Letture amArgine: Alessandro Ceni – Michele Ranchetti – Ivano Ferrari – Remo Pagnanelli.

Poesie per Ferragosto.

Pugile alla 15° ripresa

Gong asciugamano secchio,
mai come dopo la morte
si fa evidente la stupidità degli oggetti.

Spenta l’acqua
chiusa la luce
cantando dall’abisso
adesso naviga nel punto esatto,
metti la prua tra i denti del vento
e fai quadrato nel gomitolo di corde.
Qualcuno
in controluce
appuntandovi lo sguardo
per qualche lungo attimo insistito
si allontana e sembra invece avvicinarsi,
camuffato ipotetico putativo,
e non capisci più
se l’esistenza è il senso di trappola
quando è lei che apre la porta con la chiave
oppure la pietà del barbiere che compone la salma
pur lasciandovi il senso della lama.

Alessandro Ceni

*

Mi getti contro i libri su cui leggo
la mia sorte in altrui
pervicaci immodestie
nelle saluti delle menti, in feste
d’intelligenza: scegli
quale testo rubare per nutrirti
di morte contro
di me. Perché percorrere
con il profilo dell’intelligenza
le linee della vita che tu neghi
e riscattarti in forme di ragione
se è il limite che varchi a farti vivo
dentro l’assenza?

Michele Ranchetti

*

MACELLO

Qualcuno si chiede se io ami
se durante il giorno cerco
o risolvo, se almeno vedo.
Quando guardano le mie labbra
o le mie mani e più maliziosamente giù, fra le cosce
sento sul corpo le domande
che mi attraversano
come una forca farebbe con la paglia.
Se faccio sanguinare il vento
se trasformo le foglie fredde
in involtini di carne,
se i cavalli bianchi del mio rinascimento
sono esposti sul bancone di una macelleria
non rinuncio alla mia umanità come voi
del resto.

Ivano Ferrari

*

Preludio e principio di fuga

Non pensarla come una trasgressione,
Non vantartene. È passata …
Soltanto una concisa trasvolata
Che termina in un clamore svolazzante
Di piume, con il solito scelto fondale
Biondo oro.

Te la sei vista brutta un momento
E credevi di non poter passare.
Invece attraverso te, bucandoti il corpo
È stato più facile del previsto;
Oh icona traditrice, so stare al gioco
E starci comporta far finta di non
Capire gli spostamenti e accettare
Compostamente la regressione.

Remo Pagnanelli

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Paola Malavasi

ATLANTIDE

Se un poeta inizia un racconto sulla strada
l’ultimo verso viene pronunciato in cima al monte.
Dal porto parte una domanda e con la nave salpa la risposta.
Il vento fruga tra le donne e l’uomo riconosce la sua
dall’odore che manca nell’orto, che poi è il profumo di Atlantide.

La bellezza si affaccia dalla porta di casa
nei capelli crespi pieni di conchiglie,
negli occhi rapiti della notte,
nel seno di donna, gonfio d’onde e di promesse.
La bellezza cerchia le case lucide,
le tinge di tramonti spessi, entra ovunque
perché nessuna casa possa dirsi perseguitata.
Non c’è altro, oltre la città senza tempo.
Ma il filosofo ambizioso immagina Atlantide nel giorno.
Pensa alla luce incerta del tramonto, a città moltiplicate.
Così in fila vengono le ore.
È festa di sorpresa, prima.
Desiderio e passione passano i corpi ad uno ad uno
e si cerca un uomo introvabile, una donna perduta,
una casa più alta, una distesa di verde e una torre.
Sorgono paesi di pietra, campane e fatica per ritrovarsi,
raddoppia l’urgenza di canti e rattoppi.
Eterni lavori di costruzione, riparazione e una certa malinconia
hanno ispirato tra l’altro questo canto.

*

LA CITTA’ DI LEGNO

Dimmi che è stato uno scherzo.
Dio Padre invisibile, tu per statuto,
li rimanderai presto a casa, i nostri cari?
Tu che raccogli a sera, in mazzo, tutti i padri
in quale prato hai messo il mio?
Lo ritroverò con un cestino di fragole in mano?
Vorrei sapere dove hai portato lui
e quelli delle città di legno e terra
che ingombrano sogni e dipinti.
E se stanno bene. E staremo bene? E poi
anche mio figlio starà bene? Gli lascerai
quel bel sorriso? Mi bacerà oltre la morte?
Era uno scherzo, di’?

*

IO PER PRIMA

Io vado avanti, tu vieni dopo?
Assaggio il latte, il vino, poi la carne.
Per prima provo il turbamento, respiro,
studio, lavoro, sbaglio le risposte.
Mi fermo un attimo a guardare la terra dove vivo e il sole.
Corro, mi eclisso.

Io sono avanti. Dopo ci sei tu.
Tu che ripeti. Io sono l’avanguardia.
Ti do uno sguardo, preparo la scia.
Cos’altro, se non questo farsi compagnia
cos’altro, se non questa differenza
tra me, tua madre e te, la discendenza?

*

IL SOSTITUTO

Nacque due anni dopo. Pronto
a calcare su gambe dapprima malferme lo stesso suolo
con gli occhi fissi all’azzurro, pronto
alle battaglie virili quotidiane.
Così naturale il suo senso del possesso
anche se niente era davvero suo,
né il mattonato, né i soldi, né i fiori, la pianta della casa.

Le strade del paese tacquero. Nessuna sorpresa
per la sua presenza da parte del lago e del cielo.
Di giorno in giorno rinominò le cose.

Così accadde nel recinto di nuvole e sentimenti,
nello spazio indifferente
che il morente prima e poi l’erede
avrebbero per sempre chiamato
casa.

*

Paola Malavasi
Viterbo 1965 – Venezia 2005

Letture amArgine: Andrea Ponso (un edito e quattro inediti rubacchiati)

Dispensiamo oggi un po’ del verbo di Andrea Ponso, giusto così per non fare audience. Avanti così dunque, vedrai, ti leccheranno il culo, se non per un favore sarà per ignoranza.

[…] E basterebbe reggere il moccolo alla loro messa in scena per trovarsi miracolosamente non più reggitori solitari e onanisti del proprio moccolo altrui, ma perfettamente integrati, accoppiati e in buona compagnia tipo locale per scambisti. Si, locale per scambisti: la dinamica mi sembra proprio la stessa; una esagerazione di più o meno finti orgasmi, peggio quando sono veri, in cui lo scambio è scambiato per conoscenza reciproca e il movimento sudato o gelido dei corpi per performance ad alto tasso d’eros nel senso penosamente più platonico del termine. E giù a discutere del testo e dello stile che non ci sono: meglio la Gazzetta dello Sport o uno qualsiasi dei quotidiani locali.
Che, a questo punto, mi dico che è meglio passare le mie innumerevoli serate al bar peggiore della zona, però aperto 24 su 24, a parlare con espertissimi e saggi semianalfabeti o ninfette che non hanno mai aperto un libro che non sia, quando va bene, quello della patente: si respira molto meglio e si può sempre tranciare di netto, ma con gentilezza, un discorso o un incontro pubblico facendo uso del pubblico cesso o millantando che è tardi e che domani si lavora. (A.P.)

*

‘na broca de giazo che se spaca in
tel selase: e ti che te scondi i tochi
drio le rosare brusà de polvare.
‘na bisa che fin che te dormi la se
slonga pian tra i nizoi e pare che
a zuga. Inveze a te ciapa e misure.

/ Una brocca ghiacciata che si spacca in
cortile: e tu che nascondi i pezzi
dietro i roseti bruciati di polvere.
Una biscia che mentre dormi si
allunga piano tra le lenzuola e sembra che
giochi. Invece ti prende le misure. /

da I ferri del mestiere (Mondadori, 2011)

*

Bruciate le orbite: un bugno, orbate;
camminava la bava nella camicia a terra,
strappata e sporca – diceva: accetta –
una luce chirurgica, precisa, sulla cicatrice;
del fenolo, dei ferri; il freddo refertuale,
millimetrico e infinito.

*

Forse. Preso nel bozzolo scuro, acino
o capezzolo: dovrai, rampicante,
umiliarmi, pestare le due nature come
le more; farne sineddoche, sangue …
a volte l’occhio del salvatore rivela
un azzurro verderame, di morte.

*

Ore, imbastardito, a pestare
lo strame: cosa ho a che fare
io con il sapere – l’acqua
piovana viene, divaricata dal
vento, alluvione. Il muso teso,
annusa, butterato; i lobi cascanti,
sbriciolati ormai i denti. Tiene
la roncola in mano: minaccia
lucente e suono.

*

Al lettore crudele, al suo credo
crepato nel patto; alla carta carbone
dei suoi polmoni, ai calanchi
degli occhi; al criterio della morte
indigente, che non trova parole –
il cranio riempito di cardi, d’ortiche
e rampicanti: diroccata chiarezza –
sospesa sull’argine, una casa in rovina.

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Andrea Ponso è nato a Noventa Vicentina nel 1975. Dopo studi letterari (laurea in teoria della letteratura a Padova e dottorato di ricerca in lingue e letterature comparate a Macerata) sta concludendo quelli teologico-liturgici all’ILP di S. Giustina di Padova. Si occupa di letteratura, teologia e traduzione dall’ebraico biblico. Ha pubblicato testi di critica, teologia e poesia in varie riviste, mentre il suo ultimo libro in versi, I ferri del mestiere, è uscito per Lo Specchio Mondadori nel 2011. Una sua nuova versione dall’ebraico del Cantico dei cantici è uscita per Il Saggiatore nel 2018, mentre Qohelet o del significante è uscito per le Edizioni San Paolo nel 2019. Ha recentemente tradotto Thierry Metz, Diario di un manovale, Ed. Degli Animali, 2020

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Letture amArgine: alcune poesie di Gregorio Scalise

E’ morto a Bologna il poeta Gregorio Scalise. Calabrese d’origine, aveva 81 anni ed era malato da tempo.

Passaggio

Le case che verdi hanno confini,
come il segno continua
la linea sopraffatta dal tempo
o l’occhio che coglie immagini vive.

*

Incontri

L’altro si configura come alleanza
e sorpresa, tiene a bada il destino
ma è impossibile prevedere i suoi occhi.

*

La follia che non si può
vedere
(le donne forse la conoscono
perché sono donne dell’estate)

occhi occidentali
ciò che consegue
il fallimento dell’immagine (il suo orlo
spezzato)
trappole vaganti di io e di mondo

le vogliono vedere
fra tenui tendaggi

romantici e surrealisti di tutto
il mondo che forse non
sapevano che esiste l’ospedale.

*

Lo spazio, il tuo corpo,
la diagonale; l’asimmetria
del percorso, l’ingegno.
O la matrice (il soldato).
Lo scoglio, le mura abitate:
sorvolato da sassi
il consumo di un giorno.
L’ostacolo, la fretta, le unghie
la proporzione: l’eroe
in equilibrio sull’acqua.

*

Cieli straordinari vivono
di visioni brillanti, il linguaggio
guarda per caso le stelle,
o i luoghi deserti che dovrebbe nominare

segue il passo di una donna in una stanza:
in un giorno qualunque
con tanta gente che passa,
l’espressione di quegli uomini
chiede al cielo protezione;

oltre la fessura di quella porta
tradisce se stesso per l’uso di troppe parole,
quegli eventi frequentano un frutto
che si mangia, come quell’albero deserto
che appartiene alla vedova del vento.

*

Poems

Che il mondo segua una linea verticale
lo si comprende dalle nuvole,
perché le cose più belle
ci visitano fra tagli ventosi:
se la sua mente potesse slegarsi
ma l’evocazione è una zona secca
dove si estingue il linguaggio,
se per cento anni
sono sempre gli uomini a decidere:
l’acqua colpisce in mille lingue
una spiaggia erbosa
e gli oggetti, riuniti alla cosa,
sanno che non bastano gli occhi
per conservare un segreto.

*

uomini che sono anche poeti
possiedono
un insondabile segreto

tutto il fuoco come i vulcani
è racchiuso nelle viscere

aria più dolce dell’aria
solitudine come i fiori e i castelli.
(dalla raccolta in preparazione “Barriere”)

come si toglie una serranda
o il muro di Berlino

il tempo di far scorrere
le ferite

con la pioggia che sfinisce
le edere
convenzionalmente pigre

mentre la città si divide
e il mondo pensa
ad altre incredibili barriere.

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Per saperne di più:
https://it.wikipedia.org/wiki/Gregorio_Scalise

Letture amArgine: Poeti greci moderni e contemporanei

Voci

Ideali amate voci
di coloro che sono morti o come i morti
sono per noi perduti.

A volte ci parlano in sogno
a volte esse vibrano dentro.

E con il suono, per un istante l’eco fa ritorno
della prima poesia di nostra vita –
come lontana nella notte una musica che dilegua.

di Costantino Kavafis (Kostantinos Petrou Kavafis)

*

Raggio sul ghiaccio.

Le cose al loro posto
il bordo del lavabo,
le gambe del tavolo ovale,
la vuota tazza bianca.
Anime non circondano
il mio nome,
la vita ritorna dalla distanza.

In giardino
neve intatta.
Un raggio è sbocciato nel ghiaccio.

Se fossi qualcun’altra
cambierei le scarpe,
la maniglia rotta del pomeriggio,
i sacchetti sotto gli occhi della città.
Se fossi qualcun’altra
seguirei la strada dentro la poesia
a pagina 125
Tardi la notte.

Ma chiunque io sia
Non mi credono più.

di Lina Fytilì

*

Ho un fiore in mano forse

Ho un fiore in mano forse.
Strano.
Nella mia vita deve esserci
stato un giardino un tempo.

Nell’altra mano stringo
una pietra.
Con fiera grazia.
Nessun sospetto
per preavvisi di mutamenti,
sentore di difese piuttosto.
Nella mia vita deve esserci
stata ignoranza un tempo.

Sorrido.
La curva del sorriso,
il cavo del mio umore
somiglia a un arco ben teso,
pronto.
Nella mia vita deve esserci
stato un bersaglio un tempo.
E predisposizione a vincere.

Lo sguardo affondato
nel peccato originale:
assapora il frutto proibito
dell’attesa.
Nella mia vita deve esserci
stata fede un tempo.

La mia ombra, nient’altro che un gioco del sole.
Addosso un’uniforme d’incertezza.
Non ha ancora fatto in tempo ad essermi
compagna o delatrice.
Nella mia vita deve esserci
stata abbondanza un tempo.

Tu non ci sei.
Ma se c’è un precipizio del paesaggio
se io sto sull’orlo
con un fiore in mano
e sorrido,
vuol dire che da un momento all’altro arriverai.
Nella mia vita deve esserci
stata vita un tempo.

di Kiki Dimoula

*

In memoriam

Alla fine poteva anche non essere mai sceso dal treno
e stare là da prima di me ad aspettare qualcuno
nessuno o niente. Poteva anche essere un uccello imbalsamato
in via Pireòs o un cervo fossilizzato sopra gli scogli
– queste morti stanno dipinte dentro di noi senza ali,
senza musica, senza entrate e uscite, così restano morti
sottoterra, in tutti i tempi, sulla terra.
Alla fine potevo anche non essere io, ma un altro
arrivato da giorni alla stazione, sotto
l’orologio fermo, in attesa di un incontro
la domenica pomeriggio. Potevo anche essere la manifestazione
tradita, il disertore, l’entrata del vinto nel
ritratto della sua fama postuma, la droga.
Quel pomeriggio, trovammo il nostro volto. Non eravamo più
noi. Eravamo belli, allora. Cosa rara.
*
Come allora, suoneranno i grammofoni,
allora, quando Rita se ne andò e restammo sole
nei bordelli.
Non avevamo uomini – Nikos era appena uscito
di prigione, e Simone portava in giro i bambini in carrozzina
per i luna park di provincia
Eravamo uscite sulla porta e ci passavamo il pettine
fra i capelli
Volevamo microfoni, veli neri gettati sulle spalle,
profumi costosi per i nostri corpi.
Genni, che dovevamo fare? Il mercato si riempiva
di maschi cavalli stecchiti e noi, con le borse, chiedevamo
del pesce.
*
Oramai passeggiano nei porti
gli amori, i baci frettolosi dietro le lamiere
dentro le baracche, accanto ai bagni
Piccole stanze, grandi stanze, stanzini
e sedie
custodiscono gli amori sotto chiave
Oramai stupidi, e prolungati.

di Yòrgos Chronàs

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Letture amArgine: Inediti di Yuleisy Cruz Lezcano (con una nota dell’autrice)

In questi giorni mi è accaduto, spesso, di occuparmi a lungo della contemplazione, di meravigliarmi della creazione di ogni forma di vita che racconta l’esistenza, in quell’energia invisibile, impercettibile agli occhi. Contemplando, ho sentito penetrare il mio mondo dalla natura e ho capito che la nascita, la morte e la resurrezione del sole vogliono mostrarci, a noi esseri umani, la possibilità di vita e di rinascita.
Ogni giorno è un ciclo del ciclo. Ogni luna e ogni sole ci ricollegano all’acqua, al mondo vegetale, alla fecondità e alla nascita.
Nascendo, siamo inizialmente nudi nel vento, potremo tremare con la pioggia, scioglierci nel sole, possiamo urlare contro la vita e alla vita, sognando di diventare la vita stessa. (Yuleisy Cruz Lezcano)

*

Una poetica viva, spirituale, lirica, che sa amplificare con forza tutto quanto potrebbe passare inosservato anche a poeti conclamati. Nello spazio di pochi versi, la sintesi di un mondo anche arcaico, anzitutto vissuto e portato in dono alla disponibilità del lettore. D’altra parte essere ancora vivi in tanta morte è la capacità di saper interpretare i segni, il respirare di un mondo dove siamo immersi, che ci da vita, ma che siamo bravissimi a ignorare. In tempi bui come questi una poesia che dunque rianima con la magia della visione, la capacità della Visione. Buona lettura.

*

Lasciar andare

Per lasciar andare le cose
bisogna soffrirle fino in fondo
finché il dolore non fa più male,
bisogna camminare
per pozzanghere perse,
attraverso il paludismo pastoso
di tutti gli sfratti di profumi erranti,
fra le vecchie piaghe
con le ossa marce,
camminare e camminare
su vulcani incatenati,
e urlare e gridare:
“in tutta questa morte,
sono ancora viva!”

*

Breve sogno

Per il regno della rugiada
vive il mio sangue la sua morte,
la mia sete vorrei offrirti,
darti il mio respiro,
la stella che da me esce,
le parole sommerse,
le ombre dal cuore emerse,
nascondendo le ferite.
Vorrei darti
la mia migliore parte,
un bacio che non si dimentica,
una promessa che dura tutta la vita.

*

Fotogrammi

Nello spazio di infinite lune
si apre l’evocazione della profezia
di parole che illuminano la poesia
con la cecità della nebbia,
errante sul firmamento.
La mano segue l’intento
di disegnare specchi di brezza
per giocare con la carezza
delle stelle senza regno.
Si colgono nello sfocato disegno
orizzonti senza anima
dell’orbita più lontana,
riflessa sulla terra che frana.

*

Visioni

Con labbra piene di fantasmi
e palpebre rubate alla nebbia,
le foglie suicide
si riempiono di pagine morte.
La natura respira storie di oblio,
aperte in un mondo di fiori grigi
che cadono senza memoria.
Nessuno capisce l’entità delle spine
quando non ci sono più le rose.
La morte, a migliaia, confonde
le urla dei fusti
di olmi sfocati, di erbette sfiorite
trasudanti linfa su prati cupi.
Si tuffano sui rami i venti,
accompagnano i rintocchi dei tempi lenti
e spingono acque su fiumi ingialliti,
dove si riuniscono scorie.
Sotto la melma che unge memorie,
gli umidi boschi galleggianti
si avvolgono nella nebbia
per esaltare le angosce
di tutti i naufragi.
Le migrazioni e gli ultimi viaggi
si spengono lentamente,
dinanzi alla distesa si avverte il niente.
Il silenzio risuona nella muta allegoria,
per immaginare la vita,
ci vuole fantasia.

**************************************************************

Yuleisy Cruz Lezcano, poetessa e scrittrice di origine cubana, nata a Cuba il 13 marzo 1973, è emigrata in Italia dal 1992, in specifico a Bologna dove consegue le lauree in Scienze Biologiche e Laurea Magistrale in scienze infermieristiche e ostetricia. Lavora nella sanità pubblica. Dal 2013, partecipa a vari premi letterari, ottenendo ottimi risultati.
Ha pubblicato diversi libri ed è presente in diverse antologie italiane e internazionali.
E’ stata eletta membro onorario del Festival Internazionale di Tozeur, Tunisia.
Nel 2018 è stata giurato di diversi premi letterari e organizzatrice del Mini festival della poesia al femminile nel Comune di Signa (Fi). E’ collaboratrice dei blog Alessandria Today (https://alessandria.today/) e Il Giornale
Letterario (https://www.ilgiornaleletterario.it/).

Pubblicazioni
Demamah il signore del deserto – 2019 – Monetti Editore
Inventario delle cose perdute – 2018 – Leonida Edizioni
Tristano e Isotta. La storia si ripete – 2018 – SwanBook Edizioni
Fotogrammi di confine – 2017 – Casa editrice Laura Capone
Soffio di anime erranti – 2017 – Prospettiva Editrice
Frammenti di sole e nebbia sull’Appennino 2016 – Leonida Edizioni
Credibili incertezze – 2016 – Leonida Edizioni
Due amanti noi – 2015 – FusibiliaLibri
Piccoli fermioni d’amore 2015 – Libreria Editrice Urso
Sensi da sfogliare 2014 – Leonida Edizioni
Tracce di semi sonori con i colori della vita 2014 – Centro Studi Tindari Patti
Cuori Attorno a una favola 2014 – Apollo Edizioni
Vita su un ponte di legno 2014 – Edizioni Montag
Diario di una ipocrita – 2014 – Libreria Editrice Urso
Fra distruzione e rinascita: la vita – 2014 – Leonida Editore
Pensieri trasognati per un sogno – 2013 – Centro Studi Tindari Patti

Irene Rapelli: Febbre Lunare (e book scaricabile gratis dal sito dell’autrice)

Continua, tra momenti di pausa e riflessione, l’avventura creativa di Irene Rapelli, che propone un e book con venti pezzi recenti di cui consiglio vivamente la lettura. L’ebook, curato dall’autrice, è reperibile dal suo blog, qui:

Febbre lunare

sarà anche l’occasione preziosa per riscoprire la poetica efficace e di notevole fattura di questa giovane autrice.

Grazie

Letture amArgine: Amore non Amore di Franco Marcoaldi brani scelti

Mi è piaciuto moltissimo Amore non Amore (cento poesie) di Franco Marcoaldi, riedizione ampliata di una medesima racconta uscita una ventina di anni fa. Una scrittura che affronta e attraversa con lucidità e decisione quel fato capriccioso e incoerente che scompagina la vita di uomini e donne, che taluni chiamano amore. Conservo geloso la mia copia, malgrado abbia preso anche pioggia, compagna di viaggio su treni e missioni di un lavoro che pare lontano paleolitico. Il libro, uscito nel 2019 per La Nave di Teseo, è reperibile qui:

Amore non amore

BRANI SCELTI

LXV

Che fine hai fatto in questa notte
d’improvviso troppo vuota e troppo
grande? Stai già dormendo? Leggi?
Riordini? Ti strucchi? Telefoni
alle amiche? Preda d’ansia e paura
nervosa, per casa, saltabecchi?

Oppure – e arrivo alla domanda
vera – ad altri stai donando
proprio adesso cuore e carne?
Anche fosse così, volendo
essere logici diremmo:
se proprio devi farlo, fallo –
magari evitando di abusarne.

Ma Amore, già illogico di giorno,
quando arriva notte, poi, delira.
Al buio inciampa. Arranca su scale
scivolose, accompagnato
dalle oscene spose al belvedere
dei più terribili presagi.
Compone quadri d’incubo, Straparla.

E bacia il bacio – scomparsa ormai
la donna che l’ha dato. Si inventa
nuovi atlanti governati dal dolore
dove soffiano venti avvelenati
e danzano lascive le sirene
del languore, Poi, nauseato,
per combattere l’orrore
disfa frenetico e furioso
la trama del passato. Crollano
templi, eruttano vulcani. Nulla
e nessuno, in questo mondo immondo,
si merita il suo amore. Nulla,
nessuno: a parte, forse, i cani.

Ma aurora arriva e l’alba e il sole.
Trilla il telefono: “Ah quanto t’amo,
quanto t’amo amore. E dimmi dimmi,
stanotte che hai sognato?

“Non saprei dirti… L’ho dimenticato.”

*

LXXIII

Sorpresa. Trascorso un mese,
il crisantemo in vaso non patì
le attese – saldo ed eretto
rimira ancora quieto il mondo
dal vitreo parapetto.

Intenerito, gli cambio
l’acqua intorbidita –
affilo un po’ la punta,
getto la foglia ch’è appassita.

Ma mentre l’acqua scende
ed il coltello taglia,
impertinente bisbiglia
la mente sottopaglia:

perché nessuno fa con me
altrettanto? Perché via via
non passa Dio a cambiarmi
l’acqua? Mi piacerebbe tanto.

*

LXXXVII

Fino a quando andremo avanti
a recitare? a infierire contro
il prossimo e noi stessi
ripetendo all’infinito il copione
pigro e stanco di un Amore
infondato ma esibito
nell’intento non riuscito
di colmare il nostro vuoto?

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Franco Marcoaldi è nato a Guidonia nel 1955 e vive sulla laguna di Orbetello. Giornalista, collabora con “la Repubblica”. Ha pubblicato i libri di poesia: A mosca cieca (1992, premio Viareggio), Celibi allimbo (1995), L’isola celeste (2000), Animali in versi (2006), Il tempo ormai breve (2008), La trappola (2012). È inoltre autore di Voci rubate (1993), Benjaminowo: padre e figlio (2004), Viaggio al centro della provincia (2009), Sconcerto (2010), Baldo-I cani ci guardano (2011), La trappola (2012), Il mondo sia lodato (2015) Tutto qui (2017).

Letture amArgine: Appunti sulla poesia italiana della Shoah Di Stefano Carrai.

Ho reperito qui:

Fai clic per accedere a carrai.pdf

questi importanti appunti sulla poesia della Shoah curati da Stefano Carrai.

Il famoso pronunciamento di Adorno che scrivere poesie dopo Auschwitz equivaleva a una barbarie è stato abbondantemente disatteso dai poeti del secondo Novecento, alcuni dei quali, a cominciare da Paul Celan, hanno scritto per giunta proprio sull’olocausto, a dimostrazione di come fosse necessario che anche il linguaggio della poesia ne rendesse testimonianza attuando così l’unica vendetta possibile. Nella letteratura italiana il tema ha dato vita a capolavori ben noti sia nella memorialistica, da 16 ottobre 1943 a Se questo è un uomo, sia nel romanzo, dal Giardino dei Finzi Contini a La storia, cui fanno riscontro film come Kapò o come la La vita è bella. Meno valorizzata risulta la poesia. Tuttavia i testi poetici italiani ispirati allo sterminio – anche solo quelli raccolti nella bella antologia allestita da Valeria M. Traversi – non sono pochi né di poco spessore e dunque reclamano uno studio specifico. (Primo paragrafo dello studio di Stefano Carrai) …

Vista l’imminenza del 27 Gennaio, lascio qui sotto lo Studio in pdf, che offre molti più spunti di riflessione.

Stefano Carrai Appunti sulla poesia italiana della Shoah

Letture amArgine: Il Foglio Clandestino (nr. 84/85)

Ho ricevuto con immenso piacere il nuovo numero del Foglio Clandestino, Aperiodico fuori commercio ad apparizione aleatoria curato da Gilberto Gavioli. Un numero doppio molto ricco che consiglio a tutti di procurarsi. Qui sotto qualche estratto.

INVOCAZIONE DI BASE

Liberaci dalle rose plastificate e dai vasi smaltati
dall’ossessione del compenso, dall’eccesso di saliva
perdona l’insolenza dei nostri gesti bruschi
i banali abbracci e le strette male compiute
donaci nutrimento lieve e un sentiero di campagna
nella lunghissima sera d’estate quando la tortora tuba
dacci la forza per guardare il prossimo negli occhi
per raccogliere da terra il borsello dello storpio
portaci la beatitudine di un venticello che flette i rami
rivolta il petto, donaci un pensiero folle e uno puntuale
modera i giudizi sfegatati e alla cieca
portaci gocce d’inferno distillato per capire
la violenza di un bacio strappato all’ubriaca
la carezza articolata della bimba all’altra bimba.

Roberto Minardi

*

da Dopotutto basterebbe trovare le parole adatte,
inedito

La metà di una vita umana passa nel sottintendere,
nel distogliere il capo e nel tacere.
Albert Camus

*
Fare in modo che nessuno si comprenda
pur parlando la medesima lingua.
Le mute esecuzioni di fratelli
che diventano ladri di intenzioni
di sensi, di significati. Si è trattato
di mille sottigliezze, di grammatiche salde a convenzioni
schedari, omologie, inferriate davanti ai giacimenti
delle ultime e delle prime parole.
**
Avrà quanto disposto per viaggiatori e gitanti
hanno pagato e hanno avuto una chiave.
Hanno parlato poco, hanno trovato e ritrovato
modo e maniera per non farsi conoscere
per disertare la stanza dentro l’ultimo giorno
sempre fuori l’orario stabilito.
Bagagli abbandonati all’improvviso
fra tutto ciò che permane.

Rossella Maiore Tamponi

*

SUL FINIRE D’ESTATE
I
Traduzione da Edna St. Vincent Millay

Quali labbra le mie labbra hanno baciato e dove e perché
io l’ho dimenticato, così su quali braccia si posava
la mia testa fino all’alba. Ma la pioggia stanotte
è piena di fantasmi, che battono e singhiozzano
sul vetro e aspettano risposta,
e nel mio cuore s’agita una tacita pena
per tutti i ragazzi dimenticati e che mai più
torneranno imploranti a mezzanotte da me.
Così come in inverno sta l’albero solitario
e non sa quanti uccelli son svaniti uno per uno
e sa solo che i suoi rami sono adesso silenziosi:
io così non so dire quanti amori son passati
so solo che l’estate ha cantato in me
per poco, e che ora in me non canta più.

Vitantonio Lillo

*

Diluvia.

Tra i sampietrini smossi, pozze enormi di sfiducia.
Il mio bistrot dell’angolo ha chiuso di nuovo –
chitarre vuote. Si è spostato anche
il sassofonista cieco col cappuccio scuro
che di solito suonava male il mio funerale
ma senza almeno chiedermi un’offerta.
Mia moglie ha offerto il braccio a qualcun altro
dal lato opposto del mondo.
Fratello mio, ti parlo
dal freddo cosciente delle mie stanze invernali:
in parlamento saresti stato straordinario.
Quando sulla nostra panchina di periferia,
per la prima volta abbiamo discusso
del carteggio Marx-Engels e tu mi hai detto:
vedi? Non sono forse questi i veri sofferenti?
Ora io spero solo
di camminare insieme fino al ponte e salutarci
col solito cenno del capo, serio.
Scroscia troppo forte per constatazioni multiple:
non so rispondere a niente – di niente.
Mia moglie al caldo sotto un nuovo sole, non mi manca:
non è più feroce come allora il suo tepore.
E al mio voltare il capo c’è quell’altro volto suo che mi tormenta.
Ma sei davvero tu? Davvero?
Sei cambiata, mi confesso.
Non ti ho mai visto addosso un cappotto tanto costoso.

di Federica Defendenti

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