letture amArgine: lettera dalla Marcesina


Caro Flavio, da tempo avevo promesso di inviarti i testi in memoria della Grande Guerra. Entrambi sono stati scritti in Marcesina, sull’Altopiano di Asiago dove la guerra aveva infuriato senza pietà.
Finalmente li condivido soprattutto per ricordare tutti quei ragazzi straziati…
Ora sono i boschi della Marcesina ad essere distrutti, mostrano crani calvi! Centinaia di migliaia di abeti caduti, inermi come i soldati falciati dal vento della morte. Ecco la tragica poesia concreta che la natura ci ha fatto rivivere nella realtà del ricordo: tutto un cimitero, un requiem silenzioso che solo qualche tordo scuote con il suo verso, e poi via nel vento per spazi senza posa, e discese tra le rovine.
Giorni malinconici, ricordi… Presenze care di vivi e defunti. Tutto un insieme di sentimenti e sensazioni che galleggiano nelle ossa e le viscere … con il lamento dei boschi, i nostri amati boschi e “il Parco dei Sogni” baciato dall’amore quando andavamo per passeggi d’anima e di vita, mano nella mano, come adolescenti…
Ma ora è tempo in cui il tragitto si accorcia verso il terminal, “gate” senza numero: e poi via solcando spazi infiniti come putti nei dipinti …
Così lo penso il mio aldilà, tra galassie e universi infiniti, tra pianeti siderali e astri incandescenti…
Ma che dico, ora sono qui! e ci voglio rimanere ancora per un bel po’: la patente rinnovata… le pubblicazioni da fare… gli amici, le fantasie, i nipoti da veder cresciuti…
Niente Bagagli per ora!!!

MISERERE

Nella carretta lenta
dei buoi, vecchi tristi
bambini muti, madri
esangui senza lacrime,
masserizie accatastate
profughi senza meta.

Nel – solstizio d’estate –
giorni carichi di luce,
giorni avidi di morte.
Turbini di fuoco
arroventano lo spazio,
fucili spari urla piombi
baionette corpi straziati
bossoli fango e sangue.

Tra gli squarci della storia
tutti riposano le loro ossa
nelle fosse come soldati
sui campi di battaglia…

Cupo rintocco di campana
incenso che sale, miserere.

© Luigina Bigon
14 luglio 2018

*

Chi sei? LADISLAV!

Sulla croce i licheni
nelle doline i muschi.
Cippi di sasso, nomi scolpiti
vento che raccoglie lamenti
e ancora sento nell’erba
quel freddo intorpidire i corpi
raggelare il sangue delle ferite
tramutare in soffio le vite
e disperderle tra le montagne.

Io non c’ero, ma sono;
gobbe dei monti | tanti cimiteri
sasso di ‘fronte’ turbine di fuoco
fratello contro fratello:
Spara! Sparaaa!!!

Sull’erba tizzone di sigaretta
qualcuno è vivo, brucia
la paura ai piedi del tumulo
e non sa capire…

I pascoli sono vasti, mansueto
il gregge; nelle greppie
frastuono di campanotti
e non sai che mi trovo
accanto a te nell’ora più giusta.

Chi sei?
Ladislav!

© Luigina Bigon
Marcesina (Altipiano di Asiago)
20 agosto 2003 h.15,45/16,08

*

QUOTA 1400

Pozze pietre cespi
avallamenti dirupi
sangue che scorre
freccia di abete, asse.
Capri lupi torrenti
passo torto.
Ma tu sei oltre le ripide
anche quando tuona.

– La roccia sfida
percorsi crudi
assurde mete
mani astruse –

Non puoi specchiarti
negli occhi degli altri,
sono solo vetrine
sacche libri scarponi
coperti di polvere.
Si è dove il cammino
ci porta, con lampi
che accendono memorie
come fari nei lager.

La strada dissestata
frena. Passa oltre,
non tradire il percorso
anche se l’ombra incombe.
Fiori cardi stecchi
ora che sei pendio di monte,
ma rimani in quota.

Tumulo croce d’arbusto
cielo di ferro tetto di latta
vessillo fradicio

fischio di tordo!

© Luigina Bigon
Marcesina, (Altipiano di Asiago) 24 agosto 2018 h 12,36

***

Luigina Bigon è nata a Padova, dove risiede. La sua professione si è svolta nell’ambito dell’Alta Moda. Sue creazioni sono esposte nella Saletta Egizia del Museo della calzatura femminile ROSSIMODA di Stra (VE) vedi Europena a Collections e Luigina Bigon – Google Arts & Culture. Dal 1980 fa parte del Gruppo letterario Formica Nera partecipando alle molteplici antologie e quaderni di poesia del Gruppo. Nel 1989 è stata cofondatrice del Gruppo poeti Ucai di Padova e curatrice delle Antologie poetiche del Gruppo. Ha ideato e curato la collana di aa.vv. “… in versi” realizzando le antologie Camminando… in versi; Gelato… in versi e Occhiali… in versi. Ha pubblicato le sillogi: Barattare Sogni; Lucenèra; i poemetti Cercando ‘O’ e Diacronicità, con traduzione in inglese di Adeodato Piazza Nicolai. Promotrice e curatrice di Vajont – Padova e i suoi artisti, tradotta da A. P. Nicolai. Sue liriche sono state tradotte e pubblicate nelle riviste newyorkesi “Chelsea”, “Gradiva”, Foro “Italicum” e altre italiane tra cui “Scorpione Letterario” voluta da Alfredo De Palchi e curato da Antonia Arslan.

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letture amArgine: Memoria, inediti di Luigina Bigon, Adeodato Piazza Nicolai, Giovanni Sato, Lucia Gaddo Zanovello

Questo post è bellissimo, gli autori hanno spontaneamente messo a disposizione i loro testi per indicare che Memoria non è formalità e retorica, ma è diritto e dovere. Ringrazio quindi Adeodato Piazza Nicolai, Lucia Gaddo Zanovello, Giovanni Sato e Luigina Bigon. Non era mai accaduto che poeti mettessero a disposizione del blog, così generosamente, alcuni loro lavori. Li corredo con la foto di un sasso trovato per caso a Dachau nell’estate 2016, non so se lavorato intenzionalmente o dovuto a rimbalzi e intemperie, ma a mio avviso però mostra il bene e il male che è in ogni persona. Grazie

I FIORI DI AUSCHWITZ di Adeodato Piazza Nicolai

Affaticati spuntano ancora
i fiori di Auschwitz,
troppe ceneri
sulle quelle lande polacche
ingrassate dalle morti
di tanti sotterrati.
Sorelle, fratelli venite
di nuovo
in questo mondo impazzito
da tenebre, pogrom
gulag e guerre, femminicidi
emigrazioni infinite/sfinite
Questa
non è poesia ma l’urlo
di chi
più non crede nell’uomo.

© 2018 Adeodato Piazza Nicolai

*
THE FLOWERS OF AUSCHWITZ

Exhausted, again blossom
the flowers of Auschwitz
too many ashes
in these Polack fields
made fertile by death.
of so many buried bodies.
Come again
you sisters & brothers
in this crazy world
of darkness, of pogroms,
of gulags & wars, of femminicides
of tired, endless migrations.
This isn’t a poem but the howl
of one
who cannot
any longer believe in man.

© 2018, English translation of the poem I FIORI DI AUSCHWITZ
by the author. All Rights Reserved.

*
CAMPI DELLA MEMORIA di Adeodato Piazza Nicolai

1.
Li chiamavano campi di accoglienza.
Possibile cancellare dalla mente, dal corpo
manganellate soprusi scosse elettriche
sete fame, ovunque pulci scarafaggi: il male
assoluto, la soluzione finale? Morire, ecco
l’unica fine per diseredati, ammalati
alienati da leggi nazi-fasciste! Scappare era,
sempre, l’unica risposta. Braccati assediati
da can-lupi e soldati. Zingari, Ebrei, omosessuali;
i non-ariani trattati peggio di tutte le bestie:
gli inutili alimentano forni, gli altri a massacranti
lavori. Bambini, specialmente gemelli, nelle grinfie
del pazzo dottor Mengele… Maledette le S.S.
senza onore, senza coscienza. Vigliacchi crudeli.
La Storia per cosa conta? Chi la racconta?
Urlano ancor i negazionisti, i neofascisti. Casa Pound
perché esiste chi e che cosa nasconde?

2.
Heil Hitler.In Germania, chi ascoltava i Rabbini?
Evviva Mussolini. Chi ha ucciso Nello e Carlo Rosselli,
imprigionato Antonio Gramsci, martoriato esiliato
e poi ucciso migliaia di dissidenti? Quanti milioni
gassati e poi sepolti nei lager di concentramento?
Evviva voi muti-ciech-sordi: voi menefreghisti che ancora
negata la Shoàh– Buchenwald, Mathausen Auschwitz.
Alla riscossa voi lestofanti, leccaculisti, arrivisti fascisti
e popolo bue. Volevate colonie: Abissinia Somalia Eritrea
tutte italiane Meglio essere ultimi che derisi dalle grandi
pre-potenze d’Europa. O deficienti, illusi. Soldati con carri
armati di latta, mitragliatrici inceppate, vecchi fucili

voi ubbidienti, imbambolati poi immolati per nulla.
Sconfitti, tornerete a casa con un pugno di mosche. Cosa
insegna e racconta la solita Storia? Credo un bel niente …

© Adeodato Piazza Nicolai

*

DALLA CORNICE di Lucia Gaddo Zanovello

Avrei voluto
che questo sole ci scaldasse il cuore insieme
invece picchia, secco sasso, nel ricordo
e l’incantato albore dei giorni trascorre lontano
dalle nostre pallide mense
abitate dalla tua ombra chiusa in una foto,
oracolo velato di baci mai posati.

Ci furono compagni arbitrio oscuro e il male
e il destino nostro reciso rovina
nella miseria amara dell’arroganza
nell’empia indifferenza di chi vede
i nostri passi stenti di passero nero
affondare offesi nel fango
gravi di ingiurie.

Non ai confini ora, ma tra i fratelli
perdurano protervi giorni
e consumano gelidi la fiamma che è data
fra la candida neve della vana speranza.

Ma tu abbi luce anche per noi, amore,
e guardaci da questa nuvola bianca
che sfila alta nel cielo
guardami, nel luogo che volesti per noi,
libero e puro
e inventami, che tra i vivi vive
l’anima mia
che ti appartiene.

©Lucia Gaddo Zanovello

Dalla cornice è la poesia scritta per il nonno Attilio, morto di stenti e di consunzione a soli 49 anni, nel novembre del ’44, in Campo di prigionia ad Hammerstein e stampata nel libretto ricordo a lui dedicato Buona parte del giorno.
*

Lasciami urlare! di Giovanni Sato

Ho toccato il ferro che ti ha portato:
ora non va per vie ferrate
e nel buio chiuso dal filo
non ci sono pianti
che cercano di uscire.

Lasciami urlare!

Non può
essere che domani
tutto svanisca nell’aria
e l’indifferente riso
torni così come niente
fosse mai stato.

E chi passa fotografa per gioco,
chi cammina distratto non si accorge.

Chi Sa fa vinta di nulla,
e di voi
che avete tremato nudi nel freddo,
voi che siete passati per la porta del non ritorno,
di voi rimane un profondo solco

che ci separa dal vostro paradiso.

©Giovanni Sato

*

GLI ORTI DELL’OLOCAUSTO di Luigina Bigon
Auschwitz

Angeli e demoni ad Auschwitz.
Dalle oscene ciminiere sale il rosso
delle ceneri, si consuma nell’aria
va ovunque sui campi sulle strade,
sulle case di campagna a profanare
gli orti dell’olocausto. Un silenzio
gravido come un mantello nero
chiude ogni bocca, spegne ogni mente
mentre giovani vecchi madri e bambini
muoiono nei forni crematoi.
Qui nei campi di sterminio
ci tengono alla pulizia:
niente cappelli lunghi per i pidocchi,
niente vesti: ci devono lavare
disinfettare… Nella misera nudità
nascondiamo con le mani
il pudore dissacrato,
ma crediamo ancora. Il respiro
ci addormenta lentamente, persi
per sempre in un lager senza fine.

©Luigina Bigon
28 GENNAIO 2018

*

ERO SOLO UN BAMBINO di Luigina Bigon

Ero solo un bambino
non dovevo morire,

non volevo morire.

Guardavo altri bambini
scheletriti, io risucchiato
non avevo più parole,
solo sguardi denutriti.

Dov’era mia madre,
dov’era!? Straziata,
sparita dentro una strada
nera. Mio padre …

mio padre insultato,
preso a calci, fucilato.

Non avevo più lacrime,
non avevo più cuore,

ero inzuppato d’orrore,
la mani fredde il viso
unto d’innocenza,
abbandonato nel covo
della morte.

Ero solo
un bambino che voleva
cambiare il mondo …

Sono diventato incenso
per gridare al mondo

non lasciarti perire.

Ero solo un bambino
non volevo morire,

non dovevo morire …

©Luigina Bigon

I WAS ONLY A CHILD

I was only a child
I should not have died.

did not want to die.

Looking at other children
skeletons, I wasted away
without any words,
my stares wasting way.

Where was my mother,
where was she? Destroyed,
vanished in some black
street. My father …

my father insulted,
kicked around, then killed.

I had no more tears,
I had no more heart,

I was soaked in fear,
cold hands, my face
dirty with innocence,
thrown into the teeth
of death.

I was only
a child who wanted
to change the world …

I only turned into incense
howling to the world …

do not let me perish.

I was only a child
not wanting to die,

I did not have to die …

© Luigina Bigon, English translation
by Adeodato Piazza Nicolai
*

*

*

letture amArgine: Luigina Bigon, 9 ottobre 1963 Vajont, ti ricordo

La tua fonte mi scuote poesia dove emerge il senso e il paradosso. Scricchiola l’armadio a muro, piove sui muretti di cinta e sul davanzale (paradossale), si liquefanno le nebbie nella fantasia guitar di Peter White in Just My Imagination. Anch’io immagino scene perverse laghi oscuri, termini, altrovi ritrovati/persi per nulla assenti, pantani mobili, gorghi entropici. L’inferno è sotto casa a due passi dalla primavera. E tu giungi con il fardello sulla groppa e i tuoi anni ruvidi, porti brentane e tronchi superstiti, forse tu stesso Vajont di altre ore e mi consumi un poco con quella tua barba ispida come il tuo dolore, fantasia guitar, e tutto diventa leggenda anche l’orrore con il poeta che lo canta e lo resuscita perché narra la volgarità di una tragedia con il consenso dei grandi interpreti-mongolfieri: ovunque sorgono, ovunque sono sorti e rinati, ricettacoli corrotti, e più ti guardo più mi annebbio ritrovandoti pianto vivo nei tuoi sopravvissuti. Rovine ti colsero e corpi e anime a spalancare le porte di Dio, anche Lui disperato da tanta ingordigia, e furono canute le stagioni che seguirono, larvate di lamenti. Ancora sento quel lamento lungo dei morti seminarsi dentro i corpi di chi rimase in vita, rivedo Angelina frantumarsi nel brivido che le spezzò le ossa e la carne, con gli occhi sbarrati e i capelli delle figlie morte tra le dita. E ancora Giuseppina travagliata nel sangue, spenta ai vivi, cercare disperatamente una foto che ricordasse le sue creature, tante, tutte: non le rimase nulla. E Lucia frugare nella melma stravolta cercando un frammento che fosse padre madre fratello. Rovistavano disperati i rimasti ed io accarezzavo le loro anime pietose incoronandoli. Le campane di Igne, il volto di Don Costante mi seguono ancora nelle notti insonni e quel piccolo paese con il suo campanile ancora echeggia nella mia memoria quale monito ai mondi, tutti i mondi che ci perseguitano, ai dormienti nelle loro fortezze, ai dii superbi in cattedra, ai vili che si nascondono nelle loro Kashbad, ai credenti dal collo torto e le fiaccole spente, a me, umanità ancora persa nei meandri della vita, perché scelga sempre di essere voce che grida nel deserto, senza timore. Sia questa la memoria che voglio celebrare oggi e che sia questo, giorno di risveglio.
Rivedo le foto scolorite ritrovate nelle casere della Muda, insieme alle corone dei rosari, ai santini della Madonna di Castelmonte, alle medagliette di alluminio insieme ai calzini di lana grezza, ai vecchi pastrani. Ora Longarone è una fortezza, la sua gente vola lontano, sono icone fisse che guardano dai loro cimiteri colmi di fiori ceri e morti. E in quell’autunno dalle tante acque, se ne andarono, insieme ai duemila innocenti, anche mia madre, Papa Giovanni II° e John F. Kennedy, tutti stretti dentro il budello 1963. Sembrava non finisse mai l’elenco delle potature e quel pianto continuo mi inzuppava le ossa. Guardavo i miei figli appena nati, i loro occhi smarriti quando mi vedevano piangere, cominciai a sorridere ai fiori innocenti e vidi in loro la mia salvezza. Agostino Damian, Giacomo e tanta altra gente, che vissero la notte del rombo pauroso, al confine dell’ultimo ponte che da Pirago porta alla Muda Maè, ora se ne sono andati con le loro memorie angosciose, riposano finalmente nelle loro tombe. Si sono portati i rumori dei paioli che bollivano nel focolare, lo scricchiolio delle porte e dei pavimenti, le voci roche dei boscaioli, le cante delle donne al fieno, i volti paonazzi dei bambini con i loro giochi chiassosi, lo sciacquio delle lavandaie nelle fontane. Tutto è sepolto, anche la geometria della chiesa di Longarone così esatta nella memoria di Agostino, con tutto l’intreccio delle sue strutture. Anche l’Ostia Santa di quel paese se n’è andata insieme allo Spirito. Ora viavai di volti nuovi, riassorbiti dalla roccia della nuova Longarone fittizia ambigua storta anche se voglio pensarla figlia diletta di madre morta nel partorire…

© Luigina Bigon
Hammond -Indiana (Usa 19 febbraio 2002)

Due di Uno: Luigina Bigon e Adeodato Piazza Nicolai

Due poeti, due amici, due belle persone: Due di uno. (Flavio Almerighi)

UN SASSO NELL’ACQUA

Anche il ficus beniamino
se n’è andato con la stagione,
le vene hanno perso il flusso.
Pallido come uno straccio
braccia scarne mani bianche,
ritto nella gamba
a più speroni non lamenta
prigione alcuna, libero
di volare per altre primavere.
La merla e il suo compagno
si incontreranno per altri nidi?
Forse sì, forse no. Forse vecchi
pure loro staranno zitti
con il becco a mezzombra
tra i rami del pino
o in riva al fiume
a un passo dal paradiso.
Lancio un sasso nell’acqua,
si allargano gli anelli
in una immensa ‘O’
sempre più gigante
con tanti figli
che si allargano nello spazio
senza mai toccarsi,
un infinito senza ombra
e senza piuma, questa la
mia natura nel fiume della vita
senza paura di affogare.

© Luigina Bigon
26 febbraio 2017 h 18,56

A STONE IN THE WATER

Even the benjamin tree
is gone with the season,
the veins lost their lymph.
Pale as a rag
skinny arms white fingers
rigid limbs,it doesn’t
complain of the thorns:
the sure prison, freeflying
toward other springtimes.
The female black bird
and her mate
might make other nests,
maybe yes maybe no.
Old even them
they will remain mute
their beaks in the shade
of the pine branches
or along the river bank
one step from heaven.
I launch a stone
in the water,
the rings expand
in an “O” without end
with many kids
invading space,
a shadeless infinite
without feather, this is
my nature in the river of life
with no fear of drowning.

Copyright 2017 American translation by Adeodato Piazza Nicolai of the poem UN SASSO NELL’ACQUA by Luigina Bigon. All Rights Riseved.

SOLITUDINE AMICA MIA

Solitudine non è restare solo
per ascoltare la canzone di jazz
preferita; alle note nella tua testa,
o ascoltare le ombre sotto il tuo letto.
Non è pensare come la vita potrebbe
scappare una di queste giornate,
cosa potrebbe accadere dopo che
se n’è andata. Non è neanche la tua
cara compagna che dice arrivederci
dopo che la passione è sbiadita.
Amore e solitudine dovrebbero
passeggiare mano in mano attraverso
le foreste ascoltando come canta
l’uccello del mattino, cogliere una viola
inzuppata di rugiada. Forse saremo io
e te sotto la volta del cielo
che balliamo un lento verso il grosso
sasso la cui base non riusciamo a sfiorare.
Ci invita sempre più vicini finché
le dita dei piedi toccano la sponda
che ci richiama ancora di nuovo:
venite per imparare come volare …

©2017 Traduzione italiana della poesia di A. P. Nicolai titolata LONELINESS MY FRIEND. Diritti Riservati dall’Autore.

LONELINESS MY FRIEND

Loneliness aint being alone
to listen to your preferite jazz
tune, to sounds in your head, or
to ear shadows beneath your bed.
It aint thinking how life might
run away one of these days, of
what might come after it’s gone.
It aint even your dear lady-friend
saying goodbye once passion
has gone its own way. Love and
the lonely should go hand in hand
into the woods to hear the morning
bird chime, to gather a violet soaked
with fresh dew. Maybe it might just
be you and I under the sky slowly
dancing toward a tall stone whose
bottom aint seen. It calls us closer
and closer until our toes touch its
edge that invites us again and
again: come and learn how to fly …

Copyright 2017 by Adeodato Piazza Nicolai
Vigo di Cadore, 15 march 2017- at 3;17 A.M.<a

href=”https://almerighi.files.wordpress.com/2017/04/adeo.jpg”&gt;