25 Agosto: La Madonna del Buso

La passeggiata dal Santuario della Madonna del Buso al canyon di Gallio è senz’altro una delle più brevi, ma suggestive escursioni da fare sull’Altopiano dei Sette Comuni. A pochi passi dalla Madonna del Buso, si nasconde un canyon naturale di una bellezza straordinaria. Nel corso dei millenni, le acque del torrente Frenzela hanno scavato queste rocce dando vita ad un incredibile spettacolo della natura, chiamato anche il canyon del Buso Vecio.

 

Lasciate l’auto di fronte alla chiesetta. Per raggiungere il canyon, basta scendere dalla scalinata a destra del santuario. Ci impiegherete circa 15 minuti.

Potrete camminare dapprima sul letto asciutto del torrente ed ammirare sopra di voi, a più di 70 metri di altezza, il ponte che collega le frazioni di Ronchi e Stoccareddo di Gallio. Gli ometti di sassi vi indicheranno la strada da seguire sulla sinistra.  

Una volta giunti tra le alte pareti di pietra, sarete avvolti da un’atmosfera surreale: un gioco di luci ed ombre, di licheni verdi e roccia dai colori più disparati. Sembra di essere catapultati in una location di un film fantasy. Incredibile pensare a come questo luogo umido e silenzioso, sia in realtà il frutto del lavoro incessante dell’acqua durante i secoli.

Siate sempre come l’acqua che, malgrado le difficoltà, trova la pazienza e la forza di scavare le montagne. E non fate come me, si vede che son boomer, che prima di andarmene sono scivolato sui sassi e ho dato un bel cristone per terra.

In ombra

Pietra in ombra, semisepolta,
ammutolita di muschio,
patria di insetti sotterranei,
disperati quando viene sollevata
e luce afferra in cecità e pazzie.

Chissà per quanto tempo ancora
terre e spiagge rimarranno qui
a sostenerci fiato e passi.

Chissà, aprissi indici e pollici,
le mia lettera volerebbe via
assieme ai baci che porta.

Dopo il capriccio di uno sguardo
l’uomo l’allontana così com’é.
Rotola adesso, soggetta all’ubbie
d’aria, fuoco, acqua, gravità.
Scivola tra fiori di vita breve.

Anita

Anita, in chiesa primo banco a destra,
troppi anni, pochi denti,
ogni sera prima o dopo il tramonto
nel danzare ininterrotto delle stagioni,
stesso colore di cui solo l’ultimo giorno
conosceremo il seme.

Le regole di buon vicinato
mal si adattano ai ricordi implumi
e teneri, volò presto il suo uomo,
si ostinò a portarne ogni giorno
il cognome ricevuto in dote
e zollette sulle ginocchia secche.

Tenne il suo per il giorno dell’epigrafe
sopra un marmo dimenticato, secco, fitto
di spietate ragnatele.

Lettera da un paese diviso

Io non ho la vostra luce, né voi la mia,
ho qualche pietra arrotata e un po’ d’acqua,
mentre gli alberi si sbracciano, sfiorano
giorni perduti o rubati.

Enrico rivide tutto poco dopo che a Giovanna
si spensero gli occhi. Raccontava
di una guerra mai vista, dove chi scampava
la mitraglia lo ammazzavano i carabinieri.

Ubriachi di dolore si torna un po’ bambini:
la verità non basta, né il vuoto può riempire
certe notti di pioggia dove i piccoli dormono
e le madri non vegliano.

Barenthal

Oltre il ciglio della strada,
accerchiati dal bosco,
riposano sulla brezza trasparente
tra canti di uccelli.

Ora, ignoti agli uomini,
ma sempre cari a Dio e alle voci
spente di mogli e figli lontani
dispersi nel tempo.

Lizzie adesso è ovunque
dall’oceano e sulle cime dei fiori,
soltanto le nostre voci
tramezzo a tanta pace

Silvio

La branda sottosopra
col tuo lamentarti,
per il mio fumo eversivo:
già allora eri molto più a modo.
Anche oggi ti ricordo, Silvio,
certe domeniche con l’Appiani
riempito di tifosi urlanti,
non si dormiva a Prato della Valle.
Molte sere mai, bestemmie a parte,
si sapeva cosa fare.
Avere vent’anni nel Settantanove
era meno difficile.
I bagni con le porte da Far West,
le notti al centro trasmissioni,
nemici giurati e amici perduti
il giorno dopo il congedo.
La normalità è stata voglia
di tornare a casa, andarsene
verso la vita nuova,
donne, lavoro, figli,
la vita che è stata,
lontani da là dov’era obbligo
uccidere tempo e zanzare.
Anche oggi ti ricordo, Silvio.