il nostro mancante

piangiamo il nostro mancante,
non il dolore che lo ha provocato:
il bestiale, reciso, distacco
da ogni vita

una poesia non dividerà il Mar Rosso

inodore, insapore di tutto,
salvo il momento in cui
diventa Qualcuno

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Le cose non sono più parole.

Capisco quel che capisco,
il resto è appannaggio della lirica.
Le cose non sono più parole.

Immagina una scogliera,
marea affaticatissima di onde urlanti
sempre pronte a morire, rimodellare.

Torna il nero,
per una forma di partito preso,
ogni volta in cui il bianco vince.

È lo scoglio a fare il mare,
scampa a giudizi manierati
nell’unico modo credibile, rigettando.

a volte

dolore in prova già al mattino,
una sedicente dolce luce
ricorda ogni obbligo,
tutto torna al giorno prima
illuso per un poco
di essere rimasto tra pieghe
e lenzuola da cambiare

tentativi di risposta pochi,
raffazzonati alla meglio,
l’acqua attende insolente:
odio bagnarmi, detesto raccogliere
detriti di sogni già scordati,
il gatto s’illude che non sappia
quanto ha già mangiato

l’appendiabiti e la spesa

non ho saputo resistere
sono corsa in biblioteca,
anche se debbo studiare,
anche se ho la spesa, eccomi
con una fitta in fondo al cuore.

Mi sento spezzata
non so il nome di questo tumulto,
febbre del sangue
o fuoco nella mente.
L’impossibilità di raggiungerti
mi atterrisce. Proprio io
che vivo di parole.

Da quanti anni sopravvivevo
scarna senza orpelli, poi tu.
Perché non mi hai detto nulla?
Mi sentivo respinta,
desideravo prenderti la mano
quando camminavamo
verso il bar della piazza.
Erano così insolute
quelle mani in tasca.

Ringraziai dio l’ultimo giorno,
perché era l’ultimo
e non fui costretta a baciarti.
Sarei scoppiata a piangere
non potevo, ero umiliata.
Oggi le dita, lentamente
non ricordano più il tuo volto.

A presto,
sempre che non ci sia
qualche imprevisto.