Già stato

C’è poesia da giorno spensierato e triste
quando il treno arriva già pieno, già stato,
tra il vociare viscoso del lunedì pochi hanno voglia
di ripercorrerlo dall’inizio, ammaestrati al vivere
da due soldi nemmeno troppo spendibili:
hai presente quanto è sola la spazzatura?
.
C’è poesia del giorno dopo, pigra e sciatta,
quando il treno torna e fuori piove
noia che vorrebbe creare, germinare qualcosa
a ogni costo, poi nasce niente, mentre dispera
la ricerca convulsa di profili umani
sulla graniglia del pavimento.

La velocità del cuore

In alcuni momenti la velocità del cuore
è tale da farsi inseguire, corteggiare,
nell’indisciplina delle briglie sciolte
.
tra nubi disposte ad ammassarsi, proteggere
per non lasciar intravedere l’inseguitore
rimasto indietro.
.
La successiva brinata scioglie silenziosa
il tratto di petto abbandonato dal cuore
con la voglia di star sepolto
dentro due dozzine di rose.

 

Narcolessia

Il tempo prende la gola,
sloga spalle e polsi, l’abbastanza
spinge nel pensiero disonesto
di una cucina piena, guarnita,
deliziosa di oggetti
.
sovversivi da desco e riposino
prontissimi all’uomo della provvidenza
tra un saltello e l’altro
per rimanere in forma
.
non importa chi è fuori,
basta un’ade impronunciabile
in tante belle gradazioni di crepuscolo,
adesso qui,
tale da muovere uno sputo
di domanda
.
perché sto qui?

Coppie Dispari

Il privilegio in noi, coppie dispari,
piogge d’agosto: portiamo bene,
fresco ovunque non sia soffocare;
soffocarsi nell’afa d’abbracci isterici
variante latina dello smarrimento.
.
Coltivare a sguardi
per vedersi crescere sani e dispari
pur di credere d’essere tanti,
infatti siamo due, che un corriere porta
verso recapiti diversi.
.
Così ogni crepa non è dramma, anzi
assume profili umani, leggende
di anziani sorpresi
a dissetarsi in mare nella meraviglia
di un oceano delle Distanze
e castelli di sabbia a riva.

 

 

Dolci e pane nuovo

A tempo di sirtaki
ballato sopra un campo di mine,
con calpestio deciso
su testa e cuore ancora indietro
ad attendere lo scoppio
del definitivo macello,
aggiungere dov’è già abbastanza:
guerra è la nostra casa,
tanto vale limare un po’ di cielo
fare brillantini per decorare
dolci e pane nuovo,
viverlo come tributo
quando il nulla più sordo
è in costante agguato.

Le volpi

Le volpi hanno tolto
clamore allo sciopero generale
a oltranza, i pochi
che ancora lavorano
hanno a carico due pensionati
e molti meno figli,
soprattutto hanno paura di parlare
tanto non li ascolta nessuno
e chi lo fa è nemico,
che se lo porta via non visto
durante il coprifuoco imposto
verso le quattro del mattino,
quando anche i teorici della rivoluzione
dormono esterrefatti
dalla mancanza di coraggio e idee:
meglio commemorare
la caduta del nazismo nel Quarantacinque
cantando da un balcone
e ritrarsi prontamente
al primo cenno di sole.
I figli non avranno figli.

Campioni in erba

Chi non avrebbe voluto
fare il cantante o l’astronauta
in epoche remote davanti allo specchio
facendo finta di urlare
con una bottiglietta in mano
e una musicassetta sparata alta?
Qualcuno era un ottimo spadaccino,
campioni in erba sui campi di calcio
il sole ci ha dato spesso del tu;
finimmo i più a far finta di studiare
sui piani alti di un istituto tecnico,
presi, impacchettati e spediti
da un sogno all’altro
con sempre meno convinzione.
E’ stato così bello perdersi di vista,
dopo un saluto eterno scesi dall’autobus
o dall’ultimo treno, ognuno preso
da un futuro trascorso alla svelta
chi più chi meno.

Passato prossimo

Ho freddo
Ho sete
Ho fame
Ho sonno
Ho male qui
Ho voglia
Ho sognato
Ho paura
Ho rincorso
Ho cercato
Ho buio
Ho noia
Ho interesse
Ho smarrito
Ho creduto
Ho fatto
Ho ritrovato
Ho ascoltato
Ho desideri
Ho caldo
Ho ricordato
Ho rancore
Ho ricomposto
Ho rotto
Ho ferito

In tutto questo tempo
non c’è stato
modo migliore per vivere:
indorare lo stagno
con mani rotte.
Verranno tempi straordinari,
ma il passato prossimo
non torna più.

Notturno

A te basta cercare un posto comodo vicino al cuore
che, dopo una serie di movimenti circolari, più volte
e più volte trovi col piacere di camminare sopra,
così fai un altro giro, e quasi cinguetti di soddisfazione.
Noi sappiamo che il tempo passa, a tuo modo lo senti
anche tu scandirti i bisogni e in genere è splendido
il tuo tempo, ti fa trovare quasi tutto quel che vuoi,
non tutto, perché altrimenti che piccola delusione sarebbe?
A un certo punto, sdegnoso come una eccellenza, te ne vai.

Penso a mia madre, quando mi ha messo al mondo
aveva ventisette anni, la stessa somma in primavere avevo
meno di lei, quando se ne è andata il suo tempo
si è fermato, e ho iniziato a inseguirla per avvicinarla.
Ora me ne deve soltanto cinque, sei a voler arrotondare
in eccesso: cosa ho fatto di tutto quel tempo?
Ho cercato, fuori di me, senza mai capire di avere già
tutto quanto ho cercato e, per questo, mai trovato.

Intanto te ne vai con passo molle, senza voltarti indietro
com’è giusto che sia, capisco di non capire, oppure forse
ho creduto che incontrare è stupirsi.
Nemmeno ci rendiamo conto di un incontro, l’unica
cosa che sappiamo bene è il commiato. A volersi veder dentro,
c’è già tutto quanto di cui sentire orribilmente la mancanza.
Siamo fatti di questo, ci sfuggiamo tra le dita, le stesse
che vorremmo graziosamente ornate di unghie capaci
di lusingare senza ferire.

Dentro ogni incontro c’è l’eco dell’addio.

il vulnus dell’elettricità

il significato è appannaggio
di un’omelia da giornalista

racconta il romanziere,
basta palpare l’essere
rinchiuso nelle parole

muovono senza respirare
sul fondo cristallino dell’attimo
lasciato credere unico
ripetuto ogni momento,
muovono, rimuovono
pensieri destinati all’indole feroce
da primi di settembre

conficco il tallone sul fondo
e piano piano il piede sparisce
credendosi atlantide,
leggere è un diritto negato
dal vulnus dell’elettricità