letture amArgine: tre brevi poesie di Giusi Verbaro

da L’Acquario

Ho amato in te un amore
che non ti assomigliava

a me solo assomiglia il fantasma cartaceo
che parlava e rideva sempre con la mia voce
Dopo il paziente e lungo costruirti
smontarti pezzo a pezzo
fu questione di un attimo

Ora so che plasmarti a mia misura
fu amare me riflessa nello specchio

*

Lo Specchio

Come ho potuto credere che l’ombra
traversasse lo specchio!
Ho tentato l’inganno
e l’ombra risentita
si è accanita in aperta ribellione
oscurando lo specchio

Io stessa ora mi chiedo
come sono
se sono

*

Le parole

Con parole mi sono lapidata
Di parole ho colpito in fondo al cuore
A parole ho spezzato ogni rifugio
ogni varco di fuga ogni speranza
seppellendomi a pezzi e a parole

Da allora vivo
Allegramente di parole vivo.

***

Giusi Verbaro è stata poeta finissima e critico sottile. Tra i suoi libri si ricordano: A valenze variabili (Forum, 1980); Mediazioni e ipotesi per maschere (Vallecchi, 1983); Utopia della pazienza (Forum, 1984); Itaca Itaca (Forum,1985); L’eroe (Confronto, 1989); Per amore per follia (Periferia,1991); Le lune e la regina (Book,1993); Nel nome della madre (Manni, 1997); Luce da Hakepa (Book, 2001); Solstizio d’estate (Manni, 2008, Premio Camaiore Poesia). Per la saggistica ha pubblicato: I poeti della Calabria (antologia, Forum, 1982); Le alchimie dello stregone (Rubbettino, 1984). Nel 2013 ha pubblicato l’ultima sua raccolta, Il vento arriva da uno spazio bianco. E’ morta nel 2015.

Annunci

Ventennale 2

Amelia Rosselli

Piano piano
sbocciano fiori fra i CD.
Si alzano
sfioriscono,
tu non puoi fare niente.
Bizzarra questa mente,
s’accende e poi si spegne.
Inventa
si nasconde,
indossa uno sleep
e si autoconsegna
al sonno esterno.
Salsa rossa trilingue
con pettini imburrati
roba da trattoria,
come l’offesa di dover vivere
che ti ha portata via

il tonfo di una poesia
affondò
anche i muri

°

Prima classificata al premio Sant’Andrea Apostolo dello Jonio 1996, motivazioni lette dalla magnifica Giusi Verbaro.

i settanta

passammo insieme
fino al ritorno
smarriti i settanta
in giro per chilometri
per tanti anni
a dare la voce
sotto il sole
di buona parte di giugno,
lo stomaco splendeva
emanava una luce
da zolletta di zucchero:
noi stessi non mettemmo
mai piede sulla felicità,
il cappello piatto
moriva nell’ombra
e noi tutti a farneticare
di ogni cosa
su cui poterci prendere
scontrare,
la ragione si sa
non è una cosa seria,
Teresa lo sapeva,
frequentava la spiaggia
non dava confidenza
e tornava al negozio
certa di essersi salvata
da noi politicanti,
ebeti resi complessi
dalla portata doppia
dei nostri stomaci,
i cavalli non ruminano,
i cavalli digeriscono greci
(a Giusy Verbaro)