Ventisei Marzo 1999

Ventisei Marzo 1999,
non so perché questi filari
sembrino così efficaci
nel lasciarsi attraversare
dall’improvviso rovescio,
stanchezza posa sulle bontà
di un rettilineo intrigante
in Appennino.

Sono tornato col mio fascicolo
sempre pieno di carte a parte
per vedere passanti stanziali
passare ancora e ancora,
circumnavigando un fossato
che porti sempre
alla partenza.

Il caffè conserva
l’aroma polveroso di sempre
la sua parte migliore
melma ancora in fondo alla tazza,
senza che sia possibile
abbassarne il prezzo
o la data di decesso.

Ma’ è ramo ubriaco di vento
lasciata tutta notte
a sognare dietro l’uscio,
giocoliera impassibile
che avvia anelli e bandiere
senza che nessuna abbia
facoltà di rotolare a terra.

Un martedì sterile
passa inosservato,
come formazione politica
di recente costituzione,
il tempo addenta
l’appuntamento rinviato
con questo destino.

L’ultima volta

Sapevano ricominciare, far di conto,
d’altronde le mani erano come le mie.
Non restava molto quando le vidi dopo vent’anni
emergere sotto un cielo appena chiaro.

Mani digiune, quadre, come quelle di mia figlia.

Combatterono ogni giorno una guerra silenziosa,
parole dette le accompagnavano;
ma non seppi mai com’erano, cosa hanno vissuto,
portato, quando avevi l’età che avevo allora.

Le ho viste poi cucire, afferrare, battersi,
mani di donna sempre pronte all’assedio
di una vita anche troppo lunga e senza sogni
per quel pugno di anni come il primo giorno.

L’ultima volta le ho riposte io.

A mia madre

gli uomini cedui non chiedono conto.
in base alle leggi gravitazionali
cadono insolenti come finimondi
facendo scempio di vetri smerigliati.
Gli anniversari vanno composti
inscenati più volte, giorno e notte
sillaba per sillaba, silenzio per silenzio
fermati e disposti senza deviazioni
dentro l’aria chiusa di camere oscure,
tenendo ben saldi i polsi all’acropoli
di ogni desiderio pratico. L’avevi detto,
sembra un gioco a dadi e sponda
su un tappeto verde che arrossisce
prima di aver rilanciato l’addio.
Il torto è dalla parte del soldato,
pagine sciatte di gerundi avvoltoi
incontinenti e subito dimenticate
rivelano un tardivo volerti bene
intessuto d’improvvisazioni, sai
ora è molto tempo fa e mi sento
stazionarti in grembo