La prossima stagione

L’erba secca sul binario morto
strato pronto per fondare
la prossima stagione

nascerà per noi, vivi in attesa,
mentre qualcosa dice
non fatevi più vedere

e quanto sia necessario
un rinvio alla maleducazione
delle nubi di passaggio

sempre pronte a giurare piogge
e baci, abbracci,
senza saper trattenere
brevi sussurri di felicità.

Prove

le rinunce di oggi
saranno gioie domani,
ma si va di perdita in perdita
senza riconoscenza, perdono
nell’ovatta dei giorni
sgranati in misteri dolorosi
di un rosario stretto:
non c’é vita sulla Terra

lo dico
ma non ho le prove,
resta da fare meglio
finché vivi

(dedicata a entrambi)

rilassarsi

tutto quanto quei simpatici nazisti morti
hanno dato non ci possono rubare,
il buio esce dagli occhi, il silenzio dalle orecchie
e il mutismo dalla bocca.
non ci si può rilassare davanti alla tivu accesa
magari fare autoerotismo inconsapevole al telefono,
che subito quelli si risvegliano, per chiedere
ti siamo mancati?

la pedemontana è regolare, tortuosa, piena di anelli
e umidità, tanto che non si lamenta più,
ma spesso costretta al soliloquio genera mostri,
apocalissi striscianti:
non c’é oro nero sotto la Pianura
solo qualche osso fascista smarrito
dagli antifascisti, solo alcuni partigiani persi
e mafie travestite

la dialettica non manca, unita ai pesticidi, spacca
il canto agli uccelli, i nidi alle api,
giornate chiare quanto basta per ghiacciare,
e tutti a dire com’é stato possibile?

Stanca di crepare

Terra cinta di nuvole
e squarci di azzurro straordinario,
soffice e amara,
gialla qui da noi,
improvvisa e brutale coi figli
che la trattano male.

Aspetta a casa, stanca di crepare
dei suoi frutti ingrati,
e se ne duole fin dentro le vene
dei vulcani spenti,
sotto il suolo caldo,
sangue che non si rapprende.

Accetta paziente ogni percossa
e non si arrende al capitale,
alla crescita per rapina
del prodotto interno lordo,
di noi tutti
c’é ben poco da salvare.

Terra mangiata
da chi non ha fame.

Pace fossile

Dentro una faggeta a cercare Dio
tra il crepitio dei passi,
sul sentiero oscurato
foglie cadute in pace,
distinguo bramiti di cervi non visti
innamorati delle proprie ombre,
mentre il sole a ogni respiro
lancia rimpianto
verso una stagione da ritrovare.

Bastasse a salvare l’anima,
una sola, questa pace fossile
sarebbe necessaria.

Cadde una cometa

Cadde una cometa dalle parti di Milano,
non era l’annuncio di Gesù ai Magi,
è stata una disgrazia.

Noi tutti coltivammo illusioni,
crescevano bene, il terreno sabbioso
ben concimato d’agricoltura intensiva
non tradì mai, fino al giorno prima,
erosioni sospette e pezzi di squame
di terribili rettili.

Fino al giorno in cui
qualcuno alzò la testa, scrutò in alto
si lussò la cervicale, e disse
sono stanco.

relitto

oggi ho ricordato un sorriso assente
da ogni immagine ovunque stampata

ho pensato di aprire tutti i cassetti,
cercare, nella speranza che ognuno fosse l’ultimo

ho negato, spergiurato, strillato, rivendicato,
ma ogni cosa si è rivelata velo e vanità

il quadro di Steve è appeso, andrebbe spolverato
ogni tanto per dare posto a nuova polvere

il tempo fa il suo mestiere,
ma in bassa marea tutto quanto riaffiora

il futuro attuale

il mare è più aguzzo di navi
sempre cariche e pronte
a sbarcare morti
altrimenti cibo per pesci

torneremo alla terra
dopo avere invidiato la luna
per quelle care espressioni
tutte in lontananza

il futuro
immaginabile cent’anni fa:
il treno
entra nella galleria barattolo

il futuro attuale,
carte truccate
col belletto rubato
all’amante di un esperto

Identico strazio

Lettere firmate, anonime,
senza mittente, destinatari ignoti
mai rintracciati.
Singolare girotondo di lettere
gettate attraverso la fessura
di casse rosse senza ora di levata.
Lettere criptate che tu solo sai
che l’ho scritta per te, come
non ci fossero altri mezzi.
Lettere in forma di bolla,
piene d’aria, oscillanti
nell’apparente vuoto in calma di vento.
Lettere perché non so fare altro,
invece di spostare rocce,
viaggiare per lunghi tratti
a rivedere il nero vestito di notte.
I vigliacchi tremano
al sapore forte di lettere
impossibili da decifrare.
Identico strazio

Trinciato e Destino

Su tutto questo trinciato
di neve, sole, cose varie,
oggetti di lampo sbeccato,
mancanze, trovano alimento
fuochi fatui e passioni.

Religioni cucite a casa,
genitori rimasti indietro,
esumazioni e accidenti:
ovunque fortuna contraria,
favorevole o disattesa.

Belle canzoni di quattro minuti,
imperi, affetti incrollabili
e distanze molto più ampie;
sabati e lunedì
cui è necessario il calendario
per cifrare e disporre
gli arretrati e vecchi giornali.

Comanda su tutti un destino
sciolto, in ogni modo sempre,
dal pensare degli astri.

E’ già autunno,
talmente rapito
nemmeno te n’eri accorto.