uccidete i Cananei

Voi che siete uomini,
sporchi dentro e sporchi fuori,
uccidete i Cananei,
mangiatene figli e spose,
lasciate i feriti a terra,
muoiano poco per volta
divorati dagli uccelli:
uccidete quei senza dio,
uccidete i sacrifici umani
le biblioteche,
la violenza dei Cananei,
uccideteli. Hanno nuche tenere
si sciolgono al primo colpo,
date alla terra il loro latte,
il loro sangue nero
non importa l’età,
nascono e muoiono
col marchio d’infamia,
spargete sale sulle loro città,
vuotatele di ogni bene
utile a noi, se necessario
lasciate superstiti,
ma siate civili,
caricateli su barche
senza remo né vela
e siano dispersi in mare,
a voi, signorine, ripeto,
investite il ricavato
in nuove armi per ripartire
un’altra crociata

laboratorio sommerso

Uno simile riposa accanto,
disteso nel laboratorio sommerso;
i capelli non sentono più legge di gravità,
pettinature: il sonno è buono
senza carceri di sogni.

C’era confidenza perduta nello sguardo
in sosta dietro un divieto,
ancora oggi l’impressione vaga ovunque
non sia giusta direzione.

Ogni cosa vive senza amore,
segue venti e correnti, sconta il suo tempo
così, inseguendo ogni mattina dentro un lamento,
unico gesto replicato per ore.

Frances Farmer scrive Dio muore.
Le visioni prospettiche non echeggiano.
Una figlia spaventatissima inventa il curriculum.
Vorrei che fosse amore, amore quello vero.
Ottone avvita una vite.

Pensieri sparsi

La scelta di scrivere e basta è coerenza. La coerenza paga in termini di perdite, ma va bene così. Se l’amicizia degli amici si riduce a riscritture di loro libri, prefazioni gratis, conoscenze… dagli amici mi guardi iddio.

Una volta che mi alzo la mattina, mi lavo e mi pettino, ma non mi sputo in faccia, posso ritenermi soddisfatto.

Tutto procede come sempre, magari con altri occhi e desideri da ricostruire, procede come sempre, sentirmi soddisfatto è qualcosa da ottenere.

Anche il vecchio Ghino, dopo 25 anni, se ne è andato. Qualcosa non andava già da tempo, aveva avuto un letargo troppo lungo e non mangiava quasi più, ma era davvero molto vecchio. (o vecchia? Non ho mai capito se fosse maschio o femmina, l’avevo battezzato maschio, ma non sono mai stato un grande naturalista).

Si sta, come sempre, saltando da un tronco all’altro nella corrente di un fiume impetuoso. L’unica vera certezza sono i poeti, gli aspiranti tali, i laboratori di poesia, il buonismo, il cattivismo, l’uomo forte, i sondaggi, la verginità.

Le anime belle sono casi a parte: fingono di ignorare che iI coltan dei loro smartfoni è sì una roccia, ma per gli enormi interessi che muove è causa di violenze e massacri inauditi. A costoro basta picchiettare le loro indignazioni contro i trumpini di turno sullo schermo, passeggiando per viali dove vado in bicicletta e faccio slalom per non investirli.

i tarli sapranno come

Anime Belle, battiti di ciglia spente,
la classe operaia si estingue, e voi che fate?
Rivendicate il diritto ai depravati
di sposare economisti, e nella tregua
siete dal notaio a sfiduciare il vostro malaffare.
Sappiamo tutti, Democrazia è roba da ricchi,
da biondi tuttalpiù,
non val la pena di esporsi, rivotare,
meglio peripatetici e venduti,
soltanto i tarli sapranno come
giustiziare i vostri scranni.
Anime Belle continuate pure
a ignorare i caduti sul lavoro,
alle vittime di mafia una lacrimuccia e via,
le strade mai finite, i ponti fatti male,
i poveracci in sonno nei piloni
chiudete bene gli occhi sul gasdotto di San Foca.
Ricordate invece di salvare fuori tempo
quei poveri risparmiatori già defunti, già falliti,
date al Bel paese degna sepoltura
e una cordata che v’impicchi,
la casa urla la perduta indipendenza.
Voi Anime Belle, sinistre e liberiste,
continuate a battagliare sulle subordinate,
abbiate una banca:
eravate già venduti al rospo
che da sempre cercavate di imitare.

Resistere o Contrattaccare?

Giuseppe Colzani

Milanese, giovane partigiano del rione operaio di Niguarda.

Una volta che avevo diciassette anni ed ero quasi a forza partigiano
trovammo nel perlustrare una cantina due fascisti
Senza le armi son come scatole svuotate
e a noi due morti in più portavan niente
Così li aiutammo a sparire a calcinculo
Ma poi anni dopo uno lo incontrai che aveva una bambina
e mi guardò e mi disse
Ti devo la mia vita e lei
E io pensai che se avesse vinto lui la guerra
non ci saremmo stati né io né i miei due figli.

*

L’inverno è già qui
Flavio Almerighi cittadino e antifascista

L’inverno è già qui, interminabile
ma pieno di mosche e zanzare
troppe, che le rondini si arrendono
senza condizioni, favole uccise
in nome di un ribaltabile
senso di rivalsa, la povertà
in ansia di un domani presente,
ogni giorno ogni momento
il futuro è sempre qui, scortese bussa:
qualcuno ancora chiede
chi parlerà in suo favore,
i più presi nell’odio verso chi viene
a espiare colpe non proprie.
La risposta migliore è
meglio contrattaccare che resistere:
la domanda ponitela tu.

amArgine chiude per protesta

oggi in Italia c’è stato un colpo di stato silenzioso: finanza e germania hanno impedito la nascita di un governo che godeva della maggioranza dei voti e dei seggi: il pretesto lo ha trovato il kapo’ dello stato, rifiutando un economista, Paolo Savona, già ministro in un passato governo, a causa del suo pensiero in materia di euro e di germania: questo blog chiude per protesta fino al 31 maggio

today in Italy there has been a silent coup: finance and germany have prevented the birth of a government that enjoyed the majority of votes and seats: the pretext found him the kapo ‘of the state, refusing an economist, Paolo Savona , former minister in a past government, because of his thoughts on the euro and germany: this blog closes in protest until May 31

dura madre

non sempre, quasi mai
furono gelsomini e mandorle,
belle donne argentate,
ma spesso eterno confondere carte
sulla linea del mare

il pelo dell’acqua, dapprima salato
ghiacciò
che non ci si poteva più tuffare
nemmeno durante i mesi delle vacanze,
qualcuno lo spaccava con un pugno
per potersi lavare in volto

il gran mare della democrazia
fu riempito di plastica riciclabile
tutta in piccoli pezzi,
pezze dismesse, nelle reti
il pescato non si agitava più

terminò la spiaggia libera,
finimmo anche noi, con poche lire
e asciugamano, di fare le lucertole
dentro la bonaccia d’agosto

finirono riforme e manovre ed eufemismi
finimmo d’invocare il risanamento
per bovini da asciugare,
stavamo tutti come pesci:
terminò l’avanspettacolo

l’acqua divenne molto più dura
da non spaccarsi più, ma
la si vedeva ridere
sotto quel qualcosa trasparente
ma del tutto infrangibile.
L’acqua c’era,
ma non ci fu più acqua.

Mia madre, la Democrazia,
divenne molto dura e poi santa
con me: ai suoi funerali
Steve mi trattenne a stento
dal discendere nella fossa
con lei

la solitudine del Bianco

letti i resti di Bowie
mentre Biancaneve si sposa:
la solitudine del Bianco
spinge oltre margine il Nero,
coi pezzi già mangiati
riposano tutti al Cimitero degli Eroi

morto anche il lascito
in tracce fresche e durature,
riconoscibili soltanto
poche precoci illusioni
da ego scomponibili, ben presto
faranno i conti
con la volubilità di sabbie
contrapposte a violente mareggiate

tutto sommato ama dire io c’ero
per un posto importante nel Walhalla,
quando tutti invece
non vedevano l’ora
di andare via

e la bambina attonita

una madre ha partorito un’estranea
nella notte di Santa Coletta,
quando gli aerei arrivano
e senza presentarsi scaricano
tragedie addosso a tutti i convenuti
per tornare nel nulla sicuro
che li ha generati,
gli aerei partoriscono
ma non depongono uova,
e la bambina attonita
pensa si tratti di un sogno
i cui mostri nessun gattino saprebbe
fermare, allora alza una manina
per metterla sugli occhi
alla sua bambola che non sa,
almeno lei non veda

Lebensborn (trad. Adeodato Piazza Nicolai)

di questa maledetta stanchezza,
vorrei un muro per appoggiarmi
piangere, dormire, pisciare
senza complicarmi la vita
e nemmeno fare troppa filosofia, che
per filosofare, disse un tale,
bisogna prima saper vivere

e ho vissuto talmente tante volte
da sentirmi la voglia
di non andare oltre,
sospendere qualche giorno
ma lontano che vai,
resti pur sempre vicino
di tante insistenze indissolubili

quelle cose, ombre,
non restano indietro, inseguono
perché cucite ai piedi
e non c’è abbastanza legna
in tutto il bosco per bruciare,
disinfettare non sentir muovere.
Siamo tutti infetti.

L’attesa non è successo
e non è accaduta, non esitate,
superate, il limite non è mai,
per questo non ci sopportiamo,
cercare di parlarsi, credere,
troppo spietati per riconoscersi
carne insipida sempre in movimento

*
Lebensborn

of this dammned tiredness
I would like a wall to support me,
cry, sleep, urinate
without complicating my life
andn not even philosophise too much because,
to philosophise, somebody said,
you first must know how to live

and I have already lived so many times
to feel the desire
not to go beyond,
suspend some day
but, far as you travel,
you always stay there,
to many unresolvable drives

those things, shadows,
do not stay behind, they chase you
because sown to the feet
and there isn’t enough wood
in the whole forest to be burnt,
disinfect without feeling movement.
We are all infectred.

To wit is not to succeed
and it didn’t happen, don’t hesitate,
conquer, the limit doesn’t exist,
that is the way we are unsupportable,
try to talk to each other, believe,
too cruel to recognize one another
the flesh without falvor moves forever

© 2017 American translation by Adeodato Piazza Nicolai of the poem
Lebensborn of Flavio Almerighi. All Rights Reserved.