Ripartenza 10: Giornata del Ricordo? Allora ricordiamoci tutto!

Per ripartire bene è necessaria la verità sui fatti storici o ancora d’attualità. 10 febbraio, giorno del ricordo dei martiri della Venezia Giulia, dell’Istria e della Dalmazia: migliaia di italiani assassinati dalle milizie comuniste di Tito, molti  dei quali gettati vivi nelle foibe, altri 250 mila costretti a fuggire. E  per quelli che dopo il 1945 sono rimasti in Jugoslavia una vita da incubo, anche se erano comunisti. 

L’Italia ha un grande debito nei loro confronti perché all’origine della tragedia che li ha colpiti c’è stato un comportamento vergognoso, bestiale, del nostro esercito durante il secondo conflitto mondiale: migliaia di civili uccisi, paesi incendiati, più di 30 mila sloveni finiti nei campi di concentramento allestiti in Italia. Così infatti reagirono le nostre  truppe, comandate dal generale Roatta agli attacchi dei partigiani titini. Non potrà mai essere giustificata la ferocia  contro i nostri connazionali inermi, ma è doveroso ricordare  che abbiamo creato le premesse di una vendetta. Delle violenze del nostro esercito in terra jugoslava nessuno ha mai parlato ufficialmente: dietro pressioni straniere negli anni del dopoguerra alla fine venne varata una commissione d’inchiesta che non  fece nulla. La verità sarebbe meglio emersa, a partire dagli Anni 90, per il lavoro di studiosi italiani e jugoslavi, che si occuparono anche del regime di Tito.

La falsificazione della storia (alcune parole importanti di Alessandro Barbero)

La fuga e le stragi degli italiani hanno accompagnato l’avanzata dei partigiani jugoslavi sul confine orientale, e questo è un fatto – spiega Alessandro Barbero sulle colonne de Il Fatto Quotidiano a Daniela Ranieri -. La falsificazione della storia da parte neofascista, di cui l’istituzione della Giornata del ricordo costituisce senza dubbio una tappa, consiste nell’alimentare l’idea che nella Seconda guerra mondiale non si combattesse uno scontro fra la civiltà e la barbarie, in cui le Nazioni Unite e tutti quelli che stavano con loro (ad esempio i partigiani titini, per quanto poco ci possano piacere!) stavano dalla parte giusta e i loro avversari, per quanto in buona fede, stavano dalla parte sbagliata; ma che siccome tutti, da una parte e dall ’altra, hanno commesso violenze ingiustificate, eccidi e orrori, allora i due schieramenti si equivalevano e oggi è legittimo dichiararsi sentimentalmente legati all’una o all ’altra parte senza che questo debba destare scandalo.

Il professore nel suo lungo intervento sul quotidiano ha spiegato quanto serva guardare il panorama in maniera completa per poter avere un’idea. “Se io decido che quei morti debbono essere ricordati in modo speciale, il messaggio, inevitabilmente, è che di quella guerra ciò che merita di essere ricordato non è che l’Italia fascista era dalla parte del torto – chiosa Barbero – e che era alleato con il regime delle camere a gas. Questo non vale la pena di ricordarlo, invece le atrocità di cui gli italiani sono stati le vittime, quelle sì, e solo quelle, vanno ricordate. E questa è appunto la falsificazione della storia”.

Monte Cengio

Il Monte Cengio è una montagna dell’Altopiano dei Sette Comuni (Asiago) alta 1.354 m s.l.m.; fu teatro di una feroce e sanguinosa battaglia tra austriaci e italiani, questi sulla montagna persero complessivamente, assieme ai fanti delle Brigate Catanzaro, Novara, Pescara e Modena, tra morti, dispersi e feriti, 10.264 uomini fra il 29 maggio e il 3 giugno 1916.
Gli Immortali sono stati spinti oltre 
per cadere dopo aver divorato il Monte
con buche, gallerie e camminamenti.
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Eroismo è non sapere dove sei,
cosa farai e perché,
se con scarpe buone o di cartone,
se il dirimpettaio dorme o è all’erta.
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Nessuno andrebbe all’inferno
per ammazzare i diavoli.
Quando saprai di cadere,
abbraccia forte il tuo nemico.
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Domeniche amArgine: cento anni dopo, la finta pace e Sympathy For The Devil

ASCOLTA, LEGGI, FATTENE UN’IDEA

Dopo aver ucciso 16 milioni di persone e averne invalidate altri 20, la Prima guerra mondiale liquida i tre imperi e le aristocrazie che strutturavano l’Europa. Alle popolazioni sottoposte a questa “tabula rasa”, sospinte dalla collera o dalla speranza, nuovi profeti hanno promesso la costruzione di una società più giusta, che avrebbe fatto parte del loro avvenire. Mentre Woodrow Wilson annuncia al mondo l’instaurazione della pace e della prosperità attraverso la democrazia ed il libero mercato, nello stesso tempo Lenin promette ai proletari una società egualitaria, liberata dal bisogno e dallo sfruttamento. Mussolini sta progettando di rispondere alla crisi dello stato moderno forgiando una nazione unita e forte, una nazione di produttori e di soldati, mentre Hitler sta invece pensando a fondare un potente ed invincibile Reich dei Tedeschi, assicurandogli il suo spazio vitale (lebensraum). Nel corso dei decenni seguenti, quattro ideologie rivali, la democrazia liberale, il comunismo, il fascismo ed il nazionalsocialismo (queste ultime due sempre più conniventi), si daranno da fare per mobilitare le masse. Tutte e quattro portano in sé la convinzione e la certezza di poter rifondare la società su delle nuove basi che consideravano provate dalla ragione e dalla storia.

I discepoli di Wilson che avevano dei sostenitori anche in Europa, devono molto rapidamente rinunciare ad estendere la loro utopia. Dopo aver imposto la democrazia parlamentare in quasi tutta Europa, la stessa entra in crisi negli anni ‘30 di fronte alla creazione di poteri autoritari, che si riallacciavano più o meno con la tradizione politica anteriore al 1918. Alla fine degli anni ‘30 l’utopia della Società delle Nazioni è ormai morta. Il Reich hitleriano registra vittorie spettacolari all’interno ed all’estero, ma l’ebbrezza del successo provocherà anche la sua rovina. Avendo raggiunto il suo apogeo fra il 1940 ed il 1941, nonostante prodigi di tenacia che non fanno certo dimenticare tutti gli orribili eccessi di ferocia, lo stato hitleriano affonderà in seguito in una sconfitta assoluta che trascinerà con sé anche quella del fascismo.

Dopo il 1945, essendo state vinte le più dinamiche delle quattro ideologie attraverso la forza delle armi, le due restanti rimangono in competizione per circa mezzo secolo di guerra fredda, il cui esito è stato incerto per lungo tempo. Ma questa lotta è avvenuta senza una vera partecipazione delle popolazioni europee. Dissanguate, spossate, distrutte dagli sforzi titanici esercitati nelle due guerre mondiali, esse entrano in letargo, ad eccezione di minoranze sempre più deboli. L’onda possente delle passioni collettive è di nuovo caduta. I vecchi credenti si trasformano in nostalgici impotenti o in cinici apatici e rassegnati. E si scoprono la seduzione del ripiegamento sugli egoismi e le smorte ambizioni della sfera privata. E’ in tal modo che dopo il 1945, portata dalla vittoria americana, la democrazia liberale o sociale si installa in Europa, drogata spesso da metodi presi in “prestito” dal fascismo che sono appunto la personalizzazione del potere, il senso dello spettacolo, lo stile sportivo dei dirigenti, l’efficacia tecnocratica.

La lotta continua fra le due ideologie vittoriose della Seconda Guerra Mondiale si conclude nel 1989, anno della caduta del Muro di Berlino, evento che precede l’implosione dell’URSS nel 1991. La vittoria assoluta della democrazia americana sul comunismo non è stata una vittoria scontata. Sessant’anni prima non era assolutamente certo che la democrazia americana avrebbe trionfato sul nazionalsocialismo e sul fascismo. Questo è stato il risultato della sua alleanza con l’URSS e l’effetto di una serie di concatenamenti imprevisti. Quella che è potuta sembrare a posteriori una necessità hegeliana non è stato altro che il frutto del caso. E tutto è oggi dimostrato dal fatto che l’iperpotenza americana e la sua ideologia messianica hanno incontrato rapidamente degli ostacoli che nessuno aveva previsto: sconfitte militari, risveglio di antiche civiltà, rancori islamici, affermazione di nuove potenze – a cominciare dalla più recente, quella della nuova Russia nazionale – ed infine le fragilità interne di una economia finanziaria fondata sull’artificio, senza parlare dei cambiamenti demografici interni. Ancora una volta, l’avvenire non è scritto da nessuna parte.

estratto dal sito:
http://www.storiain.net/storia/1918-la-grande-illusione/