Ascolta & Leggi: Jocelyn Pook con una poesia di Franco Bonvini

Ci sono testi che non possono lasciare indifferenti fin dalla prima lettura, e per questo vanno riletti, smontati, rimontati, come un tempo facevano i bambini con i loro giochi. Qui, un Franco Bonvini in forma smagliante.

https://bonvinifranco.wordpress.com/2021/01/28/non-allamore-ma-al-sesso-2/

chi sia interessato all’intera raccolta, può reperirla qui:

Non all’ amore ma al sesso

Non all’amore ma al sesso

Unicorno rosso.
Forse i narcisi piangono, di notte, senza carezze
quando solo la luna li vede
la luna che entra da queste finestre storte
e disegna i narcisi sui muri.
Ma c’è una donna che li vede, disegnati sui muri,
una piccola donna che una volta spargeva colori sui prati
seguendo fili di invisibili sogni.
E sulla rugiada dell’ erba i suoi sogni diventavano fiori
poi qualcosa le sfuggì di mano e fu presa tra bianche lenzuola
furono mura e ombre alle finestre e ai muri
ma i fiori non muoiono mai,
rinascono sempre folli di sole e rugiada.
La piccola donna abita il passato,
sul confine tra il visibile e l’invisibile
ma ancora regala fantasie di seta
cavalcando il suo poderoso unicorno rosso.
Scrivere di lei è ciò che resta.
La piccola donna abita il futuro
sul confine tra il visibile e l’invisibile
un immaginato futuro di stanchezze
e di mura e finestre
e non muore mai.
Rinasce nella fantasia indimostrabile
e ancora cavalca l’unicorno rosso nelle sue camere con vista
ma è così muta di indicibili parole
così muta che non ne ricordo la voce e il viso.
Scrivere di lei è ciò che resta.

E’ di notte, quando tutto dorme che ti trovo,
che ti prendo, immaginata, tra le braccia.
E lì ti possiedo
sostituendo la tua mano penetrante nel sesso già umido
e ti sento, tremante, gioiosa nell’impudico ancheggiare,
ti sento, sollevare il bacino e inghiottirmi il sesso.
Chissà se una volta almeno siamo morti così,
nello stesso fantastico istante
per poi scoprirci lontani ma vivi.
E nuovi.
Pronti per un’ altra prima e unica volta.

Facile.
Sarebbe stato facile un tempo venirti a trovare
portarti tutta la giovinezza
e i muscoli forti per prenderti ai fianchi
e denti buoni per morderti i capezzoli.
Sarebbe stato facile
col drago nei pantaloni appoggiarmi al tuo corpo ancheggiante
sentirne il calore e il profumo
porti un desiderio tra i glutei
e girarti e poi rigirarti
e di nuovo girarti per appoggiarmi tra i seni giovani e sodi.
Sarebbe stato facile venire così, a ogni giro e rigiro.
Invece sono venuto oggi
e ho portato la stanchezza e la vecchiezza delle rughe
i pochi denti rimasti e il drago è solo un’ etichetta sull’ intimo.
Sono venuto oggi e mi son seduto sulle tue panchine
per cercare la permanenza dei corpi e delle cose.
Sono venuto oggi
a vedere l’ effetto che fa sperare che tu non mi veda.

Fuochi sul lago.
La ragazza era lì
era la notte dei fuochi,
sulla riva del lago
lei li guardava brillare.
La ragazza era lì
seduta accanto al suo dolore
nel cono d’ ombra del salice amico
che le sussurrava parole.
Tutti quanti eran lì
illuminati dai fuochi
e ogni botto un desiderio stupito
ogni botto una meraviglia.
La ragazza invece in disparte
nelle ombre di luna
tra i rami del salice
nascondenti le mani.
E ogni botto un tremito di foglia
un affondo di dita
un fremito al seno.
Come un salmerino sinuoso
che brilla le sue squame alla luna.
Seguendo rotte e voli sconosciuti
riaffonda poi nell’acqua dolce di lago.
L’ ultimo colpo la fece tremare
fino al profondo del cuore.
Non se ne accorse nessuno
ma la ragazza sparì per eterni istanti
confusa all’ acqua dolce del lago
in un invisibile abbraccio tra terra e cielo.

E sale e scende, il bosco
come scosso da un movimento tellurico,
tremante e ondulatorio.
Appare e scompare, ondeggiando
e a ogni onda la fiera appare nel nero tra rami
la fiera con la bocca spalancata
la bocca abituata a inghiottire,
la bocca calda e umida.
La fiera che subito scompare
fino alla prossima onda.

letture amArgine: poesie di un Suonatore, Franco Bonvini

“Al popolo la musica che merita” scriveva Saramago, certo la poesia è tante cose, ma la musica è imprescindibile. Mi piace pensare a Franco Bonvini come a un “suonatore” più che a un musicista: il suonatore scrive buoni testi, qui sotto una selezione.

E che cavolo
mica potevo farmela mancare no?
Così l’ ho pregata un giorno
di venirmi in sogno
con la maschera più bella e il vestito buono,
sotto non so.
L’ ho pregata di tenermi nel sogno
e che non arrivasse il mattino.
Ma non è venuta
probabilmente le fessure erano ben chiuse
e non è riuscita a entrare sicura.
O sotto non c’ era niente.

E così “suonare mi tocca”
ancora per altre primavere.

*

Fottila la poesia
anzi mandala a farsi fottere,
come bestia inginocchiata.
Vai a pesca oggi
o al bosco, a cercare il muschio per i ciclamini
o semplicemente sta a guardare le nuvole
senza voler per forza dargli un nome.
Fottila,
che lei non ci pensa due volte a fottere te,
come una fiera accovacciata,
magari in un guizzo negli occhi di una trota
la trota appesa all’amo che lei ti fa sentire in gola
o nel cespuglio di margherite al bosco
attraverso il quale si mostra.
Nuda.
O proprio mentre guardi le nuvole,
in un nome che passa veloce.
Vedi?
Sei fottuto.

*

Era bello
giovane e forte
quello che a Milano dicono un drago
saltava dai balconi per un bel seno
e un sorriso d’ amor sincero.

E nessun rimpianto quando smise,
quando i capelli imbiancarono.

Poteva ancora far correre locomotive
sui binari della fantasia
farle fumare sotto una galleria
fermarle al semaforo e farle fischiare forte alla ripartenza.

Per il sorriso di un figlio,
mentre la figlia stava a guardare.
Lei stava sempre solo a guardare.

Nessuno sa perchè smise anche questo
se n’ è andato, dicono,
ma devi avere un posto da dove partire per poter andare
qui non c’ era più niente
nè albe nè tramonti
l’ ieri era un dolore dietro il quale sorridere oggi
domani uguale all’ oggi
due occhi sorridenti solo lo specchio di quello che nessuno vorrebbe essere.

Così scavalcò l’ ultimo balcone
inciampato, dicono,
inciampato in un dolore che posso solo minimamente credere d’ immaginare,
perché il mio “si è fermato a un passo”.

*

La ragazza era lì
era la notte dei fuochi,
sulla riva del lago
li guardava brillare.

La ragazza era lì
seduta accanto a un dolore
nel cono d’ ombra del salice
che le sussurrava parole.

Tutti quanti eran lì
illuminati dai fuochi
e ogni botto un desiderio
ogni botto una meraviglia.

La ragazza invece era lì in disparte
se ne stava all’ ombra della luna
il salice e i suoi rami
le nascondevano le mani.

E ogni botto un tremito di foglia
un affondo di dita
un fremito al seno.

Come una carpa al salto
che brilla le squame alla luna
seguendo rotte sconosciute
e riaffonda nell’ acqua dolce del lago.

L’ ultimo botto le fece tremare il cuore
ma nessuno se ne accorse
che la ragazza sparì
nell’ acqua dolce del suo lago
per un invisibile abbraccio tra il cielo e il lago.

*

Ciao bimbo mio

t’ ho lasciato tra il bianco di lenzuola pulite

tra stanze in penombra,
lune alle finestre,

e oltre le finestre verdi giardini assolati.

Ho creduto stessi bene lì, e ho proseguito solo

passando da zingare e altre solitudini,

altri giardini,
altre lune e fiumi e laghi,

con una musica dentro e una corazza lucente fuori

come un’ astronave per navigare nascosto in questo mondo.

Ho creduto stessi bene lì.

Ho sbagliato, bimbo mio,

lì abitava la paura

la paura per il malato con la tasca nuda

che veniva la notte
a farsi toccare.

Anche la luna poteva far paura con le sue ombre,

alla sua luce la Madonna,fuori dai vetri, ti mostrava la schiena.

C’ era anche la paura per chi sapeva, chi era lì per studiarti,
e permetteva,
e ti chiedeva..

non c’ era coperta che bastasse a nasconderti.

Ho creduto stessi bene lì.

Che non saresti mai cresciuto.

Sono tornato a cercarti per portarti via e non c’ eri,

solo case vuote

orti abbandonati

e scritte sui muri.

C’ era ancora la Madonna di spalle,

le ho girato attorno, so che ti ci nascondevi a volte, tra gli arbusti,

ma nemmeno lì eri.

Forse ti sei fatto invisibile

Forse non me ne sono accorto e sei venuto via con me,
di nascosto.

Forse per questo non siamo mai cresciuti io e te.

Se davvero è così, è stato bello arrivare fin qui,

passando insieme da zingare e altre solitudini,

altri giardini,
altre lune e fiumi e laghi,

con una musica dentro

e in compagnia della nostra zingara.

****

FRANCO BONVINI è Nato a Como,il 29 12 1952, già col suono del lago calmo nelle orecchie ancora in formazione.
Mi piace pensare che lì ero un desiderio brillante sulle onde e che mamma m’ ha creato cantando la vie en rose,nelle sue passeggiate, canzone che poi mi ha accompagnato sempre.
L’ infanzia è stata felice, e anche quando i miei si sono trasferiti nel milanese, per avvicinarsi al lavoro di babbo.
Ho trovato nuovi amici, e poi c’ è stato l’ incontro con la Musica, anche se per hobby e da autodidatta, che è sempre con me.
Solo un piccolo intoppo, sui tredici anni, di cui spero si legga tra le righe perchè anche quello è sempre con me.
Per il resto che dire? Il lavoro, subito dopo le medie, il tentativo di un disco, comprato da amici e parenti e finito lì. Il suonare in balere e sale da ballo il sabato e la domenica,
Poi, col metter su famiglia, ho smesso. Ma la musica torna a riprenderti e l’ ha fatto dopo quarant’ anni, così sono ancora su palchi e teatri con dita più lente ma anche con qualche soddisfazione maggiore. Anche la poesia è arrivata tardi accompagnata da una musa che me l’ ha presentata ma si è fatta subito amare e così cerco di ricambiare.