Becco di rondine

Memorizzare, puntare
l’ora appesa al portone.
Un bacio in ascensore
dov’è gloria una carezza
su madonnine tatuate,
disegnate col compasso.

L’umidità appostata
cecchina sui tetti,
e sulle circostanze
di un piacere rappreso,
risentito.
Fragilità estrema
è la bellezza dei capelli.

Lei è forme d’attrice,
mani forti, fragili a volte.
E’ un caffè.
S’accendesse a modo
il becco di rondine
mezzo assopito.

da questo tempo

Quante mitologie da questo tempo
di per sé insopportabile,
si potesse averne indietro
la metà trascorsa ad aspettare
sarebbero ancora anni migliori
e, amore mio,
potremmo pensare a un figlio
a scavalcare onde e maree
su una tavola di legno:
sarebbero altri mille e mila
mercoledì da leoni. Oggi piove,
troverai il giusto ferro da stiro
per ripianare tutte le pieghe
dimenticate dall’avanti e indietro
nel tempo. Sono certo,
non saremmo così curvi e attenti
a percepire ogni suono,
ogni lettera muta, ogni speranza,
che tutto tende a svanire
e noi, svaniti, dietro vetri,
paraventi, tulle, dove
ci si potrebbe baciare
ogni giorno: occhi aperti
o chiusi, poco importa.

Café Trieste

ci vediamo domani
solita ora, solito posto
per contare feriti e morti
a scontare la verità dell’Essere
a dire non so

Café Trieste, tavolini pieni,
stipato di vedove,
gravidanze isteriche e madri
i cui figli non tornano più,
porta i libri

prenderemo il solito caffé:
tu orzo, io ginseng,
non siamo avanguardia
ma ferite e lesioni
per altri

il passato, buco nero,
ha qualcosa di sconosciuto
tutto il dimenticabile
torna a esserlo,
re e regine senza gloria

ci vediamo domani,
dopo aver tardato all’eccesso
la sveglia, niente
vale la pena di un risveglio
tutto vale una primavera

e una canzone nuova,
metti un disco e riprenditi
il mio cuore infranto

dell’Amore

rimarrà il ricordo
per non congelare ogni sera,
qualche fiore secco perduto tra i diari

piccole lesioni al cuore dure a guarire,
nostalgia di giorni in cui
è stata illusione conoscere sapore
e sapere, in due soltanto,
cos’ha coperto quello scrigno prezioso

poi, rimarranno i momenti più belli,
carichi di mistero e oscurità,
oltre la grata mistica dei capelli

nessun oro mai compenserà momenti
impossibili da rubare
anche al più abile dei ladri, ma
oggi non è ancora tempo: viviamo
al presente questa breve eternità

ubiquità

Dio non lo permetterebbe,
anche fosse vero non c’è più
dentro questa biblioteca,
nelle stanze riscaldate
preparate con amore,
tra lenzuola candide.

Ero, diminutivo di mistero.
Vattene a casa, tutto invita,
ogni volta la mano sul petto,
la stessa dolente
con cui reggo il braccio.

Senza età, il polline attira,
attiri polline. Paolina Bonaparte
adagiata non curante
sui tarli di vite andate,
liquori riconsegnati all’aria.

Mi sono perso. Restami vicino,
starò meglio.
Rimanga tra noi, ubiquità
è dono di Dio.

in nome di Narciso

Spesso è darsi fradicio
in nome di Narciso
sconfinato e nascosto:
Napoleone imbattuto a Lipsia
avrebbe riamato Giuseppina.
Il tempo, per sua stessa natura,
non ha nome, per sua ammissione
chiede anni:
non so per quale modo tempo
dovrei spremermi,
e spremermi,
e spremermi,
e spremermi ancora
limone miracoloso in tutto
per quanto inutile.
Portato il mondo sulle spalle
per quattordici stazioni almeno,
voglio la mia quindicesima.
Conquistarla a tentoni
dentro un cinema buio.
In Giappone cambierà era,
nel mondo tornerà crisi,
e altri lavoratori inutili,
buoni solo a morire:
i figli, teneri cuori di carciofo,
da vendere schiavi.
Domani mattina sarà pioggia,
tutti la vogliono per piacersi.
Metti gli stivali,
siano lievi i tuoi passi
che mi consumano i sensi
nella verità della sera.

Amarti

Amarti la bocca, gli occhi.
Il collo proteggerlo.
Amarti la vita, il seno,
i fianchi con pazienza.

Ogni giorno.
Amarti le spalle, il cuore,
la schiena. I capelli
contarli uno a uno.

Amarti donna e uomo.
Appartenere.
Amarti più giù, dov’è
emozione: ogni attimo
sentirti viva dentro
ogni tua stilla.

Amarti il sangue, le vene,
la pelle fino alla radice
dei passi.
Amarti all’infinito,
senza tempo e luogo
in milioni di mondi.

Amarti. Amarti. Sei tu.
L’amore è uno solo.

Stessa ora

Stessa gente, stessi impicci,
non m’importa se non credi
segui la tua strada io vado per la mia.

Ogni giorno, stessa ora, trovo te,
cuore sorprendente e semplicissimo,
ridi mia cara,
il tuo argento vivo
placca ogni durezza, le stesse,
lasciando dentro buon sapore d’infinito,
semplici porticati le cui colonne lievi
nascondono nidi di rondine:
abbandonati in inverno a nuovi ritorni,
e nuotatori, artisti esperti
nell’arte sottile delle maree.
Luoghi ideali per confessare
la sortita di una carezza,
così sottile da farne campanelli
e posate e binari
in direzioni opposte senza orario,
ovunque sia tempo.

ovunque sottile

Il diaframma di due strati
è tanto sottile
da non lasciare strazio al pensiero.
Altra è passione, ovunque sottile,
congiunta nell’assiduo spasimo
di ogni carezza nuova e sincera,
donata, mare sciolto e buonanotte
al centro tavola della vita.
Così allagato, che da te
è talmente nero da piovere,
forse.
Sento, nell’altra stanza
l’oscillare indolente,
armeggiare con amore
ogni offerta ai riposti desideri.
Fingendoti addormentata,
puoi rivestirti d’amore.
E quanto ce n’è dentro quelle calze
tutt’uno con la pelle,
rinvenuta la destinazione.
Senza l’istante breve
nulla può essere sincero,
nulla in cuor mio potrebbe dirti
sono già qui.

Rimarrà un bacio solo

Presto il Circo della grande bellezza,
defunti i trapezisti, spegnerà ogni luce.
Uno strappo nel tendone tradirà fuochi
sempre più vicini e compagni di grida
familiari e sguaiate.

Rimarranno occhi spalancati, meraviglie
inquiete per chi ama passeggiare
nei tempi sottili tra risacca e scoglio.
L’amore leggerà carte se no impossibili.

Malgrado le biglietterie chiuse,
ai partenti rimarrà un bacio solo.
Appeso alle labbra.
Chiuso in mano.