in nome di Narciso

Spesso è darsi fradicio
in nome di Narciso
sconfinato e nascosto:
Napoleone imbattuto a Lipsia
avrebbe riamato Giuseppina.
Il tempo, per sua stessa natura,
non ha nome, per sua ammissione
chiede anni:
non so per quale modo tempo
dovrei spremermi,
e spremermi,
e spremermi,
e spremermi ancora
limone miracoloso in tutto
per quanto inutile.
Portato il mondo sulle spalle
per quattordici stazioni almeno,
voglio la mia quindicesima.
Conquistarla a tentoni
dentro un cinema buio.
In Giappone cambierà era,
nel mondo tornerà crisi,
e altri lavoratori inutili,
buoni solo a morire:
i figli, teneri cuori di carciofo,
da vendere schiavi.
Domani mattina sarà pioggia,
tutti la vogliono per piacersi.
Metti gli stivali,
siano lievi i tuoi passi
che mi consumano i sensi
nella verità della sera.

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Amarti

Amarti la bocca, gli occhi.
Il collo proteggerlo.
Amarti la vita, il seno,
i fianchi con pazienza.

Ogni giorno.
Amarti le spalle, il cuore,
la schiena. I capelli
contarli uno a uno.

Amarti donna e uomo.
Appartenere.
Amarti più giù, dov’è
emozione: ogni attimo
sentirti viva dentro
ogni tua stilla.

Amarti il sangue, le vene,
la pelle fino alla radice
dei passi.
Amarti all’infinito,
senza tempo e luogo
in milioni di mondi.

Amarti. Amarti. Sei tu.
L’amore è uno solo.

Stessa ora

Stessa gente, stessi impicci,
non m’importa se non credi
segui la tua strada io vado per la mia.

Ogni giorno, stessa ora, trovo te,
cuore sorprendente e semplicissimo,
ridi mia cara,
il tuo argento vivo
placca ogni durezza, le stesse,
lasciando dentro buon sapore d’infinito,
semplici porticati le cui colonne lievi
nascondono nidi di rondine:
abbandonati in inverno a nuovi ritorni,
e nuotatori, artisti esperti
nell’arte sottile delle maree.
Luoghi ideali per confessare
la sortita di una carezza,
così sottile da farne campanelli
e posate e binari
in direzioni opposte senza orario,
ovunque sia tempo.

ovunque sottile

Il diaframma di due strati
è tanto sottile
da non lasciare strazio al pensiero.
Altra è passione, ovunque sottile,
congiunta nell’assiduo spasimo
di ogni carezza nuova e sincera,
donata, mare sciolto e buonanotte
al centro tavola della vita.
Così allagato, che da te
è talmente nero da piovere,
forse.
Sento, nell’altra stanza
l’oscillare indolente,
armeggiare con amore
ogni offerta ai riposti desideri.
Fingendoti addormentata,
puoi rivestirti d’amore.
E quanto ce n’è dentro quelle calze
tutt’uno con la pelle,
rinvenuta la destinazione.
Senza l’istante breve
nulla può essere sincero,
nulla in cuor mio potrebbe dirti
sono già qui.

Rimarrà un bacio solo

Presto il Circo della grande bellezza,
defunti i trapezisti, spegnerà ogni luce.
Uno strappo nel tendone tradirà fuochi
sempre più vicini e compagni di grida
familiari e sguaiate.

Rimarranno occhi spalancati, meraviglie
inquiete per chi ama passeggiare
nei tempi sottili tra risacca e scoglio.
L’amore leggerà carte se no impossibili.

Malgrado le biglietterie chiuse,
ai partenti rimarrà un bacio solo.
Appeso alle labbra.
Chiuso in mano.

il bacio in gola

ciascuno insista
nel proprio dialetto fradicio;
qualcuno arricci le ciocche
tentando di riavviare la conversazione,
costasse l’espianto all’interlocutore

sui campi intorno,
sedili e vecchi inginocchiatoi
aspettano un altro natale
(che, poi, non si sa di quale destino)

sia stata o no benevolenza,
ho baciato in gola
umori scoscesi da lupa

In aperto soliloquio

Nessun pentimento è riscattabile
da una complice Ave Maria.

I sosia non hanno quaderni,
ma componenti vaghe, particolari
che non fanno quadro, sì:
complicano la menzogna
di tante ossa fredde
lanciate al destino.

L’amore e tutta la dolcezza
in dote dentro, riposano l’attesa.
La panca sul lungomare, sale,
è brillante rappresentazione
del motivo e del luogo
dove si vorrebbe morire.

Il tuo sesso è la rosa.
Il tuo sesso non ha lividi.
Piove, è il cielo
mentre si rifà le trecce.
E ti scrivo, amore.

Dopo aver mangiato
scrivo per piacere, per sapere
se abbiamo dentro
le stesse cose, complice il vento.
Non si ferma mai,
ovunque sia.

Cosa potrò lasciarti amore
oltre tutto il mio ozio?