Ascolta & Leggi: Pink Floyd e poesie di Tiziana Pizzo

Un’autrice che seguo da decenni, sconosciutissima, schiva, meritevole di lettura e attenzione, per il sangue e la carne che evoca ed esorcizza nei suoi pezzi.

vita o morte che sia, che vuoi che me ne fotta

mi sospiro insonnie sordocieche
tra un dente e l’altro sotto palpebre agli occhi
chini ad alba molle (un’altra) senza
articolo prima del nome che così
ha detto la maestra Mirella
e non si scappa

sbaglio apposta a declinarmi pelle
così se non capisci domani o dopo
ti mando qualcosina e in cucina ci vado
senza scarpe che mi piace
il freddo su per i polpacci e il duro
bacio a coppia pianta nuda

conta le sillabe – mi dicono da dietro –
contale ora

ma ho perso i pari e il resto tutto
non mi torna così come noi due andati
per le terre e le onde e gli odori e le
morti d’altri libri d’altri che
se solo sapessi come si fa l’inchiostro
ci bagnerei ciglia lingua maiala e
cuore
così da scoparmela di strazio e intera

vita o morte che sia, che vuoi
che me ne fotta

*

Il fatto, l’avuto, il detto, il morto

risaccano per onde autunne
perfette
le tue collere alticce d’altro tempo

mi c’impasto la lingua burattina
ora
che appendo al chiodo rugginoso
labbra secche labbra asciutte
labbra
per saliva e sangue

basta
camminare sulle acque rotte
che c’incantarono d’umido le dita

basta
leccarsi d’amore tutti i buchi

basta
sguardarsi nuche saracene e contraddette
in deserto di letto e suo sfacelo

basta
soffocarsi pupille in overdreams da soldi
quattro e quattro ancora

sprango giostra e baracchelle belle
che la strada dell’altrove mi strachiama
per danze all’incontrario lune frittate in mezzo
al cielo poi vinirossi a fottermi
la gola

che tanto tutto il fatto l’avuto il detto
il morto
rimane solo
chiacchiera da bar

*

ti venisse in mente di baciarmi

d’incuria sudicia è fatto il distacco
e piazza vuota

mi ci fatico qualche passo malfatto, persa
la meta mai sorrisa,
fino all’altalena rotta e troppo blu
proprio a sinistra – vedi ? –
del cancello

due in strada mi chiamano sorella
(colpa dei piedi scalzi,
immagino)
ma io mi so scrociata estrema mi so
bestemmia da mascella
mi so confine

così tiro dritto per cantilene senzacristo
poso gli occhi sulla lingua e chiudo
la bocca

mi servirà a guardarti meglio la gola

semmai
ti venisse in mente di baciarmi

*

la farfalla che t’inchioda il braccio

getto plastica che non taglia e
garze
oltre la farfalla che t’inchioda il braccio

spruzzi acqua ingiusta poi
maledici bottiglia testaingiù e tubicino
che ti gocciolano – mamma, ma quando finisce ? –
nel rosso vischioso che ti trasfusi marzi e marzi fa
la presunzione d’un antivirus che, dicono,
forse

volevo farti entrare alla seconda ora di martedì

invece
mi saluti ogni sera dalla settima finestra quando “fuori
fuori” urlano arpie verdi biancozoccolute – vi ucciderei,
troie –
così ti lascio piccolina a dormivegliare sul letto a ruote
in stanza con mariana (treccine bionde
rumene come lei) frutta sopra frutta sotto
il comodino

torno a casa notti ottuse senza te ora che
ingoio terrore tritato in mezzo ai denti gli stessi
che di giorno ti sorrido

e nessuno a capirti l’occhio

*

Dell’io tutto che ero

è la terza volta, oggi
che mi s’appiccica addosso l’inganno unto
dell’io tutto che ero

la prima è stata per specchio sonnolento
sordo agli schizzi così preso
dell’arco rosso fuggente come nulla
all’acqua grande

la seconda per notte che non cade (che mai
ti sono stata laccio, mai galera) dire
la terza, poi, è come avere sposato il mare
e non fotterci mai

in ogni caso, spero non ti dispiaccia troppo
il nulla stronzo
che sono diventata

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Tiziana Pizzo vive con la sua famiglia sugli scogli tra Acitrezza e Capo Mulini. Ex giocatrice professionista di pallavolo (vinse il titolo di Campione d’Italia con la sua squadra catanese nel 1980 e annovera numerose presenze in azzurro), insegna educazione fisica da decenni. Sue poesie sono apparse nella sua raccolta monografica “Del mio scriverti muto” e nella raccolta di autori diversi “Anatomia d’un battito d’ali” (entrambe edite da “Liberodiscrivere Edizioni”) e nell’antologia “In senso inVerso (Giulio Perroni Editore).

Ascolta & Leggi: Jacques Brel – Isabelle; Tiziana Pizzo tre poesie.

Francamente mi piacerebbe sapere che fine abbia fatto Tiziana Pizzo a dieci anni di distanza dalle sue ultime poesie e a qualcuno in più dall’uscita del suo probabile unico libro “Del mio scriverti muto. Parole puttane”, EditoreLiberodiscrivere edizioni. Scriveva pezzi forti e, secondo me, la sua poesia a distanza di dieci/quindici anni sta invecchiando bene. Probabilmente appartiene al genere rarissimo di quegli autori che, quando non hanno più nulla da dire, capiscono quanto sia buono e opportuno mettersi da parte e dedicarsi alle cose migliori della vita. Ha scritto pezzi sporchi, imbrattati di vita, qua e là qualche crepa, ma ancora buoni da leggere. Di più non so. Buona lettura.

Il libro, a chi interessi, a me piacque molto, è ancora reperibile qui:
https://www.ibs.it/libri/autori/Tiziana%20Pizzo

Il perché di questo preambolo

lei, questa tizia,
era bionda,
abitava in una microcasa
/due stanze sovrapposte
e un’impraticabile scala a chiocciola
a riappacificarle/
e si diceva facesse
[la tizia]
i pompini migliori della città

lui, questo tizio,
era alto,
negava di abitare nella microcasa
/ma qualcuno giura di aver visto
il suo spazzolino da denti, lì/
e fingeva di non sapere
[il tizio]
che lei faceva
i pompini migliori della città

ignoro io stessa
il perchè di questo preambolo
= perfidia del pettegolezzo, forse =
ma quello che volevo raccontarvi
*ora*
è che la tizia (tramite il tizio)
una sera di tantitanti anni fa
mi invita a una cena
{dimenticavo,
oltre ai pompini si diceva
fosse divinamente capace
di una ’’norma’’ spettacolare}

io,
dell’ennesimo sentimental-crak
ancora stupidamente discinta,
vado-nonvado-vado-nonvado-vado

vado

eccomi ignominiosamente schizzata a forza tra
reti di calze
e spilli di tacco
e perle circumnaviganti eterei colli di femmine ciarliere
e polsi di rolex-incanto subalterni a sorrisi di corteccia di radica

io
con la t-shirt del torso nudo di jim morrison
le mie unghie senza smalto
e i piedi sconciamente nudi
in angolo di terrazza
a pormi quei due-tre quesiti
che mi tormentano
da quando sono nata
(ai quali, prepotentemente,
si aggiungeva un ovvio
#checcazzoccifaccioqui?#)

insomma, abbrevio,
stavo per andar via

del mio silenzio avevo appena contaminato
la maniglia della porta d’ingresso
(già con la mente al lungomare
da percorrere in sordina)

invece
sbrrrrrrang

mi arrivano in faccia
|| es/im-plodendo ||
trentadue parole a forma di naso
(si, di naso)
e virgole e asterischi
mi si impigliano tra le ciglia
e suffissi indecenti e profumati
mi leccano le labbra
e avverbi in guisa di prepotenza
a fottermi gli occhi

=strano ma vero=

lui

uno di quelli che, presumibilmente,
aveva già verificato di persona
le varie abilità della padrona di casa,

lui
che sorvolava altero
le reti gli spilli i colli e i polsi di cui sopra

lui
aveva deciso (bontàsua)
di dedicarmi le sue attenzioni
nude di zirconi e di idiozia

lui
inaspettatamente con me
ad architettare la fuga

lui deliziosamente
solo con me

oltre

[ah, però, una precisazione va fatta
io la norma non la so fare]

sorrido

*

femmina di poesia inferta

fluttuo come posso in tua
eclissi di lingua mi faccio sillaba
carnosa come se
in invadenza disarmonica
e a forza di bocca
potessi puntellare tutte
tutte le rughe del tuo viso amaro

o avessi modo – volendomi a farlo –
di riordinare uno ad uno
i paragrafi divelti della tua vita
che non so

azzero gli avanzi malsani
dei miei fantasmi di ieri
solo impugnando – nuda –
una manciata di sassi piccoli sassi
aguzzi da scaraventarti in gola
o sulle dita impudiche che
forse è meglio

e sarò femmina di
poesia inferta
o sbaglio bello bello in unghie
da mangiarsi domenica
mattina

*

Altro che sillabe rifratte

in tedio d’acqua trapassata
diserto l’enigma dei polsi
(tre volte miopi
e di molto scadente fattura)
rifiutando le fiabe/fobie
del tuo più che perpetuo non esserci

– nessun disincanto disponibile
dietro le ciglia e le dita –

l’appoggio qui, la lingua,
tra una scusa e l’altra
a decifrarti il labiale squisito
nel riverbero estremo
di ogni tua evidente finzione
o sul confine disatteso
del tuo collo in delizia

– non sbiadisce lo strazio
né sbraita –

altro che sillabe rifratte
e multipli di te
urgo di alchemica melodia
o – se possibile –
di estasi in frasi
da sbalordirmi i pugni sbarrati
e fottermi (ripeto, fottermi)
ogni singolo patetico
poro

ora, ho detto

ora

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