Ascolta & Leggi: The National, Light Years – Edoardo Sanguineti tre poesie

Ballata delle donne

Quando ci penso, che il tempo è passato,
le vecchie madri che ci hanno portato,
poi le ragazze, che furono amore,
e poi le mogli e le figlie e le nuore,
femmina penso, se penso una gioia:
pensarci il maschio, ci penso la noia.

Quando ci penso, che il tempo è venuto,
la partigiana che qui ha combattuto,
quella colpita, ferita una volta,
e quella morta, che abbiamo sepolta,
femmina penso, se penso la pace:
pensarci il maschio, pensare non piace.

Quando ci penso, che il tempo ritorna,
che arriva il giorno che il giorno raggiorna,
penso che è culla una pancia di donna,
e casa è pancia che tiene una gonna,
e pancia è cassa, che viene al finire,
che arriva il giorno che si va a dormire.

Perché la donna non è cielo, è terra
carne di terra che non vuole guerra:
è questa terra, che io fui seminato,
vita ho vissuto che dentro ho piantato,
qui cerco il caldo che il cuore ci sente,
la lunga notte che divento niente.

Femmina penso, se penso l’umano
la mia compagna, ti prendo per mano.

*

Se d’amore si muore, siamo morti noi

se d’amore si muore, siamo morti noi:
siamo un romanzo d’appendice in atto: (anzi,
siamo un romanzo nazional-popolare, ma calibraticamente camuffato da romanzetto rosa): (anzi,
siamo un romanzo osè): (un rosè): (anzi, una coppia di vegeti, di vegetanti vecchietti,
torchiati nel torpido torchio delle nozze d’argento): (a un passo, a un pelo, appena,
da un romanzo nero): (siamo un romanzo rosso, quasi): e noi facciamo, parliamoci chiaro,
pena piena, e pietà

comunico le coordinate necessarie; torno da Como, è il 26
settembre, sono le 21,37, ho chiesto il conto al ristorante, prenderò il rapido
delle 21,50, e ti ho capito: è tutto:

perché, per te, per me, non è possibile
sopportarla più oltre, questa ambivalenza insolubile, nel vino della vita che viviamo:

questa vita, anzi: (la vita): (annacquata, innacquata): e se ti dico e se ti scrivo che
non sono altro che un contemporaneo, a capirmi, a capirci, se va bene, abbiamo, in tutto
e per tutto, il 25% dei nostri eredi naturali, allo stato attuale delle cose:
così, con tanti auguri, ti aggiungo, poi, che noi

se d’amore si vive, siamo vivi

*

Siamo tutti politici (e animali)

Siamo tutti politici (e animali):
premesso questo, posso dirti che
odio i politici odiosi: (e ti risparmio anche soltanto un parco abbozzo di catalogo
esemplificativo e ragionato): (puoi sceglierti da te cognomi e nomi, e sparare
nel mucchio): (e sceglierti i perché, caso per caso)
ma, per semplificare, ti aggiungo che, se è vero che,
per me (come dico e ridico) è politica tutto,
a questo mondo, non è poi tutto, invece, la politica: (e questo mi definisce,
sempre per me, i politici odiosi, e il mio perché:
amo, così, quella grande politica
che è viva nei gesti della vita quotidiana, nelle parole quotidiane
(come ciao, pane, fica, grazie mille): (come quelle che ti trovi graffite dentro i cessi,
spraiate sopra i muri, tra uno slogan e un altro, abbasso, viva):
(e poi, lo so che non si dice, ma, alla fine, mi sono odiosi e uomini e animali)

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Edoardo Sanguineti (Genova, 9 dicembre 1930 – 18 maggio 2010) è stato un poeta, scrittore e politico italiano, fece parte del Gruppo 63.

Ascolta & Leggi: Brad Mehldau e Anna Leone

A me è rimasto un cantare,
una manciata di speranza alla vista
della verità, che conosce soltanto me e
non può essere la verità di nessun altro.
(Mariella Mehr)

Chiariamo subito, Anna Leone ha una scrittura capace, fluida, emotiva, ma non è poeta nel senso più conclamato e formale del termine. Infatti non se la tira semplicemente perché scrive poesie, e per fortuna. Il mondo non ha bisogno di poeti in alamari, ha bisogno di buoni versi e buone letture, tutte caratteristiche precise e preziose nella scrittura di questa Donna “prestata” alla Poesia. D’altra parte Anna Leone, autrice totalmente inedita su libro, vive una vita come tante, con la sua famiglia, il suo lavoro, a volte ha bisogno di poesia e scrittura. Certamente Anna non è una letterata, malgrado la sua formazione culturale e il suo bagaglio di letture dicano esattamente il contrario. Il riserbo che la trattiene non le impedisce tuttavia di condividere il suo sentire attraverso un’ottima scrittura in versi. Quando ne ha necessità, quando qualcosa le esce, prepotente, e non vuole rimanere dentro. Una poesia di carne e sangue, che non insegue estetiche o scuole finalizzate al vuoto e all’omogeneità, e che spesso regala a chi la legge attimi unici di vera profondità ed emozione.

Il suo blog:
https://vocisottili.wordpress.com/

Poesia

Lasciami scivolare
lungo i pensieri
lascia che io vada
nei sogni.

Per te dò ombra
alle mie illusioni
e trasparenza
a cristalli sbiaditi
d’incanto.

Sei il fiato
in questa vicinanza
di specchi,
il respiro che risuona
nel delirio di un soffio.

Lascia che mi perda così,
mentre mi sopravvivi negli occhi
senza domanda.

*

Da lontano

Sembra quasi bastare un verso per far dimora da
scrivanie di disordini, senza fogli.

Viaggiare dietro retine sole con un’aporia d`orizzonti,
ma, d`amblee, farsi fronte di baci, palmi scoscesi in
tenerezze.

Come tutto fa ampolla
da lontano e si tira dentro luna e stelle e sussulti di
maree

Come da vicino è uno squittio di carenze necessarie,
mentre il cuore duole.

*

*

Oltre l’Ultima Thule

È stato nella notte,
non ancora di maggio,
una voce, forse una Luce,
mi chiamava.

Mi rividi con tutti, voi tutti,
e già mi sognavo sogno.

Mentre tornavo dalla culla
al ventre di mia madre
che non sa, non può saperlo, e mi piange.

Schiuso nel tepore di Lei
sono già, oltre l’Ultima Thule,
carezza tra rossi baleni d’immenso.

*

Pesah (Passaggio)

Sicuro oro il triduo raggio:
grigio pesah di nubi meste santifica giorni
parimenti bestemmiati.

Brunito il bronzo muto dell’ultimo rintocco.
Rosso anemico il labbro al bacio dei giuda, già dopo colazione.
Verde ulivo, più bandiera, la mano, tesa al giubilo,
per l’ultimo venuto senza mulo.

Rosa frammisto all’avorio le bocche aperte nell’osanna .
Chiaro scuro d’ala, spiegata al presagio di morte.
Pellucido l’ocra punteggiato di rosso vivo,
combinato alla polvere, man mano, suppurando, per tanto blu
precipitato, rapprendersi; crosta d’obbedienza
su ginocchi pesti.

Ebano di lignea corona allo scherno proclama.
Certo , violaverde la pelle abrasa
nel breve grido di orgasmo animale.

Grigio opalescente che irrora, non irida,
irride innocenza.
Vero nera la fame, alabastrino il freddo, diamantina
la sete, più buia del buio la notte sola.

Ditelo, almeno, ai poveri cristi,
che sarà un graduale liquefarsi nel fiato di fiele,
giallo di bile la fine.
Trasmutazione lenta, lenta, fino al bianco dell’osso,
mentre ancora e ancora acclameranno il risorto.

*

Nuda così

E’ mostrar la grazia
che non esibisce; in similitudine di voli leggeri
di ampiezza e profondità.

Per te sarò nuda così,
come il trasparire dell’aria.

Ad entrarti negli occhi,
piano, senza fretta,
maggiormente nel cuore.

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gatti a remi

Ho visto gatti a vela,
alcuni a elica,
altri molto abili e sfuggenti;
o tristi da far pena, sazi
eppure non mangiar da giorni;
gatti poeti, gatti killer,
gatti talmente curiosi, che
tanto va la gatta al lardo…
che sapevano, altri che sapranno;
ho visto gatti portare doni,
ne ho visti altri rapinare,
gatti sempre pronti
a riconoscersi dall’odore
(sembrano innamorati),
gatti in amore,
gatti col caratteraccio,
gatti pronti a scegliere l’umano
senza darlo troppo a intendere.
Ho visto gatti arenati sui rami,
altri a motore, altri volare,
altri nascondersi.
Mai ho visto gatti a remi.
Darei un soldino per sapere
cosa pensa il mio siamese,
ma ogni volta non capisco
quel suo vivere coi baffi.

(ad Adrianone, sempre sulla breccia)

Ascolta & Leggi: Tre poesie di Giuseppe La Mura e una canzone dei Babe Ruth

C‘è un posto unico
Dove far l’Amore
Io e Te.
Dentro Te
Dentro Me
Racchiusi e stretti
Tra i veli delle Anime, libere come il vento.
E
Sfiorando
Leggendo
Baciando
I pensieri scritti
cuciti col sangue dalla vita
sui veli ammantati di bianco
Leccheremo le Poesie
Odoreremo gli Inchiostri
Ameremo le follie
Imprigionate tra le ferite aperte

*

Passano col tempo
Tutti i tuoi perché,
E restano negli occhi
Soltanto inutili domande,
Prive oramai di alcun senso.

Perchè in inverno cadono le foglie,
Perchè la vita è a volte così dura,
Perchè l’amore è una stagione
E il suo tempo è lungo quanto il giorno.
Le domande, sempre quelle.

E poi succede che il silenzio ti racconti le risposte.

A volte accadono tramonti,
La cui bellezza resta immutata,
Come i tuoi lineamenti,
Lascino senza respiro Me,
Senza che ci siano inutili parole.

E l’amore,
E’ come un tramonto,
Bellissimo,
Eterno ed effimero,
Dura l’attimo che resta nei tuoi occhi
Giusto il tempo per spezzarti il Cuore,
Vederlo morire giù nel mare,
Affogare la sua luce nel buio più profondo.

Ma sai
Che quel buio è dentro di te,
Che il rosso d’un tramonto,
Della malinconia è dentro di Te,
Ed è nel tuo grembo
La passione, l’ardore che scorre come un fiume in piena dentro di Te,
Tutta la tua bellezza che scalda ancora il mio sangue.

*

Le tue labbra
Sono come una porta che lasci socchiusa,
Assapori il vento,
La brezza che porta il mare,
Assaggi l’amore,
E il suo retrogusto a volte amaro.
Aspetti qualcuno dietro quelle labbra,
Aspetti l’amore dietro la porta socchiusa,
Ci appoggi il tuo corpo
E poi il Cuore
Aspetti di sentire quando arriva forte il vento,
Perchè quella porta,
E così anche le tue labbra,
Non si chiudano all’Amore.

Giuseppe La Mura è bravissimo nel canto della breve stagione di un amore. Profondo e rispettoso cultore della bellezza femminile, colloca la sua poesia a metà strada tra Prévèrt e la sua impareggiabile sensibilità. E’ un romantico del XXI Secolo, capace di continuare a cantare, discreto e continuo. Personalmente lo ammiro, proprio per quella sua singolare capacità di saper ripetere atmosfere irripetibili. Soprattutto per aver trasformato la solitudine in un continuo e rinnovato atto creativo. Visitate il suo blog per saperne di più. Qui:
https://giuseppelamura.wordpress.com/

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I Babe Ruth sono un gruppo rock britannico originario di Hatfield (Inghilterra). La band è stata attiva nella prima metà degli anni ’70 e si è poi ricomposta nel 2005.
Il gruppo ha avuto maggior successo negli Stati Uniti che in patria, grazie anche a singoli come The Mexican e Wells Fargo.

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indizi di primavera

penso a questa vigilia d’autunno,
contiene indizi di primavera, che
al tuo nome si voltano, stupiti

l’intimità scocca, freccia,
non importano tempi e distanze,
necessario è avvertirne l’arrivo,
siano protagonisti
entrambi i commensali

si direbbe che ogni porta chiusa
nasconda un abbraccio

le sabbie prendono corpo,
montagne coperte d’innocenza;
le strade piene di sorrisi
alludono principi d’immortalità:
torniamo donne e uomini

felici ugualmente

il genio della bellezza
scava profumi, colori
le basi degli argini prima del Po,
tutto acceso in quanto non sa
dove arrivare

fino in fondo alla sala
il silenzio mastica a salvare
le schiene agli astanti,
tutti presi in un bavaglio
di assenso e sorrisi

l’illusione del capolavoro
trascina oltre il parapetto:
ai lucci
seguiranno pesci molto più affamati

il sole, il danaro, roba d’altri,
gli uccellini zampettano un po’
prima di restare immobili
e gli incolumi tutti intorno

riprenderanno il volo
felici ugualmente

letture amArgine: Biagio Marin

Fa che la morte mia

Fa che la morte mia,
Signor, la sia
comò ‘l score de un fiume in t’el mar grando,
comò la melodia
de la dosana¹ che de quando in quando
a ridosso de un faro la pianzota
per un momento,
e la va via apena co’ un lamento
verso l’averto, sensa lota.
Fa che ‘l gno ultimo respiro
el se pusa sul mondo incòra ciaro,
comò ‘l maistro estivo
in t’i puninti el cala sensa amaro.
Tégneme senpre vivo,
che posso ringrassiate
de le ore de pena
e de quele beate
e de la luse, Signor, mia zogia piena,
d’ogni mio canto in te l’aria serena.

Fa’ che la morte mia,
Signore, sia
come il fluire di un fiume nel mare grande,
come la melodia
della dosana¹ che di quando in quando
a ridosso di una briccola piagnucola
per un momento,
e va via appena con un lamento
verso l’aperto, senza lotta.
Fa’ che il mio ultimo respiro
si posi sul mondo ancora chiaro,
come il maestrale estivo
nei ponenti cala senza amaro.
Tienimi sempre vivo,
che possa ringraziarti
delle ore di pena
e di quelle beate
e della luce, Signore, mia gioia piena,
d’ogni mio canto nell’aria serena.
¹ Termine veneziano che indica la marea che esce dalla Laguna di Venezia verso il mare.

*

Quanto più moro
presenza
al mondo intermitente
e luse che se spenze, de ponente
tanto più de la vita m’inamoro.
E del sol rîe che fa fiurî l’avril
e del miel che l’ha in boca,
la prima neve che za fioca
sia pur lenta e zentil.
Melodioso l’andâ per strà
de l’anca mola nel menèo
che ondesa comò fa ‘l canèo
nel maistral disteso de l’istà.
Musica in ela
e in duta la persona
che duta quanta sona
de quela zoigia che m’insiela.
Quela musica duta la me intona
la fa de me corente d’aqua viva
che in mar se perde senza riva
e solo el perdimento la ragiona.

Quanto più muoio
nel mondo
presenza intermittente
e luce che si spegne, da ponente
tanto più nella vita m’innamoro.
E del suo ridere che fa fiorire l’aprile
e del miele che ha in bocca,
la prima neve già fiocca
sia pure lenta e gentile.
melodioso l’andare per istrada
nell’ondulare dell’anca molle
che ondeggia come fa il canneto
nel maestrale disteso dell’estate.
Musica in lei/ e in tutta la persona
che tutta quanta suona
di quella gioia che mi inciela.
Quella musica tutta mi intona
fa di me corrente d’acqua viva
che si perde in mare senza rive
e solo il perdimento suo ragiona.

*

E ‘NDÉVENO CUSSÌ LE VELE AL VENTO

E ‘ndéveno cussì le vele al vento
lassando drìo de noltri una gran ssia,
co’ l’ánema in t’i vogi e ‘l cuor contento
sensa pinsieri de manincunia.

Mámole e mas-ci missi zo a pagiol
co’ Leto capitano a la rigola;
e ‘ndéveno cantando soto ‘l sol
canson, che incòra sora ‘l mar le sbola.

E l’aqua bronboleva drío ‘l timon
e del piasser la deventava bianca
e fin la pena la mandeva un son
fin che la bava no’ la gera stanca.

da “Fiuri de tapo”, 1912

E ANDAVAMO COSI’, LE VELE AL VENTO

E andavano così, le vele al vento
lasciando dietro di noi una gran scia,
con l’anima negli occhi e il cuor contento
senza pensieri di malinconia.

Fanciulle e ragazzi seduti giù a pagliolo
con alla barra Leto capitano;
andavamo cantando sotto il sole
canzoni che ancora volano sul mare.

L’acqua ribolliva dietro il timone
e dal piacere diventava bianca,
persino la penna suonava:
fin che la bava non era stanca.

*

PAESE MIO
Paese mio,
picolo nío e covo de corcali,
pusào lisiero sora un dosso biondo,
per tu de canti ne faravo un mondo
e mai no finiravo de cantâli.

Per tu ‘sti canti a siò che i te ‘ncorona
comò un svolo de nuòli matutini
e un solo su la fossa de gno nona
duta coverta d’alti rosmarini.

da “Cansone picole”, 1927

PAESE MIO

Paese mio,
piccolo nido e covo di gabbiani,
posato leggero su di un dosso biondo,
per te di canti ne farei un mondo
e mai non smetterei di cantarli.

Per te questi canti, perché ti incoronino
come un volo di nuvoli mattutini
e uno solo sulla fossa della nonna mia
tutta coperta di alti rosmarini.

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Biagio Marin (Grado, 29 giugno 1891 – 24 dicembre 1985) è stato un poeta e scrittore italiano. La poetica del Marin si è sempre mantenuta, con l’eccezione di Acqua marina scritta in italiano, fedele alla linea del primo libro, legata alle radici della sua terra alla sua cultura primitiva marinara costruita su i dolori dell’esistenza, sulle gioie e amori per le memorie del passato, dove proprio il dialetto con le sue risonanze acquista, in questo senso una sua verità morale e religiosa. Marin riesce a creare un linguaggio raffinato che nel corso della sua lunga attività creativa si perfeziona nello stile e raggiunge alti livelli di essenzialità e musicalità.