Ascolta & Leggi: Ryuichi Sakamoto e quattro poesie di donna

Riconciliamoci con la Poesia almeno una volta ogni tanto.

Canto della mia nudità

Guardami: sono nuda. Dall’inquieto
languore della mia capigliatura
alla tensione snella del mio piede,
io sono tutta una magrezza acerba
inguainata in un color avorio.
Guarda: pallida è la carne mia.
Si direbbe che il sangue non vi scorra.
Rosso non ne traspare. Solo un languido
palpito azzurrino sfuma in mezzo al petto.
Vedi come incavato ho il ventre. Incerta
è la curva dei fianchi, ma i ginocchi
e le caviglie e tutte le giunture,
ho scarne e salde come un puro sangue.
Oggi, m’inarco nuda, nel nitore
del bagno bianco e m’inarcherò nuda
domani sopra un letto, se qualcuno
mi prenderà. E un giorno nuda, sola,
stesa supina sotto troppa terra,
starò, quando la morte avrà chiamato.

Antonia Pozzi
Palermo, 20 luglio 1929

*

Io sono verticale

Ma preferirei essere orizzontale.
Non sono un albero con radici nel suolo
succhiante minerali e amore materno
così da poter brillare di foglie a ogni marzo,
né sono la beltà di un’aiuola
ultradipinta che susciti grida di meraviglia,
senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali.
Confronto a me, un albero è immortale
e la cima di un fiore, non alta, ma più clamorosa:
dell’uno la lunga vita, dell’altra mi manca l’audacia.

Stasera, all’infinitesimo lume delle stelle,
alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi.
Ci passo in mezzo ma nessuno di loro ne fa caso.
A volte io penso che mentre dormo
forse assomiglio a loro nel modo più perfetto –
con i miei pensieri andati in nebbia.
Stare sdraiata è per me più naturale.
Allora il cielo ed io siamo in aperto colloquio,
e sarò utile il giorno che resto sdraiata per sempre:
finalmente gli alberi mi toccheranno, i fiori avranno tempo per me.

Sylvia Plath

*

Noi

Ero avvolta nella pelliccia
nera, nella pelliccia bianca
e tu mi svolgevi
e in una luce d’oro
poi m’incoronasti,
mentre fuori dardi di neve
diagonali battevano alla porta.
Mentre venti centimetri di neve
cadevano come stelle
in frammenti di calcio,
noi stavamo nel nostro corpo
(stanza che ci seppellirà)
e tu stavi nel mio corpo
(stanza che ci sopravviverà)
e all’inizio ti asciugai
i piedi con una pezza
perché ero la tua schiava
e tu mi chiamavi principessa.
Principessa!

Oh, allora
mi alzai con la pelle d’oro,
e mi disfeci dei salmi
mi disfeci dei vestiti
e tu sciogliesti le briglie
sciogliesti le redini,
ed io i bottoni,
e disfeci le ossa, le confusioni,
le cartoline del New England,
le notti di Gennaio finite alle dieci,
e come spighe ci sollevammo,
per acri ed acri d’oro,
e poi mietemmo, mietemmo,
mietemmo.

Anne Sexton
Traduzione di Rosaria Lo Russo

*

L’immagine nella tua mente
quando parli di puttane

Se contiene un sudicio vicolo secondario
e non ci lasceresti avvicinare tua figlia,
una feccia di luce arancione sul tetto
di un catorcio solitario, stracciala.
Se il focus è sulle calze a rete
sfilacciate da buchi e aggrappate
a una malconcia giarrettiera, stracciala.
E straccia anche i viscidi stivali lucidi col tacco
a punta visti per l’ultima volta a Cher nel 1986,
e poi quei plateaux di perspex da fantascienza
accumulati dai fetish shop per domatori.
Straccia i turpi club fondati dai magnaccia
con le piume viola sui cappelli, le stanze di sopra
con paralumi rossi laceri, dove di notte irrompe la polizia.
Straccia il losco seppiato dei club per soli uomini.
Straccia la sede di Playboy, assetto e doratura di enormi
candide barche in crociera nel Med:
notti esclusive da centomila dollari come ti ha detto
una pubblicità. Ma allo stesso modo
straccia le casse d’imballaggio su moli che sanno di pesce,
furgoni che passano i confini nel buio,
piste sul braccio e pipe per il crack,
cassonetti, aborti, battibecchi di donne.
Straccia qualunque prezzo tu abbia sentito,
tutte le statistiche latrate nelle riviste del week-end,
com’era a Faliraki l’addio al celibato dell’amico dell’amico,
le storie delle stelle liceali cadute,
ex regine di bellezza. Perlamordiddio
straccia Julia Roberts e Richard Gere –
e Cleopatra, Mata Hari, Eliot Spitzer,
Maria Maddalena – straccia anche loro.
Ora parla di puttane. Stai su questi brandelli
di spazzatura e di’ a queste donne una cosa –
una qualunque – che non sappiano già.

Claire Askew
Traduzione di Chiara De Luca

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Poeti romagnoli: Dino Campana (e Un mistero di sogni avverati, canta Massimiliano Larocca)

Questo disco del 2016 di Massimiliano Larocca è stato una atto d’amore per la poesia e di coraggio passato quasi inosservato. Difficile dunque da trovare, ma cercatelo; ah il paroliere è un poeta… Dino Campana.

La petite promenade du poète

Me ne vado per le strade
Strette oscure e misteriose:
Vedo dietro le vetrate
Affacciarsi Gemme e Rose.
Dalle scale misteriose
C’è chi scende brancolando:
Dietro i vetri rilucenti
Stan le ciane commentando.

La stradina è solitaria:
Non c’è un cane: qualche stella
Nella notte sopra i tetti:
E la notte mi par bella.
E cammino poveretto
Nella notte fantasiosa,
Pur mi sento nella bocca
La saliva disgustosa.

Via dal tanfo e per le strade
E cammina e via cammina,
Già le case son più rade.
Trovo l’erba: mi ci stendo
A conciarmi come un cane:
Da lontano un ubriaco
Canta amore alle persiane.

*

Tre giovani fiorentine camminano

Ondulava sul passo verginale
ondulava la chioma musicale
nello splendore del tiepido sole
eran tre vergini e una grazia sola
ondulava sul passo verginale
crespa e nera la chioma musicale
eran tre vergini e una grazia sola
e sei piedini in marcia militare.

*

In un momento

In un momento
Sono sfiorite le rose
I petali caduti
Perché io non potevo dimenticare le rose
Le cercavamo insieme
Abbiamo trovato delle rose
Erano le sue rose erano le mie rose
Questo viaggio chiamavamo amore
Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose
Che brillavano un momento al sole del mattino
Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi
Le rose che non erano le nostre rose
Le mie rose le sue rose

E così dimenticammo le rose.

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per saperne di più:

su Dino Campana:

https://it.wikipedia.org/wiki/Dino_Campana

sul disco di Massimiliano Larocca:

https://www.mescalina.it/musica/recensioni/massimiliano-larocca–un-mistero-di-sogni-avverati–massimiliano-larocca-canta-dino-campana-

aceto di vino

I poeti morti prima degli anta
sono leggende incagliate
tra gli appositi scaffali nelle Coop,
librerie dove non ci si incontra più,
dopo molte estati finiscono tra i resi.

I poeti ben conservati, tuttora viventi
nemmeno a settant’anni comprendono
che nessuno li fila, incartati di pravda
citano e sentenziano,
citano e sentenziano,

dopo tanto fermento
di aceto di vino neanche il fiasco.