letture amArgine: inediti di Luca Crastolla

Scrive Luca Crastolla: Nasco in Puglia, a Fasano, nel 1974, registrato con il nome di Luca Crastolla.
Seguo, dopo un anno, la migrazione al nord dei miei genitori. Vi rimango dieci anni prima di tornare. Dieci anni nel varesotto, e dieci anni sono sufficienti a fare di me un mezzo sangue che non si ritrova né di qua né di là. E questo diventa cifra. Anche in poesia o in quella cosa che tento andando a capo.
Lettore appena sufficiente fino ai 30 anni, smetto quasi del tutto dopo quella soglia.
Attualmente inizio due, massimo tre, libri all’anno che ovviamente ho l’accortezza di non finire.
Però mi ostino a scrivere, sento il bisogno di onorare i grandi, ma il bisogno non è mai abbastanza, così resto sulla superficie delle cose e della dote che avrei, ma per la quale non ho mai scelto d’impegnarmi davvero.
Insomma, a 44 anni, continuo ad onorare quanto mi si è stato ripetuto come nome di battesimo dalla prima elementare: è dotato, ma non s’impegna.
Io preferisco dirla con De Andrè: “quando ero piccolo m’innamoravo di tutto, correvo dietro ai cani”. In seguito poco è cambiato.
Voglio dire: ho sviluppato un approccio molto cazzaro alla poesia, punk fa più figo, ma questa è la sostanza. La mia poesia è punk, non lo mostra negli esiti, lo è come conquista. Del resto, è così che mi avvicino alle cose: non so mai come davvero funzionano.
Oltre a scrivere, amo costruire qualsiasi cosa recuperando. Qualsiasi cosa significa caminetti, mobili, piccole installazioni, minute inutilità.
Oltre al recupero, amo camminare, lunghe camminate. Due anni fa la più lunga e mi ha portato trecento chilometri lontano da casa. Senza cibo, senza soldi, ho camminato 10 giorni barattando poesie per cibo e sono, incredibilmente, sopravvissuto. Ho dormito nei boschi, mi sono svegliato con i cinghiali, ho praticato la polvere, ho raggiunto l’Irpinia da Alberobello seguendo il tracciato dell’acquedotto pugliese, attraversando la steppa murgiana.
La meta: le sorgenti del Sele, fiume che per primo ha dissetato la sitibonda apula terra centosedici anni fa.
Con questa terra ho un rapporto complicato, forse perché le somiglio nell’eterna sete, forse perché non ho esperienza di relazioni che non lo siano.
Allora scrivo, mi canto una ninna nanna e mi consolo. Salvo entrare in un loop di dannazione per cui la penna che si alza dal foglio mi ferisce a sua volta.
Ho una moglie e due figli che sopportano quello che sono…e quello che mai diventerò.

p.s. Curo ogni giorno un filo d’erba e con lui parlo la lingua dei cervi.

Questo pugliese mi piace, ha sangue, ha le idee talmente confuse da sembrare sano di mente. Scrive poesie che mi fanno incazzare, ma anche emozionare, va bene così dai, leggiamolo insieme. Nel suo scrivere forte e impetuoso ci sono sintomi di grandezza che non vanno trascurati.

**
giochiamo
giochiamo al deficit dell’attenzione.
Non dimenticarti il correlato sull’iperattività.
Facciamolo in scala 1:1.
Dove scavi la lacuna
me la riempi di richieste
poi, pretendi una pila di ricevute di ritorno.
A ritmo, mi firmo con l’identico sangue
ma nel ronzìo perpetuo
nelle cantilene di braccia e di gambe
vorrei solo togliere la polvere
al pamphlet pedagogico dei ceci crudi
o a un catechismo di calici a rendere.

Infine, attraverso la porta
sperando si alzi un vento da lapidare

**
il tempo uccise l’ora
La tua febbre mi addentava insano
il tempo uccise l’ora e armò la mia mano.
L’amore stretto nei pantaloni, tra le cosce un lago.
Il sesso, rotta l’asola
Il sesso, issata la vena.
Il sesso uccise l’ora:
nella bocca, il rogo e le streghe
tra i denti, i resti di parole.
Il tempo uccise l’ora e ne occultò le ossa
il sesso uccise l’ora
uccise, assassinò l’ora
ai nostri occhi sequestrati. E Cristo quanti cani!
cani da Guerra Santa!
da Guerra Santa sull’osso!

(carne non eravamo più)

**
la cicatrice del Guadalmedina, oltre
il caos dirotta nel mercato delle cartoline.
Una scenografia d’ordine.
Eppure, la tiritera delle dominazioni
la contesa della grazia
nelle pietre della cattedrale monca
Eppure, la sanguinaria fortuna del meticcio
le radici del pittore
Eppure, urtare il giorno di qualcuno
e chiedergli scusa
di queste esistenze in parti
nonostante il menù turistico
e la calca

**

Amore mio stordito
riprendo a scriverti senza aver mai smesso
queste mie cartoline dall’aldilà.
Non ti allarmi il piglio:
qui è sempre la solita
vecchia storia di insofferenza
per i nomi comuni delle cose.
So bene che la senti:
mi sei complice nella carne anche quando
trovi le valigie fuori la porta
della casa che abbiamo costruito insieme.
Che sventura di amante ingrato
hai scelto di mettere tra le tue righe
ha la fame di una cagna sdentata.

Ma non ti ingrassare: nemmeno tu sei santa:
non dimentico le volte
che mi hai preteso stregone muto
tutte le volte che hai spezzato l’amplesso
serrando le gambe e lasciandomi
alla debolezza livida dei polsi.
E ancora credi che il mondo
debba accorgersi di questa fatica
di nominare quello che siede
sopra e sotto l’orizzonte.
Il mondo ha le sue preoccupazioni
e in fondo la nostra
è una questione privata.

Annunci