Altrove

con tante stelle che ancheggiano
non ha voglia di uscire,
proibito andare per qualcosa
con tutto il caldo che salta addosso
ammalato di ottusità

dentro, così lontano,
spaccherebbe un po’ d’ossa
malgrado non desideri accecare la luce,
gli elaborati pretesti
rimangano altrove

nel mondo del chi l’avrebbe detto
qualche cantante ignoto
ruba un po’ di ritmo,
qualche parola
da abbellirsi e spacciare

poter dire, invocare,
portami via, rosa di violoncello,
portami via

neanche i gatti lo sanno

cosa sia, dove termini
tutto il sangue perduto
in mille rivoli rossi,
quale sia il viaggio
e quante asperità lungo il cammino,
le bottiglie di lacrime
distese ad asciugare,
quante siano le dita impiegate
a contare il tempo
da intaccare i muri

una linea sghemba
ogni sette aste a coprirle

quale mistero avvolga
lo sporco orgoglio speso
per immagini
da camminatori senza meta,
e perché debbano essere
conseguenza di amori non cercati
non voluti, se non
dalla casualità del tempo,
a loro volta pronti come insetti
a impollinare altri amori
senza pensiero, tristi
e stretti dentro una voluttà
senza domani

neanche i gatti lo sanno

a pioggia

un girino
attraversa a nuoto pozze e condotte.
cresce, irrobustisce spalle da nuotatore
non parla se non l’indispensabile.
a ridere a far star bene:
tutto si spegne terminata l’eco.
domani, crede di non avere futuro,
mentre cammina sull’erba,
innocente e ignaro al pericolo del falco
che l’afferri verso l’alto per lasciarlo andare.
tutto si getta ad appesantire il gorgo.
sulla strada quando piove

diecimila pezzi

è possibile dimostrare l’orbita
di tutto quanto oltre Plutone?

quanti falchi ha incappucciato William B.
dal giorno in cui lasciò Coole e morì?

il declino, cui non siamo esenti,
dispettoso al fianco inciampa

sperando nel giorno in cui diventerà saggio
diecimila pezzi per ritrovarsi a morir bene

nostalgia inutile del superfluo:
la violenza è pasto nascosto in frigo

il futuro ha un numero limitato di gambe
ma gatto Proust fa una nuotata

lettera per niente

dov’è il poeta
quando Dio chiede all’uomo
di restituire una gamba;
o la conversazione, lontana,
perché vicino non c’è niente,
si arena sulle secche
di tutto quanto non si ha coraggio
a dire, misurare,
maledette volute in slanci
di autoflagellazione e ci si chiede
cosa facciano in solitudine,
maledetti per costituzione,
picchiettare che vibra
dentrofuori dentrofuori
ma non si vede,
sensibili e incapaci
di lasciarsi uscire dalle mani
qualcosa che non sia parole,
capaci di scorgere
tutto quanto è lontano,
inadatti alla prossimità

mi sfugge

dimentico subito, mi sfugge
il nome di quel poeta scordato da tutti,
nessuno lo ricorda più se non per fare l’erudito:
sì… quel poeta triste,
fece vita da agente di commercio.
mangiava solo in trattorie economiche,
prendeva treni in ritardo,
a casa nessuno lo aspettava,
e non si sentì mai chiedere
com’è andata oggi?
fortunato figlio di puttana, mai ebbe bisogno
di mentire, da una anno all’altro poteva contare
la stagnazione del proprio fatturato,
le spese di trasporto e soggiorno, le provvigioni
di una vita appena, appena dignitosa.
le camicie dal colletto rivoltato, bianche
da far luce,
la radio per poche notizie, le stesse.
mi sfugge quel nome, quando ogni giorno
penso a oggi, un anno fa

in strada, credendola libera

ponti, non più parapetti,
senza fiumi o strade da scavalcare.
con quel vezzo sottile,
tutto italiano, di lasciarli cadere:
sono celebri le punizioni a foglia morta.
empi scarabocchi creduti primavere,
continuando lo stesso solco fino al mare
dove sono isole di sterpaglie e rifiuti.
tutto così lontano da sembrare impossibile,
le mani date in pegno, gli sguardi in affitto,
il pensiero all’ammasso.
balaustre e non più ponti.
là dove si passava cantando,
ora è dovuto il pedaggio

Tutti uguali

vista dallo spazio
la Terra è azzurra striata bianco:
la pioggia andrà a cadere
dove venti capricciosi porteranno

i morti non si vedono,
ma tutti conoscono il momento
in cui diventano tutti uguali, ovunque siano
tempo dopo, trascorsa la tragedia

finita la memoria, qualcuno approfitta
organizza cerimonie, falsifica libri di storia
così la bilancia non penderà più
dalla parte giusta

vista dallo spazio,
la storia si ripeterà:
finiti i testimoni, tutti uguali
vittime e carnefici

non si taccia mai:
chi conosce i nomi
li scriva

di tanta acqua

è bello alto il Po quest’anno.
accarezza di fango le sue sponde
e le mie.
non è più ospite svogliato d’isole.
a volte è preso dal desiderio,
la sua donna si chiama Nebbia

che apostasia ogni amore!
vaga senza sorvegliante su corridoi
tutta velata di bellezza.
corre verso friabili amanti
a goderne sospiri da brandelli d’abiti
gettati, come loro, gli uni sugli altri

chissà,
vedremo nubi meno nere sulla Bassa
e forse ben prima
delle carezze bianche dell’anno a venire.
eppure, di tanta acqua
brillano gli occhi

Lost man