Osip Mandel’štam sepolto

Al futuro mi abituo.
Lo spoglio, lo abito,
lo voglio integro.

Due giorni dopo Natale:
scendete tutti
e tirate giù i morti!

Le loro anime, nemiche del popolo,
parlano agli dei.
Deridono il Compagno Stalin.

Questa bambina senza scarpe
sorride ancora.

Questo qua lo ricordo bene,
uomo di fede, ferrava i cavalli.
Cantava, bestemmiava,
pregava ogni mattina.

Il ricco parassita
lo si riconosce dalle mani di cera,
i suoi titoli, i conoscenti,
non lo hanno salvato.

Spacchiamo questa terra di transito,
dura e nera, non bastano
sputi e pazienza. Il tempo stringe,
prendete i picconi.

Aspetta! Ce n’è un altro!

A questo non bastava
tenere il culo al caldo,
scrisse contro il Regime!
Nessuno si accontenta del suo stato.
Coprite anche lui, come tutti,
dentro!

Niente rende più uguali
e senza nome
della fossa comune.
Al resto pensano ghiaccio e maree.

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Mezzogiorno

se sei paese davvero,
nell’ora di Honduras e Cile
non ti unirai
alla piatta apparenza del vino

chi fa Storia ama i propri figli,
da la vita per loro, si batte,
rimedia pranzo e cena

non è Paese chi ha la vita
immersa nel danaro.
Unisciti, esci! E’ Mezzogiorno.

Grida quando hai ragione,
non temere. Nessun nemico
è più forte di te.

Ascolta & Leggi: John Giorno, poesie e video

John Giorno (New York, 4 dicembre 1936) è un poeta statunitense tra i più noti dell’area sperimentale. Ha prestato faccia ed espressività a questo video, che è stato il canto d’addio dei REM.

La morte di William Burroughs

William è morto sabato 2 agosto, 1997 alle 6:30 di sera, per le complicazioni di un massiccio attacco cardiaco, subito il giorno prima. Aveva 83 anni. Ero con William Burroughs quando è morto ed è stato uno dei momenti migliori che io abbia mai avuto con lui.
Con le pratiche di meditazione Tibetana del Buddhismo Nyingma, assorbii nel mio cuore la sua consapevolezza. Sembrava una brillante luce bianca, accecante ma attutita, vuota. La sua consapevolezza mi stava attraversando. Una gentile stella filante mi entrò nel cuore e su per il canale centrale, e fuori dalla testa in un puro campo di grande chiarezza e beatitudine. Fu assai forte – William Burroughs riposava in grande serenità, e nel vasto spazio vuoto della primordiale saggezza della mente.
Ero nella casa di William, stavo facendo le mie pratiche di meditazione per lui, cercando di mantenere buone condizioni e di dissolvere ogni ostacolo che potesse nascere in quel momento nel Bardo. Ero sicuro che William aveva acquisito un alto grado di realizzazione, ma non era un essere completamente illuminato. Indolente, alcolizzato, tossico William. Non permisi, neanche per un’ istante, che il dubbio potesse insinuarsi nella mia mente, poiché ciò avrebbe permesso al dubbio di crescere nella coscienza di William. Dovevo precedere senza paura con assoluta fiducia. Ora dovevo farlo per lui.

Cosa Andò Nella Bara di William Burroughs Con Il Suo Corpo Mortale

Verso le dieci del mattino di martedì, 6 agosto, 1997 James Grauerholz e Ira Silverberg vennero a casa di William per prendere gli abiti che il direttore dei servizi funebri avrebbe messo sul cadavere di William. Gli abiti erano in un armadio nella mia stanza. Scegliemmo anche le cose che sarebbero andate nella bara e nella tomba di William, per accompagnarlo nel suo viaggio nell’oltretomba.
La sua pistola più amata, una 38 special a canna corta, carica con cinque colpi. Lui la chiamava “The Snubby”. La pistola fu una mia idea. “Questo è molto importante!” William diceva sempre che non si è mai armati abbastanza in ogni situazione. Delle sue oltre 80 pistole di livello internazionale, questa era la favorita. Spesso la portava alla cintura durante il giorno, e quando dormiva l’aveva tenuta accanto, alla sua destra, carica, sotto il lenzuolo, ogni notte per 15 anni.
Cappello di feltro grigio. Portava sempre il cappello quando usciva. Volevamo che la sua consapevolezza si sentisse perfettamente a suo agio, da morta.
Il suo bastone preferito, un “bastone animato” con una lama dentro, in noce bianco con una leggera finitura di palissandro.
Giacca sportiva, nera con una sfumatura verde scuro. Cercammo in tutto l’armadio, il migliore dei suoi abiti malandati, che odorava dolcemente di lui.
Blu jeans, i meno usati erano gli unici puliti.
Una bandana rossa. Ne portava sempre una nella tasca posteriore.
Mutande a boxer e calzini.
Scarpe nere. Quelle che portava durante le performances. Avevo pensato a quelle marroni vecchie, che portava sempre, perché erano comode. James Grauerholz insistette, “Un vecchio detto della CIA dice che ricevere una nuova assegnazione significa ricevere scarpe nuove”.
Camicia bianca. L’avevamo comprata in un negozio di abiti maschili a Beverly Hills nel 1981 per il Red Night Tour. Era la sua camicia migliore, tutte le altre erano un po’ sdrucite, e sebbene si fosse ristretta, lui aveva perduto molto peso, e pensammo che gli sarebbe andata bene.
Cravatta, blu, dipinta a mano da William.
Panciotto marocchino, velluto verde con un orlo di broccato oro, datogli da Brion Gysin, venticinque anni prima.
All’occhiello della giacca, la rosetta di Commandeur Des Arts et Lettres del Governo Francese, e la rosetta dell’American Academy of Arts and Letters , onorificienze che William aveva molto apprezzato.
Una moneta d’oro nella tasca dei pantaloni. Una moneta d’oro da cinque dollari con la testa di indiano del 19° secolo, per simboleggiare la ricchezza. William avrebbe avuto abbastanza denaro per comprarsi la sua entrata nell’oltretomba.
I suoi occhiali nel taschino esterno della giacca.
Una penna a sfera, del genere che usava sempre. “Era uno scrittore”, e a volte scriveva a mano.
Uno spino di erba buonissima.
Eroina. Prima del servizio funebre Grant Hart fece scivolare un pacchetto di carta bianca nella tasca di William. “Nessuno l’arresterà”, disse Grant. William, ingioiellato con tutti i suoi ornamenti, viaggiava nell’oltretomba.
Lo baciai. Un vecchio disco di noi due insieme, 1975 si chiamava Mordere Via La Lingua Di Un Cadavere. Lo baciai sulle labbra, ma non lo feci. E avrei dovuto.

Traduzione: Raffaella Marzano

*

C’era un albero cattivo

C’era un albero cattivo, un albero cattivo, che la gente odiava.
Le foglie avevano un odore disgustoso,
e i fiori avevano un aspro fetore.
Se ti ci avvicinavi troppo, vomitavi.
I frutti erano veleno, un solo morso ed eri morto.
Tutti davvero lo detestavano. L’albero cattivo puzzava.
Continuavano a parlarne,
e decisero di abbatterlo. Liberiamocene.
Lo tagliarono con asce, e a malapena lo intaccarono;
indossando maschere antigas, picchiarono e picchiarono,
lo mordicchiarono e scheggiarono.
Una polvere oleosa dalle scintillanti foglie verde scuro,
cadde sulla loro pelle, le ricoprì di vesciche e dava un gran prurito,
che li fece grattare a sangue.
Indossarono un dispositivo protettivo con ossigeno,
e si avvicinarono con seghe elettriche e equipaggiamento pesante.
Lavorando con turni 24 ore su 24, alla fine lo tagliarono.
Tutti erano molto felici, e celebrarono la grande vittoria.
Una nobile impresa, ben fatto; e se ne andarono a letto esausti.
Il giorno seguente, l’albero cattivo era ricresciuto,
era rispuntato di nuovo e più grande, e più bello e orribile.
Erano molto scoraggiati. Ne parlarono a lungo,
e lo tagliarono di nuovo, e versarono benzina sulle radici,
e bruciarono tutte le foglie e i rami in un grande fuoco.
Dopo che le braci incandescenti si raffreddarono,
l’albero ricrebbe, più grande, più cattivo e davvero sontuoso.
Altra gente era rimasta a guardare dalle proprie case,
aspettando il loro turno. Pensavano di essere più in gamba,
con maggiori capacità intellettuali,
loro sapevano come liberarsi dell’albero.
Era una pianta che cresceva, un albero di legno che cresceva nel terreno.
Lo incenerirono, bruciarono le radici con prodotti chimici,
acidi evaporanti e laser robot;
presero a cannonate il terreno, bombardarono dall’alto,
colpirono con i loro missili intelligenti e bombardarono con radiazioni.
Fecero una tempesta di fuoco;
e ricoprirono il terreno con cemento e acciaio.
L’albero ricrebbe, più fresco, più elegante,
persino grazioso; e davvero terribile.
Il legno era più duro, più scuro, più brillante, forte muscolo rovente;
e le foglie, piene e lussureggianti, si muovevano come piante subacquee lussuriose nella brezza.
Tutti erano molto depressi, estremamente scoraggiati.
Era una catastrofe.
Avevano creato un mondo infernale.
Ne parlarono incessantemente, e giunsero a una decisione.
Il indaco diede le dimissioni in disgrazia,
quelli che avevano lavorato così duramente, se ne andarono, umiliati,
partirono, rimasero via, si trasferirono dall’altro lato della città.
Poi, dal blu, comparvero quelle belle persone,
erano semplici e umili, un po’ come pavoni,
e apparentemente ben intenzionati, con un grande senso dell’umorismo.
Radiosamente rilassati, trasudavano gentilezza amorevole e compassione,
si avvicinarono e cominciarono a mangiare le foglie.
Mangiarono le foglie e gli piacevano, divennero felici,
e risero e risero; e continuarono a masticare rumorosamente foglie.
Era evidente che gli piaceva davvero il loro gusto.
Si premevano i fiori sulle guance,
velluto nero spalmato di olio di trasmissione.
Leccavano i dolci succhi che colavano dai petali.
Il polline era polvere di carbone e gas di petrolio.
Sprofondando il naso, inspiravano profondi respiri,
mangiando il profumo, grande beatitudine.
Scoprirono il frutto nascosto sotto le foglie,
mango più che maturi con una buccia melanzana appicicatticcia, pendevano come testicoli;
e all’interno dei frutti c’era carne putrescente, come fegato.
Quella gente speciale avvicinava la faccia in quella melma puzzolente,
e ce la ficcava;
inalando con labbra, e denti e lingue.
Leccavano e bevevano il denso succo rosso.
I semi, come rubini carbouchon,
sembravano particolarmente potenti, e venivano masticati con grande delizia.
I frutti contenevano le cinque saggezze.
Gli uomini e le donne diventarono luminosi,
la loro pelle era dorata e i loro corpi, quasi trasparenti,
erano rivestiti di scintillanti luci arcobaleno.
Cominciarono ad avere sonno, a sbadigliare e si raggomitolarono sotto l’albero,
e fecero un sonnellino. Mentre dormivano, la musica riempì l’aria.
Abbandonati contro il tronco dell’albero nodoso e le radici sporgenti,
i loro enormi corpi colorati di rosso, giallo, blu, verde, bianco,
riposavano in grande serenità, ed irradiavano grande compassione.
Nell’albero c’erano le case segrete di molti semi-dei,
fantasmi affamati e spiriti della terra, che furono molto contenti
di tutte le attenzioni positive che gli venivano tributate.
Dopo anni di maltrattamenti, mutilazioni e distruzione,
si divertivano; anche se venivano devastati
e i loro fiori distrutti.
All’estremità delle radici, c’erano gioielli,
diamanti e smeraldi e rubini,
che erano stelle nel cielo del mondo sottostante.
Gli splendidi uomini e donne si svegliarono,
e ricominciarono a sgranocchiare le foglie.
Mangiarono le foglie, come cervi, facendo piccole pause fra i morsi,
guardando al vasto cielo vuoto.
Le foglie e i frutti aumentarono il loro chiarore e beatitudine,
e introdussero la natura della mente saggia primordialmente pura.

2001

Traduzione: Raffaella Marzano

****************

ora del tè

Già è notte fonda, ora del tè.
Accaniti sodali, fin dal primo risveglio
inviano eserciti a presidiare
i confini della stanza attigua,
i letti sfacciatamente rifatti a coprire
sogni senza ritegno

e, lasciando perdere acute delizie
di caratteri alquanto poco loquaci,
sarà bene confidare nei Romani,
malgrado i Macedoni sconfitti
siano sopravvissuti ai vincitori.
Non cessa la conquista di ogni giorno.

Il tè lieto raffredda
nel proprio stagno in tazza.
Amori e figli non esistono,
non avranno altre occasioni.

Ascolta & Leggi: Siouxie e tre poetesse perdute.

LUIGIA FERRO

INTERSTELLARIA

Sette lati per sette
e ascoltatemi Muse
per quanto ho pianto.
Dammi Dio novanta gradi
per cadere e cedere
così le mie colonne
son righe per riscriverti
sotto la mano di Clio.
Mi si slaccia di fronte
la cintura Orione
ma non mi turba
mi dona solo tre stelle
e mi dice che sono per sempre.
E i miei occhi brillano
altre stelle, due ed esplodono
ti dono le tue nubi
dissolvile coi baci
ma sappi che Catullo
non l’ho conosciuto.
Ma quarantadue anni
cosa sono rispetto a settantotto?
Ho atteso sedicimila versi
per pioverti addosso.
Ora ascoltatemi tutte
Dee del principio
del Verbo, l’avevate
voi in grembo io lo so,
me l’han detto i Santi
e le Pleiadi lucenti.
Parlami Logos divino
Platone era mio cugino
Saffo mia sorella
e spaccami come una noce
le cervella maledette
e saturnine
che ho avuto
il coraggio
di contaminare.

PER SAPERNE DI PIU’:
http://www.symmachia.it/addio-a-luigia-ferro-poetessa-di-25-anni/

*

CLAUDIA RUGGERI

il Matto capovolto
Palestina

Y no echaré de meno ni de mas
no l’importancia si la circumstancia
Pablo Neruda

questa che ora interroga, t’arrovescia
l’inizio; t’avviva a questo Inverso
cui un dio non corrispose; tu sei
l’oggetto in ritardo, l’infanzia persa
su tutte le piste, l’incrocio rinviato; sei l’amnistia
dell’idioma viaggiato; ma Salve, la primavera
ti rassegna, di vòlta in vòlta carta
sveste percòte per cose fitte fitte
afflitte da memorie; t’installa nella voce
con un esercito a mille aste, e così
fortemente tu chiami e così ti legava
il tuo passo recente; dimmi se di uno Stagno
snidi l’Imperfezione, oppure le maiuscole
rimangono incredibili: sono le ‘nulle’
degli alfabeti in cifre, il segno
che non scatta, un ariele distratto…
oppure sul tuo capo la Torre
capovolge; e con un salto dal basso
ti drizza: ma sei in un balzo (ma appena)
o nella capriola prima che t’agganciò
di passi; o c’è chi ti dà un Regno -una parola
d’Ordine almeno- insomma un esito una ribalta, come
si dice, un tuffo; e forse una Città
dove rivolge l’ennesimo esodo
dove s’apre per dita bendate per gli esuli
grandi, o per la fase nuova del terreno:
(leviamole la femmina, diamo l’idiota a questa lesione.
oppure ‘cosa’ resta; vecchia insensazione)

PER SAPERNE DI PIU’:
https://it.wikipedia.org/wiki/Claudia_Ruggeri

*

NADIA CAMPANA

Lèggere l’estate

Ore nuove e riposate del primo giugno
che una di quelle che aperte come
chicco di ribes rende una forchetta
produce intorno cose – senza riflettere –
intento meticoloso compongo
il mosaico con stacchi solidali:
alle ombre nulla perdendo
nel piccolo gesto implico
cosi concluso e proprio un palpito
saltare fa da una mano all’altra
chicchi e pampini a capriccio
nomi biondi sulla rugiada
si ammucchiano già
con gli acini sani dentro la polpa acre
dà al sole la pergola al di fuori chiarissima.

PER SAPERNE DI PIU’:
https://it.wikipedia.org/wiki/Nadia_Campana

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anonime e dimenticate

vivere è mancanza quieta,
segnata da lievi tratti di pianoforte,
una bava di vento
attraversa dolcemente rami
e foglie riemerse in primavera

è tutta silenzi l’attesa del libraio:
faccia arrivare presto
volumi altrimenti introvabili.
Olio per tirare avanti,
quando nulla procurerà sorrisi
oltre il pensiero di dover poter vivere,
lettere frequenti, lettere più rare
anonime e dimenticate,
rianimano fuochi devianti
non dicono, non si sa dove, quando

andare a capo spezzando
croste di pane, poi l’urlo:
chi ha talento scagli la prima pietra!
Seguono sorrisi grigio azzurrognoli,
i ciottoli rotolano a terra

Ascolta & Leggi: Nosferatu, musica dei Popol Vuh, Versi di Klaus Kinski

Attraverso alcuni post di Yoki su Fb, ho scoperto che Klaus Kinski, oltre a essere stato un rinomato attore fin dal tempo degli spaghetti western, ha dato un po’ di penna e voce alla Poesia. Lo ricordiamo assieme alla colonna sonora di uno di quei tanti film in cui sfoderò interpretazioni memorabili.

COSÌ IL RIPETERSI DEI GIORNI

Ancora ripidi pendii coperti di bianco
racchiudono come vasi allungati il dolore –
sale tutto intorno la profonda melodia dei flauti,
risplendono leggeri i pesanti piedi
e intona strofe finali la stretta gola.

Distesa sugli occhi dei grandi uccelli
la retina espande alla cieca il loro dilatarsi,
lunga l’attesa degli occhi precipitati,
velati come dalla partenza dei lunghi pellegrinaggi –
sfida la propria debolezza l’ombra,
si perde nel temporale priva della vista.

Ecco una rossa raggiante corona irrompere nella stanza,
festeggia alle tempie la febbre d’energia –
prese dal sole le ragazze diventano donne
e il loro grembo innominato risuona –
scotta il seno di vergine, che sempre m’accoglie.

*

MANI DI PUTTANE

Mi mostrarono il fuoco le mani delle puttane.
Accesero la mia bocca tra le loro gambe
come una miccia tra pietre focaie –
sputano fuoco bianco le mani delle puttane.

Mi allattarono col sangue le mani delle puttane.

Voi conoscete solo cuori pieni di sperma
e poggia sul mio dolore il vostro culo –
immerse nel sangue sono così calde le mani delle puttane.

Mi mandarono un bacio le mani delle puttane.
Per le loro notti mi strofinarono a fondo –
di sicuro per voi io sono l’essere più schifoso –
sferzarono il mio bacio le mani delle puttane.

Ora io sono libero! i delitti mi rincorrono!
gli assassini fantasticano la mia faccia!
la follia getta con rabbia il suo peso
nel mio ventre, allevia la sofferenza!!

*

SENI DI LILLÀ

Il rosso sudore dei seni di lillà mi rende feroce!
sono gonfi di fosforo i cuori delle tredicenni!
ruggiscono luce e mi leccano ferite dolorose,
come pioggia lavano il vecchiume che m’affligge!!
io sballo alla grande, brucio balzando
sopra ad una pazzesca distesa di rami!
e vola fin nella mia bocca la scapola di lei:
io canto ————————————

s’impennano febbricitanti come serpi i raggi di sole,
leccano la calda schiuma sanguigna attorno alla visione,
triturano papavero nel mio cervello!
i neri seni di lillà mi rendono così feroce!!!

*

L’ANIMALE

Io mi piego animale alla tua bocca,
tornato sotto l’arco dei tuoi lombi rigati –
eccitanti i frutti alle tue mani maculate –
mi dissetano e mi fanno guarire.
Lenti cespugliosi fiocchi di capelli ricoprono
di neve stupide strofe ammaestrate dal dolore,
e come ubriaco di nuda furia il sangue nero
ribolle avvolgendoti come una pelliccia,
sfavillano attorno alle pallide mura i grappoli –
ecco grandinare la cascata dei tuoi denti,
il sale fluire nel mio torace spalancato –
rosso livido è il tuo bacio e mugghia di piacere
e beve e gorgoglia come da una bottiglia –
io sotto di te giaccio e cenere divoro.

*

LA MORTE MI ECCITA

Quando battevo le strade nella vita passata
io mi sentivo libero come una troia –
così gonfio era il verde pavone del cielo,
soffrire per la nuova terra era scontato.
La crosta vaiolosa soffocò ogni riflessione –
i cieli d’ottone crollarono con tutti i loro segreti –
il dolore della resurrezione era avvenuto senza di noi
e per noi invocava a gran voce colpe sconosciute –
riposavano fredde nell’urna le torride estati ——-

io guardai sulle nostre mani e piansi –
nella sabbia diventavano esangui le orme –
e se non ebbi neanche il vile coraggio di farla finita,
fu a causa dei giovani ventri su cui rimavano poesie –

io pur d’avere una fetida luce arraffai l’ultima menzogna –
tuttavia nelle ultime finestre già s’allenava la putrefazione –
noi senza crederci parlammo di guarigione
e quanto ingorde le risate, al vacillare di Cristo ——–

“oh Dio, aiutami” – noi rubiamo e scappiamo!
“oh Dio, lasciami” – noi ti odiamo e vogliamo amore!
siamo pungolati da così tanti inferni!
bastiamo noi soli a comprare l’indulgenza!
sta ritornando l’estate – così tanto io ho patito –
fuggevole come i pesci è il bianco guizzante del tuo volto!

io non so niente di quello che i cuori ruminano –
io so solo che da qui al sole c’è il mio angelo!
urla chiara come una luce la morte che mi eccita! ———————-
mai nessuna bocca provò gioia così grande per un bacio!

*

ADDIO

Mi levo del tutto verso l’alto – eretto – come fanno gli alberi,
quando sanno che è giunta l’ora di morire ——-

io devo andarmene via da qui!!

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Schauspieler Klaus Kinski, aufgenommen im Jahr 1980.

KLAUS KINSKI (1926-1991) nacque a Sopot, allora compresa nella città-stato della Città Libera di Danzica da padre di origine polacca e da madre tedesca. La sua carriera comincia all’inizio del secondo dopoguerra, quando nel 1955 ottiene un ruolo minore nella pellicola All’est si muore del regista László Benedek. Inizia così una carriera come caratterista, interpretando soprattutto personaggi luciferini e violenti e partecipando a diverse pellicole internazionali, incluso un cameo ne Il dottor Živago (1965) di David Lean.
Nel 1965 partecipa, seppur sempre con un ruolo di contorno, a uno dei classici di Sergio Leone, Per qualche dollaro in più, in cui interpreta lo scagnozzo gobbo nella cricca di “El Indio”. Negli anni successivi l’attore continua a lavorare in Italia, partecipando a numerosi spaghetti western, in cui interpreta generalmente il ruolo del cattivo. Tra le interpretazioni più significative di questo periodo, quelle di co-protagonista nel ruolo de “El Santo” in Quién sabe? di Damiano Damiani, del cacciatore di taglie Tigrero ne Il grande silenzio di Sergio Corbucci ed il ruolo di protagonista in E Dio disse a Caino… di Antonio Margheriti.
Dagli anni settanta comincia la collaborazione con il regista tedesco (ed ex coinquilino negli anni giovanili) Werner Herzog, che lo sceglie come protagonista di cinque dei suoi film e che gli donerà finalmente fama internazionale: Aguirre, furore di Dio (1972), Woyzeck (1979), Nosferatu, il principe della notte (1979), Fitzcarraldo (1982) e Cobra Verde (1987). Sono nella storia del cinema le discussioni, anche violente, che Kinski provocava frequentemente col regista sul set, che tuttavia non hanno impedito il continuare di questo sodalizio, basato su un’alta considerazione reciproca e sul desiderio di sperimentazione espressiva, fino alla morte dell’attore.
Attore istrionico e da alcuni considerato fin troppo esasperato nelle sue manifestazioni sceniche, donava comunque sempre ai suoi personaggi un alto tasso di imprevedibilità. Rimangono nella storia del cinema almeno due delle sue interpretazioni: quella di Aguirre, il folle conquistador che, spinto dalla sua sete di ricchezza alla ricerca della fantomatica città di El Dorado, troverà la morte in preda alla follia più oscura, e quella di Nosferatu nel rifacimento del capolavoro del 1922, Nosferatu il vampiro (Nosferatu, eine Symphonie des Grauens) di Friedrich Wilhelm Murnau.
Ha lasciato come regista una sola opera: Kinski Paganini (1989). Herzog, dopo la morte di Kinski, produsse un lungo documentario dal titolo Kinski, il mio nemico più caro (1999), nel quale raccontò il loro sodalizio e la figura del suo amico usando moltissimi spezzoni di riprese fatte sui diversi set cinematografici ed interviste con attori che recitarono con Kinski a teatro.
L’attore tedesco morì di infarto a Lagunitas. Le sue ceneri furono sparse nell’Oceano Pacifico.