letture amArgine: L’afa il caldo l’asfissia… di Salvatore Toma


Ho appena realizzato qualcosa che forse sarà stato per caso forse no. Come se i migliori poeti italiani della loro generazione abbiano voluto deliberatamente sparire nel giro di un paio d’anni. Beppe Salvia nel 1985, Remo Pagnanelli e Salvatore Toma del 1987. Tutti fra i trenta e quarant’anni, tutti suicidi. Emblemi e precursori forse, di un’Italia che sta altrettanto deliberatamente scegliendo di auto affondarsi, coi suoi politici falsi e arraffoni, coi suoi servi e i suoi chierichetti, coi suoi infiniti analfabeti di ritorno. Oggi una delle più belle poesie di Salvatore Toma, da Canzoniere della Morte (Einaudi) pagine 82 e 83. (Flavio Almerighi)

L’afa il caldo l’asfissia…
e i tetti delle case
a tegole a precipizio
rosso mattone
abitate dai topi
aprivano il mio sogno.
Tu eri in una di quelle cupole
battute dal vento
più di tutto vicine al cielo,
alte ricche di rondini
e di nuvole.
Ma la sedia di paglia
di pochi centimetri
che desideravi in regalo da me
il pullover grigio amaranto
che mi avevi cucito esistevano
erano prove della mia setticemia
della mia lenta moria
del mio stragrande desiderio
di respirare di vivere
di ariose dolci lussazioni
di precisazioni naturali
mai chieste di libertà.
Ci litigammo
per via di un deputato
un tuo vecchio amante
con un rimorso nuovo
forse consigliere comunale
quando la gente
giostrava a ubriacarsi
s’inserrava si spingeva
nel bar del centro.

Ma tu eri là sola in disparte
nel tuo castello grigio
sola e disponibile
con la tua veste rossa
il seno disfatto e nutriente
le gambe grosse di quarantenne
innamorata pazza senza figli
innamorata di me dicevi
in notti grigie assatanate
quando nubi e pipistrelli
non consentono
che un concedersi refrigerante
la voce chiara
di un amore stranamente vero
fra le tende giocate dal vento.

Mi amavi? o ero io
uno dei tuoi giochi secolari
scritti lì sui muri i loro nomi
le loro firme capitali
come condannate a morte
quando accadeva la stanchezza?
Eri bella sicura materna
e ti cercavo affannatamente
nelle piazze desolate la notte
per le deserte vie
con improvviso vento
e qualcosa di chiaro mi accadeva
di mai tanto chiaro nella mia vita
e amavo il tetto della tua casa
a tegole a precipizio
solcato dai topi
e amavo la tua seducente irrealtà
la tua faccia irresistibile
la tua sfrenata inesistenza.