carico urbano pendente

sapremo cosa fare di
questo carico urbano
pendente, caduto per strada,
mille pezzi tutti diversi,
impronunciabili,
impossibili da raccogliere
e riutilizzare?
dove siano caduti,
rimbalzati, in frammenti minuscoli
che non è dato vedere?
oggetti di lampo sbeccati,
chiunque s’incarichi di cercarli,
s’avveda in tempo
e sappia attendere.
la speranza è di poter
tornare presto ad azzannarci,
fotterci, sputarci addosso
come ai bei tempi:
noi non lasceremo tornare
un’aria diversa
da quella nera e irrespirabile,
non torneranno cespugli e prati,
non torneranno api,
non tornerà amore

Nel tumulto ideale

Nel tumulto ideale la mente dilegua,
i lavandini gocciolano insistentemente,
sembra non vi sia altra forza
oltre quella di gravità.
Necessario non perdere l’ultima frase,
ch’è più vera prima di terminare
coi coltelli nel cuore
e l’impeto di una risata folle.
Pensando le poche, ultime ciocche
resistere ardimentose
sul terminal dell’inguine
con dispiacere rivedere i trascorsi.
Vaste chiese al tempo dell’anticristo:
comodi loft, uffici direzionali,
carcasse di vampiri sussurrano
sconcezze e ringraziamenti al dollaro.
Dunque, strade piene di illusi
da primavere al neon;
tre volte vent’anni e basta sorvoli,
tutto è meno che una manciata di fango.
Ai crocicchi il miserere e l’ammissione:
volevo solo essere voluto bene;
e non c’è notte pronta a succedere
perché si crede stelle.

Tutta la vita

Tutta la vita è rincorrere un completo fresco lana
per coprire le macchie sulla pelle e i canneti
che il tempo cresce nei luoghi più insospettati,
nella mente, specialmente in bagno, quando
lo stile di vita porta a coltivare fantasie
altrimenti inesprimibili e molto, molto soggettive.

I bei tempi andati tornano fulminei ogni mattina.
Un raggio di sole va a stamparsi sulla foto giovanile
del siamese, sul suo sguardo innocente e omicida,
perfetta demistificazione in ognuno, e sorpreso,
qualcuno avrebbe voglia di risciacquare creatività,
mai bella, sgraziata come pochi e deludente.

Una violaciocca dimenticata si aggira sgraziata
dentro una bottega di articoli per pachidermi,
credo, cercherò per sempre la ricetta perfetta
di masticatore di ruoli da poter vivere ancora.

La cresima

il mio nemico, penso in me,
potrebbe assolvere ognuna
delle cose che non vanno.
superarle con un gran balzo

la cresima
è un chiodo confitto in fronte,
la pressione forza la fessura,
il pensiero esce più in fretta

tutto quanto finito è svelato:
si sgonfia in silenzio,
il passo doppio è atteso
del gelo il distacco

lettera a un porto mai aperto

impossibile chiarire oltre
i rigori dell’inverno.
capelli umidi fino alla spalliera
scavavano clavicole strette.
inutili i sogni,
una vita a difenderli
nei propri ridotti.
in pioggia
o con sole ancora più battente
stesse scarpe
a coprire dita indurite,
piante senza ritorno,
uno sbaglio di laboratorio.
chi ha visto lanciare per aria
le parole e perdersi
dentro un buco nero
per ritrovarle altrove?

in vita nessun quarto di nobiltà,
ghigliottinati i monarchi,
tagliato il colletto bianco alla camicia.
in sonno
l’ostinazione a guardare il mare,
da vicoli dietro un porto mai aperto,
dove anche l’ultimo libraio ha chiuso
in attesa del libero precipitare
da un balcone alle stelle

oltre non è infinito

nei giorni senza segnale
è necessario dire poesia
non attenderla
è la cosa migliore

oltre non è infinito.
torneranno ad aprirsi
fiori vecchi tra pietre
ortica e luci spente

siano baci sul groppo in gola,
bastoncini di liquirizia,
eterna giovinezza
complice di falsi profeti,
incapace a dire basta

il cielo sgombro
non sa dove vorrebbe sparire,
in quello che non sono
e non parliamone più

è buio

al farsi sera, dopo
la stagione inclemente,
i giusti sui selciati
a inorgoglirsi di generazioni
e generazioni di errori,
a maledire inutilmente
tutto quanto è umanità

verso il confine, ostinati
incessanti controllano volti
di chi entra ed esce.
la parola spetta ancora
alle ombre dell’antico regime.
la pazienza erosa da fortune
a dir poco cattive, gemelle

per una donna
trattenere il proprio sangue;
per un uomo e per la terra
trattenere i propri semi

impossibile rimanere
per sempre, è buio,
somma di ogni ombra,
ovunque si stanno baciando,
la scorsa primavera fu sterile,
la prossima porterà bambini

gli specchi sono caduti

gli specchi sono caduti,
piccoli, irregolari frammenti,
vetrate di pose in frantumi.
guarda Orione lassù.
siamo sepolti sotto la neve
ancora non ha smesso.
irride ognuno di noi
che non sappiamo fermare sbadigli
figuriamoci una guerra

gli unici, inespressivi
a parte gli occhi, sono animali.
alcuni allo specchio
pensano si tratti di un rivale,
è soltanto anima.
costituente di minor peso.
chi la conosce sa
del detonatore, sa cos’è
vegliare senza sintomi

spezza ogni dito
a chi te lo punti contro;
se sai dire culo in latino
sappiamo entrambi cos’è.
fotti la strega senza ritegno,
e non tornare sugli stessi passi.
la sala degli specchi non c’è più.
partite le nebbie
cacciati gli amici

Il non detto

avvinghiati, nessuna pietà,
afferrano per i capelli
e mordono
con materna ferocia
di felino coi cuccioli.
assaggiano sangue
sporco di semi e terra

continua la zuffa
senza perdente o vincitore,
entrambi sanno:
uno di loro,
senza misericordia,
morirà, insepolto
entro luoghi abbandonati

l’uomo diavolo cerca moglie,
ma il dolore chiude
una a una tutte mille
le porte,
il non detto
arrugginisce in serrature
fatte di sgomento

c’è Dio dietro i cancelli,
gli orologi fermi,
i terremoti, la fame,
la violenza di un mattino
battente di pioggia,
non so chi sia
preferisco pensarlo dio

dopo tanto strazio,
l’unico superstite,
perché cantare una rosa
quando posso divorarne mille?

Vorrei un verso,
scriverne uno solo,
capace di contarle tutte

Ascolta & Leggi: Enrico Ruggeri & Marco Amore

In questo caso posso esprimere la mia perplessità sui lavori di Marco Amore facendo mie le parole di Mario Lunetta, scritte per commentare certa poesia nostrana di trent’anni fa. In questo caso è poesia molto più recente, purtroppo.

«La stupidità organizzata è volgare, ci fa orrore. La ideologia attualmente diffusa in gloria di quella recentissima specie zoo(il)logica che sarebbe il poeta da spiaggia o da stadio […] che ‘canta’ al grado zero le sue passioni le sue frustrazioni le sue esaltazioni in versi intrisi di ‘incantevole’ primitivismo semianalfabetico, è l’ultima invenzione del mercato delle lettere (insomma, del mercato) perfettamente omologa al presente del gusto medio radiotelevisivo/rotocalchesco. È l’ultima mistificazione in letteratura, in poesia».

Le poesie sono tratte dal libro Farragine per Samuele Editore
http://www.laboratoripoesia.it/marco-amore/

Calembour

Prescelto dal sogno, ti vedo ruzzolare nel fango della lizza;
lo stendardo piegato, reciso da un colpo di lancia
mentre muore inerme sulla fronte
Come una triste epigrafe d’argilla
si sgretola ai raggi della noia
spiando il sole liturgico,
ammanetti le gioie sulla leggenda più falsa
alla maniera degli artisti
Non per scolpire il marmo con le gesta
in onore dell’unificazione a fin di bene,
sperperando un mondo altrui
dove i cibi saziano vendette
attuate alla luce dell’inganno,
ma per il piatto pronto col fiorito di menta
e l’ossatura chiassosa in cassoulet

*

ore ventitré in punto. Manca poco a mezzanotte e tre quarti

Al centro del suo ufficio legale appese il quadro con le ninfe
di Jan Vermeer: quelle intorno a Diana, col manto in tinta
unita, sembravano sorelle accapigliate

«Testa o croce», disse la sorella maggiore
Non erano convinte di niente né pronte a farla finita
ma purtroppo il fucile
regalò una martire alla notte
senza che nessuno disse addio

*

mentre tesseva le ninfe dei boschi la fissavano
celate dalle piante arbustive

si liberava delle proprie passioni
con l’ingegno,
le fragili mani sulla tela creata di recente
non producevano niente di nuovo

Il filo del discorso
un proverbiale coltello nella piaga
un fiore sul filo del rasoio
elettrico
(una colpa che non mancheresti di cogliere,
se avessi intenzione di trovarla)

scendendo al Terminal
ogni giorno per sempre
si ripeteva mai più.

*

sul pullman non poteva stare in piedi
né poggiare i piedi sulla sbarra

era un bozzolo metallizzato in cui mutare
per un percorso di vita limitrofo

la ragazza immaginaria
sparsa nel cortile
aveva l’abbonamento mensile
per studenti

aveva il lucidalabbra di Estée Lauder

*

Farràgine

Fuori le fronde degli alberi aggrovigliate su se stesse da un
vento ferino d’estate
(le foglie svolazzanti da parte a parte realizzavano vortici
vivaci, variopinti)
Accompagnata da un adulto
che interrogava i declivi durante uno spettacolo Tv,
la ragazza bruna con gli occhi in orbita
per la luna piena che seguiva lo stesso itinerario

Allora la ragazza bruna con gli occhi in orbita
non si poteva cogliere
dentro l’urlo di una bambina supina con le mani esili
protese a difendersi la testa
Il suo grido era il patatrac abbastanza chiaro
di una brocca in frantumi

Per cui tre volte al mese gli accadeva di essere in pigiama. la
luna che maculava gli alberi le friniva ininterrottamente tra le
trecce
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per saperne di più:
http://www.laboratoripoesia.it/marco-amore/