voi hanno segreti, e almeno uno che non hanno mai raccontato a nessuno. Per esempio nessuno sa il mio.
Ve lo leggo.

IL FOSSO

L’acqua mi bagnava le ginocchia
mentre morivo la prima volta
Sapevo di letame
in bocca il sapore del sangue
Afrori dolciastri a fare da incensi
Il cane offeso guaiva e mordeva
latrava di follia
e prevalsa
La mia voce non c’era
annegata nel fosso
dove nemmeno una rana
seguiva il corteo
Lui se ne andò ebbro
con lo stupore negli occhi
Io con una cicatrice,
ferita nel costato
La sento che gracida
talvolta, nel silenzio della notte

11 luglio 1982

La platea rimane in silenzio.
Dopo un momento il poeta riprende a parlare.

Un giorno, quando ero molto giovane, ho picchiato un mio compagno di scuola. Potrebbe non essere materia poetica. Invece. Il giorno prima avevamo giocato a pallone. Stavo per segnare. Un compagno mi ha fermato nell’area di rigore in modo scorretto. L’arbitro non ha visto nulla. Sono rimasto senza parole. Il compagno non mi ha nemmeno aiutato a rialzarmi. Anzi mi ha voltato le spalle. Gliel’ho giurata. Il giorno dopo all’uscita da scuola l’ho seguito. Abitavamo in due paesi diversi e per tornare a casa percorrevamo la stessa strada ma in senso opposto. Eravamo in bicicletta. Sul rettilineo lungo i campi appena arati c’era odore di terra smossa e di letame. L’ho affiancato, come un gregario, ma lui, colto di sorpresa, ha sbandato ed è caduto nel fosso accanto alla strada. Si è rialzato bestemmiando. La bici aveva una ruota storta. Sceso dalla bicicletta, mi sono avvicinato e l’ho spinto ancora dentro il fosso. Mi sono scagliato sopra di lui sferrandogli una serie di calci e pugni. Poi sono risalito sulla strada e l’ho lasciato lì. Ho ripreso la bicicletta e mi sono messo a pedalare come un matto, ridendo e piangendo allo stesso tempo. Non l’ho mai raccontato a nessuno. Il mio compagno di scuola è rimasto assente per una settimana. Quando finalmente è tornato aveva una vistosa cicatrice sulla guancia. Aveva detto a tutti che era caduto dalla bici mentre tornava a casa, un coniglio gli aveva tagliato la strada e lui era finito nel fosso. Non ci siamo mai più parlati. Ha cambiato città ed è diventato un giornalista sportivo piuttosto famoso, un signore delle telecronache, pacato e puntuale. E’ uno di quelli che quando le squadre sanno di avere lui a commentare si impegnano e giocare bene senza sgarrare troppo. Perché un giorno ha raccontato in una intervista il motivo di quella cicatrice, senza fare nomi ovviamente. E’ diventato un bell’uomo il mio compagno di scuola. Se quella cicatrice lo ha reso diverso e speciale è anche un po’ merito mio. La poesia l’ho scritta nella notte dell’11 luglio 1982, quando l’Italia vinse i Mondiali di Spagna. Ero con un gruppo di amici in giro a festeggiare e lo intravidi tra la folla, con una corona di alloro in testa. Seppi, da un altro che lo conosceva, che si era laureato quel giorno.

A quel punto il poeta lascia stare gli occhi chiari e il rossetto deciso della giovane donna che ha di fronte e guarda là, nell’angolo dietro la signora dai folti capelli ricci. L’uomo con la cicatrice non c’è più, al suo posto solo una crepa in un vecchio muro.

A Flavio,
da Silvia e Paolo
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Osip Mandel’štam sepolto

Al futuro mi abituo.
Lo spoglio, lo abito,
lo voglio integro.

Due giorni dopo Natale:
scendete tutti
e tirate giù i morti!

Le loro anime, nemiche del popolo,
parlano agli dei.
Deridono il Compagno Stalin.

Questa bambina senza scarpe
sorride ancora.

Questo qua lo ricordo bene,
uomo di fede, ferrava i cavalli.
Cantava, bestemmiava,
pregava ogni mattina.

Il ricco parassita
lo si riconosce dalle mani di cera,
i suoi titoli, i conoscenti,
non lo hanno salvato.

Spacchiamo questa terra di transito,
dura e nera, non bastano
sputi e pazienza. Il tempo stringe,
prendete i picconi.

Aspetta! Ce n’è un altro!

A questo non bastava
tenere il culo al caldo,
scrisse contro il Regime!
Nessuno si accontenta del suo stato.
Coprite anche lui, come tutti,
dentro!

Niente rende più uguali
e senza nome
della fossa comune.
Al resto pensano ghiaccio e maree.

Mezzogiorno

se sei paese davvero,
nell’ora di Honduras e Cile
non ti unirai
alla piatta apparenza del vino

chi fa Storia ama i propri figli,
da la vita per loro, si batte,
rimedia pranzo e cena

non è Paese chi ha la vita
immersa nel danaro.
Unisciti, esci! E’ Mezzogiorno.

Grida quando hai ragione,
non temere. Nessun nemico
è più forte di te.