Lettera da un paese diviso

Io non ho la vostra luce, né voi la mia,
ho qualche pietra arrotata e un po’ d’acqua,
mentre gli alberi si sbracciano, sfiorano
giorni perduti o rubati.

Enrico rivide tutto poco dopo che a Giovanna
si spensero gli occhi. Raccontava
di una guerra mai vista, dove chi scampava
la mitraglia lo ammazzavano i carabinieri.

Ubriachi di dolore si torna un po’ bambini:
la verità non basta, né il vuoto può riempire
certe notti di pioggia dove i piccoli dormono
e le madri non vegliano.

Barenthal

Oltre il ciglio della strada,
accerchiati dal bosco,
riposano sulla brezza trasparente
tra canti di uccelli.

Ora, ignoti agli uomini,
ma sempre cari a Dio e alle voci
spente di mogli e figli lontani
dispersi nel tempo.

Lizzie adesso è ovunque
dall’oceano e sulle cime dei fiori,
soltanto le nostre voci
tramezzo a tanta pace

Silvio

La branda sottosopra
col tuo lamentarti,
per il mio fumo eversivo:
già allora eri molto più a modo.
Anche oggi ti ricordo, Silvio,
certe domeniche con l’Appiani
riempito di tifosi urlanti,
non si dormiva a Prato della Valle.
Molte sere mai, bestemmie a parte,
si sapeva cosa fare.
Avere vent’anni nel Settantanove
era meno difficile.
I bagni con le porte da Far West,
le notti al centro trasmissioni,
nemici giurati e amici perduti
il giorno dopo il congedo.
La normalità è stata voglia
di tornare a casa, andarsene
verso la vita nuova,
donne, lavoro, figli,
la vita che è stata,
lontani da là dov’era obbligo
uccidere tempo e zanzare.
Anche oggi ti ricordo, Silvio.