Alla mia cara mamma nel giorno del suo compleanno

Oggi sarebbero stati novantuno. Sì, tu e James Dean, nati lo stesso giorno, mese e anno, due autentici miti. Il secondo pubblico, il primo invece è tutto mio e lo tengo dentro. Non mi metterò a spiegare a Carolina, tanto meno oggi, chi fu James Dean: attore forse un po’ sopravvalutato. Chi non è morto giovane in uno schianto, se ne è andato un po’ più in là negli anni dopo una malattia crudele. Credimi, non c’è giorno in cui non ti pensi e mi chieda quanto sia ostico questo silenzio che unisce e schiaccia. Col tempo ho imparato ad adoperare meglio le parole, ho eliminato per sempre il ragioniere che è in me per darmi ad altro, ma sono certo che non mi troveresti troppo cambiato. Sono sempre lo stesso inguaribile romanticone, e tu probabilmente la stessa magnifica perdente come diceva Steve con tanto affetto.

Maggio e Novembre

Il tempo si spostava,
cambiava vestito
poi si sedeva ancora,
mentre mia madre ricamava
lui la teneva sulle ginocchia
.
quando mi chiedeva
Cosa fa il tempo là fuori?
Le rispondevo Passa
Eravamo Maggio e Novembre
uniti dalla stessa mano.
.
Dispersi senza più nome
dentro il futuro anteriore:
maggio e novembre
ovunque siano restano qui,
ogni stagione è nel cuore.
 

Mirta

Cuciva, sapeva tutto sugli uomini,
sbuffi di panna montata
sulla sola fragola benedetta
dal sorriso del sole
su ogni singolo seme, diceva,
difficili da digerire,
facili da dimenticare.
 
Indugiava a lungo lo sguardo
su lunghi campi di frumento e mai,
come in quei giorni,
avrebbe voluto un altro figlio.
Sorrideva da donna della sua età.
 
Spezzava pane nero e glabro,
rimaneva immobile sulla soglia
dopo averne spazzate le briciole
sulla strada. Non l’interessava
il mondo americano fuori.
 
In realtà non sapeva degli uomini:
uno soltanto e mai dimenticato.
Al figlio, quando rientrava,
ogni sera chiedeva
cosa facesse il tempo.
Lui le rispondeva talvolta
passa …

Ventisei Marzo 1999

Ventisei Marzo 1999,
non so perché questi filari
sembrino così efficaci
nel lasciarsi attraversare
dall’improvviso rovescio,
stanchezza posa sulle bontà
di un rettilineo intrigante
in Appennino.

Sono tornato col mio fascicolo
sempre pieno di carte a parte
per vedere passanti stanziali
passare ancora e ancora,
circumnavigando un fossato
che porti sempre
alla partenza.

Il caffè conserva
l’aroma polveroso di sempre
la sua parte migliore
melma ancora in fondo alla tazza,
senza che sia possibile
abbassarne il prezzo
o la data di decesso.

Ma’ è ramo ubriaco di vento
lasciata tutta notte
a sognare dietro l’uscio,
giocoliera impassibile
che avvia anelli e bandiere
senza che nessuna abbia
facoltà di rotolare a terra.

Un martedì sterile
passa inosservato,
come formazione politica
di recente costituzione,
il tempo addenta
l’appuntamento rinviato
con questo destino.

L’ultima volta

Sapevano ricominciare, far di conto,
d’altronde le mani erano come le mie.
Non restava molto quando le vidi dopo vent’anni
emergere sotto un cielo appena chiaro.

Mani digiune, quadre, come quelle di mia figlia.

Combatterono ogni giorno una guerra silenziosa,
parole dette le accompagnavano;
ma non seppi mai com’erano, cosa hanno vissuto,
portato, quando avevi l’età che avevo allora.

Le ho viste poi cucire, afferrare, battersi,
mani di donna sempre pronte all’assedio
di una vita anche troppo lunga e senza sogni
per quel pugno di anni come il primo giorno.

L’ultima volta le ho riposte io.

A mia madre

gli uomini cedui non chiedono conto.
in base alle leggi gravitazionali
cadono insolenti come finimondi
facendo scempio di vetri smerigliati.
Gli anniversari vanno composti
inscenati più volte, giorno e notte
sillaba per sillaba, silenzio per silenzio
fermati e disposti senza deviazioni
dentro l’aria chiusa di camere oscure,
tenendo ben saldi i polsi all’acropoli
di ogni desiderio pratico. L’avevi detto,
sembra un gioco a dadi e sponda
su un tappeto verde che arrossisce
prima di aver rilanciato l’addio.
Il torto è dalla parte del soldato,
pagine sciatte di gerundi avvoltoi
incontinenti e subito dimenticate
rivelano un tardivo volerti bene
intessuto d’improvvisazioni, sai
ora è molto tempo fa e mi sento
stazionarti in grembo