Il non detto

avvinghiati, nessuna pietà,
afferrano per i capelli
e mordono
con materna ferocia
di felino coi cuccioli.
assaggiano sangue
sporco di semi e terra

continua la zuffa
senza perdente o vincitore,
entrambi sanno:
uno di loro,
senza misericordia,
morirà, insepolto
entro luoghi abbandonati

l’uomo diavolo cerca moglie,
ma il dolore chiude
una a una tutte mille
le porte,
il non detto
arrugginisce in serrature
fatte di sgomento

c’è Dio dietro i cancelli,
gli orologi fermi,
i terremoti, la fame,
la violenza di un mattino
battente di pioggia,
non so chi sia
preferisco pensarlo dio

dopo tanto strazio,
l’unico superstite,
perché cantare una rosa
quando posso divorarne mille?

Vorrei un verso,
scriverne uno solo,
capace di contarle tutte

Ascolta & Leggi: Enrico Ruggeri & Marco Amore

In questo caso posso esprimere la mia perplessità sui lavori di Marco Amore facendo mie le parole di Mario Lunetta, scritte per commentare certa poesia nostrana di trent’anni fa. In questo caso è poesia molto più recente, purtroppo.

«La stupidità organizzata è volgare, ci fa orrore. La ideologia attualmente diffusa in gloria di quella recentissima specie zoo(il)logica che sarebbe il poeta da spiaggia o da stadio […] che ‘canta’ al grado zero le sue passioni le sue frustrazioni le sue esaltazioni in versi intrisi di ‘incantevole’ primitivismo semianalfabetico, è l’ultima invenzione del mercato delle lettere (insomma, del mercato) perfettamente omologa al presente del gusto medio radiotelevisivo/rotocalchesco. È l’ultima mistificazione in letteratura, in poesia».

Le poesie sono tratte dal libro Farragine per Samuele Editore
http://www.laboratoripoesia.it/marco-amore/

Calembour

Prescelto dal sogno, ti vedo ruzzolare nel fango della lizza;
lo stendardo piegato, reciso da un colpo di lancia
mentre muore inerme sulla fronte
Come una triste epigrafe d’argilla
si sgretola ai raggi della noia
spiando il sole liturgico,
ammanetti le gioie sulla leggenda più falsa
alla maniera degli artisti
Non per scolpire il marmo con le gesta
in onore dell’unificazione a fin di bene,
sperperando un mondo altrui
dove i cibi saziano vendette
attuate alla luce dell’inganno,
ma per il piatto pronto col fiorito di menta
e l’ossatura chiassosa in cassoulet

*

ore ventitré in punto. Manca poco a mezzanotte e tre quarti

Al centro del suo ufficio legale appese il quadro con le ninfe
di Jan Vermeer: quelle intorno a Diana, col manto in tinta
unita, sembravano sorelle accapigliate

«Testa o croce», disse la sorella maggiore
Non erano convinte di niente né pronte a farla finita
ma purtroppo il fucile
regalò una martire alla notte
senza che nessuno disse addio

*

mentre tesseva le ninfe dei boschi la fissavano
celate dalle piante arbustive

si liberava delle proprie passioni
con l’ingegno,
le fragili mani sulla tela creata di recente
non producevano niente di nuovo

Il filo del discorso
un proverbiale coltello nella piaga
un fiore sul filo del rasoio
elettrico
(una colpa che non mancheresti di cogliere,
se avessi intenzione di trovarla)

scendendo al Terminal
ogni giorno per sempre
si ripeteva mai più.

*

sul pullman non poteva stare in piedi
né poggiare i piedi sulla sbarra

era un bozzolo metallizzato in cui mutare
per un percorso di vita limitrofo

la ragazza immaginaria
sparsa nel cortile
aveva l’abbonamento mensile
per studenti

aveva il lucidalabbra di Estée Lauder

*

Farràgine

Fuori le fronde degli alberi aggrovigliate su se stesse da un
vento ferino d’estate
(le foglie svolazzanti da parte a parte realizzavano vortici
vivaci, variopinti)
Accompagnata da un adulto
che interrogava i declivi durante uno spettacolo Tv,
la ragazza bruna con gli occhi in orbita
per la luna piena che seguiva lo stesso itinerario

Allora la ragazza bruna con gli occhi in orbita
non si poteva cogliere
dentro l’urlo di una bambina supina con le mani esili
protese a difendersi la testa
Il suo grido era il patatrac abbastanza chiaro
di una brocca in frantumi

Per cui tre volte al mese gli accadeva di essere in pigiama. la
luna che maculava gli alberi le friniva ininterrottamente tra le
trecce
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per saperne di più:
http://www.laboratoripoesia.it/marco-amore/

città perduta

cosa vuole l’uomo all’angolo,
nulla, solo nel momento
in cui tenderà la gamba
per far cadere a terra il primo
ci si accorgerà di lui;
e non c’è voglia di scherzare
nello sgambetto,
ma anni su anni di preparazione,
amori e amicizie
con una data di scadenza
ben impressa sul retro
di rivalità e scemenze
date in pasto alle tortore,
voglia di città perduta
oltre le case di questa,
anni di torpore e finto benessere
fingendo di ignorare
alcuni avvoltoi poco più in alto,
e mai trovarsi nel luogo giusto,
ovunque esso sia

Carnevali

Carnevali ha l’età di mio nonno,
stesso anno di nascita, pochi mesi dopo.
Sì, poteva esserlo, ma non ebbe figli.

Preferiva frequentare letti doloranti.
Cucine dai pavimenti pieni di briciole,
rifiutate anche dal più affamato dei passeri.
Luoghi inceneriti per chi voleva solo guardare.
Le vite erano brevi:
a quarant’anni le donne già finite.

Io sono generazione di incollocabili venduti.
Nessuna guerra a sfoltirli.
Dico no per rispondere sì.

Gli anni continuano, coerenti e impassibili,
ogni giorno immobili.
Sì, avrei gradito una sbronza epocale
con lui e Dylan Thomas.

Ascolta & Leggi: Mike Oldfield, On Horseback – Giuditta Michelangeli, tre poesie

Chi è Giuditta Michelangeli? Boh? Cosa importa poi? Uomo, donna, vivinetto, ragioniere, muratore, negoziante, cassiere/a: ha importanza? Per me no, tutto sommato di noi resteranno gli scritti, e dell’ineffabile Giuditta, che scrive per noia prosa e poesia, ma direi anche per passione, propongo tre poesie dal suo blog, qui:

https://giudittamichelangeli.wordpress.com/

COLLOQUIO SULLA RIVA

La raspatura
silenziosa e caparbia
del mare sui granulati,
la caccia feroce delle gazze
sulle mucillagini:
tutto mi riconduce a te.

Confesso attraverso il corpo
stracci di umani svigorimenti
e sorgenti di inappagati impulsi
che mi rendono nevrotica:

li vivo in estrema sintesi,
nidificati come rondoni sotto ai tetti
manco di afferrarli.
Eppur tra queste pietre
mi sento rifiorire
in attesa della nostra seduta.

Dio! Signor biscazziere! Signor regista!
Stai generando sproporzioni:
poco abilmente maneggi la tua moviola.

*

VORREI FARTI TORNARE BAMBINO

I tuoi anni
sono un sillabario rigoroso:
ci è voluto del tempo
per formare una parola intera.
Ti sei esercitato
a moltiplicarli
senza mai perdere l’equilibrio
sul piano delle parvenze.
La tua vita
è un tribunale con giudici
amorfi:
legiferano su quale volto
tu debba calzare quest’anno
e nel calderone
già ne forgiano un altro
per i tempi a venire.

Ma se vuoi separarti dal luogo
che tanto ti costringe;
ti dico che io vorrei farti tornare
bambino,
quando con gli alluci saggiavi
la riva spumosa,
e ti corrispondeva il mare
dentro una conchiglia,
cui affidavi parole nuove
che nessuno sapeva ripetere.

Ora vedo che
al volgere di gennaio
tenaglie roventi ti strappano la pelle
come giorni alla vita,
e quale antenna che assorbe tutto
il tuo doloroso sentire
stramazzo anch’io sotto quell’ustione
con te.

Vorrei essere sacrario
di tutti quei tuoi costumi
morti,
portarteli alla luce
e custodirli io per te,
come una fotografia sopra una mensola
che spolveri senza guardare più.

*

SPROLOQUI MATEMATICI

Il quadro delle grandi risposte
è ora venduto all’asta;
negli spazi subatomici
la particella di Dio germoglia
tra i sermoni numerici:
chi ha forse qualcosa di nuovo
da domandare?
Questo regno dell’iper-logica
esaustivo nei bombardamenti nozionistici,
nelle interpretazioni funzionali,
controllate,
calibra saluti come
teoremi matematici
strette di mano come
leggi geometriche,
distanze misurate tra i tuoi propositi
e i miei.

Ma in fondo allo strapiombo
c’è un anemone blu che non è stato ancora colto:
chi è che ode il sommesso pianto
della gatta sull’orlo della strada?
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Akiko

Akiko è andata via
un giorno ai primi di marzo.
Uscendo non ha parlato.

E’ stata una giornata qualsiasi
inadatta a passare alla storia.

Tutti a prendere sole,
dimenticato l’abito buono,
senza bisogno della stessa pietà
cui i superstiti chiedono riscatto.

Senza cedere a improbabili svincoli,
alle falsità dei poeti,
a rivangare soliti passi,
solita terra.

Akiko rammenta un po’ l’Agnese,
ha scelto senza tergiversare:
la morte va vissuta in silenzio.

Nel bene o nel male
non si lascerà scoprire.
Rimarrà il piccolo mistero su cosa
avrebbe potuto fare da grande.

Tutte le parole di questo mondo,
già pronte a una pioggia asettica,
non sapranno dire,
o restituire l’amica di un’ora
principessa sempre.

molti

molti, sereni e tranquilli,
si sbattezzarono
pensando di essere liberi,
fu divertente, un esperimento sociale.
essere liberi migliorava l’aderenza.
a ogni terreno. pieni d’aria
indiscussi i fondamentali:
nasci, cresci, rapina, vattene a casa

Fiandre, Calvinisti, Ugonotti;
vegani, mistici indiani, danaro:
faranno lume ogni anno,
in pugno l’invitta fiaccola
della democrazia.
Marzo non verrà, maggio li troverà
incompiuti specie al mattino

liberi di cadere, essere pioggia,
l’ombrello non ancora inventato,
disumani, falliti, troppi.
ascari di qualsiasi banderuola,
ai morti anzitempo non furono
liquidate pensioni d’oro,
tutti gli altri non meritano assoluzione

(a tutti quelli col cuore a sinistra e il portafogli a destra)