Per paura

Photo by Jakub Novacek
da che Gaio tagliò le ali ai Cimbri
il cielo si vuotò e nei monasteri
tutti cercavano rifugio per paura
delle tracce indelebili della notte,
tutto equivale ai sogni,
lame divaricate distanti
deluse le aspettative di ogni giorno
.
gli stessi trascorsi a pregare per te,
chiunque sia
fa che la luna non travolga destini
annodati alle maree.

*

Latrati da un nido

Non ho messo figli al mondo 
per farne vittime sacrificabili al profitto altrui,
oppure soldati (un fucile ogni tre)
carne da ambizione;
un tempo mettevamo al mondo i figli
perché almeno uno diventasse grande
in un mondo migliore. Oggi no,
la carne è sventatezza
che nessuna chiesa potrà mai contraddire.

*

XXV Aprile tutti i giorni

Forse non farò
cose importanti,
ma la storia
è fatta di piccoli gesti anonimi,
forse domani morirò,
magari prima
di quel tedesco,
ma tutte le cose che farò
prima di morire
e la mia morte stessa
saranno pezzetti di storia,
e tutti i pensieri
che sto facendo adesso
influiscono
sulla mia storia di domani,
sulla storia di domani
del genere umano.

Italo Calvino

L’eccidio di Villa Rossi (17 dicembre 1944)

La distruzione della Villa Rossi e delle case coloniche adiacenti, Crociaro di Sopra e Crociaro di Sotto, la strage di uomini, donne, bambini travolti nel sonno da un cumulo di rovine, sono diventati fatti emblematici di tutta la tragedia che la popolazione di Castelbolognese (il mio paese) ha vissuto nello stato di guerra 1944-1945. Siamo alle soglie dell’inverno 1944, i soldati tedeschi hanno a disposizione pochi mezzi per sostenere dalle sponde del Senio l’urto degli Alleati appostati sulle vicine colline di Casale. I loro contrattacchi sono in fondo soltanto un rabbioso e disperato tentativo di sopravvivenza, che non manca tuttavia di farsi forte con il sangue di vittime innocenti. Il 17 dicembre 1944, all’indomani della liberazione di Faenza, i tedeschi prendono la decisione di far saltare in aria la Villa Rossi di Biancanigo con le case coloniche adiacenti per ragioni strategiche. La zona compresa tra i “Casetti” di Biancanigo e il Senio è già considerata terra di nessuno che deve essere spianata, per acquistare maggiore possibilità di tiro e di riferimento.
I tedeschi non possono ignorare che nella cantina della grande villa si rifugiano le famiglie Cristoferi e Montanari e alcuni parenti di questi ultimi, i Lama, sfollati dalla vicina Faenza. Nessuno tuttavia si preoccupa di avvertire i civili della decisione presa. Anche la mattina del 17 dicembre, tra le cinque e le sei, tra i primi ad alzarsi e ad uscire dal rifugio è Michele Montanari, che, appena entrato nella sua casa del fondo Crociaro di Sotto, a ridosso della villa, si accorge di qualcosa di insolito, rassomigliante a due casse di legna collegate a dei fili di dubbia provenienza. Giovanni, il fratello maggiore che lo ha appena raggiunto, in base alle conoscenze acquisite sul fronte della prima guerra mondiale, non esita ad individuare l’esplosivo e intuisce l’imminenza del pericolo per tutti gli edifici circostanti. Michele e il nipote Mario tagliano immediatamente i fili, mentre Giovanni si precipita al rifugio cercando di trarre in salvo dalla cantina della villa le altre persone ancora immerse nel sonno. Ma la villa, improvvisamente, salta in aria. Giovanni viene sorpreso dallo scoppio sulla soglia. Sarà rinvenuto alcuni mesi dopo sulla porta semiaperta, in piedi: il pietrisco aveva sostenuto il cadavere in quella posizione. Si salvano Michele, che ha evitato in tempo il brillamento della sua casa (fatta saltare in aria due giorni dopo), la vecchia madre ottantacinquenne che ogni mattina seguiva istintivamente il figlio appena lo sentiva alzarsi, i nipoti Mario e Lina Montanari usciti anzitempo dal rifugio.
La villa serra in un cumulo di rovine diciotto vittime: nove membri della famiglia Montanari e nove della famiglia Cristoferi. Tra le macerie della casa Crociaro di Sopra perdono la vita altri tre famigliari dei Cristoferi: solo Celso riesce a salvarsi. Tra i morti ci sono sette ragazzi: il più grande è Nicola Montanari di 14 anni, il più piccolo Giovanni Cristoferi di 2 anni. Con l’eccidio di Villa Rossi la guerra, appena arrivata, si annuncia in tutta la sua asprezza. Il 23 dicembre viene fatto saltare il ponte sul Senìo all’altezza della Via Emilia. Castelbolognese, tagliato fuori dal capoluogo di provincia e abbandonato all’arbitrio dell’invasore, precipita nella catastrofe e paga col prezzo di circa duecento vittime di rappresaglie e di bombardamenti la liberazione del 12 aprile 1945.

visitate il sito : http://www.castelbolognese.org/

Prigionieri

Tutto ad un tratto, vidi attorno a noi una decina di nemici con i fucili spianati e le
baionette innestate. Girando attraverso quella trincea ci avevano scorti. A quella
vista nessuno di noi disse una parola e, quando si sentì una fucilata vicino, i tre
soldati lasciarono le giberne ed alzarono le mani. Gli austriaci si misero a gridare e
stavano facendo fuoco perché forse avevano visto me che ero ancora nascosto e
non mi ero alzato. Era inutile sperare più: ad evitare che noi fossimo ammazzati a
baionettate, nascosi là la pistola e mi alzai. Gli austriaci si avvicinarono e ci presero.
Da quel momento ero prigioniero. (S.Ten. Gaetano Giaconia)

*

Carissimo figlio […] fino a questo momento eri dichiarato disertore […] Figurati
quale fu il nostro grandissimo dispiacere, tanto che ci fossimo meglio contentati di
una gloriosa morte sul campo dell’onore anziché come disertore, giusta
comunicazione dataci dai Carabinieri. Per questo grande dispiacere provato, non ti dico i disturbi avvenuti in famiglia. Ciò fu causa della abbreviata vita di tuo nonno,
il quale il giorno 11 corr. cessava di vivere. (La madre il 20 luglio 1916 a Raimondo
Giordano, appartenente all’87° Reggimento Fanteria e prigioniero a
Theresienstadt)

*

Io mi chiamo Venturi Agostino, sono nato il 6 ottobre 1922 e sono stato prigioniero dei tedeschi dal 9 settembre 1943 fino al 25 agosto 1946 nel campo di concentramento di “Buchenwald” in Germania. Insieme a me sono partiti tanti altri soldati italiani, ma al ritorno eravamo solamente in9. Noi dovevamo lavorare, lavorare e lavorare per tutto il giorno; i più fortunati erano quelli che erano impiegati nei frutteti perché ogni tanto riuscivano a mangiare qualche frutto di nascosto, ma gli altri, compreso me, lavoravano nelle miniere e lì non c’era proprio niente da mangiare. Mi ricordo soprattutto la paura che avevo e l’incontrollabile fame che pativo. La mattina, quando ci portavano nelle miniere, lungo la strada c’erano ciliegie o mele, ma se qualcuno provava a raccoglierle veniva fucilato all’istante, infatti io non ci ho neanche mai provato. Inoltre mi ricordo che le guardie tedesche erano veramente cattive e senza scrupoli; addirittura una donna tedesca aveva fatto seppellire due prigionieri, lasciando loro fuori soltanto la testa per fare le porte da calcio per i propri figli. Alcune volte succedeva anche che, al mattino, alcuni prigionieri si svegliavano tutti gonfi e i soldati li portavano a quello che chiamavano “lazzaretto”, ma per quello che so io non sono mai tornati e penso che li uccidessero perché non riuscivano più a lavorare. Noi abbiamo saputo che la guerra era finita perché passò un aereo che lanciava volantini con scritto che la guerra era finita, ma se i tedeschi si accorgevano che noi li leggevamo ci uccidevano. Nei giorni seguenti ricordo che i tedeschi cominciarono ad andarsene e noi cercammo subito del cibo, ma visto che erano anni che pativamo la fame, alcuni mangiarono cosi tanto che morirono poco dopo perché lo stomaco non riusciva più a digerire come prima. Quando tornai a casa bussai alla porta e aprì la mamma che rimase sorpresa nel vedermi e io le dissi: ”Sono io, non mi riconosci?” La guerra mi ha lasciato un grande segno e ho dei ricordi molto tristi, ancora oggi quando sento dei tuoni molto forti mi prendo paura perché mi ricordano le fucilate dei tedeschi. (Agostino Venturi)

**************

Generali

Note del generale Luigi Cadorna:

“Per attacco brillante si calcola quanti uomini la mitragliatrice può abbattere e si lancia all’attacco un numero di uomini superiore: qualcuno giungerà alla mitragliatrice […].

“Le sole munizioni che non mi mancano sono gli uomini”.

“Chi tenti ignominiosamente di arrendersi e di retrocedere, sarà raggiunto prima che si infami dalla giustizia sommaria del piombo delle linee retrostanti e da quella dei carabinieri incaricati di vigilare alle spalle delle truppe, sempre quando non sia freddato da quello dell’ufficiale”.

*

Lettere dal fronte

“Vi sono truppe allo scoperto, sotto il tiro del cannone nemico, con 15° sotto zero, e si vuole che avanzino. Muoiono gelati a centinaia e ciò è ignorato dal paese. Gli ufficiali più arditi hanno crisi di pianto di fronte alla vanità degli sforzi, davanti all’impossibile. Sull’Isonzo si muore a torrenti umani e nulla finora si è raggiunto.”

Lettera di un generale dissidente a Giolitti, 1915

“Non si creda agli atti di valore dei soldati, non si dia retta alle altre fandonie del giornale, sono menzogne. Non combattono, no, con orgoglio, né con ardore; essi vanno al macello perché sono guidati e perché temono la fucilazione. Se avessi per le mani il capo del governo, o meglio dei briganti, lo strozzerei”.

(B.N. anni 25, soldato; condannato a 4 anni di reclusione per lettera denigratoria,1916)

*

Diari 

Cesare De Simone, tratto da “L’Isonzo mormorava”:

Nel marzo 1916 il mio comandante di divisione, al quale riferivo per telefono le ragioni per cui una operazione ordinatami non poteva riuscire e si sarebbe avuto un macello, osservò che di carne da macello da darmi ne aveva quanta poteva abbisognarmene; risposi che facevo il colonnello non il macellaio; s’interruppe il telefono: un ordine scritto mi ordinò l’onerosa operazione.”.

“Tutte le volte che c’era un attacco arrivavano i carabinieri. Entravano nelle nostre trincee, i loro ufficiali li facevano mettere in fila dietro di noi e noi sapevamo che – quando sarebbe stata l’ora- avrebbero sparato addosso a chiunque si fosse attardato nei camminamenti invece di andare all’assalto. Questo succedeva spesso. C’erano dei soldati, ce n’erano sempre, che avevano paura di uscire fuori dalla trincea quando le mitragliatrici austriache sparavano all’impazzata contro di noi. Allora i carabinieri li prendevano e li fucilavano. A volte era l’ufficiale che li ammazzava a rivoltellate.”

Tenente Carlo Salsa, tratto da “Trincee. Confidenze di un fante”

” Ma i comandi sembravano impazziti. Avanti! Non si può! Che importa? Avanti lo stesso. Ma ci sono i reticolati intatti! Che ragione! I reticolati si sfondano coi petti o coi denti o con le vanghette. Avanti! Era un’ubriacatura. Coloro che confezionavano gli ordini li spedivano da lontano; e lo spettacolo della fanteria che avanzava, visto al binocolo, doveva essere esaltante. Non erano con noi, i generali; il reticolato non l’avevano mai veduto se non negli angoli dei loro uffici territoriali, e non si capacitavano che potesse essere un ostacolo. Arrangiatevi, ma andate avanti, perdio! Che si fa, si scherza? “

***

 

Ripartenza 10: Giornata del Ricordo? Allora ricordiamoci tutto!

Per ripartire bene è necessaria la verità sui fatti storici o ancora d’attualità. 10 febbraio, giorno del ricordo dei martiri della Venezia Giulia, dell’Istria e della Dalmazia: migliaia di italiani assassinati dalle milizie comuniste di Tito, molti  dei quali gettati vivi nelle foibe, altri 250 mila costretti a fuggire. E  per quelli che dopo il 1945 sono rimasti in Jugoslavia una vita da incubo, anche se erano comunisti. 

L’Italia ha un grande debito nei loro confronti perché all’origine della tragedia che li ha colpiti c’è stato un comportamento vergognoso, bestiale, del nostro esercito durante il secondo conflitto mondiale: migliaia di civili uccisi, paesi incendiati, più di 30 mila sloveni finiti nei campi di concentramento allestiti in Italia. Così infatti reagirono le nostre  truppe, comandate dal generale Roatta agli attacchi dei partigiani titini. Non potrà mai essere giustificata la ferocia  contro i nostri connazionali inermi, ma è doveroso ricordare  che abbiamo creato le premesse di una vendetta. Delle violenze del nostro esercito in terra jugoslava nessuno ha mai parlato ufficialmente: dietro pressioni straniere negli anni del dopoguerra alla fine venne varata una commissione d’inchiesta che non  fece nulla. La verità sarebbe meglio emersa, a partire dagli Anni 90, per il lavoro di studiosi italiani e jugoslavi, che si occuparono anche del regime di Tito.

La falsificazione della storia (alcune parole importanti di Alessandro Barbero)

La fuga e le stragi degli italiani hanno accompagnato l’avanzata dei partigiani jugoslavi sul confine orientale, e questo è un fatto – spiega Alessandro Barbero sulle colonne de Il Fatto Quotidiano a Daniela Ranieri -. La falsificazione della storia da parte neofascista, di cui l’istituzione della Giornata del ricordo costituisce senza dubbio una tappa, consiste nell’alimentare l’idea che nella Seconda guerra mondiale non si combattesse uno scontro fra la civiltà e la barbarie, in cui le Nazioni Unite e tutti quelli che stavano con loro (ad esempio i partigiani titini, per quanto poco ci possano piacere!) stavano dalla parte giusta e i loro avversari, per quanto in buona fede, stavano dalla parte sbagliata; ma che siccome tutti, da una parte e dall ’altra, hanno commesso violenze ingiustificate, eccidi e orrori, allora i due schieramenti si equivalevano e oggi è legittimo dichiararsi sentimentalmente legati all’una o all ’altra parte senza che questo debba destare scandalo.

Il professore nel suo lungo intervento sul quotidiano ha spiegato quanto serva guardare il panorama in maniera completa per poter avere un’idea. “Se io decido che quei morti debbono essere ricordati in modo speciale, il messaggio, inevitabilmente, è che di quella guerra ciò che merita di essere ricordato non è che l’Italia fascista era dalla parte del torto – chiosa Barbero – e che era alleato con il regime delle camere a gas. Questo non vale la pena di ricordarlo, invece le atrocità di cui gli italiani sono stati le vittime, quelle sì, e solo quelle, vanno ricordate. E questa è appunto la falsificazione della storia”.

Monte Cengio

Il Monte Cengio è una montagna dell’Altopiano dei Sette Comuni (Asiago) alta 1.354 m s.l.m.; fu teatro di una feroce e sanguinosa battaglia tra austriaci e italiani, questi sulla montagna persero complessivamente, assieme ai fanti delle Brigate Catanzaro, Novara, Pescara e Modena, tra morti, dispersi e feriti, 10.264 uomini fra il 29 maggio e il 3 giugno 1916.
Gli Immortali sono stati spinti oltre 
per cadere dopo aver divorato il Monte
con buche, gallerie e camminamenti.
.
Eroismo è non sapere dove sei,
cosa farai e perché,
se con scarpe buone o di cartone,
se il dirimpettaio dorme o è all’erta.
.
Nessuno andrebbe all’inferno
per ammazzare i diavoli.
Quando saprai di cadere,
abbraccia forte il tuo nemico.
.