Ascolta & Leggi: Una poesia di Gianni Milano, una canzone di Panella Battisti.

Oscar

Oscar dai baffi bruni, in una bolla di vetro opaco,
lievemente sospeso sul selciato,
santo di barriera alle sette di mattino.

Mentre la nuvola al di sopra dell’Asilo
s’ingrigia e s’adagia sul sofà del cielo – il cane
si scansa flemmatico
annusando nell’aria una storia d’amore
ippocastani immobili come ussari in pensione
tra di loro sorseggiano tazzine di pettegolezzi,
scodellandosi gli uni agli altri minutaglie
di passeri, cuori con le ali, fragili come la pioggia
un cappello di carta, la rapida
coreografia della foglia che cade.

Oscar dai baffi bruni, con occhi d’onice brillante,
alla piazza concede uno sguardo,
una pietà operaia con cirri d’Internazionale.

Sgrappola il fumo tra il lacrimoso e la sciarpa,
quando la porta s’apre
e ritaglia nel buio un buco di calore,
un’aspirazione tentatrice
di grappa e caffè nel covo degli specchi
e là si posa la metafora del sapere
e la ruga s’allenta
ciondolando sul giornale in un’altalena d’emozioni stente
mentre ad arco
la voce della ragazza dietro al banco lucente
s’incontra
col sornione complimento
del vecchio gatto grigio ronfante.

Oscar dai baffi bruni, che trattiene nella memoria
profili di pugni sollevati
in una festa equamente divisa tra il rosso e il nero
dell’inverno,
attraversa lo spazio,
come una poesia, come un flusso grumoso
d’epopea e di sogno,
Oscar dell’oggi operaio in tuta
e di ieri anche promanazione, passo leggero e preciso:
dove l’attende il drago?

Oscar dai baffi bruni, saluta
con sofferenza agli angoli del vedere
le accosciate presenze degli amici al caffè,
e subito l’agguanta
un abbaiare di freddo, una bestemmia
fumata via dal naso, una ridda
di vegetali tentazioni, ultimi spasimi degli alberi,
ultime dita che segnavano il ritmo del tram
scampanellante.

Oscar dai baffi bruni, che incarna il pastrano
rivoltato,
l’altra faccia della storia,
che si specchia in spiccioli di vetro,
e si lava le mani in lavandini a conchiglia,
orinando contro gli alberi,
bofonchiando saluti, Cincinnato manovale
con la fronte a ragnatela.
Che ogni giorno è la prova,
il muro color del chi se ne frega
là davanti,
con inferriate e mosche morte, qualche petalo secco
di geranio e il guardiano in divisa
dove naufraga il volto
e rimane l’azzurro,
una macchia incisiva
che controlla
all’entrata.
Ha l’aspetto d’un vecchio cane prossimo a finire
e grintoso
e non cede e trattiene con la saliva
delle gengive afflosciate
la sua caparbia volontà di vivere
Manifattura Tabacchi, avvolgente amore odiato,
che sta
e sbarra il flusso,
l’ipotesi dell’avvenire,
il volo ascendente di Oscar dai baffi bruni,
il ricciolo barocco della bandiera rossa.

Oscar dal mattino nebbioso – Oscar dalle mani in tasca
Oscar della barriera – Oscar dell’oltre-ferrovia
Oscar del cicchetto al bar – Oscar della grinta indolente
Oscar per tutti dai baffi bruni
pronto a bollare la cartolina
e a incidere di minuti suoi
la pelle rugosa del drago
mentre fuori le lampade si spengono
e solo i pensionati osservano il cielo
in attesa che qualche superiore disegno
concluda in un applauso il quotidiano spettacolo.

Torino, Regio Parco, 1980

Gianni Milano è nato a Mombercelli (AT) il 14 giugno 1938. È poeta e pedagogista. Entra giovane nella scuola dove, per quarant’anni, insegna ai bambini delle elementari di Torino e Ciriè per ultimare la carriera scolastica a Lanzo dove si dedica alla didattica nelle magistrali. Verrà sospeso cinque anni dall’insegnamento per le sue idee libertarie. Protagonista dell’underground, ha affidato i suoi scritti prevalentemente a piccole case editrici e autoproduzioni. Pubblica Off Limits nel 1966. Un anno dopo fonda le edizioni Pitecantropus per le quali subisce anche un processo. Collabora, tra l’altro, con le riviste Paria, Pianeta Fresco e Puzz. Una sua autobiografia, Il Maestro e le Margherite, è uscita nel 1998 con Stampa Alternativa. Nel 2009 un’edizione privata a cura di Giulio Tedeschi ha proposto una raccolta di poesie, Un beat con le Ali, poesie sparse 1965/1968. Numerosi anche gli scritti di pedagogia e la collaborazione con riviste che si occupano della scuola. La povertà, l’anarchia, la filosofia on the road, l’antimilitarismo, il buddismo zen, la psichedelia, il Movimento di Cooperazione Educativa, la lotta No Tav, sono il caleidoscopio della strada percorsa da Gianni Milano.

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ascolti amArgine: Il Gabbianone e Bell’addio inediti di Battisti/Panella

Può un capolavoro assoluto della musica italiana rimanere non pubblicato? Ebbene si: “Gabbianone” o “Il Gabbiamone”, che dir si voglia, è un capolavoro di Battisti mai uscito su disco. Fu scartato dall’album Don Giovanni. Bell’addio, invece, molto probabilmente non fu inserito nell’album successivo, L’Apparenza.

Gabbianone (Pasquale Panella – Lucio Battisti)

Scassinarmi da me
per entrarmi di giorno in sogno
e vedere com’è che mi muovo che cuocio un uovo
e svogliare cari orari miei
non toccare lei
Corro solo e oserei defluire a segreti greti
e irretirmi curioso nel buon uso del sosia iosa
e goloso di dolcezza mia
derubarmi
La lacrima sta come arancia nell’aranceto
delle guance sfila si snoda da indossatrice
dentro l’abito da sera della mia cera.
Con marina ironia paturnie notturne e ormeggi
sogno un mio volteggio umano da gabbianone.

*

Bell’Addio (Pasquale Panella – Lucio Battisti)

Tutto è pronto
tutto sta al posto suo.
Tu qui entri e chiedi che giorno è.
Dico il 10 agosto e che ora fai? Le sei.
Siamo sul velluto, su due vassoi
siamo in una botte a orologeria.
Il calore stringe, si fa scorsoio
c’è una luce obliqua che ci rasoia.
Questo se è un addio come dico io.
Guarda , amarsi è niente se poi cos’è
cos’è lasciarsi darsi allo sciupio.
E’ tutto pronto al posto suo.
Piange amaramente allo specchio tuo,
mentre mi smarrisco un poco io,
senza capo e senza scodinzolio mentre mi cucino nel brodo mio.
Alle otto in punto tu prendi e te ne vai.
Ci lasci il cuore, ma te ne vai.
Ma il cuore non è un foulare e ritornerai.
Tutti ai nostri posti che si rifà
siamo al trionfo questo è un bis
la sera è estiva, fresca , è viva in platea.
Non toccare basso un’odissea.
Adesso è un gran lasciarsi, è un bell’addio.
Fa’ tre o quattro numeri d’isteri
da’ la testa al muro, se vuoi,
lunga è la pianura , il corridoio
sfuria la nervosa cavalleria,
sfrena la tua fusa tifoseria.
Apoteosi insonne dell’addio
dagli occhi spampanati, fiore mio,
t’ho stretto il cuore, c’è l’ho io.
Ferito a sangue langue l’albeggio.
Begli occhi spampanati da sciupio
nel gran lasciarsi del più bell’addio
T’ho stretto il cuore c’è l’ho io.
Nel gran lasciarsi del più bell’addio.

letture amArgine: Gianfranco Salvatore intervista Pasquale Panella

PASQUALE PANELLA
LE CANZONI SONO SOLO VAPORI

(primavera 2000)

Il vate (lui forse preferirebbe water) aveva accettato di incontrarmi, ma ho preferito telefonargli. Sapevo già che è al telefono che dà il suo meglio. Leggendario, diluviante, Panella vive con il telefono appiccicato all’orecchio, e soprattutto alla bocca. Forse perché (tranne una recente acquisizione) non ha mai avuto uno stereo, e il telefono è un buon modo per ascoltare qualcosa, soprattutto se stesso. Forse perché come Elias Canetti ha subìto (o prodotto) l’autodafé dell’immensa biblioteca della sua cultura, optando per la comunicazione orale. Forse perché è un autore-attore senza spettacoli, se non quelli che telefona tutti i giorni alle sue incantate vittime. Perché le parole sono milioni e lui ha bisogno di pronunciarle tutte, articolandole nella sintassi del paradosso e del nonsense. Forse anche perché disprezza i cantanti (cioè gli autori), e preferisce al limite i giornalisti, purché le sciocchezze che scrivono possa firmarle un genio, per ribaltarne il senso. Lui stesso, paroliere per caso, firma quello che gli fuoriesce dalla macchina da scrivere, come in un incubo del suo amato Burroughs. Non parla mai di quello che fa, e nemmeno di quel che si fa, o si fa fare. Parla del linguaggio, provando sempre a soffocarlo nelle sue stesse spire.

Parlare con lui di Lucio Battisti, come avrei voluto fare, è stato molto illuminante. Perché Panella di Battisti non racconta quasi niente, ma quello che non dice è molto più di racconto. E’ il mistero della medietà, caratteristica intrinseca delle canzoni, ma anche delle persone.

Ho dimenticato, con lui, di provare a pronunciare la parola genio. Ma, proprio per questo, dalla nostra conversazione tale parola brilla di luce intensa per la sua assenza. In fondo il genio è un vapore della medietà, la capacità di trovare quello che neppure si cerca, come diceva Picasso. Di trovare ovvie le cose meno ovvie e così, genialmente, scoprirle. O meglio ancora (si fa prima) crearle ex novo. Dal vapore, dal nulla.

La chiamo per parlare con lei degli autori di canzoni.

Non ci sono autori, ci sono solo cantanti. Quelli che si dicono autori sono autori solo di quello che ascoltano: dunque sono cantanti. I cantanti sono sempre qualcosa di meno.

Eppure lei esordì come autore di testi con Enzo Carella, che cantò Barbara, vincendo un secondo posto al Festival di Sanremo del 1979.

I cantanti sono parecchi. Enzo Carella è il meno parecchio di tutti, ovviamente perché è il primo, e come in tutte le cose la prima è sempre quella buona. Con Carella si è fatto tutto. Proprio ieri ho chiesto di darmi quelle vecchie registrazioni, che non ho mai avuto, perché non avevo uno stereo, solo oggi ho un lettore Cd. Sto chiudendo un periodo, un periodo blu. Non come Picasso, imitativamente, ma chiudo il mio periodo blu per entrare in quello rosa, il colore della cattiveria e della crudeltà. Non è vero che è un colore tenero, non è il colore dell’incarnato. Basta prendere un rosa e metterlo sull’ovale di un viso, e si vedrà che non è quello il colore della carne.

Ma lei ascolta canzoni?

Sento tanti provini, ma i cantanti, così come le persone, son tutti un po’ uguali.

Anche Lucio Battisti era un cantante?

Credo che così lo si privi della sua definizione assolutamente guadagnata nel tempo, del suo essere di meno ma non solo.

Quel “non solo” è un di più?

No, i cantanti sono sempre un di meno, perché son baciati dagli angeli. Ci sono molti parrucchieri che si chiamano Angelo.

Come iniziò e come finì tra lei e Battisti?

Per quel che mi riguarda inizia come finisce, cioè forzatamente. Parliamoci chiaro: parlando di canzoni io non sono affatto adeguato. Per me scrivere le canzoni è come fare le rapine. C’è un mondo abbastanza imbecille da farsi uscire i soldi dalle tasche, senza nemmeno dover andar lì a mano armata. Io che nella vita non ho fatto altro che pensare a scrivere, anzi non ho fatto altro che non pensare a scrivere, so che basta appoggiare la mano sui tasti della macchina da scrivere, come si fa su quelli di un pianoforte, e fai uscire quattro parole. Ma se ciò non è preceduto da una continua elaborazione della scrittura precedente, non esiste scrivere. A me della canzone non me ne è mai importato nulla. Mi sono avvicinato alla canzone giusto per ascoltare quattro dischi, quelli che facevo, magari nemmeno a casa ma in in studio di registrazione, mentre si elaborava. Oggi sono molto annoiato, perfino dall’ascolto di me stesso. Già a quel tempo, per me, scrivere era scrivere al di là di una destinazione, era scrivere in prosa. Capitavano queste occasioni abbastanza lucrose, e quindi lo facevo. Pur senza competenza di quello che la produzione musicale italiana è o non è, mi è sempre parsa un’attività abbastanza cretina. Mi vergognavo un pochino che il mio nome apparisse, usavo pseudonimi, poi sfuggiva perché il mondo della musica leggera è molto ciarliero. Ma è stato per me un mondo anche molto affabile, gentile, affettuoso.

Anche i cantanti sono dunque un po’ angeli, come i parrucchieri.

Dicendo “i cantanti” libero queste creature di tutte le scaglie imprenditoriali che le ricoprono. Quando diventano imprenditori sono invece abbastanza ributtanti. Ma è bello vedere un cantante che, nell’esercizio delle sue funzioni, risolve dei passaggi, trova il suo momento di voce.

Mentre registrava a Londra i dischi delle canzoni scritte con lei, spesso Battisti le telefonava. Cosa le chiedeva?

Più che chiedere mi faceva ascoltare delle cose.

Le chiedeva modifiche ai suoi testi?

No, a volte capitava che gli proponessi dei tagli. Io preferivo abbondare, però lo avvertivo: fa’ ‘na cosa, vedi tu quello che più ti occorre. A volte capitava non che fossero tagliati di botto, ma che alcune parti fossero restituite frammentariamente.

Con Mogol, Battisti preferiva modificare la propria melodia piuttosto che intervenire sulla lunghezza o sulla metrica dei versi. Faceva così anche con i suoi testi?

Come no, sempre. Salvo in casi rari, quando io stesso gli proponevo delle varianti, delle frammentazioni. Battisti lavorava moltissimo sulla melodia.

Si dice che lei e Battisti vi sentivate al telefono ogni giorno.

Anche più di una volta al giorno.

E cosa vi dicevate?

Di tutto, qualche volta era anche finalizzato alle canzoni. Poi a volte anche le chiacchiere potevano essere utili.

Sembravate avere in comune una vocazione scientifica. Lucio Battisti sapeva riparare tutti gli oggetti meccanici, lei li metteva in versi.

Scrivere significa avere tutte le vocazioni, e dibattersi perfino nella sconoscenza.

Ma perché ci sono tutte quelle macchine, e tutte quelle macchinazioni, nei suoi testi scritti per Battisti?

Perché se fossi vissuto in altri tempi avrei parlato di cose occorrenti nel passato. La canzone in fondo è molto legata a tutto questo che si muove, vive un po’ di questa sua prima ambizione che è il movimento. Ecco perché nelle canzoni si vola sempre, il primo referente dinamico e primordiale è quello, e nella canzone generalmente è teorico. Come in Freud, è l’anelito del mancante. Se uno parla del volo o è perché vive tutti i giorni su un aereo, o è perché si sta frustrando. Non è che io perda tutta la notte per dire solo “io volo”, come scrissi in un pezzo. Perché più astutamente osservavo la frustrazione che a loro veniva, cantanti e autori, mettendo il volo dovunque. La canzone è ingenua, una da poco arrivata, una parvenue. Anche questo sposalizio di interessi tra la parola e la musica… parola e musica non hanno niente a che vedere tra di loro, la canzone esiste per puro amore dell’orrido. Le più sopportabili sono le canzoni di tipo comportamentale, dove la musica è solo un’enfatizzazione dei toni espressivi. Quelle dove ad una splendida musica corrisponde una splendida falsità testuale sono le migliori, le canzoni stupide-belle, dove l’interesse dell’ascoltatore è lo stesso per il quale si sposarono parole e musica, perché per accoppiare insieme le due cose ce ne vuole, di sforzo. Oggi è un interesse potentissimamente commerciale, oggi per unire musica e parole a volte si devono mettere assieme due colossi industriali. La prima cosa che si chiede è se uno ci ha le edizioni. Poi la canzone cerca sempre di creare la castità, sembra sempre che uno produca la canzone di nuovo, la novia, la sposa, la nuova.

Dopo la vostra prima collaborazione, quella di Don Giovanni, lei non scrisse più testi sulle melodie di Battisti, ma fu lui a musicare i suoi testi. Perché invertiste il metodo?

Invertire il metodo è stata una mia richiesta, perché in Don Giovanni la presunzione di canzone era ancora forte. A me piaceva stabilire un diritto di prima notte, che una canzone uscisse già fatta, che uno se la fosse già fatta, in tutti i sensi, o signora, coi suoi difetti. Tutti quelli che ascoltano canzoni sono puritani, mormoni, una cosa tremenda. La canzone è piena di piccoli ma ferrei codici, molto morali. La canzone è il tentativo di darsi una morale. Altri si danno una calmata, questi una morale. Perciò la canzone esiste sempre, e tutti i governi in fondo la tollerano, ed essa ha con loro traffici illeciti. Una volta degli amici facevano una festa con le canzoni di Dylan, era venti o trent’anni fa. Chiedo: ma che dice questo? Andai a guardare, e mi sembrò un chierichetto. Noi italiani siamo abbastanza svezzati, gente come napoletani e romani, gente che circonda il Vaticano: quelli di Dylan mi sembrarono testi di uno scadente spiritualismo. Nessuno era d’accordo, tutti credevano che fossero gran cose. Solo dopo trent’anni, andandolo a rileggere, se ne rendono conto, forse perché lo hanno visto piegarsi davanti al papa. Sembravano canzoni di grande assalto, ma non era vero: canzoni mormoni, piegate, molto moraleggianti.

Ma cosa vi dicevate al telefono, lei e Battisti? Parlavate del vostro lavoro, o di cos’altro?

Allora parlavo un po’ così come adesso: per me parlare significa monologare.

Ma vi vedevate?

A volte ci trovavamo insieme, e c’era anche allora quella… Voglio dire, quando la stampa lamentava la sua sparizione, era lei che la creava. La sparizione di Battisti era una comoda notizia da scrivere seduti. Ma in fondo io apprezzo il giornalismo. E’ vero, non siamo più ai tempi d’oro, non dico di Truman Capote, ma del giornalismo iniziale, quello mosso, presente, di ricerca, nel senso proprio del cercare. Tutti sono notizia, sotto una certa specie. Ad esempio la bellezza, o lo scatenamento del desiderio da parte di un personaggio molto bello, è notizia; finché non arriverà alla decadenza, quando la notizia sarà quella, la notizia della decadenza.

Lei tace le relazioni, non parla mai di sentimenti. Lei lo ha amato, quel Battisti? Ricordo la violenza con cui scrisse a Boncompagni dopo una sua battuta infelice in televisione, all’indomani della scomparsa del musicista.

Io me la son presa perché ci aveva messo dentro anche me, me fisicamente. I testi sono come i quarti di bue, se uno non vuole non li produce. A me risultano più approssimative e più antipatiche le critiche benevole, perché non dicono niente di vero. Poiché l’astio, il livore, è molto più lucido. Ricordo certe scivolate di Luzzato Fegiz o di Zampa, che mi attaccavano: quando mi incontravano mostravano un’opinione di me molto più alta. Quello che dite è tutto vero, mancava solo la firma, perché non ci stava scritto Roland Barthes. Se si scrive “Panella persegue un progetto di insensatezza”, ed è firmato Roland Barthes anziché Fegiz, è questo che fa la differenza. Detto da Fegiz vorrebbe essere un astioso insulso… volevo dire insulto (ma detto da me va benissimo). Quando i benefattori sparano qualche complimento, chi se ne importa.

Battisti rivelò un giorno a un amico una specie di metodo per valutare quello che lei scriveva: “I testi di Panella, se non li capisco vuol dire che sono giusti”.

Qualche testo sempre mi rimaneva fuori… Sì, vabbè, ma era quello che chiedevo io, avrebbe fatto una brutta figura a dire “ho capito tutto”, peggio che dire “io sono ignorante”. Si sbaglia a mettere queste faccende sul piano della comprensione delle cose. Si dovrebbe piuttosto rimanere incantati di fronte a questo oggetto dal quale esce la musica. Non capiscono nemmeno perché un disco messo in un posto suona, poi vogliono capire cos’è la musica? Mi sembra troppo. Tra un uomo e una donna, non sia mai che uno debba dire all’altro: “fàmmiti sempre capire”. Mi sembra molto offensivo. E poi si parla di sentimento. Riconoscano prima che il sentimento è una falsa sovrastruttura, e allora poi parliamo di capire.

Quando lei e Battisti facevate assieme una canzone, cercavate la stessa cosa?

No, non credo. Io non so neppure cosa cercassi. Non è nemmeno che non cercassi niente. Mi trovavo quelle frasi davanti, oggi sarebbero probabilmente diverse. Ma non per ragioni strutturali o formali, perché le canzoni che vengono un giorno non vengono un altro.

Per un Battisti che non scriveva più secondo la logica della strofa e del ritornello, le melodie erano diventate un’operazione di dispendio. Come la parola per lei. Un’altra affinità fra voi due?

Io non scrivevo ritornelli, ma un percorso obbligato, nel quale c’erano però dei moduli tornanti. Ma quelle canzoni nell’insieme sono dei ritornelli.

Ma sono anche come i quarti di bue, come lei stesso diceva prima. Il pubblico compra le canzoni per mangiarle.

No, il pubblico mangia tutto, è quasi una discarica, riceve i testi di tutto. Se uno pensa a quello che è l’elaborazione della canzone… Prendiamo un giovane autore o cantante, giovane per offenderlo. Vive la sua vita giovanile, tutta fatta di speranze, pulsioni compositive, aspettative, e la sua dotazione è circa venticinque canzoni. Sono le canzoni migliori della sua vita. A un certo punto c’è questo ragazzo che s’incontra con altri ragazzi, produttori, discografici, e da questo gran corpo bovino o suino ricavano qualcosa come una cistifellea, nella quale gli antichi credevano ci fosse l’anima. Una cosa assottigliata, strofa-strofa-inciso, la cistifellea: qualcosa che normalmente si butta. E la buttano, infatti, in pasto al pubblico. Non mi pare che il pubblico riceva il meglio. Di tutto il corpo, bovino o suino che sia, di una vita rivolta alla canzone, ricevono qualcosa che veramente è stato sterilizzato da quel corpo. Lo ricevono nei termini di una “operazione” discografica, si dice così, no? Questo tampone pieno d’alcol snaturato. Quello che arriva. La canzone è qualcosa di molto levigato, prosciugato, tagliato e ritagliato, una cosina così. Ma nego che ci sia un’affinità tra musica e testi, che ci sia stata o che ci sarà. E’ un matrimonio di interessi. La parola non ha niente da condividere con la musica, né la musica con le parole. Esiste un luogo comodo, che è la canzone, con cui oggi la gente ritiene di aver assolto il compito del consumo culturale. Una cosa composta, molto calata nel ruolo. Si fanno seminari, ne parlano sul serio: questa è la più grande offesa portata alla canzone. La canzone non va discussa, perché è fuori da ogni discussione. Sennò perde la sua caratteristica di figlia degenere di un matrimonio d’interesse, ma bella, leggera, idiota. Perde quello che veramente dovrebbe essere: inafferrabile. Non conoscendo e non amando la canzone, le ho restituito quello che dovrebbe essere: l’inafferrabilità. Se chiediamo a un amante della canzone del passato cosa vuol dire “Vola, colomba bianca vola, diglielo tu che tornerà”, lui non lo sa. Con la canzone si entra in scemenza, uno esce dalla priorità del tutto. Entra in scemenza, nell’avulsione dal tutto. Ma da anni vien fuori che bisogna essere problematici, che bisogna farne un problema.

Stiamo scrivendo l’ennesimo libro su Battisti, nell’eterna speranza che sia quello vero. Lei trova sbagliato che in un libro si racconti la vita di una persona?

Sì. La vita di una persona coincide con la vita di chi l’ascolta, quella persona lì. Poiché esiste uno standard esistenziale: anche se gli ascoltatori di canzoni sono tanti, mediamente parlando, la canzone è la soddisfazione della zona mediana: le apprensioni, le aspettative, i medi desideri e le medie voluttà del medio. E’ tutto medio. Non esiste una canzone di tipo tirannico, o criminale. E’ tutto mezzo e mezzo. Un po’ autoritario, ma un po’. Un po’ vittima, un po’ no. Se uno dovesse ricostruire i rapporti umani dalle canzoni, non ne verrebbe fuori quasi nulla. E’ un mondo molle, perché è un mondo medio. E’ un mondo di quella vita lì, che non prende posizione né per un verso né per un altro. Non dà colpi né al cerchio né alla botte: accenna. Alla canzone non è chiesto di dire, ma solo di apparire. Ecco perché L’apparenza. E’ un po’ un miracolo, ne ha tutte le caratteristiche, salvo che non la fa troppo lunga, perché dura tre minuti, se ne capisce l’origine, perché c’è di mezzo un oggetto. A differenza di Fatima può vendere anche qualche milione di copie nel mondo, ma almeno non è così invasivamente ecclesiale. La sua capacità invasiva è epidemica, ma sempre meno di quell’altra. Di vantaggioso ha che dura meno: la si può riascoltare, ma la sua durata resta sempre quella. Da ragazzi si comprava un 45 giri, e il primo giorno lo si metteva cento volte di seguito. Ma non è che facendo così moltiplicassero i tempi: non riuscivano a capirne il miracolo, per cui lo ripetevano. La canzone è amabile perché finisce, presto.

E la vita di chi scrive canzoni?

Della vita, che dire? Sono vite normali. Uno si sveglia dopo essere andato a letto il giorno prima, fa colazione. E vive come chiunque. Io poi son poco attendibile. Poco mi ci trovo nei panni di chi vive di ricordi, io so parlare solo di me, che vuole che dica di un altro? Si può dire di Alfred Jarry, che col revolver sparava ai bagarozzi, e li stecchiva pure. Ma son passati più di cento anni. Ho letto di Graham Greene che era uno scrittore mediocre perché parlava di persone. Obiettivamente è uno scrittore medio. Un bravo scrittore, scrittore-scrittore, di quelli veri, scrittore di professione, non certamente di vocazione. Si interessava delle persone perché di meglio non sapeva fare. Interessarsi alle vite è una noia, perché le vite sono noiose.
Ma insomma, questo Lucio Battisti. Nessun dettaglio da ricordare?
Sono io che non mi trovo nelle parti di uno che ricorda, non sono un memorialista, affettivamente parlando.

Un rapporto, dei sentimenti?

Io di natura non sono portato molto alla condivisione di nulla. Penso a me, penso di me, non vedo perché debba penare trapassandomi negli altri. Il fatto di mettere insieme queste due cose, la musica e le parole, questa compenetrazione in realtà è perfino un superamento, una sospensione dell’amicizia. Non vedo perché uno debba impegnarsi, dopo aver fatto qualcosa del genere, che è perfino un po’ immorale, come qualsiasi fondazione di una moralità: l’immoralità dell’estetica è nel farle, le cose, non nell’averle fatte. Partecipare di questa immoralità, come commettere una rapina insieme, è più dell’amicizia. Mi viene in mente Genet, che non aveva amici, ma che perciò aveva ancora qualcosa di più potente, con i suoi complici. Dell’amicizia non me ne importa nulla, anzi la detesto un pochino. Non la capisco.

Si è mai mosso di casa per incontrare Battisti?

Ho frequentato solo la sua casa romana, si figuri se io mi muovo, certo non per andare a parlare di canzoni. Si parla meglio al telefono.

Anche per comporre testi di canzoni?

Ci sono stati vari modi. All’inizio, dettandoglieli. Poi i fax, poi ancora la prima Internet.
Battisti le ha mai fatto proposte di modifica, sui testi? Voglio dire: non sulle metriche, ma sui contenuti?
Il problema sarebbe stato capire quali erano, i contenuti…

Perché? Vuol dire che Battisti non li capiva?

In fondo questa cosa fu risolta prestissimo. La cosa che dissi subito, e che subito lo persuase… Diciamo che probabilmente io gliene ho parlato come ne ho parlato con lei, sulla canzone come apparizione, sulla sua volatilità, la peste da una parte e il miracolo dall’altro.

Dunque lui accettò subito questa sua posizione?

Immediatamente.

Lei è elusivo, nei suoi testi come nel racconto della vita.

Ogni vita a raccontarla è assolutamente insulsa, salvo che tu non lo faccia da giornalista, detto nel senso bello. I fatti accaduti esistono solo in alcune pagine di questi giornalisti qui, parlo di gente come Hemingway. Ma uno notevole sotto il profilo esistenziale è Enzo Carella, perché non avendo vissuto imprenditorialmente la vita che fa, vive una vita senza risorse, che io ricordo e tengo presente come tutti gli altri. Ho un certo affetto per il giornalismo, specialmente per il cattivo giornalismo, che è ingenuo, perché è avventizio. Come quando cominciarono a dire: è la loro fine, non vendono più, eccetera. Per qualche motivo i discografici, vuoi perché macinano musica, vuoi perché sono commercialmente aggiornati, le garantisco che afferrano le cose molto più dei giornalisti avventizi. Capirono subito che dietro quella cosa c’era un evento commerciale, come si dice nel loro lessico. E quando leggevano quelle cose, le previsioni giornalistiche su quel cantante che consideravano finito, i discografici ridevano. L’evento è stato talmente produttivo dal punto di vista promozionale – tanto che noi oggi ne stiamo parlando – perché le vendite superarono le previsioni e ci fu pure un richiamo di vendita del suo passato, di tipo vendicativo. Senza che l’avessi fatto volontariamente, io partecipai di un’ottima operazione commerciale. Ecco perché andava bene tutto. L’elemento di novità attira le attenzioni, e la novità erano quelle parole lì.

Perché finì?

Perché mi stancai. Mi pareva che cinque dischi fossero già troppi. Si stava diventando troppo produttivi e continui. Io non amo molto la continuità. Se mi dessero un miliardo per posare nudo lo accetterei, perché mi metterebbe a rischio e non me ne importerebbe nulla. Perfino Fegiz cominciava a parlarne bene, si diventava consueti. Alcune cose io non le ho neanche firmate, perché non volevo diventare un miserabile mito della musica leggera, come dire: non c’è altro, ti devi accontentare. Diventare qualcosa in mancanza di tutto.

Mai pentito?

Assolutamente no. Anzi, in generale mi sto allontanando sempre più dalla canzone. Ne faccio sempre meno, e cerco di farle nella maniera più stupida possibile. Ma la cosa non era riconducibile a un episodio.

Lui come la prese?

Credo non bene. Ogni disco finito io dicevo vabbè, abbiamo fatto, ci possiamo dire appagati. Ma lui parlava subito del prossimo. Da parte mia era sempre più evidente questo blando scostamento dalla canzone. Da quella in particolare, perché stava diventando consueta, stava prendendo piede, come si dice. La mia scrittura per canzone è scrittura applicata alla canzone. Per me la canzone non è il riferimento assoluto, ma nemmeno relativo. Di quel passo avremmo fatto un disco ogni due anni per sempre. Era tutto così ripetitivo. Due anni e tutto si ripeteva, solite solfe, solito balletto, tutte finzioni da parte di tutti, il pubblico finto. Per me quelle cose, a voler esagerare, avrebbero dovuto vendere quindicimila copie. Il discorso più interessante è proprio questo: l’incidenza di queste cose nelle faccende discografiche, negli interessi del pubblico. La vita è bella quando te l’immagini, perché se sei bravo riesci a veder quello che non puoi vedere. Cosa vuole che m’importi mettere a nudo una vita normale? Non importa nemmeno a quello che l’ha vissuta. Le vite taciute è meglio che lo restino. Le vite di cui non si conoscono grandi espressioni, grandi barbagli, grandi abbacinamenti e grandi scivolate, grandi uppercut e grandi record (della vita, non della musica leggera, che qualsiasi imbecille è in grado di apportare) vanno taciute, perché quelle grandi espressioni non furono espresse proprio per non essere raccontate. Chi si esprime in maniera notevole vuole essere raccontato in maniera notevole. Vite così sono esistite, vite che volevano essere raccontate. Gente che, sapendo di vivere in pubblio, viveva in pubblico godendo, e pagandolo. Questo li pone di fronte alla violenta scelta di essere quasi per sempre. Ci fanno pure i film, su Ciaikovskij, su Oscar Wilde: gente talmente densa di racconto che questo racconto gli usciva dai pori. L’altra gente ascolta le canzoni, e ascoltare le canzoni significa farle. Non esiste un autore di canzoni che non sia stato pubbblico della canzone. Chi fa canzoni è un ascoltatore, e lo sarà per sempre. Io non ho mai ascoltato canzoni, ho scritto in assenza di suono, come Beethoven. Ecco perché ho scritto prima di ascoltare la canzone, perché io non la sento. O si vivono vite notevoli, o si ascoltano (si fanno) le canzoni.
Io sono elusivo perché son sordo.

E detesta gli aneddoti.

Alcuni fatterelli è bene che non si conoscano mai, perché se la normalità vuol esser taciuta, è bene che sia taciuta. Molte vite possono essere ricostruite sulle opere. E’ tutto lì. Esiste un’esposizione sfrontata, impavida di sé, che può essere ricostruita come vita.

Mi vien da pensare che quella pretesa di Battisti, che diceva di non essere più interessato a comunicare, forse gliel’aveva suggerita lei.

La canzone non è necessaria, per cui nessuno può dire di trovarsi scomodo in quei panni. Non è sartoriale. La più concreta analogia è quella con il miracolo: pura visione, puro nulla, però colorato. Non puoi infilare le braccia in una nuvola. Durano forse uguale, la canzone e il miracolo: per un miracolo un tempo di quattro minuti è sufficiente. La noia, l’usura, la sopravvivenza di una chiesa su quel miracolo sono molto più durature. La canzone è più astenuta: certo, sono un miracolo, ma non stiamo a far tante chiacchiere, tanto poi ne apparirà un altro. Son miracoli stagionali.

E poi?

Le canzoni sono vapori. La canzone dice: io sono un po’ falsa. Ma il fatto che lo dica è grande. Sono un po’ falsa, cioè sono un miracolo: un abbaglio nel quale puoi vedere delle cose, puoi vedere l’amore, cioè un abbandono cantabile, una cosa falsa. Ad esempio, io ho giocato a lungo come centravanti nella Roma, allenato da Zeman.

Davvero?

No, in teoria.

tratta da
http://www.freeforumzone.com/discussione.aspx?idd=2344315

letture amArgine: la Poesia in un frammento di Poema Bianco di Pasquale Panella


E come siamo capaci
d’essere tutti coraggiosi, smargiassi
con le parole altrui, intendo quelle scritte
da noi, lette dagli altri
E come siamo anche tenebrosi, cupi, tragici,
furiosi, disperati, vili
Insomma altruisti, sempre per via del fatto
che noi scriviamo e altri leggeranno

Insomma, bisogna fare la figura

“Tu, quel che dici, dillo
senza figurarlo, non farle
le belle figure, le immaginette.
i santini del verso, non farlo,
no, il fioretto, il giuramento falso
(poi nemmeno ti rendi conto che l’hai fatto)”

“Soltanto, datti una legge
metrica ogni volta,
a ogni verso”

“La poesia cos’è?
Di cosa è fatta?

Di un verso alla volta,
di un verso solo,
della solitudine di un verso”

“Di un verso ‘alla volta’
significa di un verso alla girata,
(l’azione del voltarsi di ogni verso):
un verso che, per ritrovare
la sua solitudine, si volta”

“Siamo noi che andiamo a capo,
il verso no
Il verso è la linea dello sguardo
volto all’indietro, lo sguardo
del verso dalla fine all’inizio
di se stesso
(la domanda è:
può essere letto uno sguardo?
(che tra l’altro
è una domanda idiota
come una parentesi in parentesi così:))”

Tutto questo, a parole

Dopo ore di parole, falla
finita, ossia datti da fare
come se stessi lavorando sul serio
se sei capace di essere serio,
se sei capace di applicarti
Trovati un lavoro su di me
da idraulico, da meccanico,
da muratore
Trovati un lavoro su di me
Fammelo (con gli attrezzi)
l’amore

letture amArgine: Pasquale Panella POEMA BIANCO frammenti

« Pasquale Panella è uno degli dei principali nel mio pantheon. » (Flavio Almerighi, da sempre)

« Mi dicono che sono orfico, ermetico, dadaista, ma storicamente non posso esserlo, se lo volessi dovrei andare a cena con Tzara. Mi chiamano così perché non hanno una parola di nuovo conio. »

(Pasquale Panella, settembre 1994)


*
La verità per te:
“Come mi sento?”
Dovrei rispondere
Ma aspetto
Anzi non voglio sapere
come mi sento
Anzi, sentirmi
è per dispetto
fatto a me, passando per te,
o, passando per me, fatto a te
E, tra l’uno e l’altro
attraversamento,
l’impatto è con me stessa
È in me che sbatto

Quindi non mi sento,
non mi vorrei sentire
*

Devo dirlo a chi legge
E non sto parlando di te
Tu sei ‘a chi scrivo’
Scrivo? Che complicazione
Che rischio di poemetto
Ma sai cosa si scrive veramente?
L’interpunzione, ecco:
questi due punti precedenti,
le virgole,
l’interrogativo poco fa
Il punto fermo, no
Quello, alla fine
Sai, sono segni
Ecco, appunto, devo confessare,
devo togliermi il peso
di un apostrofo (anzi due)
che lasciai nell’edizione precedente
Sì, hai ragione (tu, chi?):
è imperdonabile parlare
di parola scritta, qui
Perché virai la voce dal maschile
al femminile (come adesso)
e rimase un apostrofo
dopo l’indeterminativo
(l’indeterminativo!) davanti
alla parola che non sei:
tu non sei un altro
E lo lasciai, l’apostrofo
(anzi due)
Capisci? Ricordai la scuola
elementare: l’elisione ossia
che cade la vocale femminile
e resta la lacrima
per la vocale persa
(la spiegavano così,
con cognizione latina:
che fosse una ferita, l’elisione)
Capisci a cosa arriva
la sperimentazione?
*

Fa’ finta ossia fammi il poeta
(fallo tu)
Diventa marinista
(sennò che poeta sei):
“Orrore non è il timore che le cose
si possano animare come mostri,
orrore è il timore
che una tua cosa senza te
(rossetto, fermacapelli,
occhiali da sole),
muovendo da essa stessa,
partendo da un capello o da un’impronta,
non possa dimostrarti,
– come si dimostra un teorema –
tutta intera e animata,
anche, se vuoi, mostruosa,
mostruosamente amata”
Ecco fatto, fatta,
la rima sciagurata
*

Piangendo (con le lacrime da sole)
ti dissi che avevo temuto tutto il peggio
Io ero la tua vita nella mia vita
che era la tua vita
Ero quella parola che ti volevo dire
Ero il mio amore
E tu eri l’amore mio
Insomma tu eri io
(la confusione del soggetto)
nella tua segreteria

***
(frammenti tratti da Poema Bianco di Pasquale Panella – SPedizioni)

PASQUALE PANELLA è nato a Roma nel 1950, iniziò nel teatro per poi legarsi professionalmente a Enzo Carella per le canzoni dei cui primi album scrisse i testi, come Fosse vero, Malamore, Sfinge e soprattutto Barbara, che giunse seconda al Festival di Sanremo 1979.

Nel 1983, con lo pseudonimo di Vanera, iniziò il sodalizio artistico con Lucio Battisti con cui produsse l’album di Adriano Pappalardo Oh! Era ora; tre anni dopo, nel 1986, scrisse i testi del primo degli ultimi cinque album dell’artista reatino, Don Giovanni, visto come lavoro di rottura di Battisti con il suo passato mogoliano degli anni settanta che lo aveva consacrato come uno dei massimi artisti italiani; i successivi due album, L’apparenza (1988) e La sposa occidentale (1990), furono visti come la prosecuzione naturale dell’opera del duo Battisti-Panella, iniziata con Don Giovanni, di voler dare un taglio netto con gli stilemi del passato e ridefinire un nuovo linguaggio della musica italiana. Parimenti destrutturante del pregresso musicale nazionale fu giudicato Cosa succederà alla ragazza (1992), con costruzioni lessicali mai tentate in precedenza in quanto ritenute inadatte alla metrica e al respiro di una canzone; l’ultimo lavoro insieme prima della morte di Battisti, Hegel (1994), causò un dibattito a latere tra gli intellettuali circa il significato della figura del filosofo tedesco nella società attuale e circa la sua pertinenza nel richiamo in un album di canzoni commerciali; Lucio Colletti sottolineò l’oscurità del richiamo a Hegel, poco noto ai giovani, Stefano Zecchi inferì che il nome Hegel fosse stato utilizzato per richiamare concetti esotici a chi lo conosceva poco, mentre Tullio Gregory ipotizzò al contrario che Panella e Battisti avessero voluto filtrare la loro narrazione attraverso una figura nota. Più drastico Antimo Negri che lesse altresì l’operazione discografica come un ennesimo «maltrattamento della cultura».

Battisti a parte, è autore dei testi di numerosi altri artisti: Amedeo Minghi, tra i quali il celeberrimo Vattene amore («trottolino amoroso, dududù dadada») in coppia con Mietta; la stessa Mietta per Canzoni, Dubbi No, Fare l’amore, e Baciami adesso, le ultime due presentate a Sanremo rispettivamente nel 2000 e 2008; ancora, Mango, Zucchero, Anna Oxa (Processo a me stessa, Sanremo 2006), Mina (Amornero in Ti conosco mascherina, 1990), Marcella Bella, Angelo Branduardi (Fou de Love, 1994), Marco Armani, Sergio Cammariere, Grazia Di Michele (Tutto passa in Naturale, 2001), Mino Reitano (La mia canzone), Valeria Rossi e, di nuovo, Enzo Carella (Se non cantassi sarei Nessuno, 1995, Odissea e Ah! Oh! Ye! Na na!, 2007).

Performer oltre che autore, da anni propone spettacoli-recital in cui legge (e interpreta) scritti di Raymond Carver, Chet Baker, Louis-Ferdinand Céline. Per “minimum fax” ha pubblicato il romanzo La corazzata (1997) e la raccolta di microracconti Oggetto d’amore (1998). “Coniglio editore” ha inoltre pubblicato 88 “lanci poetici” per la trasmissione televisiva Tg2-Mistrà (2005) realizzata da Michele Bovi. Nel 1999 e nel 2011 ha collaborato con il regista teatrale Claudio Jankowski scrivendo i testi “Tragico amoroso” e la ouverture “Don Giovanni, uno e tanti”.

Tra i lavori più importanti di Pasquale Panella spicca nell’anno 2001 la versione italiana del libretto dello spettacolo di Riccardo Cocciante Notre Dame de Paris, (una “riscrittura” vera e propria più che una traduzione dall’originale francese). A tal proposito dichiara: “Per me il romanzesco è reale e le musiche di Cocciante che ho ascoltato sono partiture di un musicista scatenato nei sensi, nei gesti e nell’ispirazione che travalica i territori delle canzoni e diventa romanzesco”. Una nuova collaborazione con Riccardo Cocciante è nel 2007 con Giulietta e Romeo, opera popolare musicata da Cocciante con i testi tesi tra momenti profondamente metafisici, assonanze e martellanti ripetizioni.

Panella vive dividendosi tra Roma e il beneventano, conducendo esistenza riservata.

ascolti amArgine: cosa è successo alla Ragazza?

“ I testi di Panella sono vertigini linguistiche, le musiche di Battisti sono gli abissi adatti per precipitarvi.” ( cit. da http://cronachebabilonesi.blogspot.it/2013/08/battisti-panella-piccolo-preambolo-ai.html)

Penso sia necessario dar tempo alla poesia, anche a quella travestita da canzonetta. Tutti i più illustri critici musicali, dopo la sua inversione di rotta non a 360 gradi ma a 720, hanno affermato che Lucio Battisti abbia voluto scientemente distruggere la propria immagine dopo il successo con Mogol. Battisti non ha neppure risposto, non ne valeva la pena. Fosse stato per i tuttologi, il nostro avrebbe fatto la fine dei Dik Dik oppure si sarebbe ritirato a vita privata, fatto i cazzi propri e goduta la caterva di milioni/miliardi meritatamente guadagnati durante gli anni ‘70. Non lo ha fatto. Un artista nella sua condizione, invece, si è permesso il lusso che solitamente si concedono artisti disperati in cerca di un’ultima chanche, si è messo in gioco. Il risultato è stato uno dei migliori e più resistenti prodotti artistici in assoluto in Italia nell’ambito della cosidetta musica leggera dal dopoguerra a oggi. Le parole di Pasquale Panella, gli arrangiamenti di Battisti e uno staff di musicisti e produttori, non un italiano tra loro purtroppo, assolutamente in linea con tendenze musicali all’epoca avveniristiche, hanno prodotto 40 canzoni, 40 capolavori, 40 poesie. Luzzatto Fegiz, tiè! (Flavio Almerighi)

discografia essenziale:
Don Giovanni, Numero Uno, 1986;
L’apparenza, Numero Uno, 1988;
La sposa occidentale, CBS, 1990;
C.S.A.R. (Cosa Succederà Alla Ragazza) Columbia, 1992;
Hegel, Numero Uno, 1994.