letture amArgine: Omero svegliato di soprassalto, inedito e intervista a Irene Rapelli.

Devianze

Non è luce, la luce
gocciata sul fogliame
è spazzata dall’uomo, passaporto di fame
in fila irregolare, addosso al cimitero
vagante per le città – chi lo sa, chi lo sa
se mai si sveglierà quel fantasma straniero
con barba e denti gialli
cui vidi un occhio nero.

Sorride la carcassa
di lampioni e fanali,
gra(da)sso portafoglio, addobbato di strass
come la notte già sulle camere a gas
dorata cantò « urrà, ché la morte verrà
nel mio stellato soglio » e poi di qua, di là
« un valzer empirà
i miei salotti e viali. »

« Chi lo sa, chi lo sa », non tutto finirà,
forse soltanto un dio
muore d’eternità
in ettari d’azzurro, con grande carità
e l’anima « di chi » mai più ritornerà
« perché poi » si vedranno votare sacerdoti
i popoli imploranti
costellazioni atroci

innalzate nel ventre fra le ossa d’elefante
di vinte civiltà
dal sipario sgargiante, teatro di bontà
inscatolate in cartoni bagnati
sotto i ponti crollati

alle devianze dell’umanità.

1) Irene Rapelli ragazza in cerca di poesia. Perché ti è indispensabile?

Poesia è creazione, il poeta è creatore. Una poesia è quasi il compimento d’una magia, perché sommuove corde vibranti in grado di meravigliarsi e meravigliare, con la rappresentazione di mondi, di carne, spirito, sangue, terra e cielo, passati, presenti e futuri, interni, esterni. Cercando d’interpretare la realtà attraverso la conoscenza dei mondi, divento maschera di questi scenari, proiettando aree buie di me verso la luce, e viceversa.
È trasportare le verità, scardinando porte chiuse a chiave e spiando dal buco della serratura. È contemplare la somiglianza tra l’uomo e quelle stelle che inserisco in un testo e nell’altro pure. È raggiungere la sostanza comune a tutto ciò che esiste.
È vita, è morte, è andare oltre, bruciando. Sono io, siamo noi, lo siamo tutti, da chi è in grado di volare come l’albatro liberato, a chi scava nel fango come una biscia. È una ferita d’amore non rimarginabile nelle nostre nebbie.

2) Cosa chiedi alla poesia?

Nulla. Ciò che chiedo, lo chiedo esclusivamente a me stessa. Eventualmente, lo chiedo all’autore, se vivo, altrimenti le cose si complicano, tuttavia è possibile dialogare anche coi morti, grazie alla poesia, o dialogare con la morte.

3) Pensi che la poesia ti possa misurare o sei tu a misurarti con lei?

Questa domanda è interessante. Io non sono coinvolta in una gara, nella quale la poesia che compongo misuri la mia bravura artistica, né io valuto la poesia secondo mie pretese autoreferenziali.
In un senso differente, però, io e la poesia ci misuriamo a vicenda: è come guardarsi timorosamente allo specchio, scoprendo un’immagine diversa da noi, dal nostro mondo. Il mondo cerca quindi d’adeguarsi all’immagine, oppure d’adeguare l’immagine a lui stesso. Più che una gara, è come discutere a tu per tu col proprio alterego, in multiplo di centomila e più.

4) Chi siede nel pantheon dei poeti su cui ti sei formata?

Leopardi, Shakespeare, Baudelaire, per citare i grandissimi. Fra i più recenti: Eugenio Montale e Pier Paolo Pasolini; gli autori stranieri Thomas Stearns Eliot, Konstantinos Kavafis e Jules Laforgue.
Ho amato, ai tempi, molto il liceo, ma in seguito come corso universitario ho scelto Giurisprudenza, non Lettere: si vogliano quindi perdonare le mie banali risposte, tra cui questa. Ciò che conosco di quest’universo è legato a vecchi ricordi di scuola, oppure ad approfondimenti personali, pertanto mi si ritenga una semianalfabeta intenta a costruire un mosaico, con solo i primi tasselli fra le mani.

5) Spesso, quasi sempre in realtà, nei tuoi componimenti utilizzi tecniche e metriche quasi dimenticate dai più, e non alludo a semplici rime, il bello è che non ne fai un uso pedissequo o scolastico, perché questa scelta controcorrente e coraggiosa?

Se fossi un pittore, non raggiungerei grandi risultati senza lo studio di prospettiva, proporzione e geometria: mi limiterei a produrre schizzi più o meno azzeccati. Ancor peggio se fossi un architetto: potrei costruire un fienile alla maniera del nonno, ma non una cattedrale, soprattutto non un ponte autostradale. Lo stesso vale per scultura, fotografia e rimanenti arti, nel senso più stretto della parola “arte”. Anche l’universo in cui ci muoviamo come formicaio è bello per via della sua matematica misteriosa. Così è per la musica, per il canto, tra cui la poesia. Ogni dipinto, anche il più bizzarro e apparentemente sconclusionato, come se l’autore avesse solo lanciato pomodori lessi sulla tela, ha regole che ne determinano il risultato. Si dice la poesia sia emozione, ma non è solo questo: è sia mente sia cuore; là dove sembra caos occorre per prima cosa illuminare, illuminando noi stessi.
Chiusa questa dovuta parentesi, ti racconto come mai, sulle soglie della mia adolescenza smisi di scribacchiare, per riprendere quindici anni più tardi circa. Ascoltai, per caso, L’Orfeo di Monteverdi, un capolavoro musicale: quanta bellezza, e nelle note della favola in musica, e nelle parole da sole, le quali cantavano, anche senza accompagnamento. Pian piano, con gran faccia tosta e molta buona volontà, decisi di riprendere con la poesia: da scribacchina di suggestive perle emozionali e solari descrizioni primaverili, pian piano migliorai. Da incolta piena di vergogna, divenni una scribacchina di versi un po’ migliori, iniziando con l’acquisto d’un manuale di metrica italiana, che devo ancora terminare e che sfoglio sempre molto volentieri.
Si dice io abbia un po’ di talento, ma non è vero, e non lo dico per umiltà, sebbene non sia nemmeno arrogante.
Io ho studiato, mi sono esercitata fino ad avere le anse cerebrali a forma d’endecasillabo, settenario, martelliano, eccetera. Non sapevo, prima di provarci, d’avere potenziale inespresso: pensavo d’essere buona a scrivere solamente frasucce adatte ai baci perugina, senza ritmo, senz’armonia, senza odore.
La metrica è l’alfabeto. Un capitolo a parte merita la rima: scrivere evitandola è come comporre una brano di musica senza voler mai suonare… il Do, per esempio. Invece, tutte le note dello spartito servono, anche se non è obbligatorio usarle tutte allo stesso tempo: così è per la rima. Un altro motivo per cui ami le rime è il mio amore per l’opera lirica: un mio sogno nel cassetto è che le mie poesie vengano un giorno declamate in arie, alla maniera di Rossini (un sogno impossibile, ma che non soffoco).

6) Perché, secondo te la poesia in Italia è più scritta che letta? Come ne vedi il futuro?

Non penso la poesia non venga più letta, ma penso la si legga solo qualora ne valga la pena. Io, comunque, leggo spesso ad alta voce sia le mie, per avvertire meglio eventuali pecche musicali, sia quelle d’altri, per goderne al massimo… se ne vale la pena, beninteso.
Questa domanda è la più difficile. Si dice che abbiamo perso, come italiani, la grande sensibilità culturale, rispetto al passato, e che quindi si legga di meno la poesia: non penso sia vero, penso invece che in passato la poesia fosse appannaggio di circoli elitari, proprio come oggi, e che l’analfabetismo fosse una piaga. Oggigiorno tutti, più o meno, sanno infilare parole in successione sulla carta e sullo schermo, ma il livello medio d’alfabetizzazione non è molto curato, quindi la poesia resta questione affrontata da gente o colta o sensibile alla bellezza e alla cerca di verità.
Il futuro è incerto, sia che si parli di merendine, sia che si parli di poesia. Acculturare e sensibilizzare ed educare al bello e al vero sin dall’infanzia devono essere parole d’ordine. In altri termini, si deve tendere all’uguaglianza, non intesa come appiattimento a un livello scadente di cultura e non come livellamento delle diversità. Si deve intendere come uguaglianza sociale, la quale ha come premessa l’uguaglianza di risorse e mezzi intellettuali a disposizione in partenza, a prescindere dal denaro e dalla posizione di mamma e papà, nonché dalla biologia funzionale congenita. È un discorso politico e filosofico più ampio, che sconfina oltre il motivo della domanda.

Irene Rapelli nasce in provincia di Torino nel 1987, lontana da tutto ciò che si possa definire arte, poesia, stimolo e nutrimento. Coltiva fin dalla tenera infanzia una passione letteraria che la spinge a osare, conscia dei propri limiti stringenti, sulle orme dei veri maestri, i grandi autori del passato e del presente. Inizia con il verso libero, ma s’interrompe all’inizio dell’adolescenza, per riprendere 15 anni più tardi, quando approfondisce da autodidatta la sua verve. A 27 anni s’iscrive a Giurisprudenza, iniziando a indagare il nesso causale che dalla verità fa discendere due branche specialistiche molto distanti e in apparenza slegate: la via della bellezza e la via del diritto. Simpatica nullafacente con la testa fra le nuvole e forse ben oltre, fra vituperate stelle e in spaziosi dubbi amletici, sogna di combinare qualcosa di buono nel mondo, cominciando dall’umiltà.

https://ilcielostellatodentrodime.blog/author/ilcielostellatodentrodime/

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Libri amArgine: Liriche fuori di testa di Irene Rapelli (e book scaricabile omaggio)

Dopo Giovanni Sagrini, ecco un secondo volumetto elettronico di poesie, è il turno di Irene Rapelli.
La finalità di questa collana è diffondere gratuitamente la poesia di autori totalmente inediti; a questo ne seguiranno altri. E’ giusto quindi incoraggiare e diffondere autori in crescita e degni di maggior diffusione.
Irene Rapelli, giovanissima, ha scelto di proporre una poesia legata alla metrica tradizionale, ma senza sacrificare il contenuto alla forma. Il delicato equilibrio che regge i suoi lavori è davvero singolare. Perciò stampate, leggete, diffondete. L’e book è scaricabile qui sotto:

Libri amArgine 2 Irene Rapelli

DELIRIO

Mi sento come se
giungendo al fine vita
un tubo m’aspirasse
il sopore al cervello,

mi sento come se
la verità proibita
tra le dita infiammasse
il cuore, ma non quello

che batte come se
fossi quasi infinita
ma l’altro, non in asse,
che pulsa nel ruscello

delle sillabe che
ritrovano l’uscita
nel morto parallasse
di stelle senz’appello.

Irene Rapelli nasce in provincia di Torino nel 1987, lontana da tutto ciò che si possa definire arte, poesia, stimolo e nutrimento. Coltiva fin dalla tenera infanzia una passione letteraria che la spinge a osare, conscia dei propri limiti stringenti, sulle orme dei veri maestri, i grandi autori del passato e del presente. Inizia con il verso libero, ma s’interrompe all’inizio dell’adolescenza, per riprendere 15 anni più tardi, quando approfondisce da autodidatta la sua verve. A 27 anni s’iscrive a Giurisprudenza, iniziando a indagare il nesso causale che dalla verità fa discendere due branche specialistiche molto distanti e in apparenza slegate: la via della bellezza e la via del diritto. Simpatica nullafacente con la testa fra le nuvole e forse ben oltre, fra vituperate stelle e in spaziosi dubbi amletici, sogna di combinare qualcosa di buono nel mondo, cominciando dall’umiltà.

il suo blog

https://ilcielostellatodentrodime.blog/author/ilcielostellatodentrodime/

letture amArgine: la ricerca poetica di Irene Rapelli

Irene Rapelli scrive, lo fa cercando di lasciare uscire la musica che ha dentro, studiando, formandosi senza cercare protezioni o consorterie. Per sua stessa ammissione è nella fase della formazione, la sua ricerca stilistica specie sul sonetto mi sembra davvero a buon punto: il contenuto non diventa prigioniero della metrica. Penso sia questo il metodo migliore per crescere e imparare a saper dire e saper dare alla poesia, meglio autodidatta che partecipare a laboratori di scrittura dove tutti vengono appiattiti a scrivere allo stesso modo. Certo, il suo lavoro, è ancora un work in progress, una maturazione, ma merita di iniziare a trovare buoni lettori. Non voglio frappormi troppo, però una cosa mi sento di dirla con molta sincerità: continua così Irene!

Dimenticatoio

O notte, o lira degli usignoli,
dimmi: v’è l’ora sulla meridiana
il cui rintocco la morte consoli
e riavvolga i tempi e la vita strana?

O nave, o faro dei più storti voli,
parla: conosci la fatica vana,
il sangue e i versi degli uomini soli
e il gelo e la paura nella tana

e l’allerta al primo frusciar di serpi?
Quivi si brucia di fame in un campo
e votarsi non si sa a quali santi.

Conosci l’amore, che uccide tanti?
Quivi la quïete precede il lampo
e ossi non ci sono più fra gli sterpi.

*

L’ugola della luna

Inno blues – ora allegro, ora lento,
posa l’oro sulle foglie e s’infuria.
Il mio giardino tace nell’incuria,
la mia casa il giaciglio che non sento,

come naviglio d’una notte spuria
che vaghi – né le stelle, né il cimento
serale della quïete, né il vento
d’uno sbadiglio che dica « penuria ».

Io non so che diamine sia l’amore
del quale parla a vanvera la gente,
né riconosco il taglio di dolore

quando le spade dall’occhio lucente
pungono i ghiacciai che innervano il cuore
nel suo batter fra squame di serpente.

*

Viaggio di ritorno

I graffi sulla pelle
dicono di lotte, sotto le stelle
il pennino incide molle carne
senza saper che farne

e nel sangue di mondi
s’inargenta sopra profondi solchi
il manto delle mie ossa
spargendosi

in grani lucenti
per la celeste fossa.

*

L’uomo dietro il fanciullo

Su di lui dorme un lago di farfalle
e gocciola oro dentro il nero cuore
fiammato che volteggia sulle calle
iperteso a stratosfere d’amore,

poi scende d’improvviso dalla sedia
svitata per un gioco di rotelle
incastrate nella tragicommedia
cerebrale danzante fra le stelle,

calpestando orme tintinnanti esperte
di quest’azzurra musica alberata
in lotta con le cicatrici aperte
lui scherza con la propria fronte alata

– tirando radici, ai ciuffi acerbi
per ora aciduli limoni imberbi.

*

Irene Rapelli nasce in provincia di Torino nel 1987, lontana da tutto ciò che si possa definire arte, poesia, stimolo e nutrimento. Coltiva fin dalla tenera infanzia una passione letteraria che la spinge a osare, conscia dei propri limiti stringenti, sulle orme dei veri maestri, i grandi autori del passato e del presente. Inizia con il verso libero, ma s’interrompe all’inizio dell’adolescenza, per riprendere 15 anni più tardi, quando approfondisce da autodidatta la sua verve. A 27 anni s’iscrive a Giurisprudenza, iniziando a indagare il nesso causale che dalla verità fa discendere due branche specialistiche molto distanti e in apparenza slegate: la via della bellezza e la via del diritto. Scrivere questa breve nota biografica è per lei fonte di pena, in quanto si definisce una simpatica nullafacente con la testa fra le nuvole e forse ben oltre, fra vituperate stelle e in spaziosi dubbi amletici. Sogna di combinare qualcosa di buono nel mondo, cominciando dall’umiltà personale.