I miei padri: Peter Sinfield (musica dei King Crimson)

“No man is an island, entire of itself
every man is a piece of the continent, a part of the main
if a clod be washed away by the sea,
Europe is the less, as well as if a promontory were,
as well as if a manor of thy friends or of thine own were
any man’s death diminishes me, because I am involved in mankind
and therefore never send to know for whom the bell tolls
it tolls for thee”. (John Donne)

Non fosse esistito, probabilmente da ragazzo non mi sarei messo a tradurre in italiano (in modo rudimentale in verità) i testi di Genesis e King Crimson. Peter Sinfield è stato l’iniziatore vero della mia passione per la poesia e, non a caso, la mia ultima raccolta pubblicata su carta porta come titolo Isole. Passione autodidatta che è arrivata fin qui, isole che si saldano a nuove isole per ritrovare itsmo, contatto, con la terra ferma. Un doveroso omaggio a questo grandissimo, quattro testi da Island (King Crimson, 1971) nella traduzione di Marco Salzano.

Isole (Islands)

Terra ruscelli ed alberi avvolti dal mare
onde strappano la sabbia dalla mia isola.
I miei tramonti svaniscono.
Prato e palude aspettano solo la pioggia.
Granello dopo granello l’amore corrode
le mie alte consunte mura
che tengono a bada la marea
e culla il vento sulla mia isola.
Aride scogliere di granito
dove i gabbiani volteggiano
e dolentemente planano sulla mia isola.

La bruma della mia alba umida e pallida
evapora al sole.
La rete dell’amore è lanciata.
I gatti vagano, i topi scappano
Intreccio i rovi come mani spinose
dove le civette riconoscono i miei occhi.
Cieli viola, abbracciano la mia isola,
abbracciano me.

Sotto al vento fattosi onda
infinita pace
le isole si stringono le mani
sotto il mare del paradiso.

Scure banchine del porto
come dita di pietra
si allungano bramose dalla mia isola.
Carpiscono le parole dei marinai.
Perle ed angurie
sono sparse sulla mia riva.
Come innamorati, legate in cerchio.
Terra ruscelli ed alberi ritornano al mare.
Onde lambiscono la mia isola
portando la sabbia
lontano da me.

*

Signore di strada (Ladies of the road)

La figlia di una fioraia
fresca come l’acqua santa
disse “Sono la reporter della scuola,
ti prego istruiscimi”,
bene, io l’ho istruita.

Una sorella con due dita alzate
Disse “Pace”, mi son fermato e l’ho baciata.
Disse “So resistere agli uomini”,
io ho sorriso e l’ho spogliata.

Una tuffatrice cinese
capelli e reggicalze neri,
disse “Per favore, non mi lasciare
voglio solo sentirti”.
Voi tutti sapete che le ragazze di strada
sono come le mele che coglieste in gioventù.
Voi tutti sapete che le ragazze di strada
sono state in giro ma sono disponibili alla verità.

Una strafatta di San Francisco
mangiò tutta la carne che le diedi
disse se volevo assaggiare la sua
e se desideravo anche sentirne il sapore:

”Come spine di pesce glassato!
oh signora sparisci!”.

Voi tutti sapete che le ragazze di strada
sono come le mele che coglieste in gioventù.
Voi tutti sapete che le ragazze di strada
sono state in giro ma sono disponibili alla verità.

*

Le lettere (The letters)

Con piuma d’oca e pugnale d’argento
intagliò una penna avvelenata
e scrisse alla sposa del suo amante:
”Il seme di tuo marito ha nutrito la mia carne”.

Come il viso di un lebbroso
quella lettera infetta provocò
un nodo in gola alla moglie
che passò il giorno con gli occhi ciechi di lacrime

Trafitta da aculei di ghiaccio
e arsa da una fiamma color smeraldo
la moglie dall’anima candida come la neve
con mano ferma cominciò a scrivere:

“Sono tranquilla, non ho bisogno di una vita
di devozione a ragazzi ed uomini.
Ciò che fu tuo è mio ora è morto.
Dico addio alla mia carne mortale”.

*

Signora di Formentera (Formentera Lady)

Case impietrite nell’intonaco bianco
sorvegliano una pallida spiaggia
cinta da cactus e pini.
Qui vago dove crescono la dolce salvia e strane piante
attraverso una tortuosa ed assolata calle pietrosa
Sudice ruote abbandonate arrugginiscono al sole
Mura color tabacco dove scappano lucertole spagnole
Qui all’ombra delle fronde di un albero del drago,
circondato dalle formiche, sto meditando sull’uomo.
Avvolgerò le mie vecchie corde quando tramonterà il sole
Non scalerò nessuna cima fintanto che il sole splende.
Signora di Formentera
canta per me
Signora di Formentera
Tenera amante.
Le torce ardono sulle vecchie chitarre pizzicate dai viandanti
Bambini profumati di incenso danzano al suono di un tamburo indiano
Qui Ulisse cadde ammaliato dalla bruna Circe
ed ancora aleggiano il suo profumo ed il suo incantesimo.
La grigia mano del tempo non mi afferrerà
Fintanto che il sole splende
Non mi slegherà e scioglierà
finchè splendono le stelle.
Signora di Formentera
danza per me
Signora di Formentera
oscura amante.
*************

Per saperne di più:

https://it.wikipedia.org/wiki/Peter_Sinfield

I miei padri: Pasquale Panella (con canzoni di Lucio Battisti)

«Mi dicono che sono orfico, ermetico, dadaista, ma storicamente non posso esserlo, se lo volessi dovrei andare a cena con Tzara. Mi chiamano così perché non hanno una parola di nuovo conio.»
(Pasquale Panella, settembre 1994)

Prosegue la rassegna del mio personalissimo pantheon. Dopo Dario Bellezza un grande poeta, è la volta di un paroliere/poeta, noto per avere scritto i testi dei cinque dischi “bianchi” di Lucio Battisti, ma anche per altri cantanti, da Enzo Carella a Zucchero Fornaciari. Ha pubblicato:
Savarin-Sade, i figli belli, 2005.
TG2 mistrà, con Michele Bovi, Roma, Coniglio, 2005.
40 liriche inedite in Battisti-Panella, Il cofanetto, con 3 CD, Sony/BMG (Numero Uno), 2006
Poema bianco, Roma, IriEd, 2008; Roma, Spedizioni, 2017.
La piazza, vie di entrata e vie di uscita, in Giampiero Castellotti, Piazze in piazza, Roma, Spedizioni, 2016.
E’ un genio.

L’Apparenza (1988)

Quindi facendo finta
che non sai parlare
ti metti un dito in bocca, l’anulare.
Dirigi una quinta qualsiasi
sposti tre vasi come le tre carte
mi metti a parte di una confidenza
senza vocali e senza consonanti
tiri con gli occhi chiusi sull’atlante
l’indice come un pulsante
accende una nazione in cui mi sa
che a quest’ora? notte piena o molto nuvoloso
pieghi la schiena
cali il tuo sipario di capelli
sopra l’armamentario voluttuario
quindi ti sollevi in mulinelli
dall’indaco e il blu di Prussia profondissimi.
Ti rilassi bussando
tristemente assorta sopra una porta
che non c’? per niente la spingi che era aperta
mi racconti come un capogiro
i fatti i posti pieni di respiro
mi presenti un regalo
ed attraverso ci vedo
le tue mani contenenti
lo scarti prima sciogli
questi fiocchetti inestricabili
ti imbrogli e fai cadere e credere
in un danno incalcolabile e l’aria vulnerabile raccogli
incolli l’invisibile
e d’improvviso scrolli in gocce questa scena
fai la feroce coi baffi che non hai da puma
sulle guance gonfiate fai la precoce.
Che scarica un gran volume
d’indolenza incendiaria
quindi sei l’avversaria di un arioso colosso pugilatore
poi mormori indecenze
senza parole a un confessore
lo respingi in sequenza d’inseguimento
infili il balcone ti scansi di lato
fai la ricognizione
se ha fatto centro il precipitato.
Rientri con cavalli fragorosi e salti di delfini
tra marosi.


I ritorni (1990)

E da quel punto in poi
sentimmo sotto di noi
svolgersi il sentimento,
largo e intento
ad una tutta sua meditazione,
non curante
che sopra la sua pelle si ballasse.
Le foglie coi barattoli, le casse
con i tronchi senza cuore.
E lo scandaglio calava dalle prore,
poi ritornava su
chiedendosi “Perché, perché il ritorno?”.
È sempre per prova che
sulle labbra torna
la parola “amore”,
per prove d’esercizio
perché si sa che poi non si sa mai
che potrebbe tornare utile.
Tornare, per raccontare
il furore e il gelo
delle notti aurore.
Bianca e assai provata,
scampata per un pelo per poter ritornare,
come dalle crociate, a un futile
sopravvissuto a tutto,
che ritorna più utile che vivo,
quindi innamorato ancora.
E torna, torna, lei gli ha detto torna
ed era una bambina, finalmente,
e gli diceva torna.
Abbiamo un solo limite:
l’amore che ci divide.
Come la ragione,
perché con la ragione
si sopravvive a tutto,
si distrugge il distrutto,
ricostruendo a intarsi la copia fedele
dell’innamorarsi,
e un tassello alla fine
o è dell’uno o è dell’altro.
E i sogni si allontanano
come i cavalli scossi,
caduti i sognatori;
bocconi tra le fragole, ma
più dolci e più rossi,
ridotti a dolenti spifferi.
E docili incompetenti
nella lotta incerta
tra il ridire e il fare
l’amore colloquiale.
E lei continua a dirsi:
“Si sopravvive a tutto per innamorarsi”.
Amarsi è questo: escludere
d’essere i soli al mondo,
i soli ad esser soli amando,
sterminandola l’invincibile armata.

*

POEMA BIANCO

Queste parole le dico adesso
e con adesso intendo me
E le dico per niente
e intendo te con niente
(Ti sto dicendo che è una revisione:
ho cambiato di posto a qualche pronome)

(Senza che vai a cercare l’edizione precedente,
te lo dico io che è successo: è successo
che il ‘me’ ha preso il posto del ‘te’
E viceversa? Chi ha detto viceversa?
Viceversa: niente)

Cosa sarebbe il mondo
se noi veramente sapessimo,
se veramente potessimo ascoltare
il parlare da solo dell’altro
Le mie parole sentile, nel sangue, navigare
Anzi no, ma quale sangue
Sto sorridendo, sapessi cosa vedo:
il mondo, e il parlar da soli
di tutti, sento un altro mondo
Sorrido? Di più
Torno spietata, rido

Abbiamo, tutti, per sempre
un solo amore (se si sapesse)
Si sa, ma se si sapesse, se si
sapesse, se chi si sente amata,
amato in quel momento, sapesse,
se sapessimo chi veramente
ossia per sempre ama
chi amiamo (lo sa ma se si sapesse)
o se chi ci ama sapesse
chi noi veramente eccetera
Quante cose sappiamo? Solo questa
(che non sappiamo, noi non sappiamo,
ma ognuna, ognuno, sì)

È vero che ci capiamo, umanità?
Che se si sapesse saresti tutta un’altra
umanità (e sarebbe questo l’altro mondo)

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I miei padri: Dario Bellezza. (con musica dei CSI)

INIZIO QUI UNA RUBRICA DEDICATA A TUTTI QUEI POETI/PAROLIERI CHE MI HANNO FORMATO.

Oggi fare il poeta in Italia significa essere pazzi, ma non nel senso vero della parola, positivo: i poeti sono tutti pazzi, no, ma nel senso che significa scrivere nel deserto, in un paese che ha dimenticato la poesia, che non studia né manda a memoria più i suoi poeti classici nella scuola, che affama i poeti viventi, come ha affamato quelli del passato che pur vengono tenuti in gran conto. Basti pensare al Foscolo finito senza soldi in Inghilterra, o Leopardi che dovette subire le angherie per sette anni di un mediocre come Ranieri. Per cui vivere la poesia significa suicidarsi, non partecipare ai riti del gregge, e per sopravvivere fare un qualsiasi mestiere, perfino scrivere romanzi, o fare il cinema come fece Pasolini.
Diciamolo, anche se sembrerà poco poetico: scrivere poesie non dà pane, ma non per questo bisogna rassegnarsi e non seguire la propria vocazione, anche se il poeta non ha l’udienza che suscita in URSS, la poesia se non altro salva dal far la fine di un Arbasino, poligrafo che deve per scrivere articoli farsi tanti viaggi inutili a Londra o a New York, girando per boschi e stupidi teatrini…
La società letteraria è gerontofila: meglio, se uno vuole continuare a scrivere, non vederla: incontrare la Ginzburg potrebbe rovinarti per sempre lo stomaco; la sua cattiveria è proverbiale, e quando non riesce a distruggerti si attacca al telefono di Garboli per vedere se ci riesce lui. Meglio lasciare stare certi morti viventi: andarsene a passeggio al sole, cercare di convincere un ragazzino che la vita è bella… (Dario Bellezza, stralcio da un’intervista)

Prima un bacio

Diranno che ero un gran depravato:
ma dammi lo stesso prima un bacio
e poi uno schiaffo. Unico sentimento
non furtivo che ancora alberga
nel mio cuore ossidato di cittadino
spento che sogna la campagna
è la pace dei Sensi, la vittoria

Forse unico impegno sublime
è l’ancoraggio ad una stenta
lettura di me stesso, ad una triste
meta di decadenza accidiosa.
Ma un giorno diversamente dall’oggi
fuggimmo per terrestri mondi
desiderando della giovinezza
un profumo allegro e violento
talvolta, fra manifestazioni
e partiti!

Noi fummo la lucente generazione;
le periferie, le borgate furono
il nostro regno, la fortuna ci arrise
come volemmo, fra case contadine
e parrocchie cattoliche solatie.

Siamo qui ora davanti al sonno
che ci prenderà lentamente
per lasciarci in un ultimo gemito
di follia che non vuol dire ancora
ancora di salvezza.

*

Da Morte segreta

Salgo e scendo le scale di una casa non più
castello di forti speranze o robusti amori, ma
che tessendo le fila dei miei disfatti giorni
annunzia inesorabile la voragine della sventura.
Lì, durante la scalata faticosa al vecchio
maniero abitato dai fantasmi sento voci precise
che appartengono all’incubo di notti cadute
addosso alla mia infanzia celeste nutrita
di ardori sconosciuti e angelici languori.

Fantasmi di amori morti, amicizie consumate
dal tempo rapitore di gioventù, inesorabile
abitatore di malate menti sconvolte dal nulla.
Dio non c’è, non c’è speranza per me se rientro
a casa furtivamente, sospetto di morire
per mano di un giovane assassino dietro
un angolo buio. Così appena arrivato, pieno
di sgomento ed eccitato dal mio sangue
non versato, alzo a me stesso la preghiera
solitaria di chi noti’ s’innamora più
del suo assassino innocente e reale.

*

IL PADRE

Isole vidi nel sogno dal mare
uscire inerti e deserte e squallidi
solstizi ed equinozi lavorano
il cielo buio. Dal sonno uscii

ancora ragazzo, beato di tale
sapermi. Qualcuno mi baciava:
un uomo magro, alto, mio

padre perduto amico
delle vecchie età.

Non mi svegliai.
E la speranza seppelliva
quel me stesso che ero stato
e che non sarò mai più. Non

c’era costanza nel bacio
e la mia bocca baciava
una prostrata immagine di morte.

*

da “Sesso”

Niente si offre per l’ultima volta,
perché tutto dopo il sonno ricomincia.

si riforma il seme dei ragazzi. Le
polluzioni sono infinite. Compagni,

ragazzi morituri, orfani matricidi
spegnete la sete che è in me d’amore
deluso in questi versi rattrappiti.

*************************************

Dario Bellezza nasce nel 1944 a Roma, la città che ha fatto da sfondo a tutta la sua esistenza, personale ed artistica. Poco più che ventenne comincia a scrivere sulla rivista Nuovi Argomenti, stringendo legami di stima e di amicizia con autori come Moravia, Pasolini, Elsa Morante e con Sandro Penna. Nel 1970 Moravia scrive la presentazione del suo primo libro Di narrativa (L’innocenza). Pasolini lo lancia come poeta nel 1971 con Invettive e licenze, definendolo “ il miglior poeta della nuova generazione”. Nel 1976 vince il Premio Viareggio con Morte segreta. Le sue tematiche sono spesso intrise della disperazione di una sofferta condizione omosessuale. Negli anni successivi continua a pubblicare opere sia di poesia ( Libro d’amore, Io, Serpenta, Libro di poesia, Testamento di sangue, L’avversario, Proclama sul fascino…) sia di prosa ( Lettere da sodoma, Il carnefice, Angelo, Morte di Pasolini, Nozze col Diavolo…). Malato di AIDS, muore a Roma nel 1996.