sopra questa pianura

penso sia fin troppo facile
tenere i piedi a terra
sopra questa pianura
tagliata in due dalla strada
e dalla storia, salda
dov’è sempre uguale,
terremoti gli abitanti,
prede non facili
di tanta guerra, carestia,
tumori, dialetti diversi
per destini simili:
ci scuote così grande
il peso dell’andirivieni
qualunque sia il dire
o l’inflessione.
tu sei la stella,
tu sei l’amore.

ci si sveglia in un mondo
fluido, incerto
mai come il giorno prima.
il piano è qui, aspetta
non gela, snebbia, e stamani
si potrebbe navigarne l’oceano
in fiori di pesco

Politiche

Ladri che scrivono le proprie leggi:
la più grande ironia della democrazia.
(Tom Wood)

In principio fu nero.
Piovve su laghi e oceani
e vennero conchiglie, pesci,
rospi tronfi d’ego e plastica.
Giudicate voi qual era mare
prima dell’emergere di campanili
sulle cui punte
atterrò il primo fulmine.
Infine ai pesci spuntarono
arti e polmoni,
camminarono sulla terra
appena resi noti i raccomandati.
Vennero tiranni e alligatori,
serpenti, a turbare il pasto
di qualche ignaro turista.
Questo accadde tutto
dal primo al sesto giorno,
quando le città
sopraffatte d’immondizie,
roditori e amministratori,
chiusero le porte in faccia
a ogni cittadino che votava
e pagava tasse. Perirono tutti
gli uomini di buona volontà.
La politica, compiaciuta,
osservò questo paese spurio:
nemmeno una pagina buona,
solo pubblicità inchiodate
alla tangenziale dei pensieri.
E il settimo giorno riposò.

nel tempo della vita

molti portano occhi al mare,
alcuni, in vena di strada,
li mettono sui monti, e là
aspettano la fine del mondo:
finalmente un luogo
imprendibile!

dicono, pensando si tratti
della fuga definitiva, altri
nelle malghe, su uno scoglio,
in cima al Partenone, tutti
credono nell’improbabile
unicità d’essere

nel tempo della vita
anche i treni possono prendere
colpi di sole,
un’anima li rende liberi

Signor Ministro

Signor Ministro dell’Infelicità,
la ricordo ancora invocare
posti divisi sui tramvai di Milano,
la protezione della Beata Vergine,
e nessun artista ammutinarsi
a tanta imbecillità.
Invitto, infecondo ministro di tutto,
pensi bene all’odio
che non cade sulla pubblica strada,
ma germina nei mal di pancia
di piccoli nazisti dormienti.

Pensi altrettanto bene
al dolore pronto a chiudersi
sulle teste di chi non ha suolo,
nemmeno una pietra su cui
posare il capo nell’ora del riposo.
Mi chiedo, Signor Ministro,
quale sia stato
il sondaggio autoerotico
che l’ha messa al mondo.

Gli inverni in questa Repubblica
sono stati sovente lunghi e rigidi.
Nella clausura della solitudine,
nell’imposizione di false benedizioni,
nascono aborti.
Ricordi, Signor Ministro,
i pieni poteri terminano da sempre
a Piazzale Loreto, appesi per i piedi.

I giorni della porta accanto

I giorni volano.
Prime pagine agitate
al vento di pessime notizie:
cadrà presto il nuovo impero romano
e ogni buon americano adottato,
non sarà pronto
a reggere l’urto.

Tizio passa,
i giorni non volano per lui:
pantaloni ocra, blusa azzurra
da tempo indefinito,
barba di mesi,
lasciata crescere senza fretta
a maggese. Tizio è passato.

Sono giorni della porta accanto.
I giorni liquidi
d’amori lasciati correre, cadere
dispersi, ritrovati nel momento
della massima profondità in apnea,
nessuno sa cosa sia una carezza
se prima non la sfiora.

1945

Il giorno della guarigione di Dio
i guardiani uscirono allo scoperto,
riconsegnando armi e arnesi
prima di essere giustiziati.
I filosofi, per la maggior parte
usciti indenni dal martirio,
chiesero se fosse stato
di nuovo possibile il ritorno
a una belle époque in lettere,
salvo rispondersi senza certezze:
il ferro ancora caldo,
i bagni buche scavate nel terreno
gelato e infecondo.
Il lavoro rese liberi.
L’Occidente, andato a male,
divise le oasi, sistemò i deserti.

Soluzione di continuità

Nell’aria miserere fin dal mattino.
Gli uccelli tornano a saziarsi, trovano il balcone vuoto
da cui pende un desiderio risolto sul prato sottostante,
e se ne vanno coi loro piumaggi grigio novembre,
lo stesso umido, stesso miserere.
La voglia di pianto è in tutto quanto non trova risposta,
siamo immediati, catatonici, ecologici:
ad esempio, faccio il caffè ogni giorno
nello stesso bicchierino, senza per altro aver risolto
l’incognita della plastica intrusa nella catena alimentare.
Senza avere soddisfatto nessun senso,
e non c’è significante in tutto questo.
La voce garrula, lontana, appena pronunciata, parla
e dice le stesse cose senza soluzione di continuità,
innocue risate, puntuali domande
con lo stesso livore stanco di chi non vorrebbe ascoltare.
Rassicurante banalità,
i singoli estivi ballano una stagione sola.

la cintola sommersa

tempo lampo tuono
fondamentali in amore
e in vita,
sorta d’avvertimenti
sul meteo già pronto
a un enorme cambiamento,
soltanto acqua alta,
la cintola è sommersa
qualche brivido
vertigine a ghermire,
un fardello di passato
funzionale all’unico
scopo per cui è stato,
finire. e tu, figlia
dietro di me al macero,
hai tempo per far tutto.
perciò alzati,
c’è da essere,
c’è da fare

cielo romagnolo

ho un debole sentimentale
per questo cielo romagnolo
pessimo mentitore,
nebbia o zanzare tutta la vita,
ma qualche botta di sole
prima o poi annichilisce

lo Sterminatore è nato qui,
ogni giorno ha occhi languidi
pronti a rapire,
ad annusare fin dalle guance
l’odore di cosmetico
sulla faccia della luna

e, nonostante
il mangiare unto,
quarti di femmina distratti,
la Linea Gotica
sempre pronta a ferire, sì
ho un debole sentimentale

da oca appena nata,
pronta a seguire
lo studioso che l’osserva,
pronto a tradirne
ogni sindrome, animo,
pur di affibbiarle un nome

Ennesimo appello per il voto?

Da molti anni il voto è protesta, sfiducia nelle istituzioni che, molti vorrebbero “cambiare” semplicemente votando: elargendo l’ennesima fiducia al “nuovo che avanza”. Cambiare cosa? Il declino di questo paese morale ed economico? Le persone che ci governano sempre peggio? Il voto non basta, serve impegno da parte di ognuno di noi per garantire quel “cambiamento in meglio” che tutti ci aspettiamo, durante campagne elettorali le cui promesse saranno archiviate come amnesie e impossibilità. I giovani chiedono lavoro… fossi in loro chiederei anche una giusta retribuzione e il ritorno della civiltà del lavoro. Tutti chiedono qualcosa che dall’alto certo non cadrà. “noi siamo da secoli calpesti, derisi/perché non siamo popolo, perché siam divisi…” recita una strofa del nostro Inno Nazionale, e sarà così fintanto che ci limiteremo al voto ogni cinque anni, o andremo al mare per protesta. I vari mussolini, berlusconi, renzi, salvini, cosidetti “uomini della provvidenza” non hanno cambiato l’Italia, l’hanno peggiorata e noi abbiamo accondisceso, peggiorando tutti quanti. Ogni volta.