domenica su Marte

Cenerentola canta, improvvisa.
Nella sua stanza di Brooklyn,
durante una domenica su Marte,
attende un incredibile successo
fluttuare sulla Luna, violini,
stampa, televisione, notorietà.
Avrà tanti più amici
per quanti gliene porterà il danaro,
riuscirà a esser sola durante feste,
promozioni, set e sala prove.
La rete se ne occuperà,
le aprirà cassetti e armadi,
tutti saranno pronti all’impostura
dicendo di averla conosciuta
ancor prima degli anni di Marte.
Nuovi congiunti la cercheranno,
e la vorranno incontrare.
Tutti e tutte innamorati di lei,
del suo stile netto, spartano,
da spasimarle dietro almeno
una manciata di settimane.
Infine, verrà il giorno
dei capelli color cenere
e di una nuova pelliccia.
Le troveranno la pelle pulita,
nemmeno un tatuaggio.

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Credetemi, esisto

Voce fintamente sveglia
di chi vuol penare un altro po’,
unire nuovi grani di compassione.
La testa soffre, fa male, gira.
Stropicciata se ne infischia,
vorrebbe riuscire a spacciare
il vuoto per non detto.
Credetemi, esisto.
Non sono quel che leggete:
sono altro, un maiale coi denti marci,
il ventre è un barile.
Guardo il culo alle donne
con intensità da guastarli
e subito scordare con tre Ave Maria.
Se visto, distolgo gli occhi
poi li getto a terra.
Forse sono fascista.
E quando dormo, russo, sbavo.
So mentire, fingere, unica mia arte.
Puzzo, non mi lavo, rubo anche,
mi masturbo, tanto da stupirmi
di non essere ancora cieco.
A volte provo a scappare,
ma annodo male le lenzuola
peggio di un albatro con ali triturate.
Vedete? La bellezza non è mia parente
nemmeno alla lontana.

Esploratore o avventuriero
del linguaggio e anche ladro,
il tuo compito
come segno distintivo
sarà quello di carpire
nel labirinto, le parole
piegandole con dolce violenza
al tuo volere
con umiltà orgogliosa
rapinandole
del senso misterioso della vita.

(Gianni Fucci)

Letture amArgine: poesie di Arnoldo Foà.

Conosco la smania di tanti di essere pubblicati: io questa smania non l’ho mai avuta (lo dimostrano le date delle mie composizioni); ma sentirsi dire da un editore: “dammi le tue poesie che te li pubblico” non posso nascondere che mi abbia fatto piacere. Ma non avendole scritte per presentarle al pubblico, quando, per raccoglierle, sono andato a spulciare i miei quaderni, i foglietti, i notes dove le avevo appuntate, le ho trovate così miserine, così poco ben vestite per presentarsi al pubblico che sento il bisogno di avvertire i lettori: “Non sono un poeta, non mi presento come un poeta: qualche pensiero, qualche sensazione m’è venuta la voglia di metterli in versi: qualche pensiero l’ho lasciato così come m’è venuto, e molte cose sono banali – sono come tanti – chi non si lascia sorprendere anche dalla banalità?
Leggete questo libretto come un diario.
E grazie.
Arnoldo Foà
Roma, giugno 1991

TUTTE LE POESIE QUI PROPOSTE SONO TRATTE DALLA RACCOLTA “LA FORMICA” DI PELLICANOLIBRI, SCARICABILE GRATUITAMENTE QUI:
http://www.pellicanolibri.com/download/La-Formica-Arnoldo-Foa.pdf

A Cristo

Dicono, Cristo,
che tu hai salvato l’uomo
dal peccato originale.
Guerre, sevizie,
eccidi, genocidi,
atomiche e orrende
guerre biologiche!
Era così importante
salvare l’uomo
dall’amore?

1965

Sull’autostrada

Guarda un cavallo
da una staccionata
il traffico dell’autostrada.
Pensa ai fratelli morti per portar l’uomo.
Ride a un tratto di un lungo nitrito:
Ecco, muoiono
per portare se stessi!

1974

Il muro

M’han schiodato le assi di legno da una grossa cornice di cemento
m’hanno imbiancato con la calce viva e
m’hanno tolto i pali di sostegno; ma
adesso solamente son sicuro: Quando
m’han scritto con colore scuro sopra,
“Dio c’è; Viva la fregna”. Adesso,
son sicuro, sono un muro.

marzo 1977

Milano ore 7

Sono le sette.
Dai muri, dai vetri rotti,
dagli spiragli del portoncino,
entra l’odore del caffè.
Riempie lentamente, città
paesi, il mondo,
Da oriente ad occidente,
Quest’onda di profumo
spinge un balenio di gambe bianche
fuor delle coltri.
Segna, quest’onda,
L’immondo mormorio
degli scarichi umani;
le voci roche, gli sputi.
Cominciano al caffè
I primi alterchi soffocati:
Son speranze frustate,
sogni svaniti
un abisso di miseria, d’ignoranza, di pena, di paura che s’apre avanti
a miliardi di occhi disperati.

1979

Poesia può essere
un attimo della tua storia
messa in quadretto,
l’istantanea di un sentimento,
un’idea concentrata,
una buffonata,
un maramèo,
un singhiozzo in sintesi.
Spesso un rimare vano
la contorsione spastica
d’un pensiero da nulla

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PER SAPERNE DI PIU’:
https://it.wikipedia.org/wiki/Arnoldo_Fo%C3%A0

Ascolta & Leggi: Pavolv’s Dog con Il Fosso, un racconto inedito di Silvia Giusti e Paolo Beretta

A volte le sorprese non mancano, questa è estremamente piacevole, un bel racconto con poesia scritto a quattro mani da Silvia Giusti (lapoetessarossa) e Paolo Beretta (uncielovispodistelle) che, entrambi, ho avuto il piacere di incontrare personalmente lo scorso 14 giugno a Como, ospiti tutti di Antonio Bianchetti (ilbarman) e di Vincenzo Petronelli. Grazie.

Premessa

Quando succedono cose che non ci aspettiamo, siamo colti, talvolta, da un misto di stupore e impotenza. Siamo esseri umani, fragili e sognatori. Chi scrive, chi si diletta a scrivere, trae spesso ispirazione da tali accadimenti.
Non racconteremo dunque i fatti, ma attraverso un esercizio nella tecnica dello straniamento, racconteremo di un vissuto (a margine della serata), per farne paradigma.
E un ringraziamento.

IL FOSSO

E’ una serata dedicata alla poesia con la presentazione di un libro. E’ presente l’autore e l’amico che lo ha invitato. Non c’è niente di strano in questo gruppo di persone dentro una sala, al piano interrato di una biblioteca. Sono sedute ad ascoltare il poeta e il suo interlocutore. L’ospite lo ha presentato brevemente e gli ha lasciato presto la parola. Il poeta racconta, si racconta e legge i suoi versi. Questo gruppo di persone che in parte non si conoscono e non si sono mai viste si riconoscono perché amano la parola. Le persone ascoltano, sorridono, applaudono, qualcuno domanda e il poeta risponde.
In ultima fila, semi nascosto da una colonna e da una signora con una folta chioma riccia c’è un uomo con una vistosa cicatrice su una guancia. Il poeta lo ha riconosciuto. Decide così di leggere un componimento non previsto, una vecchia poesia, mai edita. La introduce così.

Per quel che mi riguarda voi tutti nella vita potete essere chiunque, panettieri, professori, baristi, medici, giornalisti. Qualcuno di voi potrebbe avere una seconda vita. Molti di voi hanno segreti, e almeno uno che non hanno mai raccontato a nessuno. Per esempio nessuno sa il mio.
Ve lo leggo.

IL FOSSO

L’acqua mi bagnava le ginocchia
mentre morivo la prima volta
Sapevo di letame
in bocca il sapore del sangue
Afrori dolciastri a fare da incensi
Il cane offeso guaiva e mordeva
latrava di follia
e prevalsa
La mia voce non c’era
annegata nel fosso
dove nemmeno una rana
seguiva il corteo
Lui se ne andò ebbro
con lo stupore negli occhi
Io con una cicatrice,
ferita nel costato
La sento che gracida
talvolta, nel silenzio della notte

11 luglio 1982

La platea rimane in silenzio.
Dopo un momento il poeta riprende a parlare.

Un giorno, quando ero molto giovane, ho picchiato un mio compagno di scuola. Potrebbe non essere materia poetica. Invece. Il giorno prima avevamo giocato a pallone. Stavo per segnare. Un compagno mi ha fermato nell’area di rigore in modo scorretto. L’arbitro non ha visto nulla. Sono rimasto senza parole. Il compagno non mi ha nemmeno aiutato a rialzarmi. Anzi mi ha voltato le spalle. Gliel’ho giurata. Il giorno dopo all’uscita da scuola l’ho seguito. Abitavamo in due paesi diversi e per tornare a casa percorrevamo la stessa strada ma in senso opposto. Eravamo in bicicletta. Sul rettilineo lungo i campi appena arati c’era odore di terra smossa e di letame. L’ho affiancato, come un gregario, ma lui, colto di sorpresa, ha sbandato ed è caduto nel fosso accanto alla strada. Si è rialzato bestemmiando. La bici aveva una ruota storta. Sceso dalla bicicletta, mi sono avvicinato e l’ho spinto ancora dentro il fosso. Mi sono scagliato sopra di lui sferrandogli una serie di calci e pugni. Poi sono risalito sulla strada e l’ho lasciato lì. Ho ripreso la bicicletta e mi sono messo a pedalare come un matto, ridendo e piangendo allo stesso tempo. Non l’ho mai raccontato a nessuno. Il mio compagno di scuola è rimasto assente per una settimana. Quando finalmente è tornato aveva una vistosa cicatrice sulla guancia. Aveva detto a tutti che era caduto dalla bici mentre tornava a casa, un coniglio gli aveva tagliato la strada e lui era finito nel fosso. Non ci siamo mai più parlati. Ha cambiato città ed è diventato un giornalista sportivo piuttosto famoso, un signore delle telecronache, pacato e puntuale. E’ uno di quelli che quando le squadre sanno di avere lui a commentare si impegnano e giocare bene senza sgarrare troppo. Perché un giorno ha raccontato in una intervista il motivo di quella cicatrice, senza fare nomi ovviamente. E’ diventato un bell’uomo il mio compagno di scuola. Se quella cicatrice lo ha reso diverso e speciale è anche un po’ merito mio. La poesia l’ho scritta nella notte dell’11 luglio 1982, quando l’Italia vinse i Mondiali di Spagna. Ero con un gruppo di amici in giro a festeggiare e lo intravidi tra la folla, con una corona di alloro in testa. Seppi, da un altro che lo conosceva, che si era laureato quel giorno.

A quel punto il poeta lascia stare gli occhi chiari e il rossetto deciso della giovane donna che ha di fronte e guarda là, nell’angolo dietro la signora dai folti capelli ricci. L’uomo con la cicatrice non c’è più, al suo posto solo una crepa in un vecchio muro.

A Flavio,
da Silvia e Paolo
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Osip Mandel’štam sepolto

Al futuro mi abituo.
Lo spoglio, lo abito,
lo voglio integro.

Due giorni dopo Natale:
scendete tutti
e tirate giù i morti!

Le loro anime, nemiche del popolo,
parlano agli dei.
Deridono il Compagno Stalin.

Questa bambina senza scarpe
sorride ancora.

Questo qua lo ricordo bene,
uomo di fede, ferrava i cavalli.
Cantava, bestemmiava,
pregava ogni mattina.

Il ricco parassita
lo si riconosce dalle mani di cera,
i suoi titoli, i conoscenti,
non lo hanno salvato.

Spacchiamo questa terra di transito,
dura e nera, non bastano
sputi e pazienza. Il tempo stringe,
prendete i picconi.

Aspetta! Ce n’è un altro!

A questo non bastava
tenere il culo al caldo,
scrisse contro il Regime!
Nessuno si accontenta del suo stato.
Coprite anche lui, come tutti,
dentro!

Niente rende più uguali
e senza nome
della fossa comune.
Al resto pensano ghiaccio e maree.

Mezzogiorno

se sei paese davvero,
nell’ora di Honduras e Cile
non ti unirai
alla piatta apparenza del vino

chi fa Storia ama i propri figli,
da la vita per loro, si batte,
rimedia pranzo e cena

non è Paese chi ha la vita
immersa nel danaro.
Unisciti, esci! E’ Mezzogiorno.

Grida quando hai ragione,
non temere. Nessun nemico
è più forte di te.

Ascolta & Leggi: John Giorno, poesie e video

John Giorno (New York, 4 dicembre 1936) è un poeta statunitense tra i più noti dell’area sperimentale. Ha prestato faccia ed espressività a questo video, che è stato il canto d’addio dei REM.

La morte di William Burroughs

William è morto sabato 2 agosto, 1997 alle 6:30 di sera, per le complicazioni di un massiccio attacco cardiaco, subito il giorno prima. Aveva 83 anni. Ero con William Burroughs quando è morto ed è stato uno dei momenti migliori che io abbia mai avuto con lui.
Con le pratiche di meditazione Tibetana del Buddhismo Nyingma, assorbii nel mio cuore la sua consapevolezza. Sembrava una brillante luce bianca, accecante ma attutita, vuota. La sua consapevolezza mi stava attraversando. Una gentile stella filante mi entrò nel cuore e su per il canale centrale, e fuori dalla testa in un puro campo di grande chiarezza e beatitudine. Fu assai forte – William Burroughs riposava in grande serenità, e nel vasto spazio vuoto della primordiale saggezza della mente.
Ero nella casa di William, stavo facendo le mie pratiche di meditazione per lui, cercando di mantenere buone condizioni e di dissolvere ogni ostacolo che potesse nascere in quel momento nel Bardo. Ero sicuro che William aveva acquisito un alto grado di realizzazione, ma non era un essere completamente illuminato. Indolente, alcolizzato, tossico William. Non permisi, neanche per un’ istante, che il dubbio potesse insinuarsi nella mia mente, poiché ciò avrebbe permesso al dubbio di crescere nella coscienza di William. Dovevo precedere senza paura con assoluta fiducia. Ora dovevo farlo per lui.

Cosa Andò Nella Bara di William Burroughs Con Il Suo Corpo Mortale

Verso le dieci del mattino di martedì, 6 agosto, 1997 James Grauerholz e Ira Silverberg vennero a casa di William per prendere gli abiti che il direttore dei servizi funebri avrebbe messo sul cadavere di William. Gli abiti erano in un armadio nella mia stanza. Scegliemmo anche le cose che sarebbero andate nella bara e nella tomba di William, per accompagnarlo nel suo viaggio nell’oltretomba.
La sua pistola più amata, una 38 special a canna corta, carica con cinque colpi. Lui la chiamava “The Snubby”. La pistola fu una mia idea. “Questo è molto importante!” William diceva sempre che non si è mai armati abbastanza in ogni situazione. Delle sue oltre 80 pistole di livello internazionale, questa era la favorita. Spesso la portava alla cintura durante il giorno, e quando dormiva l’aveva tenuta accanto, alla sua destra, carica, sotto il lenzuolo, ogni notte per 15 anni.
Cappello di feltro grigio. Portava sempre il cappello quando usciva. Volevamo che la sua consapevolezza si sentisse perfettamente a suo agio, da morta.
Il suo bastone preferito, un “bastone animato” con una lama dentro, in noce bianco con una leggera finitura di palissandro.
Giacca sportiva, nera con una sfumatura verde scuro. Cercammo in tutto l’armadio, il migliore dei suoi abiti malandati, che odorava dolcemente di lui.
Blu jeans, i meno usati erano gli unici puliti.
Una bandana rossa. Ne portava sempre una nella tasca posteriore.
Mutande a boxer e calzini.
Scarpe nere. Quelle che portava durante le performances. Avevo pensato a quelle marroni vecchie, che portava sempre, perché erano comode. James Grauerholz insistette, “Un vecchio detto della CIA dice che ricevere una nuova assegnazione significa ricevere scarpe nuove”.
Camicia bianca. L’avevamo comprata in un negozio di abiti maschili a Beverly Hills nel 1981 per il Red Night Tour. Era la sua camicia migliore, tutte le altre erano un po’ sdrucite, e sebbene si fosse ristretta, lui aveva perduto molto peso, e pensammo che gli sarebbe andata bene.
Cravatta, blu, dipinta a mano da William.
Panciotto marocchino, velluto verde con un orlo di broccato oro, datogli da Brion Gysin, venticinque anni prima.
All’occhiello della giacca, la rosetta di Commandeur Des Arts et Lettres del Governo Francese, e la rosetta dell’American Academy of Arts and Letters , onorificienze che William aveva molto apprezzato.
Una moneta d’oro nella tasca dei pantaloni. Una moneta d’oro da cinque dollari con la testa di indiano del 19° secolo, per simboleggiare la ricchezza. William avrebbe avuto abbastanza denaro per comprarsi la sua entrata nell’oltretomba.
I suoi occhiali nel taschino esterno della giacca.
Una penna a sfera, del genere che usava sempre. “Era uno scrittore”, e a volte scriveva a mano.
Uno spino di erba buonissima.
Eroina. Prima del servizio funebre Grant Hart fece scivolare un pacchetto di carta bianca nella tasca di William. “Nessuno l’arresterà”, disse Grant. William, ingioiellato con tutti i suoi ornamenti, viaggiava nell’oltretomba.
Lo baciai. Un vecchio disco di noi due insieme, 1975 si chiamava Mordere Via La Lingua Di Un Cadavere. Lo baciai sulle labbra, ma non lo feci. E avrei dovuto.

Traduzione: Raffaella Marzano

*

C’era un albero cattivo

C’era un albero cattivo, un albero cattivo, che la gente odiava.
Le foglie avevano un odore disgustoso,
e i fiori avevano un aspro fetore.
Se ti ci avvicinavi troppo, vomitavi.
I frutti erano veleno, un solo morso ed eri morto.
Tutti davvero lo detestavano. L’albero cattivo puzzava.
Continuavano a parlarne,
e decisero di abbatterlo. Liberiamocene.
Lo tagliarono con asce, e a malapena lo intaccarono;
indossando maschere antigas, picchiarono e picchiarono,
lo mordicchiarono e scheggiarono.
Una polvere oleosa dalle scintillanti foglie verde scuro,
cadde sulla loro pelle, le ricoprì di vesciche e dava un gran prurito,
che li fece grattare a sangue.
Indossarono un dispositivo protettivo con ossigeno,
e si avvicinarono con seghe elettriche e equipaggiamento pesante.
Lavorando con turni 24 ore su 24, alla fine lo tagliarono.
Tutti erano molto felici, e celebrarono la grande vittoria.
Una nobile impresa, ben fatto; e se ne andarono a letto esausti.
Il giorno seguente, l’albero cattivo era ricresciuto,
era rispuntato di nuovo e più grande, e più bello e orribile.
Erano molto scoraggiati. Ne parlarono a lungo,
e lo tagliarono di nuovo, e versarono benzina sulle radici,
e bruciarono tutte le foglie e i rami in un grande fuoco.
Dopo che le braci incandescenti si raffreddarono,
l’albero ricrebbe, più grande, più cattivo e davvero sontuoso.
Altra gente era rimasta a guardare dalle proprie case,
aspettando il loro turno. Pensavano di essere più in gamba,
con maggiori capacità intellettuali,
loro sapevano come liberarsi dell’albero.
Era una pianta che cresceva, un albero di legno che cresceva nel terreno.
Lo incenerirono, bruciarono le radici con prodotti chimici,
acidi evaporanti e laser robot;
presero a cannonate il terreno, bombardarono dall’alto,
colpirono con i loro missili intelligenti e bombardarono con radiazioni.
Fecero una tempesta di fuoco;
e ricoprirono il terreno con cemento e acciaio.
L’albero ricrebbe, più fresco, più elegante,
persino grazioso; e davvero terribile.
Il legno era più duro, più scuro, più brillante, forte muscolo rovente;
e le foglie, piene e lussureggianti, si muovevano come piante subacquee lussuriose nella brezza.
Tutti erano molto depressi, estremamente scoraggiati.
Era una catastrofe.
Avevano creato un mondo infernale.
Ne parlarono incessantemente, e giunsero a una decisione.
Il indaco diede le dimissioni in disgrazia,
quelli che avevano lavorato così duramente, se ne andarono, umiliati,
partirono, rimasero via, si trasferirono dall’altro lato della città.
Poi, dal blu, comparvero quelle belle persone,
erano semplici e umili, un po’ come pavoni,
e apparentemente ben intenzionati, con un grande senso dell’umorismo.
Radiosamente rilassati, trasudavano gentilezza amorevole e compassione,
si avvicinarono e cominciarono a mangiare le foglie.
Mangiarono le foglie e gli piacevano, divennero felici,
e risero e risero; e continuarono a masticare rumorosamente foglie.
Era evidente che gli piaceva davvero il loro gusto.
Si premevano i fiori sulle guance,
velluto nero spalmato di olio di trasmissione.
Leccavano i dolci succhi che colavano dai petali.
Il polline era polvere di carbone e gas di petrolio.
Sprofondando il naso, inspiravano profondi respiri,
mangiando il profumo, grande beatitudine.
Scoprirono il frutto nascosto sotto le foglie,
mango più che maturi con una buccia melanzana appicicatticcia, pendevano come testicoli;
e all’interno dei frutti c’era carne putrescente, come fegato.
Quella gente speciale avvicinava la faccia in quella melma puzzolente,
e ce la ficcava;
inalando con labbra, e denti e lingue.
Leccavano e bevevano il denso succo rosso.
I semi, come rubini carbouchon,
sembravano particolarmente potenti, e venivano masticati con grande delizia.
I frutti contenevano le cinque saggezze.
Gli uomini e le donne diventarono luminosi,
la loro pelle era dorata e i loro corpi, quasi trasparenti,
erano rivestiti di scintillanti luci arcobaleno.
Cominciarono ad avere sonno, a sbadigliare e si raggomitolarono sotto l’albero,
e fecero un sonnellino. Mentre dormivano, la musica riempì l’aria.
Abbandonati contro il tronco dell’albero nodoso e le radici sporgenti,
i loro enormi corpi colorati di rosso, giallo, blu, verde, bianco,
riposavano in grande serenità, ed irradiavano grande compassione.
Nell’albero c’erano le case segrete di molti semi-dei,
fantasmi affamati e spiriti della terra, che furono molto contenti
di tutte le attenzioni positive che gli venivano tributate.
Dopo anni di maltrattamenti, mutilazioni e distruzione,
si divertivano; anche se venivano devastati
e i loro fiori distrutti.
All’estremità delle radici, c’erano gioielli,
diamanti e smeraldi e rubini,
che erano stelle nel cielo del mondo sottostante.
Gli splendidi uomini e donne si svegliarono,
e ricominciarono a sgranocchiare le foglie.
Mangiarono le foglie, come cervi, facendo piccole pause fra i morsi,
guardando al vasto cielo vuoto.
Le foglie e i frutti aumentarono il loro chiarore e beatitudine,
e introdussero la natura della mente saggia primordialmente pura.

2001

Traduzione: Raffaella Marzano

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